martedì 1 febbraio 2011

La strada

La strada (1954) Regia: Federico Fellini - Soggetto: Federico Fellini, Tullio Pinelli - Sceneggiatura: Federico Fellini, Tullio Pinelli, con la collaborazione di Ennio Flaiano - Dialoghi: Ennio Flaiano - Fotografia: Otello Martelli - Operatore: Roberto Girardi - Musica: Nino Rota, diretta da Franco Ferrara - Scenografia: Mario Ravasco - Costumi: Margherita Marinari - Montaggio: Leo Catozzo - Assistente al montaggio: Lina Caterini - Suono: A. Calpini - Aiuto regia: Moraldo Rossi - Collaborazione artistica: Brunello Rondi - Assistente alla regia: Paolo Nuzzi - Trucco: Erigio Trani - Segretario di edizione: Narciso Vicari - Fotografo di scena: A. Piatti - Direttore di produzione: Luigi Giacosi - Organizzazione generale: Danilo Fallani, Giorgio Morra, Angelo Cittadini - Produzione: Dino De Laurentiis, Carlo Ponti - Prima distribuzione italiana: Paramount - Origine: Italia - Data visto censura: 18 settembre 1954 - Durata: 94'.
INTERPRETI E PERSONAGGI: Giulietta Masina (Gelsomina Di Costanzo), Anthony Quinn (Zampanò), Richard Basehart (il Matto), Aldo Silvani (signor Giraffa), Marcella Rovere (la vedova), Livia Venturini (la suora), Mario Passante, Yami Kamedeva, Anna Primula.  Anthony Quinn è doppiato da Arnoldo Foà, Richard Basehart è doppiato da Stefano Sibaldi

Una rullata sul tamburo, e fuori la voce:
« E’ arrivato....ZAMPANÒ!!!»
(Federico Fellini, La strada)
Alberto Sordi raccontava che avrebbe dovuto farlo lui, Zampanò; ma poi “Federico era troppo geloso”; lo diceva sorridendo, e non so se sia una storia vera al cento per cento (anche Anthony Quinn non scherzava, come sciupafemmine), ma di certo, con Alberto Sordi al posto di Anthony Quinn, sarebbe stato tutto un altro film.
Anthony Quinn è davvero Zampanò: non ha nemmeno bisogno di recitare. E’ davvero una figura mitica, un archetipo potentissimo: lo zingaro delle fiere e delle giostre, l’uomo forte e muscoloso, Ercole, Polifemo. Si intuisce che non deve essere del tutto cattivo, di certo fa paura: come si fa a dare confidenza a uno così?
Altrettanto potente, e azzeccata, la scelta di Richard Basehart: piccolo e agile, l’acrobata sul filo, il motociclista che scende a rotta di collo dal campanile della chiesa. Il mondo prima della televisione, un mondo (motociclette a parte) rimasto immutato per millenni
“La strada” è un film che ho visto da bambino e che non ho più dimenticato. I bambini non dimenticano Zampanò, e gli vogliono bene così com’è: proprio per questo è così forte il dolore per quello che succede, ma era inevitabile. Più di una volta il signor Giraffa, il padrone del circo, aveva invitato il Matto a star quieto, a non far irritare Zampanò - ma anche lui, mica per niente lo chiamavano il Matto...
Amano Zampanò i bambini di tutti i tempi, ma forse non quelli di oggi, cresciuti in un mondo artefatto, di plastica, di asfalto, un’enorme Legoland su scala naturale. I bambini di oggi passano ore sulla playstation, sul nintendo, sullo smartphone, qualsiasi cosa purché non sia il mondo vero, purché sia un mondo artificiale. Bambini che non hanno mai visto una talpa, che si spaventano per una cavalletta o per una formica... Per i bambini di oggi, tranne alcune felici eccezioni, gli unici animali sono il cane e il gatto: cane da appartamento, gatto castrato. Niente galli e galline, niente conigli, niente rane né rospi, passeri, cardellini, fringuelli, cince, farfalle, maggiolini – tutto spazzato via (giocare con i maggiolini era una vera festa, ci si facevano anche la gare di corsa). La mia generazione è stata all’origine di quel cambiamento, poi le cose sono via via degenerate. Non credo che sia più possibile ristabilire un corretto rapporto con la Natura: anche l’Africa, anche i Caraibi, tutto è stato toccato, cementato, asfaltato, plastificato.  Questi grandi spazi, quelli che vediamo nel film, cominceranno a sparire pochi anni dopo la realizzazione del film: oggi, dove si arrampica la moto di Zampanò, con ogni probabilità bisognerà immaginarsi una speculazione edilizia mostruosa, una superstrada, un centro commerciale.
“La strada” è un film da vedere, non c’è molto altro da dire: da vedere e da rivedere, e da ricordare. Si può ancora aggiungere qualche riga: la musica bellissima di Nino Rota (una delle più belle colonne sonore di tutta la storia del cinema, forse la più bella in assoluto), il grande successo internazionale, l’Oscar a Hollywood, Aldo Silvani (attore finissimo), le voci di Arnoldo Foà e di Stefano Sibaldi (di lì a poco Foà doppierà alla grande un altro “vilain”, fenomenale come Zampanò: Toshiro Mifune in “Rashomon” di Kurosawa). Gli altri due film che mi hanno segnato, da bambino, sono stati “Il settimo sigillo” di Bergman e “Moby Dick” di John Huston: con stupore, più tardi, avrei constatato che Ismaele, il narratore del romanzo di Melville, era sempre lui, Richard Basehart, il Matto.

