giovedì 13 maggio 2010

E venne un uomo

E venne un uomo (1965) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi e da Vincenzo Labella. Basato sulle memorie di papa Giovanni XXIII e di monsignor Radini-Tedeschi. (“Il giornale dell’anima”, “Biografia di monsignor Radini-Tedeschi”, “Souvenirs d’un nounce”, pubblicati da Edizioni di Storia e Letteratura) Fotografia di Piero Portalupi. Musiche originali di Franco Potenza. Interpreti: Rod Steiger, Adolfo Celi, Romolo Valli (voce del mediatore), Pietro Germi (padre di Angelo), Rita Bertocchi (madre di Angelo), Antonio Bertocchi (zio Zaverio), Antonio Ruttigni (don Pietro), Ottone Candiani (il prete veneziano), altri attori non professionisti. Durata: 90 minuti.

La prima cosa da dire è che questo è un film molto bello, da manuale del cinema, da non perdere; la seconda è che, al di là delle questioni di tecnica cinematografica, si sente molto la mancanza di una figura come quella di papa Roncalli, e la visione di questo film così accurato e documentato accresce la nostalgia e la voglia di tornare ad ascoltare qualcuno che parli con quella voce, e che metta finalmente termine a questo periodo arido e senza speranza, ridando forza al messaggio evangelico, tornando a leggere il Vangelo.
Si inizia appunto, con brevi filmati di repertorio, raccontando lo stupore positivo che accompagnò l’elezione di papa Giovanni XXIII, il piacere di un sorriso aperto, di un parlare cordiale, in contrasto con la durezza e la distanza del papato precedente. Forse quando il film uscì questo aspetto della personalità di papa Giovanni, di cui era ancora vivissimo il ricordo, poteva sembrare scontato; di sicuro non è scontato oggi, nell’epoca in cui la Chiesa è rappresentata più dai Bossi e dai Borghezio che dal Vangelo, e in cui il Papa, sia pure ben intenzionato, è poco più di un uomo di curia.
La prima visita di papa Giovanni appena eletto è per i carcerati, cosa che oggi desterebbe la rabbia e lo stupore dei politici, come si è visto per le accuse recenti alla Caritas e al cardinale Tettamanzi, accusato addirittura, per il solo fatto di aver letto in pubblico brani del Vangelo contrari all’opinione di qualche politico locale, di non essere più cattolico. Quindi uno scandalo, ma in positivo e nel segno di Cristo, contro i “farisei” .

Olmi ci mostra Papa Roncalli, nei primi giorni del suo pontificato, mentre esce dal Vaticano in treno: c’è una stazione ferroviaria in Vaticano ma non si usava da tempo immemorabile. Il viaggio dura un solo giorno, ma il messaggio è comunque chiaro: uscire, dare aria, camminare, ascoltare il mondo che c’è di fuori, viverci in mezzo.
Il film ha alcuni aspetti del “santino” e dell’agiografia, ed era inevitabile vista la committenza e il pubblico a cui sarebbe arrivato, che questo voleva e vuole; ma Olmi se ne distacca appena può e prende una strada molto personale e più bella. Dopo i dieci minuti di prologo, con immagini di repertorio, Olmi inizia il film vero e proprio con idee chiare, chiarissime: è una vera dichiarazione programmatica del suo modo di fare cinema, perciò la riporto integralmente:
« ... proprio per l’amore e il rispetto che proviamo per papa Giovanni, sarebbe stato assurdo tentare di rievocarne la figura truccando il nostro attore così da renderlo a lui somigliante nell’aspetto fisico e nelle vesti. Rod Steiger resterà perciò se stesso per tutta la durata del film, senza mutare d’abito: sia quando da principio sarà spettatore della storia dell’infanzia, sia quando, più tardi, si farà mediatore del personaggio di Angelo Giuseppe Roncalli e ne ripeterà le parole autentiche e perfino i gesti e le azioni.»
E’ il caso di far notare chi è l’attore protagonista: Rod Steiger, il futuro messicano di “Giù la testa” di Sergio Leone, già famoso in questo inizio di anni ‘60 per ruoli di duro e di gangster. Un altro famosissimo “cattivo” del cinema, Adolfo Celi, sarà monsignor Radini-Tedeschi, vescovo di Bergamo; la voce del mediatore (cioè di Rod Steiger nelle vesti di papa Giovanni) è quella magnifica di Romolo Valli.
Finita la musica sacra, un’esecuzione un po’ stucchevole e di maniera che non rende giustizia alla bellezza dei brani, è un bel sax ad accompagnare l’arrivo di Steiger a Sotto il Monte, provincia di Bergamo, paese natale del papa. Qui vediamo i titoli di testa, undici minuti dopo l’inizio del film.

