sabato 12 giugno 2010

Master and Commander

Master and commander: The far side of the world (2003) Regia di Peter Weir. Sceneggiatura di Peter Weir e John Collee , tratta dal ciclo di romanzi di Patrick O’Brian. Fotografia: Russell Boyd. Musica: Johann S. Bach, Boccherini, Mozart, Corelli, Vaughan Williams, musiche tradizionali inglesi e scozzesi. Musiche originali di Iva Davies, Chris Gordon, Richard Tognetti. Con Russell Crowe (Captain Jack Aubrey) , Paul Bettany (Doctor Stephen Maturin), James D’Arcy, Edward Woodall, e altri. Durata: 138 minuti

Guardando "Master and Commander", l'ultimo film di Peter Weir fino ad oggi, mi sono trovato a chiedermi che cosa avesse attratto Weir a questo soggetto. La prima risposta è facile: ogni tanto bisogna fare cassetta, altrimenti non ti fanno più fare film. La seconda risposta è ancora più facile: una bella vacanza in mezzo al mare, in posti meravigliosi e in giro per il mondo.
Il soggetto è tratto da un ciclo di romanzi marinareschi di Patrick O’Brian (1914-2000, irlandese), che pare che sia molto famoso nei paesi di lingua inglese, romanzi d’avventura e di mare. Il protagonista del ciclo è il Capitano Jack Aubrey, e siamo al tempo delle guerre napoleoniche, il possesso dei mari e delle colonie d’oltreoceano in una continua guerra tra inglesi e francesi. Scene e costumi (e le navi) sono molto simili a quelle che abbiamo visto in tanti film, primo fra tutti “L’ammutinamento del Bounty” con Marlon Brando e Charles Laughton; ma nessun marinaio o ufficiale dotato di buon senso si ribellerebbe mai al Capitano Aubrey.
Jack Aubrey, “padrone (signore) e comandante”, oppure “maestro e comandante” (in Italia il titolo non è stato tradotto), oltre ad essere severo e valoroso è anche un uomo di cultura, e tiene sempre in gran conto il suo equipaggio, evitando di sottoporlo a rischi non necessari e sapendo bene quanto valgono i suoi uomini.
Russell Crowe si trova davanti un personaggio tutto sommato semplice da interpretare, ci dà dentro, si diverte e piace molto. Forse la cosa più difficile per lui sarà stata l’imparare a suonare almeno un po’ il violino: fa parte del personaggio e Weir è sempre molto esigente anche nei dettagli.
Non ho mai letto niente di Patrick O’Brian, ho visto che i romanzi sono molti e capisco bene che Peter Weir ne sia appassionato. Qui si racconta di un misterioso vascello francese, molto avanzato tecnicamente rispetto agli altri velieri dell’epoca e molto più veloce e imprevedibile; delle navi inglesi che ha distrutto e della caccia attenta che gli darà il Capitano Aubrey.
Le scene di battaglia e di navigazione sono meravigliose, spettacolari, e sembra di essere capitati in un film degli anni ’50, di quelli belli che non danno da pensare.
Ma poi, nel film, lentamente ma con fermezza, avanza la figura del medico di bordo, il dottor Stephen Maturin: è un bravo chirurgo e lo vediamo all’opera mentre risolve con spettacolare fermezza e ottima riuscita casi impervi (trapana la testa di un marinaio ferito, lo salva da morte sicura e poi chiude la ferita con una moneta; viene ferito all’addome e si opera da solo, guardando in uno specchio tenuto fermo da Aubrey). Ma è anche un musicista, e vediamo i suoi duetti (violino e violoncello) col capitano Aubrey, del quale è ottimo amico. Paul Bettany, che lo interpreta, diventerà famoso per l’albino del “Codice Da Vinci”: ma è in questo film, e anche in “Il destino di un cavaliere” (dove interpreta il poeta Chaucer, in un film curioso e molto divertente), che si vede che è un attore di grandissima qualità.
Il dottore è anche un naturalista, uno scienziato attento e curioso. Quando la nave del prode comandante inglese si ferma alle Galapagos, per permettere al medico le sue esplorazioni (ricordo che siamo ai primi dell'Ottocento, in piena epoca napoleonica) tutto diventa chiaro: Weir ci sta parlando di Darwin, e di come anche in situazioni estreme (la guerra, in questo caso) ci siano cose ignote che vale la pena di conoscere, e di esplorare. Mi dispiace di non poter mettere più foto del giro alle Galapagos del Dottore e dei suoi assistenti: Weir gli concede molto spazio ed è questo il vero cuore del film, ma in rete ci sono quasi solo le immagini delle navi e delle battaglie – com’era logico attendersi, del resto.
Charles Darwin fece il suo viaggio intorno al mondo a bordo del veliero “Beagle” nel 1831-1836, in qualità non di medico ma di naturalista: in quell’epoca il mondo era ancora in gran parte ignoto e c’era bisogno di qualcuno capace di osservare e descrivere le nuove specie e le nuove terre, cartografi e naturalisti in prima linea. O’Brian, che scrive nel Novecento, gioca molto sopra questo particolare, e fa esplorare le Galapagos al dottore almeno 30 anni prima del viaggio di Darwin. Per inciso, ricordo che Darwin alle Galapagos studiò soprattutto i fringuelli: è dai fringuelli delle Galapagos (meno colorati dei nostri, ma per il resto quasi identici) che parte la sua teoria dell’evoluzione delle specie e dell’adattamento.
Nelle musiche, una sfilata di capolavori: le Suites per violoncello di Bach, un Adagio di Corelli (dal Concerto grosso op.6 n.8), il Concerto per violino K316 di Mozart, la “Ritirata di Madrid” op.6 n.3 di Boccherini, e la “Fantasia su un tema di Thomas Tallis” di sir Ralph Vaughan-Williams (1872-1958), e naturalmente molte musiche e canzoni tradizionali inglesi, scozzesi e irlandesi (“Spanish Lady”, “O’Sullivan’s March”, “Raging Sea /Bonnie ship the diamond”, “Don’t forget ye old shipmates”).
Mi soffermo un attimo sulle musiche di Vaughan-Williams. Se guardate questo film e ascoltate una melodia lenta e meravigliosa, intensa, che forse vi sembra di conoscere, è sua. Se non conoscete sir Ralph, e la sua “Fantasia su un tema di Tallis”, vi siete persi qualcosa di bello nella vita ed è tempo di rimediare.
Ci sono molti personaggi nel film, e tra questi non possono non colpire i due giovanissimi ufficiali di bordo, quasi dei bambini, che fanno a tutti gli effetti parte dell’equipaggio. Uno di loro viene presto ferito, e perderà un braccio: anche questo fa parte della Storia, di quella Storia che non si racconta mai; ed è anche di questo che Peter Weir ci parla, così come aveva già fatto descrivendo la guerra in “Anni spezzati” e in “Un anno vissuto pericolosamente”.
« Non comincio un lavoro se non sono già convinto che quello che stiamo facendo sia speciale; però un film è sempre completamente imprevedibile...Ma, se fai un po’ di sforzo, puoi ottenere che certe cose vadano al loro posto. Con l’esperienza e la sensibilità di un regista come Peter Weir, è probabile che farai qualcosa di veramente speciale; però non so se qualcuno andrà davvero a vedere “Master and Commander”. Lo dico brutalmente. E’ troppo realistico. E’ implacabile e non perdona. Per molti aspetti, non c’è nulla in questa pellicola che riguardi il pubblico; riguarda il viaggio e l’avventura. Sono curioso di sapere se la gente vorrà vedere un film come questo.»
Russell Crowe, intervista da “L’Espresso” 27 novembre 2003

