Dead Poets Society (L’attimo fuggente, 1989) Regia di Peter Weir. Soggetto e sceneggiatura di Tom Schulman. Fotografia: John Seale. Musica: Maurice Jarre. Girato in esterni nel Delaware (USA). Con Robin Williams (professor Keating); i ragazzi: Robert Sean Leonard (Neil Perry, il ragazzo che vuol fare l’attore), Ethan Hawke (Todd Anderson, compagno di stanza di Neil), Josh Charles (Knox Overstreet, innamorato di Cris), Gale Hansen (Charlie “Nuanda” Dalton), Dylan Kussman (Cameron), James Waterston (Pitts), Allelon Ruggiero (Meeks); Kurtwood Smith (il padre di Neil), Carla Belver (la madre di Neil), Alexandra Powers (Cris), Norman Lloyd (Mr. Nolan), Leon Pownall (Mr. Mc Allister), Melora Walters e Welker White (le due ragazze nella grotta). Durata: 128 minuti
Sul dvd originale di “L’attimo fuggente” c’è il commento al film a tre voci: il regista Peter Weir, lo scrittore Tom Schulman, il direttore della fotografia John Seale. Si tratta di un commento molto interessante, con sottotitoli in italiano, che accompagna la visione del film. John Seale interviene quando si parla della parte tecnica, ed è ovviamente da non perdere, ma non posso riassumerla qui; Tom Schulman si sofferma sulla storia raccontata e sul suo incontro con Weir, ed anche qui è difficile riassumere qualcosa, però posso ricordare che la sceneggiatura originale di Schulman era ambientata alla fine degli anni ’60, e fu Peter Weir a spostarla indietro di dieci anni.
La parte più bella, anche letterariamente, è ovviamente quella di Peter Weir: ne riporto qui tre momenti.
minuto 23, per la scena famosa in cui si strappano le pagine dal “Pritchard”.
Peter Weir: ...ho frequentato l’università (...) solo per un anno, per loro fu una liberazione quando smisi, e lo fu anche per me. Era una facoltà umanistica, e ricordo un brutto episodio legato a una poesia di Blake. Ci avevano chiesto di leggerla, e di preparare qualcosa. Credo che fosse “La rosa malata” di William Blake, non ricordo bene quale ma ricordo tutto il resto.
O Rose, thou art sick.
The invisible worm,
That flies in the night
In the howling storm:
Has found out thy bed
Of crimson joy:
And his dark secret love
Does thy life destroy
(O rosa, tu sei ammalata. L’invisibile baco (in inglese “worm” è verme, ma anche drago) che vola nella notte, nella tempesta urlante, ha trovato il tuo letto di gioia color cremisi: e il suo scuro e segreto amore sta distruggendo la tua vita.)
William Blake, da “Songs of Experience.”
Eravamo 15 studenti, all’università di Sydney, io avevo diciotto anni. Amavo molto quella poesia, mi aveva dato molto, la adoravo. Sono solo quattro versi: il professore nell’aula la scrisse sulla lavagna, ricordo lo stridore del gesso mentre scriveva la poesia. Poi si spolverò le mani, si girò verso di noi, e disse: “Questa poesia di Blake è scadente. Perché? Vediamo, e poi sentiamo i vostri commenti.”. Io iniziai ad arrossire, perché per me era molto bella. Lui sottolineò la struttura debole, la metafora alquanto scontata e la banalità del senso. Mi guardavo attorno mentre gli altri prendevano appunti, ero diventato rosso come un fiammifero, anche se nessuno lo aveva notato. Il pensiero che quella poesia mi fosse piaciuta mi imbarazzava. “Sono uno stupido”, pensavo. Uscii dall’aula e non ci misi più piede. Non ho più letto poesie per...non so quanto, forse fino a questa sceneggiatura. Il solo pensiero mi dava quasi la nausea.
