1.
L’intervistatore: Lei come ha scoperto la sua voglia di regia?
Federico Fellini: Allora, la voglia di regia...(ride) Può darsi che ci sia, la voglia di regia: ma io veramente non me la sono mai scoperta perché io pensavo di non essere affatto né votato né vocato. Non me la sono mai sentita, io non avevo nessuna voglia di fare il regista...
L’intervistatore (interrompendolo, incalzando): Per lei è stato facile o difficoltoso arrivare al “grande film”, il suo primo film...
Federico Fellini (con pazienza): Appunto, le stavo dicendo che tutto questo arrivò per l’avventatezza di un produttore che si chiamava Rovere, che trovandosi sul tavolino una sceneggiatura che io avevo scritto con Pinelli e che doveva venire diretta da Antonioni, avendo Antonioni all’ultimo momento rifiutato di dirigerla perché non gli piaceva, non gli era congeniale, e avendo io difeso accanitamente questa sceneggiatura, ma proprio per tentare di avere l’ultima rata che se no venivano (i creditori) a minacciarmi, il produttore allora mi ha detto: «Ma allora perché non lo fai tu?». Me l’ha detto con un tale tempismo, proprio mentre io dicevo che era il copione più bello del mondo, che raramente, eccetera, che io non sono stato pronto a dire “ma io che c’entro, io faccio lo sceneggiatore”.... (...) Non sapevo niente di tecnica, non sapevo il valore degli obiettivi... i primi operatori mi prendevano anche un po’ in giro. C’era Aldo Tonti, che era un buffoncello, spiritoso, che mi obbligava a guardare in un punto dove non si vedeva niente, una specie di manovella, sotto (mima il gesto, fa una specie di mirino con le dita di una mano e lo pone vicino all’occhio, ridendo). Io non avevo il coraggio di dire che non si vedeva niente, e continuavo a dire “mettiti un po’ più in basso”, queste cose qui. Invece era un bottone, quello: l’obiettivo era un po’ più sotto.
(Federico Fellini, da un’intervista filmata alla RAI negli anni ’80)
2.
L’intervistatore: Lei si trovò molto bene anche con Gregg Toland.
Orson Welles: Oh, sì. Sa, fu lui a venire da me. Non lo avevo richiesto io. Un giorno in ufficio mi dissero: "C'è un signore che si chiama Toland che vuole vederla". E naturalmente si trattava del miglior direttore della fotografia. Lui mi disse: "Vorrei fare il suo film". Io risposi: "Fantastico. Ma perché? Io non ne so nulla di cinema". "Proprio per questo", disse lui. "Perché penso che se la lasciano fare tutto da solo il più possibile, avremo un film che sarà davvero diverso. Sono stanco di lavorare con gente che ne sa fin troppo". Poi ci fu un momento di attrito durante la prima settimana di riprese - ma forse era la seconda settimana - quando qualcuno mi disse all'improvviso che non rientrava tra i compiti di un regista occuparsi di piazzare l'illuminazione. Fino a quel momento avevo disposto io tutte le luci con Toland che mi veniva dietro ad aggiustarle meglio, ripetendo: "Non lo dire a nessuno”, capisce? Quindi dovetti andare a scusarmi con lui. Un altro brutto momento fu quando non capivo i raccordi di direzione. Questo perché avevo imparato a fare film guardando Stagecoach (Ombre rosse, di John Ford) tutte le sere per un mese. Perché se vedete Ombre rosse, noterete che gli indiani attaccano da sinistra verso destra, e poi attaccano da destra verso sinistra. e così via. In altre parole, non si segue una direzione precisa, il film infrange ogni regola in proposito. E io lo vidi almeno quarantacinque volte. Così ovviamente quando mi dissero che in un'inquadratura di controcampo dovevo guardare la macchina da presa verso sinistra invece che verso destra io risposi: "No", perché mi trovavo in piedi di fronte... cose del genere, capisce? Così fermammo la lavorazione. E alle due del pomeriggio tornai a casa mia, dove Toland mi spiegò come funziona la cosa. Io gli dissi: "Dio, quante cose ci sono che non so", e lui rispose: "Niente che non possa insegnarti in tre ore". Ed è a questo che mi riferisco quando dico che ho imparato tutto in tre ore, una frase che è stata presa per un'affermazione superba e spocchiosa. Toland aveva l'idea che chiunque potesse imparare tutta la tecnica in tre ore. Quindi mi insegnò il cinema in tre ore. Tutto questo si può insegnare, il resto dipende dalle tue capacità.
(Orson Welles, intervista del 1982 alla BBC, a pag.264 del volume “It’s all true”, editore Minimum fax)
3.
L’intervistatore: Non aveva un rapporto intellettuale con il cinema?
Frank Capra: Più tecnico ed emotivo, che intellettuale. Amo la scienza e ci so fare. Che abbia scelto il mestiere sbagliato? Comunque, il mio approccio era molto naif. Non avevo seguito nessun regista e nessun sistema. Non ero andato a nessuna scuola. Lavoravo nel mio piccolo, con progetti a basso costo, sui 25 mila dollari. Il primo "colossal" è stato Orizzonte perduto, che costava due milioni di dollari. Ma era un'eccezione, in generale i miei film costavano poco e rendevano molto. E poi usavo la testa, applicavo la mia scienza, da ingegnere. (...) il mio approccio era diverso: io ero studente di ingegneria, avevo una formazione tecnica. Sono diventato regista per caso. C'è una ragione: sono stato costretto a lavorare perché ne avevo bisogno. E lavoravo per una piccola società, che veniva chiamata «a facoltà limitate» perché le risorse erano scarse e si lavorava con budget esigui. Ma questo lavorare con poco, e il rapporto con la gente, mi hanno fatto crescere. Vedi, se hai tutto, è facile. Ma se hai poco, è una lezione di vita. Nessuno dei miei film ha superato il budget previsto. Perché ero abituato al poco.
L’intervistatore: Insomma lei è come i suoi eroi, il John Doe venuto dal nulla... Si identifica con loro?
Frank Capra: Mi identifico con la gente che ho conosciuto nella mia esperienza. Ho conosciuto ricchissimi e poverissimi, ma ho avuto fiducia fede e amore per la gente. La amo. Un uomo può mutare qualcosa nel suo mondo e nei suoi limiti, può fare differenza. A me interessa la libera mente, libera di pensare e di creare.
(Frank Capra, intervista filmata del 1982, riportata all’inizio del volume del “Castoro Cinema” a lui dedicato)
Non sto qui a fare l’elenco dei premi, dell’ammirazione, e dei riconoscimenti (e degli incassi favolosi al botteghino) che sono stati ricevuti da Fellini, da Welles, da Capra. Mi limito però a pensare a questo, da semplice spettatore e appassionato: che nessuno dei tre ha frequentato scuole di cinema. Nemmeno Huston, Chaplin, Eastwood, sono mai andati a scuola di cinema. Stanley Kubrick era forse l’unico che ne sapeva qualcosa in partenza: a diciassette anni faceva già il fotografo. Oggi invece abbiamo le scuole di cinema e di sceneggiatura: col risultato che i film sono tutti uguali, che le sceneggiature sono prevedibili, che il pubblico medio è ormai di ragazzi molto giovani e di bambini. Beati loro, i bambini e gli adolescenti: a loro sembrerà nuovo tutto.
Per quanto riguarda me, mi converrà passare ai videogames. Dicono che ce ne sono di molto belli, che ci si appassiona.
PS: le nuove tecnologie sono facilissime, i costi sono irrisori, oggi basta pochissimo per mettersi a fare film. Il problema, casomai, è la distribuzione...
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lunedì 1 agosto 2011
lunedì 7 marzo 2011
Mr.Smith va a Washington
MR. SMITH GOES TO WASHINGTON (Mr. Smith va a Washington, 1939) Regia: Frank Capra. Sceneggiatura: Sidney Buchman, da un romanzo di Lewis R.Foster. Fotografia: Joseph Walker. Scenografia: Lionel Banks. Musica: Dimitri Tiomkin. Interpreti: James Stewart (Jefferson Smith), Jean Arthur (Clarissa Saunders), Claude Rains (senatore Paine), Edward Arnold (Taylor), Thomas Mitchell (Diz), Eugene Pallette (Chick McGann), Guy Kibbee (governatore Hopper), Harry Carey (presidente del Senato), Beulah Bondi (mamma Smith), Porter Hall (senatore Monroe), H.B.Warner (leader della maggioranza), Astrid Allwyn (Susan Paine), Ruth Donnelly (Emma Hopper), William Demarest (Bill Griffith), Grant Mitchell (senatore McPherson), H.V.Kaltenborn (speaker della radio), Jack Carson (Sweeney). Durata: 125'.
«Tutto il bene di questo mondo viene da degli sciocchi come te.»
(Saunders a Jeff, sotto il monumento a Lincoln, a 1h30’ dall’inizio)
Che cos’è la politica? E’ vero che la politica è una cosa sporca? A queste domande, e ad altre ancora, risponde con grande completezza Frank Capra; e lo fa con un bel film, molto piacevole nonostante la materia trattata. Non bisogna far caso alla data del film, 1939: il mondo della politica è rimasto quello, sono cambiate solo le cose esteriori, la tv, i telefonini, eccetera. Anche oggi, i mezzi di comunicazione sono in mano a poche persone; anche oggi, l’opinione pubblica si fa manipolare come se fosse ipnotizzata; anche oggi, i “piccoli” (nel film sono davvero dei bambini) che cercano di fare informazione corretta corrono gravi rischi.
L’unica licenza che Capra si permette rispetto alla realtà è nel lieto fine: inevitabile e necessario, perché “Mr. Smith” è una commedia, non un film di denuncia. Infatti, Capra segue la lezione dei grandi classici, quella che fu anche di Dickens: mostrare la realtà così come è, attraverso la storia di un singolo personaggio; divertendo il lettore, Dickens faceva anche un lavoro di denuncia sociale. In Dickens, è chiaro fin dall’inizio che le storie di Oliver Twist e di David Copperfield andranno a buon fine: ma, intanto, Dickens metteva al corrente anche i più distratti di quello che succedeva nelle strade e nelle case della grande città, proprio sotto ai loro occhi. La stessa cosa faceva Frank Capra negli anni ’30 e ’40, ed è ben strano che sia finito tra i luoghi comuni come “quello del lieto fine”: anche il suo film più famoso, “La vita è meravigliosa”, il film americano per eccellenza, quello che si trasmette in tv a Natale, è in realtà un film di denuncia.
Capra non era di sinistra, e nelle sue interviste parla malissimo dei comunisti (penso che intendesse l’URSS), ma gli anni in cui gira i suoi film sono quelli successivi alla grande crisi del 1929: e una persona che abbia un minimo di sensibilità non può girarsi dall’altra parte davanti a quello che succede sotto i suoi occhi. Capra aveva la possibilità di fare cinema, di comunicare: e lo ha fatto al meglio, coniugando l’impegno sociale (e anche la denuncia) con clamorosi successi commerciali.
Ci sono film che dovrebbe essere obbligatorio proiettare nelle scuole. Questo, e “Arriva John Doe”, spiegano tante di quelle cose su come funziona il mondo che non basterebbe un intero anno di lezioni. Alla profondità e all’attualità del contenuto va poi aggiunto il grande talento narrativo di Frank Capra: due ore abbondanti di film che passano in un baleno.
“John Doe” spiega così bene il mondo della stampa (e della tv, e di internet) che non ha bisogno né di aggiornamenti né di altre spiegazioni: una volta che lo si è visto, profondamente amaro anche nella sua amabilità, si è un po’ più preparati al mondo e al suo vero volto. La stessa cosa capita con “Mr. Smith”, che però entra direttamente nel mondo della politica, in Parlamento: e quindi è ancora più attuale e scottante, perché mostra che non basta dire “sono di sinistra” per essere onesti e al di sopra di ogni sospetto, così come non basta il battesimo o l’andare a Messa per dire di essere davvero cristiani. Questa vicenda del giovane ingenuo e idealista di provincia che, una volta giunto in Parlamento, scopre che l’uomo che era il suo punto di riferimento è in realtà un corrotto e un corruttore, non è affatto una storia leggera o d’altri tempi. Frank Capra passa per essere il poeta dei buoni sentimenti, ma sapeva scavare come pochi nella realtà, e mostrarla così come è. Anche “La vita è meravigliosa”, del resto, è tutto meno che un film sdolcinato: anche lì la corruzione e l’usura sono mostrate col loro vero volto, e se c’è il lieto fine, in Capra, è solo per esigenze di spettacolo, per non lasciarci troppo angosciati – tanto, ce ne accorgiamo subito di come va il mondo, è inutile star lì a renderci tristi anche al cinema. E poi, nel Novecento, non è che le cose siano andate sempre male: almeno in Europa qualche progresso lo avevamo pur fatto, ed anche questo non si può negare. Un po’ di merito per questi cambiamenti in meglio va sicuramente anche a Frank Capra e a quelli come lui (in Italia, penso in particolare a Vittorio De Sica e a Rossellini), che con il cinema hanno potuto arrivare anche dove non sono mai arrivati filosofi e romanzieri.
Oggi non esiste più il cinema come mezzo di comunicazione di massa, e tutto è diventato molto più difficile. Un film oggi si rivolge a un “target”, o magari a una “nicchia”: è il linguaggio dei pubblicitari, e già questo spiega tante cose. Al tempo di Capra, e fino a non molti anni fa, il cinema si rivolgeva invece a tutti; nemmeno la tv, nemmeno internet, possono fare oggi la stessa cosa.
Come in tutti i grandi film di Capra, gli interpreti sono meravigliosi. Qui c’è James Stewart in gran forma, e nel ruolo del deputato corrotto c’è il grande Claude Rains (l’attore che sposa Ingrid Bergman in “Notorious”, e l’ufficiale francese amico di Bogart in “Casablanca”). Protagonista femminile è Jean Arthur, che è molto brava (ma io avrei preferito Barbara Stanwyck). Reggono la scena alla grande i meravigliosi caratteristi del cinema americano di quegli anni: Thomas Mitchell, innanzitutto, e poi i cattivissimi Eugene Pallette ed Edward Arnold. Menzione speciale per il sorridente presidente del senato, interpretato da Harry Carey. La colonna sonora è dell’ottimo Dimitri Tiomkin, con l’inserzione di molte canzoni patriottiche americane: Star spangled banner, Johnny comes marchin’ home, Yankee doodle, John Brown, praticamente tutte.
L’unico appunto che mi sento di fare al film, rivedendolo, è sulla pratica del “filibustering”, cioè il tirare in lungo in Parlamento per non fare approvare una legge, che è la sua scena più famosa. Non perché la scena sia sbagliata, ma per l’uso che si è fatto di questa pratica anche da noi, in anni recenti, e che è servita anche per cause tutt’altro che nobili.
