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mercoledì 22 aprile 2020

L'idiota (Akira Kurosawa)


 
L'idiota (Hakuchi, 1951) Regia di Akira Kurosawa. Tratto dal romanzo di Fiodor Dostoevskij. Sceneggiatura di Eijiro Hisaita e Akira Kurosawa. Fotografia di Toshio Ubukata. Musica di Fumio Hayasaka, con inserti di Grieg e Musorgskij. Interpreti: Masayuki Mori (Kameda), Toshiro Mifune (Akama), Setsuko Hara (Taeko-Nastassia), Yoshiko Kuga (Ayako-Aglaia), Takashi Shimura (Ono-Epancin), Durata: 166 minuti

"L'idiota" di Kurosawa è il film immediatamente successivo a "Rashomon", e precede di poco "I sette samurai"; è tratto dal romanzo di Dostoevskij con sceneggiatura dello stesso Kurosawa e di Eijiro Hisaita. Nasce con un programma abizioso, nelle intenzioni di Kurosawa doveva durare più di quattro ore (265 minuti), l'edizione uscita nei cinema è comunque di poco inferiore alle tre ore (166 minuti). Nel suo libro autobiografico, Akira Kurosawa dedica pochissime righe a "L'idiota":
Dopo Rashomon feci un film da L'idiota di Dostoevskij (Hakuchi, 1951) per gli studi Shochiku. Questo Idiota costò molti soldi. Mi scontrai direttamente con i capi dello studio, e quando uscirono le recensioni mi sembrarono una fotocopia del parere dei produttori su di me. Erano tutte virulente. Sull'onda di quel disastro, la Daiei ritirò la sua offerta di fare un altro film con me. Quella gelida comunicazione mi arrivò nei teatri di posa di Chofu della Daiei, nei sobborghi di Tokyo. Uscii dal cancello completamente ebete (...) Arrivai a casa depresso; avevo sì e no la forza di aprire la porta. Ma ecco che arriva di corsa mia moglie. "Congratulazioni!". Non potei fare a meno di irritarmi. Chiesi: "per cosa?" "Rashomon ha vinto il primo premio!"  Rashomon aveva vinto il Leone d'Oro alla mostra internazionale del cinema di Venezia, e io non dovevo più mangiare il riso freddo. Una volta di più era comparso un angelo, sbucando da chissà dove. Io non sapevo nemmeno che Rashomon fosse stato presentato alla mostra del cinema. (...)
(da "Akira Kurosawa - L'ultimo samurai, quasi un'autobiografia" ed. Baldini Castoldi 1995, pag.244)

Nella riduzione di Kurosawa, l'azione è spostata nel Giappone dopo la fine della seconda guerra mondiale, cioè - per l'epoca - in tempo reale, dato che il film esce nel 1951. Il principe Myskin, protagonista del libro di Dostoevskij, diventa un soldato appena uscito da un ospedale militare americano; sul treno che lo porta a casa incontra il suo Rogozin, come nel libro, ma manca del tutto un equivalente di Lebedev. Myskin si chiama Kameda, e Rogozin diventa Akama; anche con i cambiamenti voluti per il film, i due personaggi rimangono quasi inalterati. Kurosawa però dà a Kameda-Myskin un dettaglio fondamentale nella biografia di Dostoevskij: la condanna a morte per fucilazione poi condonata all'ultimo istante. Lo shock di quei momenti provocò le prime gravi crisi epilettiche nello scrittore russo, e questo succede anche a Kameda nel film di Akira Kurosawa. Come nel romanzo originale, è l'epilessia a rendere il protagonista "come un idiota" che poi viene guarito e può tornare a una vita normale. Come nel romanzo originale, con una modifica non sostanziale, Kameda scoprirà di essere ricco: qui si tratta dell'eredità di una grande fattoria, perduta perché Kameda era stato dichiarato morto in guerra.

 
Nastassia Filippovna si chiama Taeko, ed è stata "comperata" quattordicenne da un ricco signore, che adesso le sta cercando un marito regalandole una ricca dote, ed è più o meno la situazione del libro, con la differenza che in Dostoevskij la giovane rimasta orfana viene allevata da Totskij come suo tutore. Totski si chiama Tohata, e Gania (Gavril Ardaljonovic) diventa Kayama.
Al suo arrivo, Kameda-Myskin viene accolto dalla famiglia Ono, che corrisponde abbastanza bene agli Epancin del libro, pur senza titoli militari o nobiliari. La figlia minore di Ono, che corrisponde all'Aglaia di Dostoevskij, si chiama Ayako.
Gli altri personaggi quasi scompaiono, tranne Kolia (Kaoru); si vede appena il padre ubriacone di Gania e di Kolia (nel libro, il generale Ivolghin). Il personaggio di Karube, con i baffetti alla Charlot, è a metà strada fra Lebedev e Ptitsin, ed è un personaggio del tutto secondario.
 
