domenica 26 febbraio 2012

La copista di Beethoven

Copying Beethoven (Io e Beethoven, 2006). Regista: Agnieszka Holland. Sceneggiatura: Stephen J. Rivele, Christopher Wikinson Fotografia: Ashley Rowe Scenografia: Caroline Amies. Costumi: Jany Termine. Girato in Ungheria e a Londra. Musiche: Ludwig van Beethoven. Interpreti: Ed Harris, Diane Kruger, Ralph Riach, Nicholas Jones, Joe Anderson, Phyllida Law, Matthew Goode, George Mendel Durata: 104'

Un film biografico su Beethoven è una rarità, e il fatto che ne fosse uscito uno, oltretutto girato da un’ottima regista, mi ha subito incuriosito molto. L’idea di partenza sembra essere quello che si fece con Mozart in “Amadeus”, metà invenzione e metà ricostruzione fedele; intento discutibile ma che può dar luogo a risultati piacevoli, come nel caso del film di Forman.
“Copying Beethoven” è piuttosto bello, interessante. Il titolo corretto sarebbe “La copista di Beethoven”, quello italiano, facilotto e un po’ stupido, è diventato “Io e Beethoven”. Si parte da un personaggio di fantasia, una giovane donna che sarebbe stata scelta da uno dei collaboratori di Beethoven per copiare i suoi manoscritti, un mestiere fondamentale in un’epoca in cui si faceva ancora tutto a mano. Schlemmer (Wenzel Schlemmer) è il nome del collaboratore di Beethoven; la ragazza del film si chiama Anna Holtz, e di lei – come è facile immaginare - non si trova alcuna traccia nelle cronache d’epoca.
Però è più che probabile che molti dei dialoghi che ascoltiamo siano tratti dai Quaderni di Conversazione, realmente esistenti, nei quali Beethoven a causa della sordità sempre più avanzata scriveva le domande e le risposte delle sue conversazioni così da poter comunicare con il suo prossimo. Molti di questi quaderni sono stati conservati, e in alcune parti pubblicati in volume. Si tratta di battute come “io e Dio siamo come due orsi chiusi nella stessa stanza” e “Dio sussurra nelle orecchie un po’ a tutti, con me invece grida: è per questo che io sono sordo”. Purtroppo io non sono un esperto di Beethoven, ascolto tutta la sua musica e conosco qualcosa della sua biografia, ma non sono mai andato molto al di là del toccante “Testamento di Heiligenstadt” e quindi mi riesce difficile separare quello che nel film è vero da quello che è inventato; e va aggiunto che non è facilissimo trovare testi che spieghino qualcosa di preciso su questo film. Avrei dovuto conservare qualche articolo di quelli usciti sulle riviste specializzate, ma non appena sono riuscito a realizzare l’idea che questo film fosse uscito me lo sono trovato già in dvd e circolante sulle tv: colto di sorpresa, quindi. Dato che il film non sembra essere un evento “da Oscar” come fu Amadeus, trovarne un’analisi attenta non sarà facile e quindi conviene diffidare di tutto ciò che si vede nell’ora e quaranta della sua durata.
Il personaggio Beethoven ne esce comunque bene, Ed Harris è molto bravo e pur essendo un attore famoso non lo avevo riconosciuto. E’ sicuramente vero il dettaglio della forza fisica di Beethoven, così come la sua ruvidezza nei rapporti umani e i difficili rapporti col nipote. Vere sono anche le reazioni sconcertate del pubblico davanti alla Grande Fuga, una composizione magnifica capace ancora oggi di sorprendere; ovviamente inventate sono le scene del bagno di Beethoven davanti alla fanciulla, quelle con i vicini, eccetera. Non so da dove venga la scena del modellino del ponte distrutto, è una curiosità che mi è rimasta dentro e magari qualcosa di vero c’è; ma ovviamente essendo Anna un personaggio di fantasia anche il suo fidanzato finisce necessariamente con il perdere di consistenza.
Il periodo della vita di Beethoven di cui si parla nel film è quello della composizione della Nona Sinfonia e della sua prima esecuzione, e della composizione e prima esecuzione della Grande Fuga per Quartetto d’Archi. La ricostruzione è buona: il teatro che si vede è in Ungheria, e dunque non accade qui come per “Amadeus” che fu girato nei veri teatri delle prime esecuzioni mozartiane, a Vienna e a Praga. Risibili e poco credibili sono soprattutto le scene della direzione d’orchestra, con la copista a sbracciarsi dietro le quinte; ma è vero il fatto che Beethoven fosse in quel periodo ormai quasi completamente sordo, pur ostinandosi a dirigere personalmente l’orchestra. Gli aiuti quindi c’erano veramente, ma non occorre essere esperti di musica per sapere che un buon primo violino è comunque in grado di dare gli attacchi giusti, anche senza ricorrere a questi artifici.