L’istruzione può avere effetti devastanti. Molti dovrebbero abbandonare gli studi, meglio per loro impegnarsi in un altro mestiere, fare scarpe, qualcosa d’altro. Cose del genere: cucinare, lavorare in un ristorante, vivere diversamente dedicandosi ad un mestiere. All’università c’è molta gente infelice, gente che ci va solo perché ci vanno tutti, per la mamma e per il papà. E’ gente a cui interessa solo il voto. (...) La scuola dà solo un’infarinatura, ma per noi è diventata una religione, oppure un mezzo per raggiungere dei fini, il che fa un po’ tristezza. Non si studia per ottenere un buon lavoro, o per guadagnare un sacco di soldi e andare a fare le vacanze in Florida. Se così fosse, che senso avrebbe? Il piacere dell’istruzione è conseguire i mezzi per comunicare, per operare, e per continuare ad apprendere in modo da affrontare la vita e i suoi problemi. (...) L’arte apre a nuove esperienze, che sia estasi o coinvolgimento intellettuale ed emotivo....
La poesia di Blake non viene citata direttamente da Peter Weir, l’ho inserita io nella narrazione; il disegno che la accompagna è di mano dello stesso Blake.
minuto 50, Peter Weir, scena della falsa lettera scritta da Neil, e poi le poesie in classe. I riferimenti di Weir sono alla famosa favola del “fagiolo magico”: un bambino vende tutti i suoi pochi averi per un fagiolo magico, e per questo viene deriso e castigato. Però poi dal fagiolo buttato per terra nasce una pianta enorme, e in cima a quella pianta c’è un mondo meraviglioso, abitato da un gigante. Il ragazzo riesce a raccogliere i tesori di quel mondo, ma poi è costretto a tornare a terra e deve abbattere quella pianta meravigliosa a colpi d’ascia, per evitare di essere raggiunto dal gigante.
Peter Weir: E’ molto importante tenere viva la fiamma della passione. La motivazione iniziale è molto fragile, se si aspira ad una lunga carriera, o se si ha la fortuna di averla. Nel mio caso, prendo delle precauzioni: consciamente o inconsciamente, cerco di mantenermi... non dico “pulito”, che suona strano, ma intendo pulito nel senso del nucleare, liberare il mio corpo dalle radiazioni; e per farlo devo vivere fuori dal circuito cinematografico. Cerco di leggere molto. Mi piace il cinema, ci vado spesso. Ascolto musica. Preferisco vivere fuori dalla comunità cinematografica. Vivo a Sydney, a nord della città. Naturalmente, ho degli amici nel settore; ma trovo che questo mi aiuti a conservare l’entusiasmo dei primi tempi. Ho visto sin dai miei inizi come si possa arrivare ad odiare il cinema, il suo processo di realizzazione è molto difficile, ci si scontra con le persone, si condividono esperienze intense. Si può finire per provarne noia.
Ero determinato a non uccidere la gallina dalle uova d’oro, una cosa buffa perché, vivendo in Australia, mi sembrava di essere Jack (sul fagiolo magico) con una fattoria, l’ascia, e una grande pianta di fagioli. Avevo trovato il castello e il gigante, non proprio Hollywood ma potevo andare lassù e suonare la cetra, e il gigante mi avrebbe dato un uovo d’oro ogni tanto, poi sarei tornato alla mia fattoria. Ho sempre l’ascia pronta, ma non abbatto mai la pianta. Spostarmi dal palazzo alla fattoria giova alla mia mente, alla mia creatività. Oggi si va in palestra, ma credo che la palestra migliore sia quella della creatività: il corpo sa badare a se stesso.
a 1h53’, Peter Weir, sequenza di Todd davanti al preside.
Peter Weir: Le emozioni dello spettatore si uniscono a quelle del regista per creare un grande effetto. Non bisogna essere didascalici (spiegare troppo). E’ sufficiente presentare una storia per dare spazio agli spettatori, il che rende l’esperienza più ricca. Si evita di fare propaganda, di cercare di vendere come nella pubblicità.
Il film deve essere aperto. Alcuni non lo apprezzano, diranno “Non l’ho capito, è vuoto, è noioso”. Ma qualcun altro dirà “Non è ovvio e scontato come molti altri film, ti dà da pensare”. E se entri nello spirito del film è un’esperienza bellissima. Di conseguenza, per chi partecipa al film, diventano importanti anche i dettagli più piccoli...