 
Kurosawa ambienta il suo "Idiota" nella neve e nel gelo, d'inverno, così come la pioggia in Rashomon, d'estate; significativa anche la festa sul ghiaccio, con Kolia-Kaoru pattinatore e messaggero, che prelude all'incontro sulla panchina tra Aglaia-Ayako e Kameda-Myskin, incontro quasi identico in Dostoevskij. Il vaso prezioso viene rotto dopo 35', per la festa compleanno di Nastassia-Taeko, invece che nel finale come è in Dostoevskij. Non c'è il "Cristo morto" di Hans Holbein, fondamentale in Dostoevskij, e mancano tutti i riferimenti al Cristianesimo, che in Giappone è una minoranza. Allo stesso modo, Rogozin-Akama e Myskin-Kameda non si scambiano le loro croci, ma un sasso e un amuleto; il sasso è stato raccolto da Kameda subito dopo la mancata fucilazione. Il trauma della fucilazione, come nella vera vita di Dostoevskij, è presente anche nell'incontro di Kameda con Taeko-Nastassia: Kameda rivede gli occhi di Nastassia in quelli di un condannato fucilato davanti a lui. Taeko e Kameda vivono i rispettivi traumi del loro passato: lei, venduta a quattordici anni, comperata da Totski-Tohata, lui portato a un passo dalla morte e graziato solo all'ultimo istante. Dopo la terribile scena tra Rogozin e Myskin, praticamente identica a quella di Dostoevskij anche nella riduzione del film, tranne che nella sua conclusione (qui muoiono entrambi), il finale è con Ayako-Aglaia e Kolia-Kaoru: lei piange e dice "che stupida sono stata, ero io l'idiota, non lui".
 
 
Gli attori: il protagonista è il samurai di Rashomon, Masayuki Mori, quasi irriconoscibile in due parti completamente diverse. Rogozin tocca a Toshiro Mifune, stranamente contenuto e molto diverso dal Gianmaria Volonté dell'edizione Rai 1959; Mifune era reduce dal ruolo del bandito di Rashomon. Le due donne protagoniste sono Setsuko Hara (Taeko-Nastassia) e Yoshiko Kuga (Ayako-Aglaia), entrambe molto brave e molto ben scelte. Takashi Shimura, attore tra i fedelissimi di Kurosawa, è Ono (Epancin), Eijiro Yanagi è Tohada.
Le musiche, firmate da Fumio Hayasaka, comprendono estratti dal "Peer Gynt" di Edvard Grieg, nella prima parte del film, e dalla "Notte sul Monte Calvo" di Modest Musorgskij per lo spettacolo sul ghiaccio.
E' un bel film, richiede molta pazienza ma si è ripagati.

 

venerdì 22 aprile 2011

Il trono di sangue ( I )

Il trono di sangue (KUMONOSU-JO, 1957) (t.l.: Il castello Kumonosu, cioè “il castello della tela di ragno”) Regia: Akira Kurosawa; sceneggiatura (dal Macbeth di Shakespeare): Shinobu Hashimoto, Ryuzo Kikushima, Hideo Oguni e Akira Kurosawa; fotografia: Asakazu Nakai; scenografia: Yoshiro Muraki e Kohei Ezaki; musica: Masaru Sato; montaggio:Akira Kurosawa; interpreti: Toshiro Mifune (Taketoki Washizu - Macbeth), Isuzu Yamada (Asaji, sua moglie - Lady Macbeth), Minoru Chiaki (Yoshiaki Miki, suo amico - Banquo), Akira Kubo (Yoshiteru, il figlio di Miki - Fleance), Takamaru Sasaki (Kuniharu Tsuzuki, il principe - Duncan), Yoichi Tachikawa (Kunimaru, il figlio di Tsuzuki - Malcolm), Takashi Shimura (Noriyasu Odagura, il capo dell'esercito liberatore - Siward), Chieko Naniwa (lo Spirito del bosco); produzione: Shojiro Motoki e Akira Kurosawa per la Toho; distribuzione: Toho; durata: 110'.