Beethoven è Ed Harris, la copista è Diane Kruger, il nipote Carl è Joe Anderson, Martin l’architetto del ponte è interpretato da Matthew Goode, Schlemmer è Ralph Riach. Il film è diretto molto bene dalla Holland, con la solita grande bravura e partecipazione affettiva (qualità che la rendono una dei miei registi preferiti). Un po’ goffe le scene in cui Anna Holtz dirige, ma era giusto dare molto spazio alla Nona Sinfonia, che è proprio al centro del film.
da http://www.wikipedia.it/
Il film mescola aspetti reali della vita di Beethoven con altri deliberatamente inventati. In particolare, il personaggio di Anna Holtz è puramente fittizio, come è frutto di fantasia il fatto che Beethoven accettasse eventuali alterazioni dei propri manoscritti da parte dei copisti.
Di sicuro, il compositore fu aiutato durante la prima direzione della Nona Sinfonia, e precisamente da Michael Umlauf, direttore musicale del Teatro Kärntnertor, dove l'esecuzione ebbe luogo. Esso non avvenne tuttavia nel modo rocambolesco descritto nel film: Umlauf si limitò ad affiancare Beethoven sul podio, perfettamente visibile agli spettatori. È invece probabile che il maestro non si accorgesse degli applausi se non al momento di rivolgersi verso la platea. Negli anni in cui è ambientato il film, la sua sordità era certamente molto più grave e limitante di quanto appaia sullo schermo, e sembra che il compositore si esprimesse preferibilmente per iscritto.
Beethoven, inoltre, non avrebbe mai chiamato la propria Sonata per pianoforte n. 14 con il nomignolo "Sonata al chiaro di luna", che fu utilizzato per la prima volta dal poeta Ludwig Rellstab nel 1832, ma piuttosto con l'appellativo "Quasi una Fantasia" che egli stesso appose al titolo originale. Wenzel Schlemmer non è stato l’impresario di Beethoven come si può intendere nel film, ma ne è stato il copista di fiducia.
Arriva finalmente in Italia il libro su Beethoven privato. Generoso, antimilitarista, incurante dell’opinione della gente: così lo ricorda un amico che lo ha frequentato a Vienna.
LUDWIG, IL MIO VICINO DI CASA
di Andrea Jacchia, L’Europeo 31 marzo 1990
« L’uomo era di aspetto robusto, di statura media, energico nel portamento come nei suoi animati movimenti: indossava abiti appena borghesi, privi di eleganza, e tuttavia dalla sua figura emanava un qualcosa di eccezionale». Verso la metà di ottobre del 1825, nel vecchio sobborgo viennese di Alser, a Gerhard von Breuning, figlio dodicenne di Stephan von Breuning (in privato «Steffen»), consigliere aulico di guerra presso la corte e buon violinista dilettante, tocca di realizzare una circostanza davvero insolita: quell'uomo robusto di 55 anni è il suo nuovo vicino di casa, è intimo della sua famiglia, soprattutto è Beethoven. Da allora, e per i successivi due anni, fino alla morte del musicista, diventa anche «intimo» suo. Lo può andare a trovare dalle tre alle quattro ore al giorno, può sottoporgli i propri esercizi al piano, può arrivare a dargli addirittura del tu: perché Beethoven non se ne cura, e poi, come scriverà, è «costretto a vivere in esilio», cioè è assolutamente sordo. Può vederselo spesso ospite a pranzo dai suoi genitori e loro compagno di passeggiata. Per Beethoven, Gerhard è «Ariel», cioè lo spirito dell'aria shakespeariano, o «hosenknopf», vale a dire «bottone dei pantaloni», tanto ama stare attaccato al padre. In pratica, una famiglia allargata e due case: Steffen e Ludwig, renani di Bonn entrambi, sono vecchi amici d'infanzia e di giovinezza, a Vienna si sono sempre frequentati, sia pure a fasi alterne, e il Rothes Haus, dove abitano i Breuning, sta proprio «all'angolo di fronte» alla Casa degli Spagnoli neri (la Schwarzspanierhaus), un ex convento di benedettini catalani, dove è finalmente arrivato Beethoven.