L’impegno di Mr.Smith, giovane senatore finito quasi per caso a Washington, è difendere la Costituzione: appena arriva nella grande città (è una delle scene più famose) corre al monumento a Lincoln, dove la Costituzione è scolpita nel marmo. Frank Capra ci mostra un patriottismo giusto, non la retorica militarista e fascista di casa nostra o di Reagan e dei Bush.
Guardando il film oggi, il paragone con la nostra attualità è quasi obbligato. Gli attacchi alla nostra Costituzione, che è anche più bella di quella USA, sono continui; ma non si vede in giro un Mr. Smith capace di difenderla veramente. Se c’è, non è di sicuro in Parlamento...Il paragone più corretto con quello che si vede nel film, il riferimento a Lincoln, è senza ombra di dubbio, più ancora del Risorgimento, il 25 aprile: e viene da chiedersi perché da noi si infanga tutto quello che c’è di bello nella nostra storia, e dal governo si esaltano invece le peggiori porcherie.
Capra ci mostra tutto, al di là della simpatia dei personaggi: la stampa completamente in mano al perfido Taylor, l’aggressione ai bambini che diffondono il piccolo giornale degli scout (pardon, “rangers”), e anche la gente idiota che si beve tutto e dà addosso agli onesti, inondando di telegrammi di condanna l’unica persona che invece dovrebbero sostenere.
All’inizio del film vengono ricordate le cause perse per cui combatteva il padre di Jeff: che fu ucciso per queste sue indagini, da avvocato. E va ancora ricordato che Jefferson, il nome del protagonista, viene da uno dei padri degli USA: Thomas Jefferson, eletto presidente nel 1800 e nel 1804, l’uomo che scrisse la Dichiarazione d’Indipendenza.
«Tutto il bene di questo mondo viene da degli sciocchi come te.»
(Saunders a Jeff, sotto il monumento a Lincoln, a 1h30’ dall’inizio)
Che cos’è la politica? E’ vero che la politica è una cosa sporca? A queste domande, e ad altre ancora, risponde con grande completezza Frank Capra; e lo fa con un bel film, molto piacevole nonostante la materia trattata. Non bisogna far caso alla data del film, 1939: il mondo della politica è rimasto quello, sono cambiate solo le cose esteriori, la tv, i telefonini, eccetera. Anche oggi, i mezzi di comunicazione sono in mano a poche persone; anche oggi, l’opinione pubblica si fa manipolare come se fosse ipnotizzata; anche oggi, i “piccoli” (nel film sono davvero dei bambini) che cercano di fare informazione corretta corrono gravi rischi.
L’unica licenza che Capra si permette rispetto alla realtà è nel lieto fine: inevitabile e necessario, perché “Mr. Smith” è una commedia, non un film di denuncia. Infatti, Capra segue la lezione dei grandi classici, quella che fu anche di Dickens: mostrare la realtà così come è, attraverso la storia di un singolo personaggio; divertendo il lettore, Dickens faceva anche un lavoro di denuncia sociale. In Dickens, è chiaro fin dall’inizio che le storie di Oliver Twist e di David Copperfield andranno a buon fine: ma, intanto, Dickens metteva al corrente anche i più distratti di quello che succedeva nelle strade e nelle case della grande città, proprio sotto ai loro occhi. La stessa cosa faceva Frank Capra negli anni ’30 e ’40, ed è ben strano che sia finito tra i luoghi comuni come “quello del lieto fine”: anche il suo film più famoso, “La vita è meravigliosa”, il film americano per eccellenza, quello che si trasmette in tv a Natale, è in realtà un film di denuncia.
Capra non era di sinistra, e nelle sue interviste parla malissimo dei comunisti (penso che intendesse l’URSS), ma gli anni in cui gira i suoi film sono quelli successivi alla grande crisi del 1929: e una persona che abbia un minimo di sensibilità non può girarsi dall’altra parte davanti a quello che succede sotto i suoi occhi. Capra aveva la possibilità di fare cinema, di comunicare: e lo ha fatto al meglio, coniugando l’impegno sociale (e anche la denuncia) con clamorosi successi commerciali.
Ci sono film che dovrebbe essere obbligatorio proiettare nelle scuole. Questo, e “Arriva John Doe”, spiegano tante di quelle cose su come funziona il mondo che non basterebbe un intero anno di lezioni. Alla profondità e all’attualità del contenuto va poi aggiunto il grande talento narrativo di Frank Capra: due ore abbondanti di film che passano in un baleno.
“John Doe” spiega così bene il mondo della stampa (e della tv, e di internet) che non ha bisogno né di aggiornamenti né di altre spiegazioni: una volta che lo si è visto, profondamente amaro anche nella sua amabilità, si è un po’ più preparati al mondo e al suo vero volto. La stessa cosa capita con “Mr. Smith”, che però entra direttamente nel mondo della politica, in Parlamento: e quindi è ancora più attuale e scottante, perché mostra che non basta dire “sono di sinistra” per essere onesti e al di sopra di ogni sospetto, così come non basta il battesimo o l’andare a Messa per dire di essere davvero cristiani. Questa vicenda del giovane ingenuo e idealista di provincia che, una volta giunto in Parlamento, scopre che l’uomo che era il suo punto di riferimento è in realtà un corrotto e un corruttore, non è affatto una storia leggera o d’altri tempi. Frank Capra passa per essere il poeta dei buoni sentimenti, ma sapeva scavare come pochi nella realtà, e mostrarla così come è. Anche “La vita è meravigliosa”, del resto, è tutto meno che un film sdolcinato: anche lì la corruzione e l’usura sono mostrate col loro vero volto, e se c’è il lieto fine, in Capra, è solo per esigenze di spettacolo, per non lasciarci troppo angosciati – tanto, ce ne accorgiamo subito di come va il mondo, è inutile star lì a renderci tristi anche al cinema. E poi, nel Novecento, non è che le cose siano andate sempre male: almeno in Europa qualche progresso lo avevamo pur fatto, ed anche questo non si può negare. Un po’ di merito per questi cambiamenti in meglio va sicuramente anche a Frank Capra e a quelli come lui (in Italia, penso in particolare a Vittorio De Sica e a Rossellini), che con il cinema hanno potuto arrivare anche dove non sono mai arrivati filosofi e romanzieri.
Oggi non esiste più il cinema come mezzo di comunicazione di massa, e tutto è diventato molto più difficile. Un film oggi si rivolge a un “target”, o magari a una “nicchia”: è il linguaggio dei pubblicitari, e già questo spiega tante cose. Al tempo di Capra, e fino a non molti anni fa, il cinema si rivolgeva invece a tutti; nemmeno la tv, nemmeno internet, possono fare oggi la stessa cosa.
Come in tutti i grandi film di Capra, gli interpreti sono meravigliosi. Qui c’è James Stewart in gran forma, e nel ruolo del deputato corrotto c’è il grande Claude Rains (l’attore che sposa Ingrid Bergman in “Notorious”, e l’ufficiale francese amico di Bogart in “Casablanca”). Protagonista femminile è Jean Arthur, che è molto brava (ma io avrei preferito Barbara Stanwyck). Reggono la scena alla grande i meravigliosi caratteristi del cinema americano di quegli anni: Thomas Mitchell, innanzitutto, e poi i cattivissimi Eugene Pallette ed Edward Arnold. Menzione speciale per il sorridente presidente del senato, interpretato da Harry Carey. La colonna sonora è dell’ottimo Dimitri Tiomkin, con l’inserzione di molte canzoni patriottiche americane: Star spangled banner, Johnny comes marchin’ home, Yankee doodle, John Brown, praticamente tutte.
L’unico appunto che mi sento di fare al film, rivedendolo, è sulla pratica del “filibustering”, cioè il tirare in lungo in Parlamento per non fare approvare una legge, che è la sua scena più famosa. Non perché la scena sia sbagliata, ma per l’uso che si è fatto di questa pratica anche da noi, in anni recenti, e che è servita anche per cause tutt’altro che nobili.
L’impegno di Mr.Smith, giovane senatore finito quasi per caso a Washington, è difendere la Costituzione: appena arriva nella grande città (è una delle scene più famose) corre al monumento a Lincoln, dove la Costituzione è scolpita nel marmo. Frank Capra ci mostra un patriottismo giusto, non la retorica militarista e fascista di casa nostra o di Reagan e dei Bush.
Guardando il film oggi, il paragone con la nostra attualità è quasi obbligato. Gli attacchi alla nostra Costituzione, che è anche più bella di quella USA, sono continui; ma non si vede in giro un Mr. Smith capace di difenderla veramente. Se c’è, non è di sicuro in Parlamento...Il paragone più corretto con quello che si vede nel film, il riferimento a Lincoln, è senza ombra di dubbio, più ancora del Risorgimento, il 25 aprile: e viene da chiedersi perché da noi si infanga tutto quello che c’è di bello nella nostra storia, e dal governo si esaltano invece le peggiori porcherie.
Capra ci mostra tutto, al di là della simpatia dei personaggi: la stampa completamente in mano al perfido Taylor, l’aggressione ai bambini che diffondono il piccolo giornale degli scout (pardon, “rangers”), e anche la gente idiota che si beve tutto e dà addosso agli onesti, inondando di telegrammi di condanna l’unica persona che invece dovrebbero sostenere.
All’inizio del film vengono ricordate le cause perse per cui combatteva il padre di Jeff: che fu ucciso per queste sue indagini, da avvocato. E va ancora ricordato che Jefferson, il nome del protagonista, viene da uno dei padri degli USA: Thomas Jefferson, eletto presidente nel 1800 e nel 1804, l’uomo che scrisse la Dichiarazione d’Indipendenza.
venerdì 31 dicembre 2010
Orizzonte perduto ( I )
LOST HORIZON (ORIZZONTE PERDUTO, 1937) Regia di Frank Capra. Tratto dal romanzo di James Hilton. Sceneggiatura di Robert Riskin. Fotografia: Joseph Walker (riprese aeree: Elmer Dyer); Scenografia: Stephen Goosson; montaggio: Gene Havlick, Gene Milford; costumi: Ernst Dryden; Musiche originali di Dimitri Tiomkin; i bambini cantano "Wiegenlied (Brahms), Op. 49, No. 4" e una canzone tradizionale cinese; Edward Everett Horton canta "Here we go gathering nuts in may" (canzone tradizionale per bambini)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
“Orizzonte perduto” e il mito di ShangriLa sono stati una mia grande passione fin da quand’ero bambino: e non solo per me, sia ben chiaro, perché è una storia che non può non colpire e toccare ognuno di noi nel profondo. Il film di Frank Capra passava spesso in tv, e anche nei cinema di terza visione, insieme a qualche remake recente ma poco riuscito; e sempre con ottimo successo.
Frank Capra ha il dono raro di saper raccontare. Non è una dote concessa a tutti, e parecchi registi e scrittori, anche importanti, da “raccontatori” non se la cavano molto bene. Capra sa raccontare una storia come pochi altri sono riusciti a fare, sa essere piacevole e leggero anche quando la situazione è drammatica, e c’è soprattutto una scena di questo film che rimane dentro, durissima e indimenticabile: è verso la fine, e riguarda la giovane russa in fuga da ShangriLa. Ma di più non scrivo, perché può darsi che qualcuno non abbia mai visto il film e non è giusto rovinare la visione.
Il film è tratto da un romanzo di James Hilton che ebbe grande successo negli anni ’30 e che fu subito tradotto in film. Il romanzo di Hilton non è da sottovalutare: è fuori catalogo da parecchi anni e io sono riuscito a leggerlo solo di recente, ed è stata una sorpresa in positivo – ma di questo parlerò più avanti. Per ora basterà dire che Capra e il suo sceneggiatore Riskin ne hanno tratto una versione ad uso cinematografico e spettacolare, ma abbastanza fedele e molto ben fatta, e che si sofferma – necessariamente, verrebbe da dire, dato che si tratta di un film hollywoodiano – più sul privato dei personaggi che sul messaggio pacifista di Hilton. Lo scrittore era passato attraverso gli orrori della Grande Guerra e non avrebbe voluto vederne un’altra, ma purtroppo nel 1937 era già in arrivo. Si può ancora aggiungere che, sempre sull’argomento della guerra e dell’orrore che ne rimane nei reduci, James Hilton ci ha lasciato un altro romanzo molto bello, “Prigionieri del passato”. Ma di questo parlerò nei prossimi post: per oggi mi soffermo un po’ sul mito di Shangri-La, che è l’argomento di “Orizzonte perduto”.
Prima dell’avvento di internet era difficile trovare notizie aggiornate e affidabili, non solo su ShangriLa ma un po’ su tutto; avevo comunque scoperto che questo mito esiste davvero, che il nome corretto è ShambaLa e che ci sono molte leggende, non solo in ambiente orientale, su un mondo sotterraneo molto più civile del nostro. La storia di Agarthi, per esempio: ma anche tutto il culto mitraico, gran parte della mitologia greca, Atlantide, eccetera.
Sono notizie rimaste per decenni nel mondo del favoloso e dell’esoterico: il Tibet e la regione himalayana furono terre inesplorate fino a quasi cent’anni fa; e le prime notizie sulla grande cultura indiana e buddista arrivano in Europa molto tardi, a partire da metà Ottocento (Richard Wagner ne fa ampio uso nel Parsifal, ed è uno dei primi a capirne il senso). Le prime notizie certe sul Tibet arrivarono da Pundit Nain Singh, che nel 1865 riuscì a varcarne i confini come spia dell’impero britannico, travestito da monaco buddhista. Il Pundit (o Pandit, secondo altre grafie) era in realtà induista di nascita, quindi il suo travestimento fu molto abile e durò per molti mesi; rischiava la vita, perché le norme tibetane sulle spie erano severissime, ma giunse fino a Lhasa e vi incontrò il Dalai Lama, che all’epoca era poco più che un bambino. La storia di Pundit Nain Singh, che ha un posto di grande rilievo nella National Geographic Society, è molto bella e avventurosa, ed è strano che nessuno vi abbia dedicato un film.
L’interesse britannico per il Tibet era considerevole, perché si trattava di zone di confine e di passaggio, così come per l’Afghanistan narrato da Kipling; temendo di farsi precedere dai russi, e basandosi sui rilievi fatti da Nain Singh, fu finanziata la spedizione del colonnello Francis Younghusband, che portò alla conquista di Lhasa e al controllo britannico del Tibet nel 1903-1904. La spedizione di Younghusband viene ricordata anche per il massacro dell’esercito tibetano, armato di archi e frecce: qualcosa di davvero spaventoso e tutt’altro che glorioso, così come è raccontato dalle cronache dell’epoca. Va detto che la storia del Tibet e dell’esplorazione di Younghusband non ha solo risvolti negativi, e pare che la responsabilità del massacro non sia da attribuirsi a lui ma al generale inglese che guidava l’esercito.