«Ammirate le rovine del castello delle illusioni, dove ancora si aggira lo spirito di chi, consumato dal desiderio, pagò il suo tributo al Trono di sangue: il sentiero dell’ambizione, senza via di scampo, conduce alla rovina.» (coro iniziale, fuori scena, dal film “Il trono di sangue” di Akira Kurosawa)
Il Macbeth di Shakespeare inizia con le streghe, che hanno grande presenza spettacolare e attirano subito l’attenzione dello spettatore. Un inizio da grande autore di teatro, che è stato rispettato nei loro adattamenti, in epoche e momenti diversi, sia da Giuseppe Verdi che da Orson Welles che da Roman Polanski. Kurosawa invece fa qualcosa di completamente diverso, riuscendo fin dall’inizio nell’impresa di essere fedelissimo a Shakespeare pur prendendosi parecchie libertà rispetto al testo originale. Con questo coro iniziale, fuori scena e avvolto nella nebbia, è proprio come se le streghe, o gli spiriti che le possiedono, si stessero rivolgendo direttamente a noi; lo stesso coro tornerà nel finale, con le identiche parole e le stesse immagini, a concludere la storia: «Ammirate le rovine del castello delle illusioni, dove ancora si aggira lo spirito di chi, consumato dal desiderio, pagò il suo tributo al Trono di sangue: il sentiero dell’ambizione, senza via di scampo, conduce alla rovina.»
Questo è l’inizio del Macbeth di Shakespeare:
ATTO PRIMO, SCENA PRIMA
Luogo aperto. Tuoni e lampi. Entrano tre Streghe.
PRIMA STREGA Quando c'incontreremo di nuovo, tutt'e tre, nel tuono, nel lampo o nella pioggia?
SECONDA STREGA Quando il tumulto e la confusione saranno cessati, quando la battaglia sarà perduta e vinta.
TERZA STREGA Questo avverrà prima che il sole tramonti.
PRIMA STREGA E in qual luogo?
SECONDA STREGA Sulla brughiera.
TERZA STREGA Per incontrarvi Macbeth.
PRIMA STREGA Vengo, Graymalkin.
TUTT'E TRE Paddock chiama. Veniamo subito! il bello è brutto, e il brutto è bello. Planiamo attraverso la nebbia e l’aria impura.
Exeunt.
(William Shakespeare, Macbeth, traduzione di Gabriele Baldini, edizione BUR-Rizzoli) (dalle note di Baldini: Graymalkin e Paddock sono due animali-totem delle streghe britanniche, rispettivamente un gatto grigio e un rospo).
Il film di Kurosawa inizia con la nebbia e con le rovine del Castello; e con una stele, un palo di legno dove tre ideogrammi dipinti ricordano quello che è successo. Sul dvd ufficiale, nell’edizione italiana, c’è un magnifico commento che ci spiega cosa sta facendo Kurosawa: siamo in pieno Teatro No, questa nebbia e questa assenza totale di persone servono per fare silenzio dentro di noi, e prepararci ad affrontare la storia. Che inizia subito, e che nella scena successiva è fedelissima a Shakespeare, pur nella sua trasposizione giapponese e nell’ambito del No, si comincia allo stesso modo: un guerriero corre trafelato dal Re e racconta l’esito della battaglia, dapprima incerta per il tradimento di uno dei fedelissimi e poi vincente per l’eroica reazione di Macbeth e di Banquo, che hanno combattuto con grande coraggio e incitato tutti a proseguire fino alla vittoria. E dunque il Re si prepara a ricevere Macbeth e Banquo con tutti gli onori.
Vale la pena di ricordare come iniziano gli altri Macbeth più famosi: in Verdi, c’è un breve preludio musicale che introduce subito lo spettatore nel clima giusto, e poi le streghe, divise in tre gruppi, intonano un breve coro giustamente rozzo e dal testo volutamente grottesco (versi di Francesco Maria Piave, anno 1847): «Che faceste, dite, su? Ho sgozzato un verro, e tu?... » al quale seguono immediatamente l’arrivo di Macbeth e di Banquo e la prima scena delle profezie. Giuseppe Verdi, come poi farà anche con l’Otello, salta tutti i preamboli e va diritto al cuore dell’azione.
Nel film di Orson Welles (1948) le streghe compiono un rito voodoo, creando e manipolando una statuetta d’argilla; nel film di Roman Polanski (1971) siamo su una spiaggia scozzese, in riva al mare, e le streghe seppelliscono un braccio umano: è il braccio che guiderà Macbeth nel compiere le sue azioni.
Akira Kurosawa sceglie di non mettere le streghe nel suo film: al loro posto, dentro il bosco incantato, mette un unico spirito. Uno spirito bianco, quasi silenzioso, impalpabile; ma di grande effetto.
(continua)

Il trono di sangue ( II )

Il trono di sangue (KUMONOSU-JO, 1957) (t.l.: Il castello Kumonosu, cioè “il castello della tela di ragno”) Regia: Akira Kurosawa; sceneggiatura (dal Macbeth di Shakespeare): Shinobu Hashimoto, Ryuzo Kikushima, Hideo Oguni e Akira Kurosawa; fotografia: Asakazu Nakai; scenografia: Yoshiro Muraki e Kohei Ezaki; musica: Masaru Sato; montaggio:Akira Kurosawa; interpreti: Toshiro Mifune (Taketoki Washizu - Macbeth), Isuzu Yamada (Asaji, sua moglie - Lady Macbeth), Minoru Chiaki (Yoshiaki Miki, suo amico - Banquo), Akira Kubo (Yoshiteru, il figlio di Miki - Fleance), Takamaru Sasaki (Kuniharu Tsuzuki, il principe - Duncan), Yoichi Tachikawa (Kunimaru, il figlio di Tsuzuki - Malcolm), Takashi Shimura (Noriyasu Odagura, il capo dell'esercito liberatore - Siward), Chieko Naniwa (lo Spirito del bosco); produzione: Shojiro Motoki e Akira Kurosawa per la Toho; distribuzione: Toho; durata: 110'.