Finalmente, perché Ludwig, oltre ad apprezzare luminosità e spazio di questo appartamento (l'ultimo della sua vita), ha sulle spalle ben trenta traslochi. Vienna e i suoi affittacamere (baroni, sarti, fabbri, signorine nubili) sono stati sensibili fino a un certo punto, alle «solite ragioni» del grande e riconosciuto musicista: la distrazione, l'inosservanza delle norme esteriori, i conseguenti conflitti a catena fra lui e i vicini, i portieri, i padroni di casa. Tutto il contrario nel caso di Constanze Ruschowitz, seconda moglie di Steffen nonché madre di Gerhard: perfetta padrona di casa, si prende cura anche della vita domestica di Ludwig. Gli trova cameriera e cuoca-governante, la «Sali», celebre per fedeltà e distrazione (un giorno ha avvolto il burro con il «Kyrie» della Missa Solemnis). Per Ludwig la Casa degli Spagnoli neri è un punto d'arrivo; per Gerhard è un punto di partenza. Parte nella vita col privilegio di poter avvertire, a dodici anni, che cosa voglia dire essere un «genio». Se quel genio si chiama poi Beethoven, cioè «il titano del regno dei suoni», l'esperienza va fermata in modo stabile. E Gerhard lo fa 44 anni dopo, medico affermatissimo e socio degli Amici della musica, pubblicando questo bellissimo libro di memorie Dalla Casa degli Spagnoli neri, oggi proposto per la prima volta in Italia dalla SE con note e appendici e una postfazione di Artemio Focher.
Il Beethoven «intimo» (e vero) di Gerhard spazza via ogni cliché titanico-retorico: «non è per nulla rosso né butterato ma solo punteggiato da cicatrici del vaiolo. Non è assolutamente schivo, ma genuino e autentico nel modo di parlare, nei movimenti e nello sguardo. E' generoso d'animo e delicato nei sentimenti». Anche con chi non lo merita: come lo sciagurato nipote Carl, suo erede, che gli riserva fra l'altro, negli ultimi anni di vita, un tentato suicidio. Quello stesso Carl che «disdegna di uscire con lo zio per il suo aspetto da “pazzo"». L'aspetto di Ludwig è il carattere che coincide con la sua arte e la sua musica: «facilmente irascibile, distaccato dal mondo esterno, anche diffidente per la sciagurata sordità, ma subito pronto a riconoscere, anche esagerando, le sue mancanze verso gli altri». Chi lo ascolta è soprattutto il gruppo dei pochi amici a lui assolutamente devoti «di cui ha bisogno per la sua scarsa dimestichezza con la vita di società»: oltre ai Breuning, Anton Schindler, violinista e suo futuro biografo, e poi il buon principe Lichnowsky che aveva inviato Fidelio alla regina di Prussia perché «le rappresentazioni di Berlino potessero mostrare ai viennesi quale uomo avevano qui». E ancora: l'arciduca Rudolf e il principe Lobkovitz che gli avevano garantito una pensione e Bettina Brentano, di Francoforte, che gli presta 2.300 gulden per aiutare il fratello in difficoltà finanziarie. Ad alcuni di questi amici, il «Titano» può comunicare senza problemi stranezze e rimpianti: a Schindler dice di aver composto Cristo sul monte degli ulivi in sella a una pianta, con Steffen si duole di non essere mai stato in Inghilterra e di non essersi mai sposato. Anche se, sempre stando a Steffen, «con le donne aveva sempre avuto fortuna».
L’amarezza per la menomazione fisica non lo chiude a una tagliente ironia: a un biglietto d'auguri del fratello in cui è stampato «Johann, proprietario terriero», risponde con un «Ludwig, proprietario di cervello». E’ libero di pensiero anche nei confronti delle istituzioni, lui che «trova braccia aperte soprattutto presso l'aristocrazia» ed è quasi ignorato dalla gente. Vienna gli conferisce la cittadinanza onoraria e lui commenta di non aver mai saputo che in città «ci fossero anche cittadini disonorari», passa accanto a un soldato di fanteria e dice «ecco uno schiavo che per cinque corone al giorno ha venduto la sua libertà», precisa che «le parole sono proibite mentre per buona sorte i suoni, i potenziali rappresentanti delle parole, sono liberi». Non sente più nessun suono da quasi trent'anni, ma ai suoi amici riesce a far ascoltare la sua «vera» verità: «So di essere un artista. Una seconda e un'avanzante terza generazione mi ricompenserà dei torti che ho dovuto sopportare dai miei contemporanei». L'enorme folla viennese ai suoi funerali, il 29 marzo 1827, gli dà già ragione.
O uomini, voi che mi considerate e mi chiamate un essere astioso, caparbio e misantropo, quanto siete ingiusti verso di me! Ignorate la ragione segreta che mi fa apparire così a voi. Il mio cuore, il mio spirito erano inclini fin dall’infanzia al delicato sentimento della benevolenza. Io mi sono sempre sentito pronto a compiere grandi azioni. Ma pensate che da sei anni sono colpito da un male insanabile, peggiorato da medici incapaci. Illuso di anno in anno di poter migliorare, e infine costretto ad accettare l’eventualità di un’infermità duratura...
( Ludwig van Beethoven, dal “testamento di Heiligenstadt”, 6 ottobre 1802 )