La cosa più emozionante del film, rivedendolo con calma e pensando di essere al cinema, sono forse le immagini della natura, il cambiare delle stagioni, il paesaggio, gli uccelli, l’albero nella neve del finale. Ma, conoscendo Weir, tutto questo non può sorprendere.
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lunedì 30 maggio 2011
domenica 29 maggio 2011
L'attimo fuggente (Dead poets society) n.2
Dead Poets Society (L’attimo fuggente, 1989) Regia di Peter Weir. Soggetto e sceneggiatura di Tom Schulman. Fotografia: John Seale. Musica originale: Maurice Jarre. Con Robin Williams (professor Keating); i ragazzi: Robert Sean Leonard (Neil Perry, il ragazzo che vuol fare l’attore), Ethan Hawke (Todd Anderson, compagno di stanza di Neil), Josh Charles (Knox Overstreet, innamorato di Cris), Gale Hansen (Charlie “Nuanda” Dalton), Dylan Kussman (Cameron), James Waterston (Pitts), Allelon Ruggiero (Meeks); Kurtwood Smith (il padre di Neil), Carla Belver (la madre di Neil), Alexandra Powers (Cris), Norman Lloyd (Mr. Nolan), Leon Pownall (Mr. Mc Allister), Melora Walters e Welker White (le due ragazze nella grotta). Durata: 128 minuti
Guardando “L’attimo fuggente”, un film di grande successo che tutti ricordano, sul quale si è detto e scritto moltissimo, mi sono sempre chiesto: quanti sono quelli che capiscono veramente quello che succede? Non è una domanda banale, il film è apparentemente semplice e va a colpire tutti noi, perché tutti noi siamo stati a scuola, le scuole sono diverse ma le situazioni che si creano sono ancora oggi molto simili a quelle che vediamo nel film, quindi ognuno di noi è tentato a sovrapporre se stesso al film. Il che non è male di per sè, anzi è buon segno (guai ai film che non ci toccano dentro, almeno un po’...), ma davanti a un autore vero, come Peter Weir, bisogna sempre stare attenti ai particolari.
Per esempio: quanti sono, fra quelli che hanno visto il film e ne hanno parlato, quelli che sanno cosa va a recitare Neil, il ragazzo che vuol fare l’attore nonostante il parere contrario di suo padre?
Si tratta di “Sogno di una notte di mezza estate”, di William Shakespeare: che è una commedia, e quindi non vi sono tragedie con morti ammazzati. Anzi, “Sogno di una notte di mezza estate” è molto divertente, a tratti anche di un umorismo piuttosto grossolano (volutamente grossolano, sia ben chiaro).
Un po’ di confusione la fa lo stesso Neil, nel film, quando dice di aver ottenuto la parte del protagonista: in “Sogno di una notte di mezza estate” i protagonisti sono tanti, è una commedia corale di quelle scritte apposta per far lavorare tutti e far fare bella figura a tutti. Non è “Romeo e Giulietta”, per intenderci, e nemmeno “Otello”; però la parte di Puck è davvero importante, è lui il motore dell’azione, ed è a Puck che spetta il finale, come si vede bene nel film.
Forse si può dire che il vero protagonista è il bosco, la foresta incantata abitata da fate, spiriti, elfi folletti: nella foresta vanno a rifugiarsi due coppie di innamorati, i cui genitori sono contrari al matrimonio. Nella foresta, un’altra coppia: Oberon e Titania, re e regina delle fate e degli elfi e degli spiriti tutti. Oberon e Titania hanno litigato, come succede in tutte le coppie, per futili motivi; di conseguenza Oberon chiama il folletto Puck e lo manda a prendere un fiore, il cui succo spremuto sugli occhi di una persona che dorme la farà innamorare della prima persona che vedrà al suo risveglio. Così Oberon spera di risolvere velocemente il problema con Titania; ma Puck è un folletto molto svelto ma anche un po’ pasticcione, e con quel fiore magico creerà un bel po’ di confusione. Nel film vediamo Puck all’inizio dell’atto secondo, a colloquio con una Fata, una delle tante e quindi senza nome; però questa Fata canta una canzone, e quindi è anch’essa un bel ruolo da interpretare. Nel film la canzone non c’è, incontriamo Puck e la Fata quando la canzone è già finita; però la scena è molto bella e la riporto qui per intero, prima in italiano e poi in inglese (purtroppo per noi, la traduzione usata nel doppiaggio è quasi incomprensibile, e i doppiatori sono molto impacciati; con il sonoro originale si va un po’ meglio).