Il castello Kumonosu , cioè “Il castello della tela di ragno” è il titolo originale del film, quello voluto da Kurosawa: il titolo italiano è molto bello, ma quando si è visto il film, e conoscendo il Macbeth di Shakespeare, su questo titolo bisogna ritornare.
La “tela di ragno” è il bosco vicino al castello: una foresta buia e intricata, dove i sentieri seguono un percorso labirintico che fa smarrire chi vi si inoltra; e si dice che sia abitato dagli spiriti. Il castello è il più grande e il più importante: guardando il film apprendiamo che è posto in un luogo strategico, più in alto di tutti; che è ben protetto dal bosco, ed è quasi inespugnabile. E’ la residenza del Re, che per Kurosawa diventa Sua Signoria (così viene tradotto in italiano) per poter meglio inserire la tragedia di Macbeth nella storia giapponese.
Il bosco incantato, abitato dagli spiriti, è posto subito al centro della narrazione: uno dei generali propone di attirarvi il nemico, che sembra vittorioso, per confonderlo e colpirlo. Ma si tratterebbe di una mossa disperata, il nemico è ormai alle porte. Giunge invece inaspettata la notizia della vittoria, gran merito della quale va ai generali Washiku e a Miki (corrispondenti a Macbeth e a Banquo) che hanno sbaragliato il nemico con il loro coraggio e la loro forza.
Kurosawa dà subito grande importanza ai luoghi. Prima il bosco, più avanti sarà la stanza insanguinata, a tratti sembra di assistere al Barbablu di Béla Bartok, o a Erwartung di Arnold Schoenberg. Il castello della ragnatela è vicino al bosco del labirinto, dove anche seguendo i sentieri ci si perde e si rischia di non uscire mai più: due simboli che diventano una sola cosa.
Fedeli alla narrazione di Shakespeare, dopo le prime due scene introduttive (le streghe, l’arrivo del messaggero al castello del Re) entriamo nell’azione vera e propria: l’incontro di Macbeth e di Banquo con le streghe. Vediamo Miki e Washiku (Banquo e Macbeth, Minoru Chiaki e Toshiro Mifune) a cavallo nel bosco, mentre stanno raggiungendo il Castello per essere premiati per il loro valore. Il bosco è un labirinto, i due si trovano a tornare sui loro passi; qui incontrano lo Spirito del bosco, uno spettro bianchissimo intento a filare, si direbbe a dipanare un bozzolo di seta, su un arcolaio. Questo spirito assomiglia molto al mito greco e romano delle Parche, “Moira una e trina”, tre dee figlie della Notte: Cloto regge la conocchia, Lachesi fila la lana, Atropo taglia il filo. Le tre Parche regolano il destino di ognuno di noi; il taglio del filo, da parte di Atropo, corrisponde alla morte.
Per l’esattezza, Parche è il nome romano e Moire è il nome greco; esiste un loro corrispondente nella mitologia nordica, le Norne, che anche Richard Wagner pose all’inizio del “Crepuscolo degli dèi” in una delle sue scene più grandi e impressionanti.
Qui lo spirito del bosco è uno solo, fa girare molto lentamente il suo arcolaio, e parla con voce sommessa e appena udibile; non sarà più così nella sua seconda apparizione.
In Shakespeare, le streghe sono intente a un’operazione non chiara, un lavoro indecifrabile: “un’opera senza nome”. Non richieste, danno delle profezie a Macbeth: lo salutano con i titoli di sire di Glamis, sire di Cawdor, e infine di Re di Scozia. Macbeth è il signore di Glamis, ma gli altri due titoli non gli appartengono. Banquo, incuriosito, chiede anche lui notizie sul suo futuro: le streghe gli rispondono che il suo destino sarà meno importante e meno felice di quello di Macbeth, ma che i suoi figli saranno re. Quando le streghe svaniscono, arriva un messaggero che saluta Macbeth come “signore di Cawdor”: Cawdor ha tradito il re ed è stato giustiziato, il re ha dato il suo feudo al valoroso Macbeth. Ecco dunque che la prima profezia si è avverata.
In Kurosawa la scena delle profezie, a parte la presenza dello spirito invece delle streghe, non è molto diversa da quello che si legge nel Macbeth. Vengono però tagliati i due personaggi di Ross e Angus, che portano la notizia delle decisioni del Re: in Shakespeare Macbeth e Banquo sono in una radura, non si sono persi nel bosco.
Al minuto 21 i due finalmente escono dal bosco labirintico, in vista del Castello: sono stanchissimi e si fermano per riposare. Ne nasce questo dialogo:
Miki: Sono stanco morto, ho solo voglia di fare una gran dormita.
Washizu: Io mi sento come mi fossi già addormentato, e stessi facendo il sogno più strano della mia vita.
Miki: Io credo che noi sogniamo le cose che desideriamo...quale è il samurai che in vita sua non ha mai sognato di essere il signore di un castello?
Washizu: Però lo spettro ha detto che il castello (lo indica) sarà di tuo figlio.
Miki: Sì, ma solo dopo che tu ne sarai stato il signore, ricordi? (ridono insieme)
Washizu: E prima ancora ha detto che io comanderò il castello Nord...
Miki: E che io diventerò il comandante del Forte n.1.
Washizu: (con un inchino) Mi congratulo!
Miki: (ricambiando l’inchino) Anch’io!
Ridono di cuore.
Miki: Eppure...
Washizu: Cosa stai pensando?
Miki: Quello che pensi tu. (pausa)
Washizu: Certo, se tra poco mi affidassero il Castello Nord... e se a te dessero il comando del Forte n.1...
Non ridono più; si alzano e guardano insieme verso il Castello.
Sognare ciò che si desidera veramente, "abbiamo sognato ciò che desideravamo" è una frase che mi ha fatto pensare a “Stalker” di Tarkovskij, e che si adatta benissimo al Macbeth e alla profezia delle streghe. Nel film di Tarkovskij, c’è una stanza segreta dove si avverano i nostri desideri: ma noi non sappiamo quale sia il nostro vero desiderio, il desiderio più profondo. Vi si racconta che uno stalker arrivò nella Stanza, espresse il desiderio di veder tornare salvo suo fratello, e si ritrovò invece ricchissimo: era infatti questo il suo desiderio vero, il più intimo e profondo, e la Stanza lo aveva esaudito. Una rivelazione di sè alla quale lo stalker non riesce a reggere, quando verrà a sapere che il fratello è morto.
In Shakespeare questa frase non c’è, in questo punto: ce ne sono però altre importanti. Nel finale della scena III, Macbeth cerca di far dire qualcosa di più alle streghe, ma le Streghe scompaiono così come sono venute, lasciando costernati i due protagonisti.
BANQUO: La terra, come l'acqua, ha anch'essa le sue bolle d'aria: e tali sono queste. Dove sono svanite?
MACBETH: Nell'aria. Quel che sembrava corporeo si è dissolto come fiato al vento. Fossero, così, rimaste!
BANQUO: Le cose di cui parliamo erano esse medesime proprio qui, o forse abbiamo mangiato dell'insana radice che detiene prigioniera la ragione?