2 commenti:

Mat ha detto...

Un bel film, che andai ad affittarmi in dvd per vedermelo sotto le coperte al calduccio qualche anno fa. Non conoscevo niente di questa regista e credo che "Io e Beethoven" sia il suo unico film che io abbia mai visto, però l'ho trovato decisamente interessante. Ed Harris (un grande attore, secondo la mia modesta opinione) è stato molto bravo nella parte di Beethoven, così come m'è piaciuta la bella Kruger nella parte della copista: è interessante come i caratteri dei due personaggi, diametralmente opposti, finiscano con l'integrarsi al meglio quando si tratta di occuparsi di musica. Certo, "Io e Beethoven" non è "Amadeus", ma è un buon film che non dovrebbe dispiacere agli appassionati di musica.

Giuliano ha detto...

La Holland è polacca, a me era piaciuto moltissimo "il giardino segreto", che viene classificato tra i film per bambini (lo è, un romanzo molto bello che avevo letto anch'io) ma con la stessa finezza e partecipazione affettiva che hai visto qui. Poi c'è Washington Square, e prima o poi bisognerebbe metterli tutti in fila...
I grandi registi si notano anche da cose come queste, che gli attori con loro sono sempre più belli e più bravi che altrove. (sto pensando a Bergman, a Vittorio De Sica...) (che è riuscito a far recitare la Loren!!!)
:-)
Ed Harris è grandissimo, anche nella biografia del pittore Jackson Pollock, che però gli somigliava molto fisicamente e quindi si poteva pensare che era fin troppo facile (quasi un gemello).
Su questo film, concordo: lo si vede volentieri, anche se è chiaro fin dal principio che metà abbondante di quel che si vede e si sente (anche tre quarti) è completamente falso...