- Chi è Gelsomina? Bene, io mi permetto di rispondere adoperando la risposta di Federico: Gelsomina è Fellini, mentre io sarei Zampanò. No, scherzi a parte: Gelsomina è una delle parti di un personaggio che in “La strada” viene rappresentato attraverso tre facce, cioè Zampanò, il Matto e Gelsomina sono un’uinica persona, sono tre lati della creatura umana. Zampanò, detto in parole povere, è il lato animalesco dell’uomo. Il Matto è l’intelligenza, l’arguzia; e Gelsomina è la parte più indifesa, cioè la poesia.
Giulietta Masina sul film, dal cds 20 ottobre 1991, intervista per i suoi 70 anni
“La strada” finisce con Zampanò che piange l’assenza di Gelsomina, “La dolce vita” fnisce con Mastroianni che non riesce ad ascoltare una ragazza, e l’ultima inquadratura è per il sorriso della Ciangottini. “La voce della luna” finisce con Benigni che dice che se si facesse un po’ di silenzio forse si riuscirebbe a capire qualcosa. Nei Clowns c’è quel bel finale col racconto del clown stanco e anziano, seduto sul bordo della pista... (esilio del angel...) (mio appunto, maggio 1996)

- (...) “La Strada” era un film che raccontava contrasti più profondi, infelicità, nostalgie e presentimenti del trascorrere del tempo non puntualmente riconducibili a problematiche sociali ed impegno politico; quindi, in piena ubriacatura neorealistica, La Strada era un film da rinnegare, decadente e reazionario. Mi sembra che Bianchi avesse scorto nel mio film il coraggio di andare contro corrente. Ma i ricordi della Strada sono troppi, e voglio rimuoverli, anche perché rievocarli mi metterebbe subito nella condizione di fare dell'imbarazzante agiografia, dato il singolare destino del film, che ha girato tutto il mondo con una specie di carisma ecumenico.
- Ma non vuoi raccontarmi come è nata l'idea della Strada?
- Come si può rintracciare verosimilmente il momento in cui si ha un primo contatto con il sentimento, o meglio ancora il presentimento, l'anticipazione di ciò che poi sarà il tuo film? Le radici da cui sono nati Gelsomina e Zampanò, e la loro storia pescano in una zona profonda e oscura, costellata da sensi di colpa, timori, struggenti nostalgie per una moralità più compiuta, rimpianto per un'innocenza tradita. Non mi va di parlarne, tutto quello che dico mi sembra sproporzionato ed inutile. Confusamente mi par di ricordare che andando in giro in automobile, per le campagne attorno a Roma, quel vagabondare pigro e molleggiato, forse mi ha fatto intravedere per la prima volta i personaggi, il sentimento, l'atmosfera di quel film.
(Federico Fellini, da Intervista sul cinema, a cura di Giovanni Grazzini – ed. Laterza 1983)
Ho sotto gli occhi, tra le tante, una definizione del clown del mio conterraneo Alfredo Panzini, nel Dizionario moderno: "CLOWN: voce inglese (pronuncia claon), che vuole dire "rustico, rozzo, goffo", poi indicò colui che con artificiosa goffaggine fa ridere il pubblico. E' il nostro "pagliaccio". Ma anche qui c'è la solita miserevole distinzione della voce forestiera che nobilita la cosa: " il "pagliaccio" è da fiera e da piazza, il "clown" da circo e da scena. Un acrobata di merito sarà un "clown", cioè quasi un artista e reputerà impropria ed offensiva la voce "pagliaccio". Anche nel senso traslato "clown" è parola prevalente. Lo stesso Carducci nelle sue prose polemiche non ha disdegnato tale voce (Ça ira, in Confessioni e battaglie) ".
(...) Ebbene, il clown incarna i caratteri della creatura fantastica, che esprime l'aspetto irrazionale dell'uomo, la componente dell'istinto, quel tanto di ribelle e di contestatario contro l'ordine superiore che è in ciascuno di noi. E' una caricatura dell'uomo nei suoi aspetti di animale e di bambino, di sbeffeggiato e di sbeffeggiatore. Il clown è uno specchio in cui l'uomo si rivede in grottesca, deforme, buffa immagine. E' proprio l'ombra. Ci sarà sempre. E' come se ci chiedessimo: " E' morta l'ombra? Muore l'ombra? "