MACBETH: I tuoi figliuoli saranno re.
BANQUO: Tu sarai re.
MACBETH: Ed anche Thane di Cawdor. Non han detto, forse, così?
BANQUO: Tali furon le loro parole, e tale la musica. Ma chi viene là?
Entrano Ross e Angus, che danno notizie sulla battaglia.
ROSS: Il re, o Macbeth, ha ricevuto con gioia la notizia dei tuoi trionfi. E com'egli scruta nei rischi personali che hai corso nella lotta contro i ribelli, le sue meraviglie e le sue lodi contendon fra loro per stabilire quali debbano esser tue e quali sue. (...) Fitte come la grandine, venivano una dopo l'altra le staffette: ed ognuna ripeteva le tue lodi guadagnate in difesa del suo regno, e gliele rovesciava ai piedi. (...) il re m'ha incaricato di chiamarti, da parte sua, col nome di Thane di Cawdor, con il qual titolo io ti saluto, nobile Thane, poiché t'appartiene.
BANQUO: E che? può forse il demonio aprir bocca per dire la verità?
MACBETH: Il Thane di Cawdor vive: perché mi fai indossare vesti d'accatto?
ANGUS: Colui che era il Thane vive ancora; ma serba la propria vita, che pur merita di perdere, sotto il peso d'una ben grave sentenza. Io non so s'egli si sia alleato con la parte norvegese, ovvero se abbia prestato soccorsi segreti ai rivoltosi, o si sia macchiato d'entrambe queste colpe. Ma certo il tradimento capitale, provato e confessato da lui stesso, ha procurato la sua rovina.
MACBETH: [A parte.] Glamis, e Thane di Cawdor: il titolo più grande è ancora da venire. [A Ross e Angus.] Vi ringrazio per la pena che vi siete data. [A Banquo.] Non cominci a sperare anche tu che i tuoi figliuoli diventino re, quando coloro che diedero a me il titolo di Thane di Cawdor, non han promesso a te nulla da meno?
BANQUO: Una fiducia così piena nelle loro parole potrebbe infiammarti a voler la corona, oltre il titolo di Cawdor. Tutto questo è ben strano. Spesso, per favorirci il cammino verso la nostra stessa perdizione, gli strumenti delle tenebre ci dicono la verità, e ci seducono con innocenti trastulli al fine di tradirci nell'atto di abbandonarci a conseguenze più gravi. Cugini, ve ne prego, ascoltate una parola. [Si apparta con Angus e Ross.]
MACBETH [Viene avanti sulla scena.] Due verità son state dette, prologhi felici e forieri di quell'atto culminante che ha per tema l'impero!... vi ringrazio, signori... [Di nuovo, a parte.] Questa sollecitazione soprannaturale non può essere, a un tempo, e cattiva e buona. Ché se fosse cattiva, per qual ragione m'avrebbe dato garanzia di successo cominciando con l'annunziarmi una verità? e cioè ch'io son Thane di Cawdor. E se fosse buona, perché mai accoglierei un suggerimento la cui orrida immagine mi fa drizzare i capelli sul capo, e procura che il mio cuore, già saldo, prenda a battermi di contro alle costole in modo innaturale? L'orrore visibile ha meno presa sull'anima che un orrore immaginario. I miei pensieri, il cui delitto è ancor soltanto opera della fantasia, scuotono così il mio indivisibile regno d'uomo, che ogni funzione è soffocata dall'immaginazione, e per me non esiste nient'altro al di fuori di quel che non esiste.
BANQUO Vedete come il nostro compagno è assorto nel suo fantasticare.
MACBETH Se la mia sorte vuol ch'io diventi re, ebbene: la sorte può incoronarmi senza ch'io muova un dito.
BANQUO I nuovi onori piovuti su lui gli fan l'effetto di quelle vesti nuove che non s'adattano bene al corpo se non per l'uso.
MACBETH Accada quel che accada, i giorni cattivi passano come tutti gli altri.
BANQUO: Nobile Macbeth, aspettiamo, per partire, solo il tuo buon piacere.
MACBETH [A Ross e Angus.] Ch'io abbia il vostro perdono. La mia mente s'era perduta dietro a immagini dimenticate. Miei gentili signori, le pene che vi siete prese son registrate in quella pagina in cui posso leggerle quotidianamente. Andiamo incontro al re... [A Banquo.] Pensa a quanto ci è capitato, e più in là, come avremo avuto tutto il tempo necessario a meditar sull'accaduto, a cuore aperto ci scambieremo le nostre idee.
BANQUO Ben volentieri.
MACBETH Ma prima d'allora, sarà meglio tacerne... Andiamo, amici.
Exeunt.
(William Shakespeare, Macbeth, traduzione di Gabriele Baldini, edizione BUR-Rizzoli)
Al minuto 23 i due sono finalmente al Castello, davanti al loro Signore (in Kurosawa non c’è un Re del Giappone, per forza di cose) e vengono premiati proprio come diceva la profezia. La sequenza corrisponde abbastanza fedelmente alla scena IV dell’atto primo del Macbeth.
A questo punto invece rispetto al testo di Shakespeare c’è una grossa differenza, ma mi sembra di poter dire che è una differenza solo apparente: Kurosawa ha scelto di non basare la sua messa in scena sulle parole, ma sulle immagini; di conseguenza, può permettersi il lusso di tagliare uno dei momenti più grandi e più famosi del Macbeth, la scena della lettera.
Nella scena V del Macbeth, infatti, la moglie di Macbeth legge una lettera dove il marito le racconta i fatti appena successi; poi un messaggero le annunzia l’arrivo di Macbeth. La donna concepisce il suo piano: bisogna assecondare la profezia delle streghe, e se occorre agevolarne il compimento.
L’incontro successivo di Lady Macbeth con il marito, e tutta questa scena, sono uno dei più grandi momenti di tutto il teatro e di tutta la letteratura; in mano ad una grande attrice questa scena V dell’atto primo può diventare da leggenda, e fa venire i brividi quando si pensa a cosa ne ha tratto Giuseppe Verdi. Eppure tutto questo in Kurosawa non c’è: al minuto 25, lasciata la corte di Sua Signoria, entriamo nella quiete di una campagna piena di contadini al lavoro: è il nuovo castello di Washiku, quello che era del traditore condannato da Sua Signoria.
Al minuto 26, vediamo insieme Washizu e sua moglie; lei si chiama Asaji e appare qui per la prima volta. Non c’è la scena della lettera, Washizu le dice che è stato come un sogno, che è stanco della guerra e che adesso è contento di vivere in pace; lei invece lo spinge ad agire e gli insinua dei dubbi sulla lealtà di Sua Signoria e di Miki.
Il castello in cui abitano era di Fujimaki, il traditore; lì si è ucciso, e lì si dice che sia rimasto il suo sangue. Al minuto 35-37, dopo l’arrivo di Sua Signoria, vediamo la stanza dove si è ucciso, che è sempre rimasta chiusa: questa notte, invece, verrà preparata per Macbeth-Washizu e la sua signora. I due servitori chiamati per aprirla contemplano le pareti sporche di sangue: sangue che non si può lavar via, e che ogni volta ritorna.
(continua)