E’ da metà Ottocento, più o meno l’epoca vittoriana, che da noi arrivano le prime traduzioni dei testi sacri induisti e buddisti, e orientali in genere: compresa la traduzione delle Mille e Una Notte fatta dall’esploratore Richard Burton. Negli stessi anni in cui viene girato il film, 1937, si svolge un’importante spedizione italiana, guidata dall’orientalista Giuseppe Tucci e con il giovane Fosco Maraini a fare da fotografo ufficiale: le foto di Maraini del Tibet nel 1937, e in spedizioni seguenti, sono bellissime e sono state più volte ripubblicate.
Questo è ciò che riporta wikipedia su Shangri-La (il nome fittizio scelto da James Hilton) e su Shamba-La (il nome vero corrispondente al mito originario):
da www.wikipedia.it_
Shangri-La è il nome di un luogo immaginario descritto nel romanzo Orizzonte perduto, scritto da James Hilton nel 1933. L'idea giunse a James Hilton dalle letture delle memorie dei gesuiti che avevano soggiornato in Tibet e che erano venuti a conoscenza delle tradizioni legate al Kalachakra Tantra in cui si descrive un mitico regno di Shambhala. Nel romanzo di Hilton si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedevano meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si era quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La era organizzato come una comunità lama perfetta, professante però, non il buddhismo ma il Cristianesimo nestoriano. Dalla comunità erano bandite, non a norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e via discorrendo), facendone un eden materiale e spirituale in cui l'occupazione degli abitanti era quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte. Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto.
L'onda orientalista dell'Occidente fu ispirata dal mito, e così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo da gruppi musicali e teosofi, ma anche da molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America. Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio tibetano di Diqing. Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, sostengono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La.
Nel libro, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come "Aksai Chin", comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Soda Plains, quindi una regione tra le più inospitali del pianeta e delle meno abitate, presso l'attuale confine indo-cinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m. Nel 2001 il governo cinese ha dichiarato Zhongdian, nella regione di Yunnan, che confina col Tibet, la vera Shangri-La. Nelle vicinanza c'è il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama.
Nelle tradizioni buddhiste del Kalachakra, Shambhala (in tibetano bde 'byung) è un termine sanscrito che significa "luogo di pace/tranquillità/felicità". Si dice che lo stesso Buddha abbia insegnato il Kalachakra su richiesta del re Suchandra di Shambhala: i suoi insegnamenti sarebbero conservati là. Shambhala sarebbe una società dove tutti gli abitanti sono illuminati, con al centro una capitale chiamata Kalapa. La tradizione narra che questa terra nascosta non è raggiungibile se non da iniziati o individui dediti alla resurrezione spirituale dell'umanità. Il suo centro è la celebre torre di Giada, posta in una antica città (Kalapa) riscaldata da acqua calda proveniente da ruscelli sotterranei, dove il vapore generato formando vaste nubi, impedisce di scorgere la città stessa dall'alto. Vari gruppi di esploratori recatisi in Himalaya hanno confermato di aver allestito campi nei pressi di sorgenti calde in cui si alimentava una ricca vegetazione in contrasto con le zone brulle e ghiacciate circostanti. Oltre che dai tibetani anche russi, cinesi e indiani tramandano tradizioni simili con altri nomi sull'esistenza di una dimora di uomini e donne perfetti che vivono in costante presenza di energie di un altro mondo. Per quanto riguarda l'occidente è molto interessante la testimonianza che agli inizi del I secolo ne fornisce Apollonio di Tiana nel corso del suo viaggio in India come riportato nella sua biografia "Vita di Apollonio di Tiana" di Flavio Filostrato. In base a questi resoconti apprendiamo che Apollonio si intrattenne per diversi mesi in un paese trans-himalayano dove venne in contatto con "uomini estremamente saggi che hanno il dono della preconoscenza" e dai quali rimase particolarmente colpito per i traguardi scientifici e mentali dei suoi abitanti a tal punto che si limitò ad annuire quando il loro re gli disse "Chiedici quel che vuoi, poiché ti trovi tra persone che sanno tutto".
Una concezione alternativa associa Shambhala con l'impero di Sriwijaya dove il maestro buddhista Atisha fu allievo di Dharmakirti da cui ricevette l'iniziazione del Kalachakra. Secondo la leggenda nella città vi dimorerebbe il re del mondo, il quale ha controllo sul destino dell'umanità. (...)
Il Kalachakra (in sanscrito Kalacakra) per la verità non è un rito buddhista, bensì una dottrina relativa al Kâlavada, il quale a sua volta costituisce uno dei principali punti di vista della dottrina induista. Vedi al riguardo soprattutto il Mahabharata. Dall'induismo esso è stato trasmesso al buddhismo, presso cui è divenuto una delle principali scuole iniziatico-rituali (Kalachakra Yana).
Si può aggiungere ancora qualche notizia su Agarthi, che nel film non è citata ma che è un mito strettamente collegato:
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Agarthi (detto anche Aghartta o Agartha o Agharti, "l'inaccessibile") è un regno leggendario che si troverebbe all'interno della Terra, descritto nelle opere dello scrittore Willis George Emerson (1856-1918). La favolosa Agarthi è legata alla teoria della Terra cava ed è un soggetto popolare nell'esoterismo. Agarthi è uno dei nomi più comuni usati per definire una civiltà nascosta all'interno dell'Asia centrale. Nel tantra Kalachakra del buddhismo tibetano viene descritto un regno simile, col nome di Shambhala. Nelle interpretazioni moderne, vi è una identificazione tra Shambhala e Agarthi. È un regno separato da una cintura di alte montagne e suddiviso in otto parti che formano come un fiore a otto petali in cui vi sono settantasei regni. Kalapa è la capitale di Shambhala-Agartha in cui ha sede il palazzo del sacerdote-re e questo regno è situato in India e coincidente col monte Meru o Polo Nord prima dello spostamento dell'asse terrestre, centro del mondo e terra originaria dell'umanità. Sarebbe situata in India nello stato di Orissa o vicino Benares. Il suo primo capo fu Suchandra, il capo attuale è Anirudda e il prossimo sarà Drag-po chor lo chan o Rudra chakrin, il corrucciato con la ruota. Secondo la profezia il Mahdi della tradizione islamica, discendente di Maometto, che viene definito l' "ottavo" dopo Adamo, Noé, Abramo, Mosé, Gesù, Mani e Maometto, ingaggerà la guerra mondiale per il dominio planetario e instaurerà un impero mondiale. Così facendo si scontrerà con Shambhala e il suo sacerdote-re Rudra chakrin. Questi lo spazzerà via con l'aiuto delle forze soprannaturali e inizierà l'età dell'oro. Il Kalachakra tantra profetizza una guerra tra Shambhala e la Mecca e parla del pericolo per il buddhismo costituito dall'islam. Ma la battaglia finale avverrà in Iran tra Kalki e il leader musulmano.
Dato che è improbabile che esistano ancora siti inesplorati (o addrittura regni sotterranei) probabilmente Shambhala non è che Sambhal situata nell' Uttar pradesh. Questo lo afferma il Kalki purana.[senza fonte] Il Kulika o Kalki che la governa nascerà là e poi si trasferirà a Mathura da dove guiderà una rivoluzione spirituale e un governo mondiale.
La fortuna occidentale di Agarthi nasce con Ossendowsky ("Bestie, uomini e dei"), Alexandre Saint-Yves d'Alveydre ("Missione dell' India") e Guénon ("Il re del mondo"). Il terzo non fa che reinterpretare le idee dei primi due. Il primo era un viaggiatore che riferisce dei suoi tragitti in asia mentre l' altro è un occultista che pretende di avere avuto rivelazioni da un "maestro". Tutto ciò ha poco a che fare con la Shambhala tibetana e indù sopra descritta ed è anche la fonte della storia del "regno sotterraneo" estranea ai testi orientali. Una delle prime fonti del mito dei regni sotterranei è Il Dio fumoso (The Smokey God or A Voyage to the Inner World, 1908), di Willis George Emerson, pretesa autobiografia di un marinaio norvegese chiamato Olaf Jansen. Emerson racconta di come Jansen abbia navigato all'interno della Terra attraverso un'apertura presso il Polo Nord. Per due anni sarebbe vissuto con gli abitanti di questo regno il cui mondo sarebbe illuminato da un "Sole centrale fumoso". Il padre sarebbe rimasto ucciso durante il ritorno, il figlio ricoverato come pazzo. Il resoconto sarebbe stato dato dal figlio, che dopo la dimissione dal sanatorio si sarebbe stabilito in California, e che novantenne avrebbe deciso di rendere pubblica la vicenda. Malgrado nel racconto di Emerson non si faccia il nome di Agarthi, esso vi è stato associato in opere successive. Shambhala "la Minore", una delle colonie di Agarthi, era la sede del governo del regno. Mentre Shambhala consiste in un continente interno, le altre colonie satelliti sono degli agglomerati più piccoli situati all'interno della crosta terrestre o dentro le montagne. I cataclismi e le guerre avvenute sulla superficie spinsero il popolo di Agarthi a stabilirsi sottoterra.
Il leggendario paradiso di Shambala ha varie analogie con altri luoghi mitici, come la Terra Proibita, la Terra delle Acque Candide, la Terra degli Spiriti Raggianti, la Terra del Fuoco Vivente, la Terra degli Dei Viventi, la Terra delle Meraviglie. Gli indù parlano di Aryavartha, terra d'origine dei Veda; i Cinesi di Hsi Tien, il Paradiso Occidentale di Hsi Wang Mu, la Madre Regale dell'Ovest; La setta cristiana russa dei vecchi credenti la chiamava Belovodye e i Kirghizi Janaidar.
Il racconto di Emerson è considerato una delle prime fonti della credenza sulle civiltà sotterranee.
L'esistenza di Agarthi è stata considerata seriamente da numerosi europei, come, ad esempio per citarne alcuni, i seguaci della teosofia di Madame Blavatsky, la veggente fondatrice della Società Teosofica Internazionale, che sosteneva di essere in contatto telepatico con gli antichi "Maestri della Fratellanza Bianca", i sopravvissuti di una razza eletta vissuta tra Tibet e Nepal, i quali si sarebbero rifugiati in seguito a una spaventosa catastrofe nelle viscere della terra, dove avrebbero fondato la mitica Agarthi. Dalle dottrine esoteriche della Blavatsky trasse ispirazione, tra gli altri, anche la Società Thule, la società segreta di estrema destra che costituì il nucleo originale del Partito nazista di Hitler, benché non abbiano mai avuto le due organizzazioni né un contatto né un sodalizio reciproco.
Una definizione del termine ShangriLa viene data anche da James Hilton, e forse è utile riportarla:
....Allora Conway si rivolse ai compagni: « Mi spiace comunicarvi che quest'uomo mi ha detto molto poco, in confronto con quello che vorremmo sapere noi. Mi ha detto solo che ci troviamo nel Tibet, il che è ovvio. Non ha dato nessuna spiegazione del perché ci ha condotti qui, ma pare conoscesse la località. Parlava un dialetto cinese che non capisco molto bene, ma credo abbia parlato di un monastero di lama che dovrebbe trovarsi qui vicino, verso la valle, a quanto ho capito; lì troveremo cibo e riparo. Ha detto che si chiama Shangri-La. “La” in tibetano vuol dire valico. Ha insistito molto perché ci andassimo. »
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.49 ed. Garzanti 1973)
Altri punti di riferimento importanti, per “Orizzonte perduto”, sono le molte leggende riguardo alla fonte della giovinezza, antiche come l’uomo e presenti in ogni cultura; o magari la teoria della relatività, che nel 1937 era cosa recentissima (Einstein pubblica le sue teorie fra il 1905 e il 1916, e riceve il Nobel – non per la relatività ma per gli studi sull’effetto fotoelettrico - nel 1921).
Di chiacchiere su Agarthi, Shambhala e ShangriLa, insomma, se ne sono fatte molte. Io preferirei soffermarmi su un altro aspetto: il mondo prima della nascita, al riparo e al caldo, e quello che troviamo fuori, molto bello e ricco ma anche gelido e pieno di asperità, e di gente che (come vediamo bene nel film, nel finale) è pronta a tradirti anche senza un tornaconto diretto.
(continua)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
“Orizzonte perduto” e il mito di ShangriLa sono stati una mia grande passione fin da quand’ero bambino: e non solo per me, sia ben chiaro, perché è una storia che non può non colpire e toccare ognuno di noi nel profondo. Il film di Frank Capra passava spesso in tv, e anche nei cinema di terza visione, insieme a qualche remake recente ma poco riuscito; e sempre con ottimo successo.
Frank Capra ha il dono raro di saper raccontare. Non è una dote concessa a tutti, e parecchi registi e scrittori, anche importanti, da “raccontatori” non se la cavano molto bene. Capra sa raccontare una storia come pochi altri sono riusciti a fare, sa essere piacevole e leggero anche quando la situazione è drammatica, e c’è soprattutto una scena di questo film che rimane dentro, durissima e indimenticabile: è verso la fine, e riguarda la giovane russa in fuga da ShangriLa. Ma di più non scrivo, perché può darsi che qualcuno non abbia mai visto il film e non è giusto rovinare la visione.
Il film è tratto da un romanzo di James Hilton che ebbe grande successo negli anni ’30 e che fu subito tradotto in film. Il romanzo di Hilton non è da sottovalutare: è fuori catalogo da parecchi anni e io sono riuscito a leggerlo solo di recente, ed è stata una sorpresa in positivo – ma di questo parlerò più avanti. Per ora basterà dire che Capra e il suo sceneggiatore Riskin ne hanno tratto una versione ad uso cinematografico e spettacolare, ma abbastanza fedele e molto ben fatta, e che si sofferma – necessariamente, verrebbe da dire, dato che si tratta di un film hollywoodiano – più sul privato dei personaggi che sul messaggio pacifista di Hilton. Lo scrittore era passato attraverso gli orrori della Grande Guerra e non avrebbe voluto vederne un’altra, ma purtroppo nel 1937 era già in arrivo. Si può ancora aggiungere che, sempre sull’argomento della guerra e dell’orrore che ne rimane nei reduci, James Hilton ci ha lasciato un altro romanzo molto bello, “Prigionieri del passato”. Ma di questo parlerò nei prossimi post: per oggi mi soffermo un po’ sul mito di Shangri-La, che è l’argomento di “Orizzonte perduto”.