Per far morire l'ombra occorre il sole a picco sulla testa, allora l'ombra scompare. Ecco: l'uomo completamente illuminato ha fatto sparire i suoi aspetti caricaturali, buffoneschi, deformi. Di fronte a una creatura tanto realizzata, il clown - inteso come il suo aspetto gobbo - non avrebbe piú ragione di essere. Il clown, è certo, non sarebbe scomparso: sarebbe stato, soltanto, assimilato. Cioè, in altre parole, l'irrazionale, l'infantile, l'istintivo non sarebbero piú visti con un occhio deformato, quello che li rende deformi. San Francesco non si è definito, forse, giullare di Dio? E Lao Tse diceva: "Appena ti fabbrichi un pensiero, ridici sopra ".
Quando dico: il "clown", penso all'augusto. Le due figure sono, infatti, il clown bianco e l'augusto. Il primo è l'eleganza, la grazia, l'armonia, l'intelligenza, la lucidità, che si propongono moralisticamente come le situazioni ideali, le uniche, le divinità indiscutibili. Ecco, quindi, che appare subito l'aspetto negativo della faccenda: perché il clown bianco, in questo modo, diventa la Mamma, il Papà, il Maestro, l'Artista, il Bello, insomma "quello che si deve fare". Allora l'augusto, che subirebbe il fascino di queste perfezioni se non fossero ostentate con tanto rigore, si rivolta. Egli vede che le " paillettes " sono splendenti; però la spocchia con cui esse si propongono le rende irraggiungibili. L'augusto, che è il bambino che si caca sotto, si ribella a una simile perfezione; si ubriaca, si rotola per terra e anima, perciò, una contestazione perpetua.
Questa è, dunque, la lotta tra il culto superbo della ragione (che giunge a un estetismo proposto con prepotenza) e l'istinto, la libertà dell'istinto. Il clown bianco e l'augusto sono la maestra e il bambino, la madre e il figlio monello; si potrebbe dire, infine: l'angelo con la spada fiammeggiante e il peccatore. Insomma, essi sono due atteggiamenti psicologici dell'uomo: la spinta verso l'alto e la spinta verso il basso, divise, separate. Il film finisce così: le due figure si vengono incontro e se ne vanno insieme. Perché commuove tanto una situazione simile? Perché le due figure incarnano un mito che è in fondo a ciascuno di noi: la riconciliazione dei contrari, l'unicità dell'essere. (...)
(Federico Fellini, da “Fare un film”, editore Einaudi 1980)

4 commenti:

Marisa ha detto...

E' un film che ha un posto speciale anche nei miei ricordi, con la sua atmosfera dolce-amara e tutta la struggente bellezza che lo pervade.
Da tanto tempo non lo vedo, come volessi preservarlo da un confronto con l'oggi, sia del cinema attuale che da come sono cambiata io. Chissà se mi commuoverei ancora e se Zampanò, che, come dici bene tu faceva tanto effetto ai bambini di allora, mi farebbe ancora lo stesso effetto... Meglio forse lasciare tutto al ricordo.

Giuliano ha detto...

La mia esperienza è questa: se si comincia a vederlo, si va avanti. E' sempre come la prima volta. Il momento che mi tocca di più è quando Gelsomina, rimasta da sola, incrocia la banda del paese e la processione...(ma poi arriverà a riprendersela Zampanò).

Con questo post sono arrivato a quota 494...Non potevo non mettere "La strada" anche se sono d'accordo con Fellini: a dire qualcosa si rischia di rovinare il ricordo, una parola in più di quelle che ho messo sarebbe stata una parola di troppo.

candida ha detto...

Che combinazione! L'ho appena rivisto anch'io. Mi è rimasto un gran struggimento e il desiderio che tutti, anche i bambini di oggi (non possono essere tutti plastificati!) lo vedano.

Giuliano ha detto...

è uno dei film che giustificano l'esistenza del cinema...(ci metto anche Chaplin)