lunedì 9 marzo 2020

Galileo (Joseph Losey, 1975)


Galileo (Life of Galileo, 1975) Regia di Joseph Losey. Tratto dal testo teatrale di Bertolt Brecht, nella versione di Charles Laughton. Sceneggiatura di Barbara Bray e Joseph Losey. Fotografia di Michael Reed. Musiche di Hanns Eisler e di Richard Harley. Interpreti: Chaim Topol, Tom Conti, John Gielgud, Edward Fox, Colin Blakely, Michael Gough, Michael Lonsdale, Patrick Magee, Mary Larkin, e molti altri. Durata: 2h20'

Il "Galileo" di Joseph Losey è tratto da Brecht, nella versione di Charles Laughton che lo portò in teatro negli anni '50, con l'approvazione dell'autore. Lo stesso Losey aveva messo in scena il "Galileo" di Brecht, in teatro, prima di girare il film. Protagonista è Chaim Topol, reduce dal successo del musical "Il violinista sul tetto" del 1971. Topol secondo me è un po' troppo leggero per il personaggio, saltellante e sorridente, più adatto forse a un musical. Si impegna e non dispiace, ma non mi sento di dire che sia stata una scelta giusta: penso allo stesso Laughton, a Tino Buazzelli, magari a Timothy Spall...
 

Più che un Brecht, nel complesso, sembra un film di Zeffirelli, sia in negativo che in positivo: luci, colori, costumi, scenografie e attori e attrici sembrano uscire da "La bisbetica domata" o da "Romeo e Giulietta", compreso John Gielgud nel ruolo (breve e molto caricaturale) di un anziano cardinale. La figlia suora di Galileo non si limita ad essere una suora, come in Liliana Cavani, ma ha un costume scelto tra i più vistosi e ingombranti; potrebbe essere un dettaglio storico accurato, ma finisce per sembrare la caricatura di una suora cattolica vista da un protestante. Trovo pesantini anche i siparietti con il trio di bambini cantori: è vero che sono previsti da Brecht, ma anche per i tre piccoli geni del Flauto Magico di Mozart, ragionando su voci di bambini o ragazzi, ho visto fare di meglio.
 All'inizio si perde uno dei momenti più belli, il "tutto è cominciato dalle navi", ed è grave; finisce per prevalere sul testo Topol che si lava le ascelle, e anche se la scena è presa da Laughton e Brecht la approvò direi che si poteva fare di meglio. L'idea, spiegava Brecht, è di mostrare Galileo come dedito ai piaceri della vita, da qui anche il mangiare e bere in compagnia, e dunque Galileo intento a mangiare e ai piaceri terreni è sì in Brecht, ma qui si esagera un tantino.


Le musiche sono di Hanns Eisler e di Richard Harley, nel complesso non memorabili. Lo spettacolo di piazza, nel finale, dove si satireggia sulle teorie di Galileo, è anch'esso in Brecht ma i due cantanti (lui e lei) e la coreografia lo rendono piuttosto pesante invece di alleggerire (dura una ventina di minuti).
Tra gli attori, Tom Conti è Andrea Sarti da adulto, Patrick Magee è Bellarmino (Magee era il "padrone di casa" in Arancia Meccanica), John Gielgud e Edward Fox sono due cardinali, Michael Lonsdale è il cardinal Barberini (poi papa Urbano VIII) e molti altri che non conoscevo, compresa la Virginia di Mary Larkin.

Nel complesso, non è un brutto film ma il confronto con il "Galileo" di Liliana Cavani è impari; è vero che nel testo di Brecht non c'è Giordano Bruno e non c'è la scena dell'abiura, ma proprio per questo bisognava dare un taglio diverso, non un film così colorato e quasi leggero. Sempre a mio livello personale, ho provato un bel po' di delusione: da Losey mi aspettavo di meglio.
In particolare dal punto di vista visivo, costumi recitazioni e scenografie, ho trovato molti luoghi comuni sui cattolici che saranno piaciuti ai protestanti, come la scena della vestizione del Papa, ma che fanno sfigurare il film quando si pensa a cosa sono stati capaci di fare, in questo ambito storico, registi come Giuliano Montaldo, Liliana Cavani, Gianni Amelio. In particolare, si rimpiange la mancanza di attori del livello di Gian Maria Volonté (il Giordano Bruno di Montaldo), o di Giulio Brogi (il Tommaso Campanella di "La città del sole" di Gianni Amelio, anno 1970). Anche Cyril Cusack nel film di Liliana Cavani del 1968 aveva una sua consistenza, che non trovo nel "Galileo" di Losey. Su tutto, il rimpianto di non poter più vedere lo storico spettacolo del 1960 al Piccolo Teatro di Milano, regia di Giorgio Strehler e Tino Buazzelli come protagonista.

 

 
(le immagini sono tra le poche che ho trovato in rete,
ringrazio chi le ha rese disponibili)
 
 

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