Prima dell’avvento di internet era difficile trovare notizie aggiornate e affidabili, non solo su ShangriLa ma un po’ su tutto; avevo comunque scoperto che questo mito esiste davvero, che il nome corretto è ShambaLa e che ci sono molte leggende, non solo in ambiente orientale, su un mondo sotterraneo molto più civile del nostro. La storia di Agarthi, per esempio: ma anche tutto il culto mitraico, gran parte della mitologia greca, Atlantide, eccetera.
Sono notizie rimaste per decenni nel mondo del favoloso e dell’esoterico: il Tibet e la regione himalayana furono terre inesplorate fino a quasi cent’anni fa; e le prime notizie sulla grande cultura indiana e buddista arrivano in Europa molto tardi, a partire da metà Ottocento (Richard Wagner ne fa ampio uso nel Parsifal, ed è uno dei primi a capirne il senso). Le prime notizie certe sul Tibet arrivarono da Pundit Nain Singh, che nel 1865 riuscì a varcarne i confini come spia dell’impero britannico, travestito da monaco buddhista. Il Pundit (o Pandit, secondo altre grafie) era in realtà induista di nascita, quindi il suo travestimento fu molto abile e durò per molti mesi; rischiava la vita, perché le norme tibetane sulle spie erano severissime, ma giunse fino a Lhasa e vi incontrò il Dalai Lama, che all’epoca era poco più che un bambino. La storia di Pundit Nain Singh, che ha un posto di grande rilievo nella National Geographic Society, è molto bella e avventurosa, ed è strano che nessuno vi abbia dedicato un film.
L’interesse britannico per il Tibet era considerevole, perché si trattava di zone di confine e di passaggio, così come per l’Afghanistan narrato da Kipling; temendo di farsi precedere dai russi, e basandosi sui rilievi fatti da Nain Singh, fu finanziata la spedizione del colonnello Francis Younghusband, che portò alla conquista di Lhasa e al controllo britannico del Tibet nel 1903-1904. La spedizione di Younghusband viene ricordata anche per il massacro dell’esercito tibetano, armato di archi e frecce: qualcosa di davvero spaventoso e tutt’altro che glorioso, così come è raccontato dalle cronache dell’epoca. Va detto che la storia del Tibet e dell’esplorazione di Younghusband non ha solo risvolti negativi, e pare che la responsabilità del massacro non sia da attribuirsi a lui ma al generale inglese che guidava l’esercito.
E’ da metà Ottocento, più o meno l’epoca vittoriana, che da noi arrivano le prime traduzioni dei testi sacri induisti e buddisti, e orientali in genere: compresa la traduzione delle Mille e Una Notte fatta dall’esploratore Richard Burton. Negli stessi anni in cui viene girato il film, 1937, si svolge un’importante spedizione italiana, guidata dall’orientalista Giuseppe Tucci e con il giovane Fosco Maraini a fare da fotografo ufficiale: le foto di Maraini del Tibet nel 1937, e in spedizioni seguenti, sono bellissime e sono state più volte ripubblicate.
Questo è ciò che riporta wikipedia su Shangri-La (il nome fittizio scelto da James Hilton) e su Shamba-La (il nome vero corrispondente al mito originario):
da www.wikipedia.it_
Shangri-La è il nome di un luogo immaginario descritto nel romanzo Orizzonte perduto, scritto da James Hilton nel 1933. L'idea giunse a James Hilton dalle letture delle memorie dei gesuiti che avevano soggiornato in Tibet e che erano venuti a conoscenza delle tradizioni legate al Kalachakra Tantra in cui si descrive un mitico regno di Shambhala. Nel romanzo di Hilton si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedevano meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si era quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La era organizzato come una comunità lama perfetta, professante però, non il buddhismo ma il Cristianesimo nestoriano. Dalla comunità erano bandite, non a norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e via discorrendo), facendone un eden materiale e spirituale in cui l'occupazione degli abitanti era quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte. Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto.
L'onda orientalista dell'Occidente fu ispirata dal mito, e così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo da gruppi musicali e teosofi, ma anche da molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America. Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio tibetano di Diqing. Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, sostengono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La.
Nel libro, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come "Aksai Chin", comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Soda Plains, quindi una regione tra le più inospitali del pianeta e delle meno abitate, presso l'attuale confine indo-cinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m. Nel 2001 il governo cinese ha dichiarato Zhongdian, nella regione di Yunnan, che confina col Tibet, la vera Shangri-La. Nelle vicinanza c'è il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama.
Nelle tradizioni buddhiste del Kalachakra, Shambhala (in tibetano bde 'byung) è un termine sanscrito che significa "luogo di pace/tranquillità/felicità". Si dice che lo stesso Buddha abbia insegnato il Kalachakra su richiesta del re Suchandra di Shambhala: i suoi insegnamenti sarebbero conservati là. Shambhala sarebbe una società dove tutti gli abitanti sono illuminati, con al centro una capitale chiamata Kalapa. La tradizione narra che questa terra nascosta non è raggiungibile se non da iniziati o individui dediti alla resurrezione spirituale dell'umanità. Il suo centro è la celebre torre di Giada, posta in una antica città (Kalapa) riscaldata da acqua calda proveniente da ruscelli sotterranei, dove il vapore generato formando vaste nubi, impedisce di scorgere la città stessa dall'alto. Vari gruppi di esploratori recatisi in Himalaya hanno confermato di aver allestito campi nei pressi di sorgenti calde in cui si alimentava una ricca vegetazione in contrasto con le zone brulle e ghiacciate circostanti. Oltre che dai tibetani anche russi, cinesi e indiani tramandano tradizioni simili con altri nomi sull'esistenza di una dimora di uomini e donne perfetti che vivono in costante presenza di energie di un altro mondo. Per quanto riguarda l'occidente è molto interessante la testimonianza che agli inizi del I secolo ne fornisce Apollonio di Tiana nel corso del suo viaggio in India come riportato nella sua biografia "Vita di Apollonio di Tiana" di Flavio Filostrato. In base a questi resoconti apprendiamo che Apollonio si intrattenne per diversi mesi in un paese trans-himalayano dove venne in contatto con "uomini estremamente saggi che hanno il dono della preconoscenza" e dai quali rimase particolarmente colpito per i traguardi scientifici e mentali dei suoi abitanti a tal punto che si limitò ad annuire quando il loro re gli disse "Chiedici quel che vuoi, poiché ti trovi tra persone che sanno tutto".
Una concezione alternativa associa Shambhala con l'impero di Sriwijaya dove il maestro buddhista Atisha fu allievo di Dharmakirti da cui ricevette l'iniziazione del Kalachakra. Secondo la leggenda nella città vi dimorerebbe il re del mondo, il quale ha controllo sul destino dell'umanità. (...)
Il Kalachakra (in sanscrito Kalacakra) per la verità non è un rito buddhista, bensì una dottrina relativa al Kâlavada, il quale a sua volta costituisce uno dei principali punti di vista della dottrina induista. Vedi al riguardo soprattutto il Mahabharata. Dall'induismo esso è stato trasmesso al buddhismo, presso cui è divenuto una delle principali scuole iniziatico-rituali (Kalachakra Yana).
Si può aggiungere ancora qualche notizia su Agarthi, che nel film non è citata ma che è un mito strettamente collegato:
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Agarthi (detto anche Aghartta o Agartha o Agharti, "l'inaccessibile") è un regno leggendario che si troverebbe all'interno della Terra, descritto nelle opere dello scrittore Willis George Emerson (1856-1918). La favolosa Agarthi è legata alla teoria della Terra cava ed è un soggetto popolare nell'esoterismo. Agarthi è uno dei nomi più comuni usati per definire una civiltà nascosta all'interno dell'Asia centrale. Nel tantra Kalachakra del buddhismo tibetano viene descritto un regno simile, col nome di Shambhala. Nelle interpretazioni moderne, vi è una identificazione tra Shambhala e Agarthi. È un regno separato da una cintura di alte montagne e suddiviso in otto parti che formano come un fiore a otto petali in cui vi sono settantasei regni. Kalapa è la capitale di Shambhala-Agartha in cui ha sede il palazzo del sacerdote-re e questo regno è situato in India e coincidente col monte Meru o Polo Nord prima dello spostamento dell'asse terrestre, centro del mondo e terra originaria dell'umanità. Sarebbe situata in India nello stato di Orissa o vicino Benares. Il suo primo capo fu Suchandra, il capo attuale è Anirudda e il prossimo sarà Drag-po chor lo chan o Rudra chakrin, il corrucciato con la ruota. Secondo la profezia il Mahdi della tradizione islamica, discendente di Maometto, che viene definito l' "ottavo" dopo Adamo, Noé, Abramo, Mosé, Gesù, Mani e Maometto, ingaggerà la guerra mondiale per il dominio planetario e instaurerà un impero mondiale. Così facendo si scontrerà con Shambhala e il suo sacerdote-re Rudra chakrin. Questi lo spazzerà via con l'aiuto delle forze soprannaturali e inizierà l'età dell'oro. Il Kalachakra tantra profetizza una guerra tra Shambhala e la Mecca e parla del pericolo per il buddhismo costituito dall'islam. Ma la battaglia finale avverrà in Iran tra Kalki e il leader musulmano.
Dato che è improbabile che esistano ancora siti inesplorati (o addrittura regni sotterranei) probabilmente Shambhala non è che Sambhal situata nell' Uttar pradesh. Questo lo afferma il Kalki purana.[senza fonte] Il Kulika o Kalki che la governa nascerà là e poi si trasferirà a Mathura da dove guiderà una rivoluzione spirituale e un governo mondiale.
La fortuna occidentale di Agarthi nasce con Ossendowsky ("Bestie, uomini e dei"), Alexandre Saint-Yves d'Alveydre ("Missione dell' India") e Guénon ("Il re del mondo"). Il terzo non fa che reinterpretare le idee dei primi due. Il primo era un viaggiatore che riferisce dei suoi tragitti in asia mentre l' altro è un occultista che pretende di avere avuto rivelazioni da un "maestro". Tutto ciò ha poco a che fare con la Shambhala tibetana e indù sopra descritta ed è anche la fonte della storia del "regno sotterraneo" estranea ai testi orientali. Una delle prime fonti del mito dei regni sotterranei è Il Dio fumoso (The Smokey God or A Voyage to the Inner World, 1908), di Willis George Emerson, pretesa autobiografia di un marinaio norvegese chiamato Olaf Jansen. Emerson racconta di come Jansen abbia navigato all'interno della Terra attraverso un'apertura presso il Polo Nord. Per due anni sarebbe vissuto con gli abitanti di questo regno il cui mondo sarebbe illuminato da un "Sole centrale fumoso". Il padre sarebbe rimasto ucciso durante il ritorno, il figlio ricoverato come pazzo. Il resoconto sarebbe stato dato dal figlio, che dopo la dimissione dal sanatorio si sarebbe stabilito in California, e che novantenne avrebbe deciso di rendere pubblica la vicenda. Malgrado nel racconto di Emerson non si faccia il nome di Agarthi, esso vi è stato associato in opere successive. Shambhala "la Minore", una delle colonie di Agarthi, era la sede del governo del regno. Mentre Shambhala consiste in un continente interno, le altre colonie satelliti sono degli agglomerati più piccoli situati all'interno della crosta terrestre o dentro le montagne. I cataclismi e le guerre avvenute sulla superficie spinsero il popolo di Agarthi a stabilirsi sottoterra.
Il leggendario paradiso di Shambala ha varie analogie con altri luoghi mitici, come la Terra Proibita, la Terra delle Acque Candide, la Terra degli Spiriti Raggianti, la Terra del Fuoco Vivente, la Terra degli Dei Viventi, la Terra delle Meraviglie. Gli indù parlano di Aryavartha, terra d'origine dei Veda; i Cinesi di Hsi Tien, il Paradiso Occidentale di Hsi Wang Mu, la Madre Regale dell'Ovest; La setta cristiana russa dei vecchi credenti la chiamava Belovodye e i Kirghizi Janaidar.
Il racconto di Emerson è considerato una delle prime fonti della credenza sulle civiltà sotterranee.
L'esistenza di Agarthi è stata considerata seriamente da numerosi europei, come, ad esempio per citarne alcuni, i seguaci della teosofia di Madame Blavatsky, la veggente fondatrice della Società Teosofica Internazionale, che sosteneva di essere in contatto telepatico con gli antichi "Maestri della Fratellanza Bianca", i sopravvissuti di una razza eletta vissuta tra Tibet e Nepal, i quali si sarebbero rifugiati in seguito a una spaventosa catastrofe nelle viscere della terra, dove avrebbero fondato la mitica Agarthi. Dalle dottrine esoteriche della Blavatsky trasse ispirazione, tra gli altri, anche la Società Thule, la società segreta di estrema destra che costituì il nucleo originale del Partito nazista di Hitler, benché non abbiano mai avuto le due organizzazioni né un contatto né un sodalizio reciproco.
Una definizione del termine ShangriLa viene data anche da James Hilton, e forse è utile riportarla:
....Allora Conway si rivolse ai compagni: « Mi spiace comunicarvi che quest'uomo mi ha detto molto poco, in confronto con quello che vorremmo sapere noi. Mi ha detto solo che ci troviamo nel Tibet, il che è ovvio. Non ha dato nessuna spiegazione del perché ci ha condotti qui, ma pare conoscesse la località. Parlava un dialetto cinese che non capisco molto bene, ma credo abbia parlato di un monastero di lama che dovrebbe trovarsi qui vicino, verso la valle, a quanto ho capito; lì troveremo cibo e riparo. Ha detto che si chiama Shangri-La. “La” in tibetano vuol dire valico. Ha insistito molto perché ci andassimo. »
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.49 ed. Garzanti 1973)
Altri punti di riferimento importanti, per “Orizzonte perduto”, sono le molte leggende riguardo alla fonte della giovinezza, antiche come l’uomo e presenti in ogni cultura; o magari la teoria della relatività, che nel 1937 era cosa recentissima (Einstein pubblica le sue teorie fra il 1905 e il 1916, e riceve il Nobel – non per la relatività ma per gli studi sull’effetto fotoelettrico - nel 1921).
Di chiacchiere su Agarthi, Shambhala e ShangriLa, insomma, se ne sono fatte molte. Io preferirei soffermarmi su un altro aspetto: il mondo prima della nascita, al riparo e al caldo, e quello che troviamo fuori, molto bello e ricco ma anche gelido e pieno di asperità, e di gente che (come vediamo bene nel film, nel finale) è pronta a tradirti anche senza un tornaconto diretto.