Il trono di sangue ( III )

Il trono di sangue (KUMONOSU-JO, 1957) (t.l.: Il castello Kumonosu, cioè “il castello della tela di ragno”) Regia: Akira Kurosawa; sceneggiatura (dal Macbeth di Shakespeare): Shinobu Hashimoto, Ryuzo Kikushima, Hideo Oguni e Akira Kurosawa; fotografia: Asakazu Nakai; scenografia: Yoshiro Muraki e Kohei Ezaki; musica: Masaru Sato; montaggio:Akira Kurosawa; interpreti: Toshiro Mifune (Taketoki Washizu - Macbeth), Isuzu Yamada (Asaji, sua moglie - Lady Macbeth), Minoru Chiaki (Yoshiaki Miki, suo amico - Banquo), Akira Kubo (Yoshiteru, il figlio di Miki - Fleance), Takamaru Sasaki (Kuniharu Tsuzuki, il principe - Duncan), Yoichi Tachikawa (Kunimaru, il figlio di Tsuzuki - Malcolm), Takashi Shimura (Noriyasu Odagura, il capo dell'esercito liberatore - Siward), Chieko Naniwa (lo Spirito del bosco); produzione: Shojiro Motoki e Akira Kurosawa per la Toho; distribuzione: Toho; durata: 110'.