Con la nascita del bambino e il suo battesimo, due pagine di grandissimo cinema, siamo già ben dentro a “L’albero degli zoccoli”: ma quel bambino non è papa Giovanni, non può esserlo. Come spiega ancora Olmi (voce fuori campo): « Queste stesse cose, in questi stessi luoghi, accaddero molti anni fa, il 25 novembre 1881, quando fu battezzato Angelo Giuseppe Roncalli. I veri protagonisti di questa storia sono ormai quasi tutti scomparsi; rimangono a testimonianza le cose, gli oggetti, i muri, questa chiesa, questo fonte battesimale (...)»
Nel fare un film biografico su un personaggio noto, Olmi vince là dove cascano la maggior parte dei registi “normali”: la scelta delle facce, dei corpi, dei luoghi. Oggi per queste cose ci si affida al “casting”, ma nessun attore di professione potrà mai rendere questi gesti e queste espressioni, nessun bambino portato da genitori ambiziosi avrà l’espressione di questi bambini veri, scelti ad uno ad uno per la loro verità. Virtù che hanno ed avevano altri grandi, come Herzog, come De Sica... I sorrisi e i volti dei film di Olmi non si vedono in nessun altro film, e le ragazze dei film di Olmi (nessuna è diventata famosa) sono le più belle del cinema italiano.

Il film di Olmi ha anche un altro grande pregio, quello di informarci sulla bellissima figura di monsignor Radini-Tedeschi, che fu vescovo di Bergamo: a lui venne affidato come segretario il giovane Roncalli, appena nominato come sacerdote. La diocesi di Bergamo è molto grande e c’è molto da camminare...
Nel 1909 le fabbriche di Ranica, nel bergamasco, sono in sciopero: ed è uno sciopero durissimo, nel corso del quale il vescovo sovvenziona generosamente gli operai in sciopero. Questo gesto di Radini-Tedeschi provocherà dure reazioni in Vaticano; il vescovo si difenderà così:
« Noi siamo tutt’altro che amici di qualunque sciopero, ma quando non ci fosse altro mezzo per ricondurre la pace e fosse apertamente violata la giustizia o alcuno dei sacri diritti della coscienza cristiana, almeno rivendichiamo il nostro diritto di dire la verità a tutti, e di chiamare legittimo lo sciopero e di aiutare chiunque combatta per ricomporre quell’ordine sociale di cui si avvantaggiano insieme i ricchi e i poveri, i padroni e i lavoratori.»
Nella sequenza successiva, il vescovo è a passeggio con don Roncalli: e il discorso continua:
«Del resto, sarebbe stato ben doloroso se si fosse pensato di fare diversamente, quasi che Gesù Cristo non fosse venuto e non avesse mandato i suoi apostoli ad evangelizzare specialmente i poveri, quasi che la Chiesa insegnasse ai suoi vescovi a sposare la causa di chi opprime perché è ricco e potente e a trascurare e a non volgersi di preferenza ai diseredati, ai deboli e agli oppressi. Certa gente non ha ancora capito, e purtroppo difficilmente comprenderà, che la Chiesa, pronta al rispetto e al vero amore per tutti gli uomini, non vuole essere la serva di nessun partito, di nessun pregiudizio.»
Metto qui sotto una foto del vero Radini-Tedeschi, presa da Wikipedia: come si vede, è diversissimo da Adolfo Celi. Accanto al vescovo, ben riconoscibile, c’è proprio don Roncalli: e qui qualche somiglianza con Rod Steiger, ad essere sinceri, c’è.
Dal 1925 don Roncalli è in Bulgaria, paese cristiano ortodosso con pochi cattolici, e chiese spesso isolate in montagna in paesi raggiungibili con molta difficoltà, spesso a dorso di mulo. Insomma, anche qui c’è molto da camminare: ma il futuro papa non si fa certo pregare, se c’è da camminare.
Dopo dieci anni in Bulgaria, Roncalli viene mandato a fare il nunzio apostolico in Turchia e Grecia, con sede a Istanbul: altri due paesi dove i cattolici sono una minoranza. La Turchia è quella del presidente Ataturk, rivolta all’Occidente, dove vengono vietati i simboli religiosi esteriori (il velo islamico, ma anche il Crocifisso) e dove il giorno di festa ufficiale non è più il venerdì islamico ma la domenica. Le parole di Angelo Roncalli sono di rispetto per i riti locali, e di condanna per il nazionalismo e per le divisioni all’interno della Chiesa. Tutto questo, e il dialogo con i cristiani ortodossi e con i musulmani, crea molti problemi in Vaticano per don Roncalli. Ne esce l’immagine, molto più vera di quella dei soliti santini, di un papa Giovanni XXIII colto ed aperto, in contrasto con il mondo chiuso e provinciale della curia romana. Il mondo cattolico non è solo quello di casa nostra, come molti credono; questo fu l’errore anche di papa Woytila, al quale il vescovo brasiliano Helder Camara ebbe a dire “Santità, il mondo non è una grande Polonia”. Se i problemi messi sul tavolo da Camara e da altri vescovi sudamericani fossero stati presi in considerazione, oggi la Chiesa avrebbe già affrontato e forse superato molti dei problemi che affiorano in questi giorni, dalla carenza di vocazioni fino alla pedofilia, alle chiese deserte, alle tentazioni del nazionalismo più bieco, uno dei peccati più gravi secondo Angelo Roncalli: «...l’amor patrio, che è legittimo e può diventare santo, non deve mai degenerare in nazionalismo. Oggi il mondo è intossicato di nazionalismo malsano, sulla base di razza e sangue, di contraddizione con il Vangelo. Gesù morì per tutti, senza distinzione alcuna.»