(continua)
Orizzonte perduto ( II )
LOST HORIZON (ORIZZONTE PERDUTO, 1937) Regia di Frank Capra. Tratto dal romanzo di James Hilton. Sceneggiatura di Robert Riskin. Fotografia: Joseph Walker (riprese aeree: Elmer Dyer); Scenografia: Stephen Goosson; montaggio: Gene Havlick, Gene Milford; costumi: Ernst Dryden; Musiche originali di Dimitri Tiomkin; i bambini cantano "Wiegenlied (Brahms), Op. 49, No. 4" e una canzone tradizionale cinese; Edward Everett Horton canta "Here we go gathering nuts in may" (canzone tradizionale per bambini)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
“Orizzonte perduto” di Frank Capra comincia come un film d’azione, con sequenze mozzafiato: siamo in Oriente, negli anni 30, nelle colonie inglesi tra Baskul e Peshawar, in tempo di guerre e d’insurrezioni. In un aeroporto, un ufficiale inglese sta organizzando l’evacuazione dei “bianchi”: e con molta efficienza, nonostante il terrore che regna. Quegli aerei sono per i presenti l’unica occasione di salvezza, ma non c’è posto per tutti. L’ufficiale sale sull’ultimo aereo disponibile; con lui suo fratello (anche lui ufficiale) e poche altre persone raccattate nell’aeroporto all’ultimo momento. Quando tutto sembra tranquillo, l’aereo è già in volo da un po’ e si comincia pensare al ritorno verso casa, uno dei passeggeri si accorge che il pilota sta andando nella direzione sbagliata: non verso il mare, ma verso le grandi montagne dell’Himalaya. L’aereo è stato dirottato: un pilota misterioso, dai tratti mongolici, lo sta portando verso una destinazione ignota. Il dirottatore ha un aspetto minaccioso, non gli si può parlare, mostra una pistola; ma non sembra avere davvero cattive intenzioni. L’aereo fa uno scalo per il rifornimento di benzina, durante il quale ai rapiti è proibito scendere dall’aereo: e tutto funziona con grande efficienza, anche se in una landa desolata e a forza di braccia e di taniche di benzina, e poi si riparte subito, ancora più in alto.
Infine l’aereo atterra, in condizioni terrificanti: siamo proprio in mezzo alle vette più alte, tra le nevi perenni, in uno spazio angusto. Nell’atterraggio il pilota muore, e nessuno dei rapiti può più sapere che cosa è successo. Ora sono soli, sperduti tra le nevi dell’Himalaya: cosa fare?
Quasi non sembra un film di Frank Capra. I primi venti minuti sono tutti azione, che ancora oggi fanno la loro bella impressione: è il film che racconta il mito di Shangri-La, tratto dal bestseller dello scrittore inglese James Hilton. Non racconto come va avanti, perché sarebbe un delitto privarvi del piacere della visione di questo film: che ormai è fuori dal giro da parecchi anni, anche se ne sono stati tentati dei remake molto deludenti (che spero vi siano sfuggiti). L’originale è questo, e rimane inimitabile perché la mano del grande Frank Capra si fa sentire, anche in un tema per lui inusuale. Ma, forse, non così inusuale: in fondo, anche in “La vita è meravigliosa” l’elemento del soprannaturale e del tempo sospeso è ben presente – e forse i due film non sono così diversi l’uno dall’altro.
Nel romanzo di James Hilton l’inizio è molto diverso: un prologo che si svolge all’ambasciata inglese, dove viene introdotto il personaggio di Robert Conway, il protagonista sia del libro che del film. Conway è un abile funzionario dell’impero britannico, molto stimato, che ha frequentato le migliori scuole ed è ben introdotto nei migliori ambienti; nonostante questo non ha fatto la carriera che da lui ci si sarebbe aspettati. Ma è comunque una persona famosa e rispettata nell’ambiente diplomatico, che ha dato ampie prove di grande valore. Nel prologo Conway non c’è, ma si parla molto di lui: dato per scomparso durante l’evacuazione di Baskul, era stato ritrovato dopo molto tempo, nella regione himalayana, in condizioni fisiche estreme e quasi senza memoria.
All’ambasciata si ricostruisce la sua storia misteriosa: uno dei presenti ha parlato con Conway, dice che gli sembrava perfettamente guarito e pronto a ritornare in servizio, ma poi è scomparso misteriosamente un’altra volta. Dove è andato Conway? Quale è la sua storia?
Il funzionario, Lord Rutherford, ha raccolto le confidenze di Conway e quando rimane da solo con il narratore (una persona di cui si fida) comincia a raccontare: è una storia che non può lasciare indifferenti.
Negli extra allegati al dvd ufficiale si spiega che Capra girò questo inizio, molto fedele al libro, del quale ci sono rimaste anche le immagini; ma poi optò per quello che vediamo oggi, molto più spettacolare. Direi che Capra aveva ragione, il risultato è molto buono. In generale, si può dire che Capra pensa in modo prettamente cinematografico, mentre Hilton ragiona da scrittore: entrambi i metodi sono ottimi. Il romanzo di Hilton è molto più ragionato e pensato, Capra va direttamente a rivolgersi alle nostre emozioni: da un bel libro è nato un bel film, e non era una cosa scontata.
Nel film, Conway è interpretato da Ronald Colman, che negli anni ‘30 era una vera star e oggi è invece quasi completamente dimenticato. L’interpretazione è buona, oggi risultano però decisamente fuori moda i vestiti e anche i baffetti appena accennati, che fanno sembrare Colman molto più vecchio della sua età: ma allora i baffi appena accennati erano di gran moda (li porterà anche Clark Gable), ed è sempre utile far notare quanto le mode diventino ridicole appena smettono di essere di moda. Comunque sia, l’interprete è ottimo e dei baffetti di Colman ci si dimentica subito; quello che invece colpisce, visto da oggi, in epoca di Bertolaso e di supereroi in tuta mimetica fosforescente e riflettente, è che un tempo l’emergenza veniva gestita veramente da persone che badavano più che altro a lavorare sodo senza curarsi troppo di farsi vedere. Insomma, il Conway di Ronald Colman non è un personaggio inventato, e la sua efficienza, anche in giacca e cravatta, è degna di lode ancora oggi.
Nel romanzo, Robert Conway è descritto così:
...Ho notato spesso che chi aveva conosciuto Conway anche solo fugacemente, ne serbava poi un ricordo vivissimo. Da ragazzo era stato senz'altro un tipo notevole e in me, che lo avevo conosciuto all'età in cui si adorano gli eroi, il suo ricordo è rimasto sempre romanticamente impresso. Era un bel ragazzo, alto e bravo non solo negli sport, ma si portava via anche tutti gli altri premi scolastici. Un professore un po' sentimentale una volta definì «gloriose» le sue imprese e di lì nacque il suo soprannome, Glory. Era forse l'unico che potesse sopravvivere a un nomignolo così impegnativo. Ricordo che alla cerimonia di chiusura dell'anno scolastico, aveva fatto il suo discorso in greco; nelle recite poi era sempre il più bravo. Aveva in sé qualcosa di elisabettiano: la facile versatilità, l'aspetto gradevole, o la brillante combinazione di entrambe queste qualità, fisiche e intellettuali. Al giorno d'oggi, la nostra civiltà produce raramente uomini del genere.
Esternai a Rutherford questa impressione e lui mi rispose : « Sì, è vero, e noi oggi usiamo un termine spregiativo per indicare queste persone : dilettanti. Immagino che molti lo giudicassero così, Conway. La gente come Wyland, per esempio. A me Wyland non piace molto. Non posso sopportare i tipi come lui, con tutta la loro perfezione e la loro presunzione. E quella tipica mentalità burocratica, hai notato? E quel suo modo di esprimersi, “farsi un punto d'onore”, “divulgare i segreti di scuola“, come se l'Impero fosse la terza liceo! ...»
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.10 ed. Garzanti 1973)
Conway non era poi tanto sicuro di essere davvero una persona molto coraggiosa. Aveva chiuso gli occhi perché era stanchissimo, ma non dormiva. Sentiva tutti i movimenti dell'aereo e aveva ascoltato, per quanto combattuto da sentimenti diversi, l'elogio che Mallinson faceva di lui. Fu proprio allora che nacquero i suoi dubbi : riconobbe la morsa allo stomaco che era la sua reazione normale a riflessioni inquietanti. Sapeva, per esperienza personale, di non essere uno di quelli che amano il pericolo per il pericolo. Ne apprezzava a volte l'aspetto esaltante come antidoto all'ignavia, ma non gli andava affatto l'idea di rischiare la pelle. Dodici anni prima, durante la guerra, era arrivato a odiare i pericoli della trincea e aveva più volte evitato la morte rifiutandosi di compiere eroismi inutili. Anche la sua medaglia se l'era guadagnata non tanto per il coraggio fisico, quanto per una sorta di capacità di resistenza faticosamente conquistata. Dalla guerra in poi, ogni volta che s'era trovato davanti al pericolo, lo aveva affrontato con crescente avversione, a meno che non promettesse particolari brividi ed emozioni. Teneva ancora gli occhi chiusi. Le parole di Mallinson lo avevano commosso, ma anche un po' spaventato. Era destino che nella vita scambiassero sempre la sua serenità per coraggio, mentre si trattava in realtà di qualcosa di molto più spassionato e molto meno virile. Erano tutti quanti in una situazione maledettamente preoccupante e lungi dal sentirsi pieno di coraggio, Conway provava soprattutto una profonda ripugnanza per qualunque pericolo la sorte serbasse loro.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.29 ed. Garzanti 1973)
Si sentiva ancora stanchissimo. Inoltre per natura era incline a quella che la gente potrebbe definire pigrizia, anche se non si trattava esattamente di questo. Nessuno sapeva, all'occorrenza, lavorare più duramente di lui e pochi, meglio di lui, sapevano addossarsi delle responsabilità. Ma non era certo un fanatico dell'attivismo e la responsabilità gratuita non gli piaceva. Attivismo e responsabilità facevano parte del suo lavoro e lui se la cavava benissimo, ma era sempre pronto a cedere il passo a chiunque facesse altrettanto o meglio. Era questa, senza dubbio, la ragione per cui la sua carriera non risultò brillante come prometteva di esserlo. Non era così ambizioso da scavalcare gli altri o da ostentare un'attività frenetica quando in realtà non c'era niente da fare. I suoi dispacci erano laconici, al limite della cortesia e la sua calma, nei momenti d'emergenza, benché fosse motivo d'ammirazione, era tuttavia sospetta d'essere troppo genuina. All'autorità piace avere la sensazione che l'uomo si impone uno sforzo e che la sua apparente nonchalance è solo una maschera che nasconde un corredo di ben controllate emozioni. Di Conway si era a volte sospettato che la sua flemma fosse troppo autentica e che qualunque cosa accadesse, lui se ne infischiasse altamente. Ma anche qui, come per la pigrizia, si trattava di un'interpretazione arbitraria. In realtà la gente non capiva una cosa di una semplicità sconcertante : e cioè che Conway amava la quiete, la contemplazione e la solitudine.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.33 ed. Garzanti 1973)
Di quest’inizio cinematografico, rimane da dire che Baskul oggi è in Iran, e non in Cina: lontana dal confine, più vicina all’Afghanistan o al Turkmenistan. Può darsi che si tratti di un errore voluto, o di un’altra Baskul (la Baskul del film appare abitata da cinesi autentici), o che sia un luogo di fantasia, così come faceva Salgari che dava nomi veri a posti inventati; del resto la cosa non ha una grande importanza, perché Baskul la dimentichiamo subito, è solo un punto di partenza, un aeroporto di fortuna da dove parte l’aereo con i nostri cinque protagonisti. Su internet ci sono anche dei tentativi di ricostruzione di questo volo: ne porto qui una mappa per chi volesse divertirsi. (dal sito http://www.boloji.com/ dove il dr.Amitabh Mitra ha scritto una dettagliata spiegazione, in inglese)
(continua)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
“Orizzonte perduto” di Frank Capra comincia come un film d’azione, con sequenze mozzafiato: siamo in Oriente, negli anni 30, nelle colonie inglesi tra Baskul e Peshawar, in tempo di guerre e d’insurrezioni. In un aeroporto, un ufficiale inglese sta organizzando l’evacuazione dei “bianchi”: e con molta efficienza, nonostante il terrore che regna. Quegli aerei sono per i presenti l’unica occasione di salvezza, ma non c’è posto per tutti. L’ufficiale sale sull’ultimo aereo disponibile; con lui suo fratello (anche lui ufficiale) e poche altre persone raccattate nell’aeroporto all’ultimo momento. Quando tutto sembra tranquillo, l’aereo è già in volo da un po’ e si comincia pensare al ritorno verso casa, uno dei passeggeri si accorge che il pilota sta andando nella direzione sbagliata: non verso il mare, ma verso le grandi montagne dell’Himalaya. L’aereo è stato dirottato: un pilota misterioso, dai tratti mongolici, lo sta portando verso una destinazione ignota. Il dirottatore ha un aspetto minaccioso, non gli si può parlare, mostra una pistola; ma non sembra avere davvero cattive intenzioni. L’aereo fa uno scalo per il rifornimento di benzina, durante il quale ai rapiti è proibito scendere dall’aereo: e tutto funziona con grande efficienza, anche se in una landa desolata e a forza di braccia e di taniche di benzina, e poi si riparte subito, ancora più in alto.
Infine l’aereo atterra, in condizioni terrificanti: siamo proprio in mezzo alle vette più alte, tra le nevi perenni, in uno spazio angusto. Nell’atterraggio il pilota muore, e nessuno dei rapiti può più sapere che cosa è successo. Ora sono soli, sperduti tra le nevi dell’Himalaya: cosa fare?
Quasi non sembra un film di Frank Capra. I primi venti minuti sono tutti azione, che ancora oggi fanno la loro bella impressione: è il film che racconta il mito di Shangri-La, tratto dal bestseller dello scrittore inglese James Hilton. Non racconto come va avanti, perché sarebbe un delitto privarvi del piacere della visione di questo film: che ormai è fuori dal giro da parecchi anni, anche se ne sono stati tentati dei remake molto deludenti (che spero vi siano sfuggiti). L’originale è questo, e rimane inimitabile perché la mano del grande Frank Capra si fa sentire, anche in un tema per lui inusuale. Ma, forse, non così inusuale: in fondo, anche in “La vita è meravigliosa” l’elemento del soprannaturale e del tempo sospeso è ben presente – e forse i due film non sono così diversi l’uno dall’altro.