Siamo così arrivati al momento più importante del Macbeth, uno dei più grandi e impressionanti di tutta la storia della letteratura: Lady Macbeth spinge il marito ad uccidere il Re, che è loro ospite per quella notte. In Shakespeare, il dialogo decisivo tra i due si svolge nella scena VI, che conclude il primo atto: Macbeth è indeciso, la moglie lo spinge all’azione.
Il secondo atto comincia con Banquo e suo figlio; il loro dialogo comincia con una frase famosa, che rispecchia un verso delle Scritture (l’originale dice “What is the night?”) :
ATTO SECONDO, SCENA PRIMA
Il castello. Entrano Banquo e suo figlio Fleance, che lo precede con una torcia.
BANQUO: A che punto è la notte, ragazzo?
FLEANCE La luna è tramontata. Non ho sentito l'orologio.
BANQUO Tramonta a mezzanotte.
FLEANCE Secondo me è più tardi, signor padre.
BANQUO Tieni, prendi la mia spada! Fanno economia, in cielo: hanno spento tutte le candele. Prendi anche questo. [Gli porge lo scudo, il mantello, ecc.] Un grande richiamo al sonno grava su me come se fosse piombo, eppure non ho voglia di dormire. O misericordiose potenze! Trattenete in me i maledetti pensieri cui la natura s'abbandona nell'ora del riposo. Dammi la spada! (Entrano Macbeth e un Servo con una torcia.) Chi va là?
MACBETH Un amico.
BANQUO Come? non sei ancora a riposare? Il re è andato a letto: s'è svagato in modo non comune, e ha fatto avere delle generose regalie ai tuoi servi. Con questo diamante, poi, manda a salutare tua moglie, chiamandola ospite gentilissima. E ha concluso la serata con sua infinita soddisfazione. (...)
(William Shakespeare, Macbeth, traduzione di Gabriele Baldini, edizione BUR-Rizzoli)
In Kurosawa, a questo punto, Banquo non c’è: è nel suo castello, il Forte n.1, e lo troveremo la mattina dopo, quando il Re (Sua Signoria, secondo Kurosawa) sarà già morto. Questo dialogo tra Macbeth e Banquo, all’inizio del secondo atto, prosegue con nuove riflessioni sulla profezia delle streghe; sarà in parte recuperato da Kurosawa più avanti.
Quando Banquo e Fleance (suo figlio) salutano Macbeth e lo lasciano solo, comincia la grande scena notturna che porta all’omicidio del Re: il finale della scena I e tutta la scena II, che non riassumo perché va letta per intero. In alternativa, si possono ascoltare Piero Cappuccilli e Shirley Verrett nell’edizione del Macbeth di Verdi diretto da Claudio Abbado: un’interpretazione esemplare, che culmina in un finale d’atto da brividi. Ma qui, in Shakespeare, alla scena drammatica e cupa segue un intermezzo leggero: la scena III dell’atto secondo, in cui il portinaio del Castello viene svegliato dal battere alla porta, e si lamenta di essere stato svegliato a quell’ora. Un breve pezzo comico, per spezzare la tensione fra due momenti così impegnativi. Il portinaio apre a Macduff e a Lennox, che scopriranno i cadaveri e daranno l’allarme.
La scena IV, che chiude il secondo atto, vede Ross discutere con un vecchio: è il vecchio (Ross lo chiama “good father”) a parlare dei presagi legati al volo degli uccelli, un falco ucciso da un gufo; Ross aggiunge ai cattivi presagi che hanno preceduto questa notte d’orrore l’agitazione e l’aggressività dei cavalli del Re Duncan: elementi che verranno ripresi da Kurosawa nelle sequenze successive. L’atto si chiude con l’incontro fra Ross e Macduff: i due decidono di fuggire, certi del fatto che Macbeth cercherà di far cadere su di loro la colpa dell’assassinio del Re.
Tutto quello che in Shakespeare è parola, in Kurosawa diventa immagine, gestualità, recitazione. Impossibile descrivere a parole questa scena, in cui Toshiro Mifune e Isuzu Yamada toccano vertici quasi irraggiungibili per un attore. Può lasciare perplessi noi europei il trucco sul volto di Isuzu Yamada: ma, come spiega con molta chiarezza il commento sul dvd ufficiale (da vedere assolutamente) si tratta di una maschera del teatro No, ben riconoscibile dagli spettatori giapponesi. Ad un’altra maschera del No è ispirata la recitazione di Toshiro Mifune, e tutto il film è basato sul Teatro No: ma questo è un discorso che sarebbe troppo complicato per me, e anche molto difficile da spiegare a parole.
Mi limito a segnalare alcuni momenti dell’azione, come i lamenti dei corvi durante il dialogo tra la Lady e Washizu; è una scena che si svolge in silenzio, tutta basata sugli sguardi e sui gesti. Al minuto 45 Washizu ha ucciso il re, le mani insanguinate, le dita serrate sulla lancia. Sua moglie gli apre le dita, prende la lancia, va a porla tra le mani dei soldati addormentati. Sarà poi lo stesso Washizu a gridare al tradimento; prima di lui aveva dato l’allarme la Lady. Vediamo poi Washizu uccidere il capo delle guardie.
La sequenza è completamente basata su Toshiro Mifune e su Isuzu Yamada, e mancano tutti gli altri personaggi presenti in Shakespeare per questa scena. Quindi manca la scena del portinaio, non c’è l’arrivo di Banquo, mancano il colloquio di Ross col vecchio e la decisione di fuggire con Macduff la apprenderemo solo più avanti. Miki (cioè Banquo) è rimasto nel suo castello e avrà una parte importante nella sequenza successiva.
C’è in realtà un terzo protagonista in questa scena, ed è la stanza in cui si svolge l’azione: la stanza dove si uccise il precedente padrone del Castello, il traditore. Una stanza che era sempre rimasta chiusa e che è stata fatta riaprire da Washizu-Macbeth per l’occasione, essendo molto vicina a dove viene ospitato il Re-Sua Signoria. La stanza ha le pareti ancora lorde di sangue: per quanto si sia provato a lavarle, quel sangue non è mai scomparso. Il film è in bianco e nero, ma il sangue sulle pareti (e poi sulle mani di Macbeth-Washizu) lo si vede lo stesso.
Subito dopo, di seguito, al minuto 47, siamo già sul campo di battaglia: il Principe, figlio di Sua Signoria, incolpato da Macbeth per l’omicidio del padre, sta combattendo a fianco di Noriyasu-Siward, contro Washizu; ha la peggio e fugge, cercando asilo nel castello di Miki, che però tiene chiuse le porte e non gli apre. Washizu si ferma e osserva da lontano gli eventi; Noriyasu e il principe fuggono nel bosco incantato. Washizu dà ordine di non inseguirli; dice inoltre che vuole sapere cosa farà Miki, prima di agire ancora. Miki gli manda a dire che aprirà le porte del castello solo alla salma del re ucciso.
Dal minuto 53 comincia la sequenza del trasporto del feretro di Sua Signoria, e Kurosawa insiste molto su questo funerale, dandogli un rilievo inaspettato. Il feretro è portato a spalle, non è propriamente un funerale ma è il trasporto della salma verso il castello di Miki. Al minuto 57 Miki apre la porte; dice a Washizu che lo appoggerà per la successione al Signore defunto. Al minuto 60 la bara è ancora in primo piano: l’intera sequenza è durata ben sette minuti.
(continua)

Il trono di sangue ( IV )