Olmi ci fa ascoltare queste parole di papa Giovanni XXIII scritte negli anni ’30, mentre vediamo scorrere immagini di cinegiornali d’epoca e vediamo il futuro papa mentre ascolta la radio, alle prese con i discorsi del duce: «... si è preteso e si pretende da qualcuno che Dio debba preservare tale o talaltra nazione o dare ad essa l’invulnerabilità o la vittoria in vista dei giusti che in essa vivono e del bene che pur vi si compie...Si dimentica che, se Dio ha fatto in qualche modo le nazioni, ha lasciato però la costituzione degli Stati alla libera disposizione degli uomini. A tutti indistintamente ha dettato le leggi della civile convivenza, e il Vangelo ne è il codice. A misura che questa Legge viene violata, si applicano automaticamente le sanzioni, che sono terribili e inesorabili. Nessuno Stato vi sfugge: a ciascuno la sua ora.»

La Turchia rimase fuori dalla seconda guerra mondiale, la Grecia no. Il futuro papa, da Istanbul, si fa mediatore per aiutare la popolazione della Grecia, sottoposta ad un durissimo blocco navale e ridotta alla fame; con la sua simpatia e bonomia personale riesce a trovare appoggi nel console tedesco e a Roma, e le navi con i rifornimenti alimentari possono arrivare ad Atene.
Nel dopoguerra, Roncalli viene mandato a Parigi: lui dice che è troppo, che non è adatto, ma obbedisce e si mette al lavoro: “se mancano i cavalli trotteranno gli asini, come diceva se non ricordo male Merlin Cocai...”. Per la Chiesa di Roma, dopo Pétain e Vichy, e la collaborazione con i nazisti, sono momenti difficili; i preti e i vescovi sono visti con sospetto e diffidenza più che giustificate. Ma Roncalli fa un buon lavoro, e quando lascia Parigi, ormai anziano, è amato e rispettato. Gli ultimi anni di Roncalli, nominato cardinale, sono a Venezia: vescovo di Venezia, anzi Patriarca. Il resto è storia: l’elezione a Papa, il rinascere della simpatia per la Chiesa, l’ecumenismo, l’apertura, il dialogo e gli incontri con le altre religioni, il Concilio Vaticano II...
Sono seguiti anni bui, per la Chiesa. Di un raggio di luce, e di calore umano, avremmo un gran bisogno...

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