Nel romanzo di James Hilton l’inizio è molto diverso: un prologo che si svolge all’ambasciata inglese, dove viene introdotto il personaggio di Robert Conway, il protagonista sia del libro che del film. Conway è un abile funzionario dell’impero britannico, molto stimato, che ha frequentato le migliori scuole ed è ben introdotto nei migliori ambienti; nonostante questo non ha fatto la carriera che da lui ci si sarebbe aspettati. Ma è comunque una persona famosa e rispettata nell’ambiente diplomatico, che ha dato ampie prove di grande valore. Nel prologo Conway non c’è, ma si parla molto di lui: dato per scomparso durante l’evacuazione di Baskul, era stato ritrovato dopo molto tempo, nella regione himalayana, in condizioni fisiche estreme e quasi senza memoria.
All’ambasciata si ricostruisce la sua storia misteriosa: uno dei presenti ha parlato con Conway, dice che gli sembrava perfettamente guarito e pronto a ritornare in servizio, ma poi è scomparso misteriosamente un’altra volta. Dove è andato Conway? Quale è la sua storia?
Il funzionario, Lord Rutherford, ha raccolto le confidenze di Conway e quando rimane da solo con il narratore (una persona di cui si fida) comincia a raccontare: è una storia che non può lasciare indifferenti.
Negli extra allegati al dvd ufficiale si spiega che Capra girò questo inizio, molto fedele al libro, del quale ci sono rimaste anche le immagini; ma poi optò per quello che vediamo oggi, molto più spettacolare. Direi che Capra aveva ragione, il risultato è molto buono. In generale, si può dire che Capra pensa in modo prettamente cinematografico, mentre Hilton ragiona da scrittore: entrambi i metodi sono ottimi. Il romanzo di Hilton è molto più ragionato e pensato, Capra va direttamente a rivolgersi alle nostre emozioni: da un bel libro è nato un bel film, e non era una cosa scontata.
Nel film, Conway è interpretato da Ronald Colman, che negli anni ‘30 era una vera star e oggi è invece quasi completamente dimenticato. L’interpretazione è buona, oggi risultano però decisamente fuori moda i vestiti e anche i baffetti appena accennati, che fanno sembrare Colman molto più vecchio della sua età: ma allora i baffi appena accennati erano di gran moda (li porterà anche Clark Gable), ed è sempre utile far notare quanto le mode diventino ridicole appena smettono di essere di moda. Comunque sia, l’interprete è ottimo e dei baffetti di Colman ci si dimentica subito; quello che invece colpisce, visto da oggi, in epoca di Bertolaso e di supereroi in tuta mimetica fosforescente e riflettente, è che un tempo l’emergenza veniva gestita veramente da persone che badavano più che altro a lavorare sodo senza curarsi troppo di farsi vedere. Insomma, il Conway di Ronald Colman non è un personaggio inventato, e la sua efficienza, anche in giacca e cravatta, è degna di lode ancora oggi.
Nel romanzo, Robert Conway è descritto così:
...Ho notato spesso che chi aveva conosciuto Conway anche solo fugacemente, ne serbava poi un ricordo vivissimo. Da ragazzo era stato senz'altro un tipo notevole e in me, che lo avevo conosciuto all'età in cui si adorano gli eroi, il suo ricordo è rimasto sempre romanticamente impresso. Era un bel ragazzo, alto e bravo non solo negli sport, ma si portava via anche tutti gli altri premi scolastici. Un professore un po' sentimentale una volta definì «gloriose» le sue imprese e di lì nacque il suo soprannome, Glory. Era forse l'unico che potesse sopravvivere a un nomignolo così impegnativo. Ricordo che alla cerimonia di chiusura dell'anno scolastico, aveva fatto il suo discorso in greco; nelle recite poi era sempre il più bravo. Aveva in sé qualcosa di elisabettiano: la facile versatilità, l'aspetto gradevole, o la brillante combinazione di entrambe queste qualità, fisiche e intellettuali. Al giorno d'oggi, la nostra civiltà produce raramente uomini del genere.
Esternai a Rutherford questa impressione e lui mi rispose : « Sì, è vero, e noi oggi usiamo un termine spregiativo per indicare queste persone : dilettanti. Immagino che molti lo giudicassero così, Conway. La gente come Wyland, per esempio. A me Wyland non piace molto. Non posso sopportare i tipi come lui, con tutta la loro perfezione e la loro presunzione. E quella tipica mentalità burocratica, hai notato? E quel suo modo di esprimersi, “farsi un punto d'onore”, “divulgare i segreti di scuola“, come se l'Impero fosse la terza liceo! ...»
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.10 ed. Garzanti 1973)
Conway non era poi tanto sicuro di essere davvero una persona molto coraggiosa. Aveva chiuso gli occhi perché era stanchissimo, ma non dormiva. Sentiva tutti i movimenti dell'aereo e aveva ascoltato, per quanto combattuto da sentimenti diversi, l'elogio che Mallinson faceva di lui. Fu proprio allora che nacquero i suoi dubbi : riconobbe la morsa allo stomaco che era la sua reazione normale a riflessioni inquietanti. Sapeva, per esperienza personale, di non essere uno di quelli che amano il pericolo per il pericolo. Ne apprezzava a volte l'aspetto esaltante come antidoto all'ignavia, ma non gli andava affatto l'idea di rischiare la pelle. Dodici anni prima, durante la guerra, era arrivato a odiare i pericoli della trincea e aveva più volte evitato la morte rifiutandosi di compiere eroismi inutili. Anche la sua medaglia se l'era guadagnata non tanto per il coraggio fisico, quanto per una sorta di capacità di resistenza faticosamente conquistata. Dalla guerra in poi, ogni volta che s'era trovato davanti al pericolo, lo aveva affrontato con crescente avversione, a meno che non promettesse particolari brividi ed emozioni. Teneva ancora gli occhi chiusi. Le parole di Mallinson lo avevano commosso, ma anche un po' spaventato. Era destino che nella vita scambiassero sempre la sua serenità per coraggio, mentre si trattava in realtà di qualcosa di molto più spassionato e molto meno virile. Erano tutti quanti in una situazione maledettamente preoccupante e lungi dal sentirsi pieno di coraggio, Conway provava soprattutto una profonda ripugnanza per qualunque pericolo la sorte serbasse loro.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.29 ed. Garzanti 1973)
Si sentiva ancora stanchissimo. Inoltre per natura era incline a quella che la gente potrebbe definire pigrizia, anche se non si trattava esattamente di questo. Nessuno sapeva, all'occorrenza, lavorare più duramente di lui e pochi, meglio di lui, sapevano addossarsi delle responsabilità. Ma non era certo un fanatico dell'attivismo e la responsabilità gratuita non gli piaceva. Attivismo e responsabilità facevano parte del suo lavoro e lui se la cavava benissimo, ma era sempre pronto a cedere il passo a chiunque facesse altrettanto o meglio. Era questa, senza dubbio, la ragione per cui la sua carriera non risultò brillante come prometteva di esserlo. Non era così ambizioso da scavalcare gli altri o da ostentare un'attività frenetica quando in realtà non c'era niente da fare. I suoi dispacci erano laconici, al limite della cortesia e la sua calma, nei momenti d'emergenza, benché fosse motivo d'ammirazione, era tuttavia sospetta d'essere troppo genuina. All'autorità piace avere la sensazione che l'uomo si impone uno sforzo e che la sua apparente nonchalance è solo una maschera che nasconde un corredo di ben controllate emozioni. Di Conway si era a volte sospettato che la sua flemma fosse troppo autentica e che qualunque cosa accadesse, lui se ne infischiasse altamente. Ma anche qui, come per la pigrizia, si trattava di un'interpretazione arbitraria. In realtà la gente non capiva una cosa di una semplicità sconcertante : e cioè che Conway amava la quiete, la contemplazione e la solitudine.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.33 ed. Garzanti 1973)
Di quest’inizio cinematografico, rimane da dire che Baskul oggi è in Iran, e non in Cina: lontana dal confine, più vicina all’Afghanistan o al Turkmenistan. Può darsi che si tratti di un errore voluto, o di un’altra Baskul (la Baskul del film appare abitata da cinesi autentici), o che sia un luogo di fantasia, così come faceva Salgari che dava nomi veri a posti inventati; del resto la cosa non ha una grande importanza, perché Baskul la dimentichiamo subito, è solo un punto di partenza, un aeroporto di fortuna da dove parte l’aereo con i nostri cinque protagonisti. Su internet ci sono anche dei tentativi di ricostruzione di questo volo: ne porto qui una mappa per chi volesse divertirsi. (dal sito http://www.boloji.com/ dove il dr.Amitabh Mitra ha scritto una dettagliata spiegazione, in inglese)
(continua)
Orizzonte perduto ( III )
LOST HORIZON (ORIZZONTE PERDUTO, 1937) Regia di Frank Capra. Tratto dal romanzo di James Hilton. Sceneggiatura di Robert Riskin. Fotografia: Joseph Walker (riprese aeree: Elmer Dyer); Scenografia: Stephen Goosson; montaggio: Gene Havlick, Gene Milford; costumi: Ernst Dryden; Musiche originali di Dimitri Tiomkin; i bambini cantano "Wiegenlied (Brahms), Op. 49, No. 4" e una canzone tradizionale cinese; Edward Everett Horton canta "Here we go gathering nuts in may" (canzone tradizionale per bambini)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
La principale differenza fra il libro di Hilton e il film di Capra è nei personaggi che affiancano Robert Conway nel suo viaggio verso ShangriLa. La prima differenza è nel numero: nel libro sono quattro le persone a bordo dell’aereo che parte da Baskul; nel film sono cinque.
Subito dopo Conway, come importanza, c’è il personaggio del giovane Mallinson, addetto d’ambasciata e stretto collaboratore del protagonista. Capra ne mantiene il carattere originale, ma opera un cambiamento importante: lo fa diventare il fratello minore di Conway. Un’ottima idea, che funziona benissimo per tutto il film. George Conway è interpretato da John Howard, un attore che ha avuto una carriera lunghissima interpretando moltissimi film ma che non ha lasciato una gran traccia nel nostro immaginario.
Mallinson che a volte, in mancanza di meglio, veniva ad ascoltare la musica, la trovava sconcertante. «Non riesco a capire cosa faccia qui, - aveva detto più di una volta a Conway – Questa faccenda dei lama andrà benissimo per un vecchio come Chang, ma che attrattiva può avere per una ragazza? Chissà da quanto tempo si trova qui...»
«Me lo chiedo anch’io, ma è una di quelle cose che non siamo tenuti a sapere.»
«Tu pensi che a lei piaccia star qui? (...) sembra assolutamente priva di sentimenti: una bambolina d’avorio più che un essere umano.» (...)
Conway sorrise. «Se ci pensi bene, Mallinson, ti convincerai che non è vero. Dopotutto, la tua bambolina d’avorio ha buone maniere, buon gusto nel vestire, è carina, ha un bel tocco sul clavicembalo, e non si muove per la stanza come se stesse giocando a hockey. In Europa, per quel che mi ricordo, ci sono moltissime donne che mancano di queste virtù.»
« Sei tremendamente cinico, Conway, in materia di donne. »
Conway era abituato a sentirsi fare quell'accusa. In realtà durante la sua carriera non aveva avuto molto a che fare con l'altro sesso e, durante le poche vacanze nelle stazioni climatiche indiane, gli era stato facile sostenere questa sua reputazione di cinico. Per la verità aveva avuto delle piacevolissime relazioni con donne che sarebbero state felici di sposarlo, se lui glielo avesse chiesto... ma lui non l'aveva mai fatto. Una volta era quasi arrivato al punto di annunciare il fidanzamento sul Morning Post, ma la ragazza non voleva vivere a Pekino e lui non voleva vivere a Tunbridge Wells, reciproche incompatibilità che si rivelarono insormontabili. La sua esperienza in materia di donne era fatta di tentativi inconcludenti e presentava molte lacune. Ciò nonostante, non era un cinico.
Rise e disse: « Ho trentasette anni e tu ne hai ventiquattro, ecco tutto. »
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.99 ed. Garzanti 1973)
Il terzo passeggero si chiama Barnard ed è interpretato da uno dei più grandi caratteristi di Hollywood, Thomas Mitchell: anche per Mitchell una carriera lunga e gloriosa, ma stavolta si tratta di un volto che non si dimentica (basterà ricordare il suo medico ubriaco in “Ombre rosse” di John Ford, qualche anno dopo). Il personaggio di Barnard è praticamente identico tra film e libro: si può svelare senza nuocere troppo alla trama (lo veniamo a sapere molto presto) che si tratta di un truffatore ad altissimi livelli, ricercato in tutto il mondo per un crac finanziario che ha lasciato molte persone sul lastrico. Ma Barnard è anche una persona di grandi capacità, come vedremo nel corso del film.
A fianco di Barnard, nel libro, c’è un solo personaggio: una missionaria protestante che si chiama Miss Brinklow, e che nel film non c’è. Miss Brinklow, un personaggio serio ma leggermente caricaturale, serve a Hilton per introdurre il discorso sulla religione, che in “Orizzonte perduto” è importante e che bisognerà affrontare in un prossimo post; il tema religioso viene comunque affrontato da Capra, che però qui sostituisce la volitiva e appassionata Miss Brinklow con due personaggi più adatti al cinema. Si tratta di una giovane donna, interpretata da Isabel Jewell, che è quasi sicuramente una prostituta e che vediamo seriamente malata (forse ai polmoni), e di uno scienziato, un paleontologo, cioè un personaggio creato su misura per il grande attore comico Edward Everett Horton. Della qual cosa sono molto contento, perchè sono un grande fan di E.E. Horton e lo vedo sempre volentieri: per nostra fortuna, Horton è onnipresente nei film di quel periodo, magari a fianco di Fred Astaire (in “Cappello a cilindro”) o nelle commedie di Lubitsch, e fa sempre più o meno lo stesso personaggio ma lo si vede sempre con gran piacere.
Qui duetta spesso con Thomas Mitchell, e il loro compito è quello di alleggerire la tensione sempre presente nel film: sono due grandi attori e lo fanno benissimo.
...Era tipico di Conway lasciare che gli altri si svegliassero da soli e quasi non rispondere alle loro esclamazioni di stupore. Ma quando più tardi Barnard gli chiese la sua opinione, Conway parlò con l'eloquenza distaccata di un professore che delucida un problema. Disse che secondo lui si trovavano ancora in India. Che da parecchie ore volavano in direzione est, a quota troppo alta però per poter vedere qualcosa, ma probabilmente la rotta seguiva il letto di un fiume che scorreva da est a ovest. « Purtroppo devo basarmi unicamente sulla memoria, ma credo si tratti dell'alta valle dell'Indo. Se così fosse, dovremmo trovarci in una zona straordinaria, e come potete vedere, è straordinaria davvero. »
« Quindi lei sa dove ci troviamo? » lo interruppe Barnard.