4 commenti:

Gegio ha detto...

Recensione della settimana!!! Recensione della settimana!!! Naturalmente i tuoi post sono sempre interessanti, ma a volte è difficile seguirti, specie se prendi E la nave va e gli dedichi 10 scritti.
Interrompo il mio digiuno dalla blogosfera e collaterali (se non per recensire i film), e ti inserisco nella mia pagina Facebook.
http://www.facebook.com/pages/A-Gegio-film/114712391784

Giuliano ha detto...

Thank you Gegio! io su Facebook non ci sono, però apprezzo molto. (A Peter Weir farei un monumento, forse si può dire che oggi è il più grande di tutti)(ma quanto durano le sue vacanze? beato lui!!!)
:-)

Ermione ha detto...

Non so come mai questo film non sia piaciuto al pubblico ed alla critica. In verità, senza essere un capolavoro, è un buonissimo film, con eccellenti attori, con un fascino forte e, talvolta, molto poetico. Ti ringrazio per varmi fatto conoscere questa splendida musica di Waughan-Williams: la sto ascoltando in sottofondo, è un brano dolcissimo e malinconico.

Giuliano ha detto...

Mah, mi sembra che sia andato piuttosto bene, al botteghino: ricordo che il cinema era pieno. Russell Crowe esprimeva legittimi dubbi prima dell'uscita del film, e l'ho riportato qui perché ha dato una definizione perfetta: e aggiungo che i grandi fanno i film per se stessi, e poi pensano al pubblico.
A me piaceva molto questa capacità dei grandi autori di spiazzarci, noi poveri mortali: ti aspetti questo, ma io sono già da un'altra parte...E un film così non se lo aspettava nessuno: chissà come sarà il prossimo! Imdb lo dà in lavorazione da un sacco di tempo...

Ci sono molti musicisti inglesi del 900 grandi, penso a Britten (le soirée musicales, per esempio: Rossini rivisitato) o ad Elgar, o Walton... Non sempre capolavori, ma sempre musica molto bella.