domenica 22 maggio 2011

L'Opera al cinema ( V )

Frequentando l’opera lirica (che copre un arco di tempo di quattrocento anni, e quindi ci sono un sacco di cose interessanti), ho imparato che molti grandi successi alle prime sono spariti subito dalla memoria, mentre alcuni fiaschi colossali sono diventati capolavori di grande successo e si rappresentano ancora oggi. Alcuni esempi: la “Madama Butterfly” di Puccini nel 1904, il “Barbiere di Siviglia” di Rossini, “La Traviata” di Verdi, “Carmen” di Bizet, “La Sacre du printemps” di Stravinskij (che è musica per un balletto), perfino l’Eroica di Beethoven (Sinfonia n.3), furono stroncate dalla critica e anche dal pubblico delle prime. Tra i grandi successi (clamorosi successi) oggi completamente dimenticati ci sono praticamente tutte le opere di Mercadante, Meyerbeer, Mascagni. Tra le opere dimenticate ce ne sono anche di ottime, ma per quanto ci si provi non si riesce mai a recuperarle del tutto. La stessa cosa succede anche al cinema: ma qui il discorso si fa diverso, perché il cinema è prima di tutto un’impresa commerciale, e come tale subisce molto l’influenza delle mode. Ne consegue che se si cerca la qualità è sempre un’ottima cosa diffidare delle mode e degli uffici stampa: se guardate sulle tv tematiche, Rai Movie, Iris, i vari canali satellitari, troverete palinsesti pieni di film che furono molto spinti dagli uffici commerciali, con divi e dive ormai completamente dimenticati, resuscitati al solo scopo di riempire due ore di palinsesto; il solo motivo per cui vengono trasmessi in tv è “perché erano lì”. Lì in magazzino, s’intende: pellicole che furono acquistate in blocco da distributori e produttori ormai estinti.
Si salva dall’oblio solo il cinema d’autore, quello di qualità alta o altissima: Chaplin, Kubrick, Fellini, saranno sempre cercati dagli appassionati di cinema; ed è un po’ la stessa cosa che è successa con Mozart, Verdi, Wagner, Ravel, Donizetti, Puccini, Gluck e Monteverdi.
Un’altra cosa ho imparato dall’Opera: a cercare i dialoghi, le sceneggiature, i versi. Se non ci sono nei libri, come capita quasi sempre con i film, copiarle con pazienza. Cercare le fonti, la mitologia greca, leggere l’Ariosto anche se non è più materia di scuola, leggere Boito e Hofmannstahl, queste cose qui. Insomma, all’Opera bisogna arrivare preparati. Poi, alla Carmen di Merimée manca la musica, alla Tosca di Sardou mancano le immagini, il materiale così raccolto di per sè è povero, come lo scheletro rispetto alla persona intera; ma conoscendo l’anatomia si disegna meglio, si colgono particolari che sfuggirebbero.
Non esiste niente di più bello dell’Opera, come ben sa chi la conosce per davvero: ma l’Opera non ammette mezze misure, serve la perfezione o almeno qualcosa che le vada vicino, altrimenti si rischia il disastro. L’Opera sopravvive perfino al ridicolo, dal punto di vista visivo o della parodia; ma l’esecuzione musicale deve essere perfetta. E anche questa è una lezione da imparare: serve anche quando si vede un film.
Al cinema, “melodrammatico” è diventata una brutta parola, con significato quasi sempre negativo, sinonimo di pacchiano ed esagerato. Consiglierei però a tutti di ascoltare con attenzione il Trovatore di Giuseppe Verdi (1853) che si può definire L’Opera Lirica per eccellenza: è vero che il soggetto non è dei più fini che si possano trovare, ma se dopo aver ascoltato il notturno di “Tacea la notte placida” date ancora a “melodrammatico” il significato di pacchiano ed esagerato vuol dire che è dentro di voi che c’è qualcosa che non va.
E comunque l’Opera ha quattro secoli di vita, dal 1607 dell’Orfeo di Monteverdi fino ad oggi, o quanto meno fino alla Turandot di Puccini (1926), e dentro c’è di tutto. Mettere nello stesso cesto Gluck e Mascagni mi risulta difficile, si tratta di persone e caratteri diversi in momenti storici diversi. L’opera ha quattro secoli di storia, mica si possono mettere assieme epoche e caratteri diversi; Wagner e Verdi hanno la stessa età (entrambi classe 1813) ma è forse l’unica cosa che avevano in comune; e lo stesso ragionamento si può applicare al cinema, non si può mettere tutto dentro un calderone e bisogna imparare a conoscere le singole personalità, e a rispettarle.
Parlo del cinema al passato perché ormai il cinema è finito, è un rito che non tornerà più. “Rito” è proprio la parola adatta: al cinema si faceva la coda per il biglietto, si stava al buio, lo schermo era enorme, la sala era quella di un vero teatro, o qualcosa di molto simile. I multisala non sono più così, sono soltanto dei salottini con un grande televisore; e – soprattutto – nessuno più produce film per il grande schermo. Da almeno dieci anni in qua, tutti i film sono pensati per la tv: per lo schermo piccolo, e con i ritmi interni del film dettati dalla pubblicità. Non ci sono più i registi che pensavano in grande, uno schermo enorme su cui proiettare le loro messe in scena e le loro fantasie, con piani sequenza di lunghezza indefinita (vedi alla voce “Alfred Hitchcock”, prima ancora di Antonioni); l’ultimo sopravvissuto di questa razza è forse Bernardo Bertolucci, ma chissà se girerà mai un altro “Novecento”, un altro “L’ultimo imperatore”... I film di Stanley Kubrick, visti in tv, fanno tristezza. Nessuno dei film di Kubrick è stato mai pensato per il piccolo schermo, non “2001 odissea nello spazio”, non “Arancia meccanica”, non “Shining”, men che meno “Orizzonti di gloria”, “Spartacus”, “Barry Lyndon”...