« Be', non sono mai stato da queste parti, ma non mi sorprenderebbe se quelle montagne fossero i Nanga Parbat, dove perse la vita Mummery. Struttura e posizione collimerebbero con quel che ne ho sentito dire. »
« Lei è alpinista? »
« Sì, da ragazzo ero abbastanza bravo. Naturalmente le solite ascensioni svizzere, niente di più. »
Mallinson intervenne stizzito: « Sarebbe più utile discutere dove stiamo andando. Perdio, vorrei proprio che qualcuno me lo dicesse! »
« A me sembra che ci stiamo dirigendo verso quella catena di monti laggiù, » disse Barnard. « Lei che ne pensa, Conway? Mi scusi se la chiamo così, ma visto che dovremo dividere la stessa sorte, è inutile fare complimenti. »
A Conway pareva del tutto naturale che lo sì chiamasse per nome e trovò le scuse di Barnard assolutamente superflue. « Certo, » acconsentì; poi aggiunse: « Penso sia la catena del Karakorum. Ci sono parecchi valichi, chissà se il nostro uomo intende superarli. »
« Il nostro uomo? » esclamò Mallinson. « Vorrai dire il nostro pazzo. Credo che a questo punto si debba accantonare l'ipotesi del rapimento. Ormai siamo ben lontani dalla zona di frontiera, qui intorno non vive nessuna tribù. L'unica spiegazione plausibile è che questo tipo sia un pazzo furioso. Chi altri, se non un pazzo, volerebbe su questi luoghi? »
« Eppure solo un pilota eccezionale lo potrebbe fare, » ribatté Barnard. « Non sono mai stato un asso in geografia, ma so che queste sono le montagne più alte del globo e superarle sarà davvero un'impresa fuori del comune. »
« Se Dio lo vorrà, » intervenne inaspettatamente la signorina Brinklow.
Conway non espresse la sua opinione. Volontà di Dio o pazzia d'uomo, erano due alternative possibili, se proprio si voleva giustificare ogni cosa. O al contrario, la volontà dell'uomo e la follia di Dio, pensò Conway (...)
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.38 ed. Garzanti 1973)
(continua)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
La principale differenza fra il libro di Hilton e il film di Capra è nei personaggi che affiancano Robert Conway nel suo viaggio verso ShangriLa. La prima differenza è nel numero: nel libro sono quattro le persone a bordo dell’aereo che parte da Baskul; nel film sono cinque.
Subito dopo Conway, come importanza, c’è il personaggio del giovane Mallinson, addetto d’ambasciata e stretto collaboratore del protagonista. Capra ne mantiene il carattere originale, ma opera un cambiamento importante: lo fa diventare il fratello minore di Conway. Un’ottima idea, che funziona benissimo per tutto il film. George Conway è interpretato da John Howard, un attore che ha avuto una carriera lunghissima interpretando moltissimi film ma che non ha lasciato una gran traccia nel nostro immaginario.
Mallinson che a volte, in mancanza di meglio, veniva ad ascoltare la musica, la trovava sconcertante. «Non riesco a capire cosa faccia qui, - aveva detto più di una volta a Conway – Questa faccenda dei lama andrà benissimo per un vecchio come Chang, ma che attrattiva può avere per una ragazza? Chissà da quanto tempo si trova qui...»
«Me lo chiedo anch’io, ma è una di quelle cose che non siamo tenuti a sapere.»
«Tu pensi che a lei piaccia star qui? (...) sembra assolutamente priva di sentimenti: una bambolina d’avorio più che un essere umano.» (...)
Conway sorrise. «Se ci pensi bene, Mallinson, ti convincerai che non è vero. Dopotutto, la tua bambolina d’avorio ha buone maniere, buon gusto nel vestire, è carina, ha un bel tocco sul clavicembalo, e non si muove per la stanza come se stesse giocando a hockey. In Europa, per quel che mi ricordo, ci sono moltissime donne che mancano di queste virtù.»
« Sei tremendamente cinico, Conway, in materia di donne. »
Conway era abituato a sentirsi fare quell'accusa. In realtà durante la sua carriera non aveva avuto molto a che fare con l'altro sesso e, durante le poche vacanze nelle stazioni climatiche indiane, gli era stato facile sostenere questa sua reputazione di cinico. Per la verità aveva avuto delle piacevolissime relazioni con donne che sarebbero state felici di sposarlo, se lui glielo avesse chiesto... ma lui non l'aveva mai fatto. Una volta era quasi arrivato al punto di annunciare il fidanzamento sul Morning Post, ma la ragazza non voleva vivere a Pekino e lui non voleva vivere a Tunbridge Wells, reciproche incompatibilità che si rivelarono insormontabili. La sua esperienza in materia di donne era fatta di tentativi inconcludenti e presentava molte lacune. Ciò nonostante, non era un cinico.
Rise e disse: « Ho trentasette anni e tu ne hai ventiquattro, ecco tutto. »
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.99 ed. Garzanti 1973)
Il terzo passeggero si chiama Barnard ed è interpretato da uno dei più grandi caratteristi di Hollywood, Thomas Mitchell: anche per Mitchell una carriera lunga e gloriosa, ma stavolta si tratta di un volto che non si dimentica (basterà ricordare il suo medico ubriaco in “Ombre rosse” di John Ford, qualche anno dopo). Il personaggio di Barnard è praticamente identico tra film e libro: si può svelare senza nuocere troppo alla trama (lo veniamo a sapere molto presto) che si tratta di un truffatore ad altissimi livelli, ricercato in tutto il mondo per un crac finanziario che ha lasciato molte persone sul lastrico. Ma Barnard è anche una persona di grandi capacità, come vedremo nel corso del film.
A fianco di Barnard, nel libro, c’è un solo personaggio: una missionaria protestante che si chiama Miss Brinklow, e che nel film non c’è. Miss Brinklow, un personaggio serio ma leggermente caricaturale, serve a Hilton per introdurre il discorso sulla religione, che in “Orizzonte perduto” è importante e che bisognerà affrontare in un prossimo post; il tema religioso viene comunque affrontato da Capra, che però qui sostituisce la volitiva e appassionata Miss Brinklow con due personaggi più adatti al cinema. Si tratta di una giovane donna, interpretata da Isabel Jewell, che è quasi sicuramente una prostituta e che vediamo seriamente malata (forse ai polmoni), e di uno scienziato, un paleontologo, cioè un personaggio creato su misura per il grande attore comico Edward Everett Horton. Della qual cosa sono molto contento, perchè sono un grande fan di E.E. Horton e lo vedo sempre volentieri: per nostra fortuna, Horton è onnipresente nei film di quel periodo, magari a fianco di Fred Astaire (in “Cappello a cilindro”) o nelle commedie di Lubitsch, e fa sempre più o meno lo stesso personaggio ma lo si vede sempre con gran piacere.
Qui duetta spesso con Thomas Mitchell, e il loro compito è quello di alleggerire la tensione sempre presente nel film: sono due grandi attori e lo fanno benissimo.
...Era tipico di Conway lasciare che gli altri si svegliassero da soli e quasi non rispondere alle loro esclamazioni di stupore. Ma quando più tardi Barnard gli chiese la sua opinione, Conway parlò con l'eloquenza distaccata di un professore che delucida un problema. Disse che secondo lui si trovavano ancora in India. Che da parecchie ore volavano in direzione est, a quota troppo alta però per poter vedere qualcosa, ma probabilmente la rotta seguiva il letto di un fiume che scorreva da est a ovest. « Purtroppo devo basarmi unicamente sulla memoria, ma credo si tratti dell'alta valle dell'Indo. Se così fosse, dovremmo trovarci in una zona straordinaria, e come potete vedere, è straordinaria davvero. »
« Quindi lei sa dove ci troviamo? » lo interruppe Barnard.
« Be', non sono mai stato da queste parti, ma non mi sorprenderebbe se quelle montagne fossero i Nanga Parbat, dove perse la vita Mummery. Struttura e posizione collimerebbero con quel che ne ho sentito dire. »
« Lei è alpinista? »
« Sì, da ragazzo ero abbastanza bravo. Naturalmente le solite ascensioni svizzere, niente di più. »
Mallinson intervenne stizzito: « Sarebbe più utile discutere dove stiamo andando. Perdio, vorrei proprio che qualcuno me lo dicesse! »
« A me sembra che ci stiamo dirigendo verso quella catena di monti laggiù, » disse Barnard. « Lei che ne pensa, Conway? Mi scusi se la chiamo così, ma visto che dovremo dividere la stessa sorte, è inutile fare complimenti. »
A Conway pareva del tutto naturale che lo sì chiamasse per nome e trovò le scuse di Barnard assolutamente superflue. « Certo, » acconsentì; poi aggiunse: « Penso sia la catena del Karakorum. Ci sono parecchi valichi, chissà se il nostro uomo intende superarli. »
« Il nostro uomo? » esclamò Mallinson. « Vorrai dire il nostro pazzo. Credo che a questo punto si debba accantonare l'ipotesi del rapimento. Ormai siamo ben lontani dalla zona di frontiera, qui intorno non vive nessuna tribù. L'unica spiegazione plausibile è che questo tipo sia un pazzo furioso. Chi altri, se non un pazzo, volerebbe su questi luoghi? »
« Eppure solo un pilota eccezionale lo potrebbe fare, » ribatté Barnard. « Non sono mai stato un asso in geografia, ma so che queste sono le montagne più alte del globo e superarle sarà davvero un'impresa fuori del comune. »
« Se Dio lo vorrà, » intervenne inaspettatamente la signorina Brinklow.
Conway non espresse la sua opinione. Volontà di Dio o pazzia d'uomo, erano due alternative possibili, se proprio si voleva giustificare ogni cosa. O al contrario, la volontà dell'uomo e la follia di Dio, pensò Conway (...)
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.38 ed. Garzanti 1973)
(continua)
Orizzonte perduto ( IV )
LOST HORIZON (ORIZZONTE PERDUTO, 1937) Regia di Frank Capra. Tratto dal romanzo di James Hilton. Sceneggiatura di Robert Riskin. Fotografia: Joseph Walker (riprese aeree: Elmer Dyer); Scenografia: Stephen Goosson; montaggio: Gene Havlick, Gene Milford; costumi: Ernst Dryden; Musiche originali di Dimitri Tiomkin; i bambini cantano "Wiegenlied (Brahms), Op. 49, No. 4" e una canzone tradizionale cinese; Edward Everett Horton canta "Here we go gathering nuts in may" (canzone tradizionale per bambini)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
Una volta giunti a ShangriLa, Conway e i suoi compagni d’avventura si trovano spesso a discutere con Mr.Chang, gentilissimo ed enigmatico. Appare subito evidente che dietro a Chang c’è qualcuno, ma chi?
Frank Capra affida la parte di Chang a uno dei suoi fedelissimi, l’attore H.B. Warner: che come cinese è altamente improbabile, ma come attore è ottimo e rende benissimo il suo personaggio, come meglio non si poteva fare. D’altronde, come già sa chi conosce bene la storia di “Orizzonte perduto”, il fatto che Chang sia veramente cinese non ha molta importanza.
Nel libro, Chang ha una bella conversazione con Miss Brinklow: ma nel film Miss Brinklow non c’è, e dunque le questioni filosofiche Chang le affronterà quasi soltanto con Conway.
Miss Brinklow: « Prima di tutto in quanti siete e di che nazionalità siete? »
Evidentemente la sua mente metodica continuava a funzionare secondo gli schemi professionali della missione di Baskul. Chang rispose: « I lama veri e propri sono circa cinquanta, poi ci sono alcuni altri che, come me, non hanno ancora raggiunto la completa iniziazione. Ci arriveremo a tempo debito, spero. Sino a quel momento siamo lama solo per metà, postulanti, direste voi. Quanto alle nostre origini razziali, tra di noi ci sono rappresentanti delle più svariate nazionalità, benché naturalmente cinesi e tibetani costituiscano la maggioranza. »
La signorina Brinklow non mancava mai di trarre delle conclusioni, sia pure sbagliate. « Capisco. Allora è proprio un monastero indigeno. Il lama vostro capo è cinese o tibetano? »
«No. »
« Ci sono degli inglesi? »
« Parecchi. »
« Santo cielo, questo mi sembra molto importante. » La signorina Brinklow si interruppe solo per prender fiato, poi continuò: « E adesso, mi dica in cosa credete. »
Conway si appoggiò allo schienale in divertita attesa. Gli era sempre piaciuto assistere allo scontro di mentalità opposte. E la precipitosa ingenuità della signorina Brinklow applicata alla filosofia lama prometteva di essere davvero divertente. D'altra parte, non voleva che il loro ospite si spaventasse.
«È una domanda piuttosto impegnativa, » disse cercando di temporeggiare.
Ma la signorina Brinklow non intendeva assolutamente temporeggiare. Il vino che sugli altri aveva avuto un effetto sedativo, l'aveva invece tutta ringalluzzita. « Naturalmente, » disse con magnanimità, « io credo nella vera religione, ma sono di vedute abbastanza larghe per ammettere che altri, cioè gli stranieri, siano spesso in buona fede. E certo non mi aspetto che in un monastero condividano le mie idee. »
Questa sua concessione provocò un cortese inchino da parte di Chang. « E perché no, signora? » rispose in quel suo inglese fiorito ed elegante. « Dobbiamo forse ritenere che se una religione è la vera, tutte le altre sono assolutamente false? »
« Be', mi sembra ovvio, no? »
Conway intervenne di nuovo. « Credo che sarebbe meglio non metterci a far discussioni. Ma condivido la curiosità della signorina Brinklow nei riguardi di questa eccezionale comunità. »
Chang rispose lentamente e poco più che in un bisbiglio: « Se dovessi sintetizzare la nostra regola in poche parole, caro signore, direi che noi crediamo soprattutto nella moderazione. Inculchiamo la virtù di evitare gli eccessi di ogni genere, compreso, se mi permette il paradosso, l'eccesso di virtù. Nella vallata che lei ha visto e nella quale vivono parecchie migliaia di persone sotto il controllo del nostro ordine, abbiamo notato che questo principio conduce a un notevole grado di felicità. Governiamo con moderata severità e di conseguenza ci basta una moderata obbedienza. Credo di poter affermare che la nostra gente è moderatamente sobria, moderatamente casta e moderatamente onesta. »
Conway sorrise. Gli parve molto ben espresso, oltre che particolarmente consono al suo temperamento. « Mi sembra di capire. Suppongo che gli uomini che abbiamo incontrato stamani appartengano alla vostra gente. »
« Sì. Spero non abbiate avuto nessuna difficoltà con loro, durante il viaggio. »
« Oh, no, affatto. Comunque ho notato con piacere che il loro passo era più che moderatamente sicuro. Ma lei ha precisato però che la regola della moderazione si riferisce a loro : devo dedurne che non si riferisce alla vostra comunità? »
Chang si limitò a scuotere la testa. « Mi dispiace, signore, che lei abbia toccato un argomento sul quale non posso discutere. Posso solo aggiungere che la nostra comunità ha molte fedi e usanze diverse, ma che la maggior parte di noi è moderatamente eretica. Mi dispiace molto di non poterle dire di più per il momento. »
« La prego, non deve scusarsi. Mi lascia comunque con un argomento di piacevolissima meditazione. »
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.68 ed. Garzanti 1973)
- Cosa fanno i lama? – continuò impeterrita Mrs. Brinklow.