Il trono di sangue (KUMONOSU-JO, 1957) (t.l.: Il castello Kumonosu, cioè “il castello della tela di ragno”) Regia: Akira Kurosawa; sceneggiatura (dal Macbeth di Shakespeare): Shinobu Hashimoto, Ryuzo Kikushima, Hideo Oguni e Akira Kurosawa; fotografia: Asakazu Nakai; scenografia: Yoshiro Muraki e Kohei Ezaki; musica: Masaru Sato; montaggio:Akira Kurosawa; interpreti: Toshiro Mifune (Taketoki Washizu - Macbeth), Isuzu Yamada (Asaji, sua moglie - Lady Macbeth), Minoru Chiaki (Yoshiaki Miki, suo amico - Banquo), Akira Kubo (Yoshiteru, il figlio di Miki - Fleance), Takamaru Sasaki (Kuniharu Tsuzuki, il principe - Duncan), Yoichi Tachikawa (Kunimaru, il figlio di Tsuzuki - Malcolm), Takashi Shimura (Noriyasu Odagura, il capo dell'esercito liberatore - Siward), Chieko Naniwa (lo Spirito del bosco); produzione: Shojiro Motoki e Akira Kurosawa per la Toho; distribuzione: Toho; durata: 110'.

Al minuto 61 Washizu è al castello Nord, quello principale, con accanto sua moglie. Washizu è ora al posto di Sua Signoria. Sua moglie comincia a insinuargli dubbi su Miki; ma Washizu le comunica che si fida dell’amico, e che ha deciso di nominare il figlio di Miki come suo successore, il che gli garantirà fedeltà ancora maggiore. “Dunque hai lavorato per il figlio di Miki” conclude la Lady; e poi gli comunica di essere incinta.
Questa è forse la principale differenza rispetto a Shakespeare: la gravidanza della moglie di Macbeth è infatti un’invenzione originale di Kurosawa. Il bambino poi nascerà morto.
Al minuto 63 siamo nel castello di Miki: il suo cavallo bianco è imbizzarrito e non si riesce a calmarlo. E’ la prima volta che capita, ed è un brutto segno: Miki ne è molto colpito e ne parla a suo figlio, che non è un bambino come in Shakespeare ma un giovane già adulto. Miki parla con il figlio della profezia, e insieme discutono sulla proposta di Washizu: se così sarà, il ragazzo sarà il primo a diventare capo del clan senza aver sparso del sangue. Al minuto 63, però, vediamo tornare il cavallo bianco al castello, da solo.
In Shakespeare, siamo all’inizio del terzo atto: Macbeth è diventato Re di Scozia, e Banquo commenta, tra sè, che ora la profezia è compiuta, almeno per quanto riguarda Macbeth.
ATTO TERZO. SCENA PRIMA
Forres. Il palazzo. Entra Banquo.
BANQUO: Ora sei tutto quel che le fatidiche sorelle t'han promesso: sei re, sei Cawdor, sei Glamis! e temo che, per questo, abbia dovuto piegarti a qualche vilissima turpitudine. Eppure ti fu predetto che lo scettro non sarebbe stato trasmesso alla tua posterità. Ma che, all'incontro, proprio io sarei stato la radice e il padre di molti re. Se di loro ci viene alcuna verità - e su di te, o Macbeth, le loro profezie si son tradotte in un destino di splendore - ebbene, una volta che abbian dimostrate veritiere le cose che a te han profetato, non possono farsi oracoli ancor di me, ed accender la mia speranza? Ma zitto! è meglio tacere.
(William Shakespeare, Macbeth, traduzione di Gabriele Baldini, edizione BUR-Rizzoli)
A questo punto, entra Macbeth con la Lady e con tutto il seguito. Macbeth conversa con Banquo, che gli conferma la sua amicizia; ma poi, dopo averlo congedato, Macbeth riceve i sicari. L’assassinio di Banquo è già stato pianificato, e andrà a buon fine; però il figlio di Banquo riuscirà a fuggire e a rifugiarsi presso i rivali di Macbeth. Il dialogo di Macbeth con i due sicari manca totalmente nel film, ma in Shakespeare occupa molto spazio. La scena II del terzo atto prevede un dialogo fra Macbeth e la Lady; nella scena III vediamo i sicari appostati nel bosco, e la morte di Banquo. Nella scena IV, siamo a palazzo: Macbeth riceve i sicari e ha la certezza della morte di Banquo, ma viene anche a sapere che il figlio di Banquo si è salvato. Di seguito, la grande scena del banchetto, con l’apparizione dello spettro di Banquo.
Questo schema viene rispettato da Kurosawa, e la scena del banchetto è molto simile; l’unica differenza riguarda il sicario, che nel film è uno solo e che verrà alla fine ucciso da Washizu.
Il banchetto al castello di Washizu viene introdotto da un danzatore che racconta la storia di Fujimaki, il traditore giustiziato a cui Washizu deve l’inizio della sua carriera: ma Washizu, infuriato, ordina al danzatore di smettere di raccontare quella storia. Poi la scena prosegue come in Shakespeare, con l’apparizione dello spettro di Miki. Davanti alla reazione di Washizu, la Lady fa uscire tutti gli invitati; quando marito e moglie sono da soli, al minuto 72, arriva il sicario (un soldato) con la testa di Miki; ma il ragazzo gli è sfuggito, come in Shakespeare. Quindi, niente scena dei sicari e niente scena dell’omicidio di Banquo. Per questa colpa, il soldato viene ucciso da Washizu; nel morire, il soldato lo maledice.
Shakespeare finisce il terzo con le streghe (scena V, apparizione di Ecate) e poi al castello dei rivali di Macbeth, dove Lennox sta preparando la battaglia contro l’usurpatore.
(continua)