A inizio ‘900, l’opera lirica era già morta: dirlo allora sarebbe sembrato una pazzia, ma così è andata. Dopo il 1926, dopo la prima di “Turandot”, nessuna opera lirica ha mai più raggiunto quella popolarità. E oggi, nel nuovo millennio, nessun film ha mai più avuto il fascino dei film della grande stagione del cinema. Si sono fatti dei bei film e se ne faranno ancora, ma è finita un’epoca (a proposito: “film” significa pellicola, e oggi le pellicole non si usano più, né sulle macchine fotografiche né al cinema).
L’inizio di “Scarpette rosse” di Powell e Pressburger è quello che rappresenta meglio lo spirito con il quale si andava a teatro, e spero che sia ancora così per molti, anche se si è fatto di tutto per scoraggiare i giovani dall’andare a teatro negli ultimi vent’anni (i teatri e i cinema li hanno presi saldamente in mano i seguaci di Berlusconi, peggio di Attila dopo la grande stagione di Strehler, Grassi e Abbado: chi avrebbe mai detto che sarebbero stati gli ultimi della loro razza...).
A teatro, i ricchi andavano nei palchi, gli altri un po’ ovunque: ma i teatri erano sempre pieni, e così erano sempre pieni i cinema degli anni ’60 e ’70. Tutti vedevano tutto, tutti conoscevano Verdi e Fellini, non esisteva la differenza tra musica colta e musica leggera, non esisteva la differenza tra cinema d’autore e cinema commerciale. Elio Petri diceva: “ho scelto di fare cinema perché con il cinema posso parlare a tutti”. Era vero negli anni ’60, ma oggi?
I dipinti e le incisioni dei teatri antichi ci spiazzano quasi sempre, è difficile riconoscere i teatri non perchè siano cambiati, ma perché mancano le sedie in platea. In platea c’erano i posti in piedi, si entrava e si usciva, anche alla Scala era così fino agli anni ’40 e ’50 del Novecento, anche se c’erano già le poltroncine numerate qualcosa delle antiche usanze persisteva. Al cinema, era la stessa cosa, e anche di più: ma oggi nei multisala non c’è più vita. Alle volte, basta poco per uccidere una tradizione, per sterilizzarla: basta poco, anche il posto numerato da cui non puoi alzarti e andar via se qualcuno ti disturba (soprattutto per le donne, si tratta di un’opzione importante).
Rimane ancora qualcosa da dire, forse, sulle voci dei cantanti d’opera: che sono costruite a quel modo perché l’amplificazione elettrica esiste solo da cent’anni, mentre il teatro si fa da quando esiste l’uomo. Esistono tecniche (antichissime) per amplificare naturalmente il volume della voce: le studiavano (e le studiano ancora) oratori, preti dal pulpito, ambulanti del mercato, tutti quelli che avevano bisogno di farsi sentire ed ascoltare. E’ per questo che i cantanti d’opera fanno quelle voci che a tanti non piacciono, perché quella tecnica permette di amplificare naturalmente la voce. Ovviamente, con un microfono davanti cambia tutto: può piacere o meno, ma l’amplificazione elettrica è la negazione del teatro, l’annullamento di millenni di comunicazione attraverso la voce. E sono in tanti a non capirlo, ma come si fa a portare cinquantamila watt all’Arena di Verona, alla Scala, al teatro di Epidauro? Meglio starsene a casa, con un disco, e chiudere gli occhi: l’immaginazione è la miglior cosa, i migliori spettacoli sono quelli che abbiamo immaginato dentro di noi. E, sia ben chiaro, si intende: per chi ce l’ha, l’immaginazione.
Altri film d’opera che fin qui non ho nominato: un “Macbeth” verdiano del francese Claude D’anna con Leo Nucci e Shirley Verrett protagonisti (1988); i film di Jean Pierre Ponnelle, molto belli e ben fatti: per esempio una “Madama Butterfly” di Puccini con Mirella Freni e Placido Domingo (1974: Ponnelle è stato uno dei grandi registi d’opera negli anni ’70 e ’80), un film di Sordi degli anni ’50 tutto basato sul finale della “Traviata” (non mi ricordo mai il titolo), Kenneth Branagh e il recentissimo Flauto Magico che non mi è piaciuto per niente (l’avrebbero fatto meglio i Monty Python: la Regina della Notte arriva su un carrarmato), “Diva” di Beineix (1982, storia noir sul fan di una cantante d’opera), “Il maestro di musica” di Gerard Corbiau (1988, film piuttosto noioso dove però il protagonista è il basso belga Josè van Dam), Bruno Bozzetto e i finali a raffica in “Allegro non troppo” (1978, divertentissimo provare a riconoscerli tutti), Peter Brook e l’adattamento della “Carmen” di Bizet (1983, “La tragédie de Carmen”), “Carmen Jones” di Otto Preminger (1954), e molto altro ancora. Mi fermo qui, ma ricomincio fin da subito a raccogliere titoli e materiali.
Le immagini vengono tutte da “La regola del gioco” di Jean Renoir, anno 1939. (l’orso è Jean Renoir in persona, un omaggio dovuto).

1 commento:

Mat ha detto...

Hai messo un sacco di carne al fuoco, Giuliano caro, però ho cercato lo stesso di prendere qualche appunto (soprattutto nei riguardi di Giuseppe Verdi, al quale vorrei avvicinarmi in un prossimo futuro, dopo aver smaltito la sbornia jazz e soprattutto milesdavisiana che mi ha contagiato negli ultimi anni). ;)