- Signora, si dedicano alla contemplazione e alla ricerca della saggezza.
- Ma questo non è fare qualcosa.
- E dunque, signora, non fanno nulla.
- E’ appunto quello che pensavo.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.86 ed. Garzanti 1973)
Mallinson tacque, poi d'improvviso gli chiese: « A proposito, che età pensi che abbia Chang? »
« Un'età qualsiasi, » rispose Conway leggermente, « tra i quarantanove e i centoquarantanove. »
Questa informazione tuttavia era meno credibile di molte altre fornite ai nuovi arrivati. Il fatto che la loro curiosità restasse a volte insoddisfatta, finiva col mettere in ombra la cospicua quantità di dati che Chang era sempre disposto a fornire. Non c'erano segreti, ad esempio, sugli usi e i costumi della popolazione della valle, e Conway, che vi si interessava, durante le lunghe conversazioni con Chang avrebbe potuto raccogliere materiale per una tesi di laurea. Come studioso di politica, Conway si interessava soprattutto alla forma di governo della popolazione della valle : all'esame, sembrava una specie di autocrazia piuttosto libera ed elastica esercitata dal monastero con una benevolenza quasi distratta. Il sistema doveva funzionare molto bene, e ne aveva sempre maggiore conferma ogni volta che scendeva in quel fertile paradiso. Conway si stupiva di non trovare alla base di quel sistema una legge e un ordine prestabilito; a quanto pareva, non c'erano né soldati né polizia, eppure doveva pur esserci qualche provvedimento per i delinquenti. Quando ne parlò a Chang, questi rispose che i delitti erano rarissimi, un po' perché venivano considerati tali solo fatti molto gravi, e un po' perché ognuno poteva godersi a sufficienza ciò che ragionevolmente desiderava. Come estremo rimedio, i monaci del monastero potevano espellere il colpevole dalla vallata : questa punizione però, che veniva considerata estrema ed atroce, era stata applicata molto raramente. Ma il fattore principale del governo di Luna Blu, continuava Chang, era l'insegnamento delle buone maniere, in modo che gli abitanti sentissero che certe cose « non si dovevano fare » e che facendole si sarebbero degradati. « Anche voi inglesi, » disse Chang, « nelle scuole cercate di inculcare questo sentimento, ma temo non nei confronti delle stesse cose. Gli abitanti della nostra valle, per esempio, sentono che non bisogna essere inospitali con gli stranieri, litigare con acrimonia, o lottare per rivaleggiare con altri. L'idea di divertirsi con la vostra cosiddetta guerra simulata sul campo da gioco, sembrerebbe loro assolutamente barbarica, anzi la riterrebbero un indegno incoraggiamento di tutti gli istinti più bassi. »
Conway chiese se non ci fossero mai liti a proposito di donne.
« Solo molto raramente, perché non è considerato educato prendersi una donna desiderata da un altro. »
« Ma supponiamo che qualcuno la desiderasse al punto di infischiarsene della buona educazione. »
« In tal caso, signore, sarebbe buona educazione da parte dell'altro concedergliela e da parte della donna mostrarsi condiscendente. Lei non può credere, Conway, quanti problemi si possono appianare con un po' di cortesia. »
Durante le sue visite, Conway scoprì negli abitanti della valle uno spirito di buona volontà e di accomodamento tanto più apprezzabili in quanto fra tutte le arti quella del governare è la più lontana dalla perfezione. Se ne complimentò con Chang, che gli rispose: « Vede, noi crediamo che per governare bene, bisogna evitare di governare troppo. »
« E non avete un'organizzazione democratica, votazioni, eccetera? »
« No di certo. La nostra gente si scandalizzerebbe se dovesse dichiarare che una politica è giusta e un'altra completamente sbagliata! »
Conway sorrise. Questo modo di vedere le cose gli era stranamente simpatico. (...)
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.101 ed. Garzanti 1973)
Chang: - Vede, signor Conway, noi crediamo che per governare bene si debba evitare di governare troppo.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.101 ed. Garzanti 1973)
Che è un rimando preciso all’I-Ching: se si governa bene, non c’è bisogno di troppe leggi. A pensarci bene, fatte le dovute proporzioni, è la stessa cosa che ci ha lasciato detto Gesù nel Vangelo: che dieci Comandamenti sono già troppi, basta un Comandamento solo, che li contiene tutti: “ama il tuo prossimo”.
Il resto viene da sè, o dovrebbe venire...
(continua)
Interpreti: Ronald Colman (Robert Conway), John Howard (George Conway), Jane Wyatt (Sondra), Edward Everett Horton (Alexander P.Lovett), Thomas Mitchell (Henry Barnard), H.B. Warner (Chang), Sam Jaffe (il grande Lama), Margo (Maria), Isabel Jewell (Gloria Stone). Durata: 132'.
Una volta giunti a ShangriLa, Conway e i suoi compagni d’avventura si trovano spesso a discutere con Mr.Chang, gentilissimo ed enigmatico. Appare subito evidente che dietro a Chang c’è qualcuno, ma chi?
Frank Capra affida la parte di Chang a uno dei suoi fedelissimi, l’attore H.B. Warner: che come cinese è altamente improbabile, ma come attore è ottimo e rende benissimo il suo personaggio, come meglio non si poteva fare. D’altronde, come già sa chi conosce bene la storia di “Orizzonte perduto”, il fatto che Chang sia veramente cinese non ha molta importanza.
Nel libro, Chang ha una bella conversazione con Miss Brinklow: ma nel film Miss Brinklow non c’è, e dunque le questioni filosofiche Chang le affronterà quasi soltanto con Conway.
Miss Brinklow: « Prima di tutto in quanti siete e di che nazionalità siete? »
Evidentemente la sua mente metodica continuava a funzionare secondo gli schemi professionali della missione di Baskul. Chang rispose: « I lama veri e propri sono circa cinquanta, poi ci sono alcuni altri che, come me, non hanno ancora raggiunto la completa iniziazione. Ci arriveremo a tempo debito, spero. Sino a quel momento siamo lama solo per metà, postulanti, direste voi. Quanto alle nostre origini razziali, tra di noi ci sono rappresentanti delle più svariate nazionalità, benché naturalmente cinesi e tibetani costituiscano la maggioranza. »
La signorina Brinklow non mancava mai di trarre delle conclusioni, sia pure sbagliate. « Capisco. Allora è proprio un monastero indigeno. Il lama vostro capo è cinese o tibetano? »
«No. »
« Ci sono degli inglesi? »
« Parecchi. »
« Santo cielo, questo mi sembra molto importante. » La signorina Brinklow si interruppe solo per prender fiato, poi continuò: « E adesso, mi dica in cosa credete. »
Conway si appoggiò allo schienale in divertita attesa. Gli era sempre piaciuto assistere allo scontro di mentalità opposte. E la precipitosa ingenuità della signorina Brinklow applicata alla filosofia lama prometteva di essere davvero divertente. D'altra parte, non voleva che il loro ospite si spaventasse.
«È una domanda piuttosto impegnativa, » disse cercando di temporeggiare.
Ma la signorina Brinklow non intendeva assolutamente temporeggiare. Il vino che sugli altri aveva avuto un effetto sedativo, l'aveva invece tutta ringalluzzita. « Naturalmente, » disse con magnanimità, « io credo nella vera religione, ma sono di vedute abbastanza larghe per ammettere che altri, cioè gli stranieri, siano spesso in buona fede. E certo non mi aspetto che in un monastero condividano le mie idee. »
Questa sua concessione provocò un cortese inchino da parte di Chang. « E perché no, signora? » rispose in quel suo inglese fiorito ed elegante. « Dobbiamo forse ritenere che se una religione è la vera, tutte le altre sono assolutamente false? »
« Be', mi sembra ovvio, no? »
Conway intervenne di nuovo. « Credo che sarebbe meglio non metterci a far discussioni. Ma condivido la curiosità della signorina Brinklow nei riguardi di questa eccezionale comunità. »
Chang rispose lentamente e poco più che in un bisbiglio: « Se dovessi sintetizzare la nostra regola in poche parole, caro signore, direi che noi crediamo soprattutto nella moderazione. Inculchiamo la virtù di evitare gli eccessi di ogni genere, compreso, se mi permette il paradosso, l'eccesso di virtù. Nella vallata che lei ha visto e nella quale vivono parecchie migliaia di persone sotto il controllo del nostro ordine, abbiamo notato che questo principio conduce a un notevole grado di felicità. Governiamo con moderata severità e di conseguenza ci basta una moderata obbedienza. Credo di poter affermare che la nostra gente è moderatamente sobria, moderatamente casta e moderatamente onesta. »
Conway sorrise. Gli parve molto ben espresso, oltre che particolarmente consono al suo temperamento. « Mi sembra di capire. Suppongo che gli uomini che abbiamo incontrato stamani appartengano alla vostra gente. »
« Sì. Spero non abbiate avuto nessuna difficoltà con loro, durante il viaggio. »
« Oh, no, affatto. Comunque ho notato con piacere che il loro passo era più che moderatamente sicuro. Ma lei ha precisato però che la regola della moderazione si riferisce a loro : devo dedurne che non si riferisce alla vostra comunità? »
Chang si limitò a scuotere la testa. « Mi dispiace, signore, che lei abbia toccato un argomento sul quale non posso discutere. Posso solo aggiungere che la nostra comunità ha molte fedi e usanze diverse, ma che la maggior parte di noi è moderatamente eretica. Mi dispiace molto di non poterle dire di più per il momento. »
« La prego, non deve scusarsi. Mi lascia comunque con un argomento di piacevolissima meditazione. »
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.68 ed. Garzanti 1973)
- Cosa fanno i lama? – continuò impeterrita Mrs. Brinklow.
- Signora, si dedicano alla contemplazione e alla ricerca della saggezza.
- Ma questo non è fare qualcosa.
- E dunque, signora, non fanno nulla.
- E’ appunto quello che pensavo.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.86 ed. Garzanti 1973)
Mallinson tacque, poi d'improvviso gli chiese: « A proposito, che età pensi che abbia Chang? »
« Un'età qualsiasi, » rispose Conway leggermente, « tra i quarantanove e i centoquarantanove. »
Questa informazione tuttavia era meno credibile di molte altre fornite ai nuovi arrivati. Il fatto che la loro curiosità restasse a volte insoddisfatta, finiva col mettere in ombra la cospicua quantità di dati che Chang era sempre disposto a fornire. Non c'erano segreti, ad esempio, sugli usi e i costumi della popolazione della valle, e Conway, che vi si interessava, durante le lunghe conversazioni con Chang avrebbe potuto raccogliere materiale per una tesi di laurea. Come studioso di politica, Conway si interessava soprattutto alla forma di governo della popolazione della valle : all'esame, sembrava una specie di autocrazia piuttosto libera ed elastica esercitata dal monastero con una benevolenza quasi distratta. Il sistema doveva funzionare molto bene, e ne aveva sempre maggiore conferma ogni volta che scendeva in quel fertile paradiso. Conway si stupiva di non trovare alla base di quel sistema una legge e un ordine prestabilito; a quanto pareva, non c'erano né soldati né polizia, eppure doveva pur esserci qualche provvedimento per i delinquenti. Quando ne parlò a Chang, questi rispose che i delitti erano rarissimi, un po' perché venivano considerati tali solo fatti molto gravi, e un po' perché ognuno poteva godersi a sufficienza ciò che ragionevolmente desiderava. Come estremo rimedio, i monaci del monastero potevano espellere il colpevole dalla vallata : questa punizione però, che veniva considerata estrema ed atroce, era stata applicata molto raramente. Ma il fattore principale del governo di Luna Blu, continuava Chang, era l'insegnamento delle buone maniere, in modo che gli abitanti sentissero che certe cose « non si dovevano fare » e che facendole si sarebbero degradati. « Anche voi inglesi, » disse Chang, « nelle scuole cercate di inculcare questo sentimento, ma temo non nei confronti delle stesse cose. Gli abitanti della nostra valle, per esempio, sentono che non bisogna essere inospitali con gli stranieri, litigare con acrimonia, o lottare per rivaleggiare con altri. L'idea di divertirsi con la vostra cosiddetta guerra simulata sul campo da gioco, sembrerebbe loro assolutamente barbarica, anzi la riterrebbero un indegno incoraggiamento di tutti gli istinti più bassi. »
Conway chiese se non ci fossero mai liti a proposito di donne.
« Solo molto raramente, perché non è considerato educato prendersi una donna desiderata da un altro. »
« Ma supponiamo che qualcuno la desiderasse al punto di infischiarsene della buona educazione. »
« In tal caso, signore, sarebbe buona educazione da parte dell'altro concedergliela e da parte della donna mostrarsi condiscendente. Lei non può credere, Conway, quanti problemi si possono appianare con un po' di cortesia. »
Durante le sue visite, Conway scoprì negli abitanti della valle uno spirito di buona volontà e di accomodamento tanto più apprezzabili in quanto fra tutte le arti quella del governare è la più lontana dalla perfezione. Se ne complimentò con Chang, che gli rispose: « Vede, noi crediamo che per governare bene, bisogna evitare di governare troppo. »
« E non avete un'organizzazione democratica, votazioni, eccetera? »
« No di certo. La nostra gente si scandalizzerebbe se dovesse dichiarare che una politica è giusta e un'altra completamente sbagliata! »
Conway sorrise. Questo modo di vedere le cose gli era stranamente simpatico. (...)
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.101 ed. Garzanti 1973)
Chang: - Vede, signor Conway, noi crediamo che per governare bene si debba evitare di governare troppo.
(James Hilton, Orizzonte perduto, pag.101 ed. Garzanti 1973)
Che è un rimando preciso all’I-Ching: se si governa bene, non c’è bisogno di troppe leggi. A pensarci bene, fatte le dovute proporzioni, è la stessa cosa che ci ha lasciato detto Gesù nel Vangelo: che dieci Comandamenti sono già troppi, basta un Comandamento solo, che li contiene tutti: “ama il tuo prossimo”.
Il resto viene da sè, o dovrebbe venire...
(continua)
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