ATTO SECONDO - SCENA PRIMA
Un bosco nei pressi di Atene. Entrano, da parti opposte, una FATA e PUCK.
PUCK Ehilà, spirito! dove vai errando?
FATA Vado per monti e valloni, per orti e roveti, per fiumi e canneti, tra vampe e burroni, rapido come s'alza la Luna di balza in balza, di collina in collina; e cabale sull'erba disegno con la brina per lei, per la regina delle fate, superba fra le primule snelle, sue dame e sue donzelle, che in lor veste leggera portan la primavera. Devo andar cercando qua e là delle gocce di rugiada e appendere una perla all'orecchio di ogni primula. Addio, spirito screanzato, me ne vado. La nostra regina, con il corteggio di tutti i suoi elfi, sta per giungere a questa volta.
PUCK Il re vorrà dare una festa proprio qui, stanotte: bada che la regina se ne stia lontana dai suoi sguardi, ché Oberon è al colmo dell'ira: e tutto questo a causa d'un ragazzo bellissimo ch'ella ha rubato a un re indiano e che s'è presa come paggio. Non ne ha mai avuto uno più caro e l'invidioso Oberon vorrebbe averlo lui, invece, tutto per sé, fra i cavalieri del suo seguito, per batter la foresta selvaggia innanzi al suo passaggio. Ma essa trattiene a forza il bel ragazzo, lo incorona di fiori e vi concentra tutto il suo piacere. E così accade che quei due non si posson mai più incontrare in boschi o radure, presso limpide fonti, o al vivido splendore delle stelle senza dar sfogo ad aspre liti: al punto che, per la paura, tutti i loro elfi corrono a rannicchiarsi nelle coccole delle ghiande e vi si tengon celati.
FATA O io m'inganno affatto sulla tua forma e sul tuo sembiante, ovvero tu sei proprio quella birba malandrina d'uno spirito che vien chiamato Robin Goodfellow. Non sei tu forse proprio quel tale che spaventa le fanciulle del villaggio, che screma il latte, che s'affanna alla mola del mulino, e che rende vana l'opera laboriosa della massaia nella zàngola per ottenere il burro, e impedisce talvolta alla birra di lievitare, e fa smarrir la strada ai pellegrini notturni per ridere della loro peripezia? Mentre quegli altri che ti vezzeggiano con il nome di Hobgoblin, di Buon Puck, li aiuti nel loro lavoro, e si assicurano la buona sorte. Non sei tu forse proprio colui?
PUCK Dici bene, fata, io son proprio quell'allegro nottambulo, e faccio da buffone a Oberon e gli eccito il riso quando inganno uno stallone ben nutrito di fave imitando il nitrito della puledra. E talvolta mi appiatto nel boccale d'una comare prendendo l'aspetto d'una mela cotta, e quand'ella beve, balzo alle sue labbra e le rovescio la birra sulla giogaia avvizzita. La più assennata fra le matrone, mentre racconta la più seria fra le storie, mi scambia talvolta per un tréspolo; e allora io le sguscio di sotto alle natiche e quella va a gambe all'aria e grida: «All'anima del sarto! » in un accesso di tosse. E tutti gli ascoltatori della compagnia si tengono i fianchi dal ridere, e mentre monta il buon umore giurano in mezzo agli scoppi degli sternuti che non s'era mai data un'ora di più pazza allegria. Ma fatti da parte, fata, perché arriva Oberon.
FATA E arriva anche la mia padrona. Volesse il cielo ch'egli se n'andasse subito.
Entrano, da un lato OBERON con il suo seguito, e dall'altro TITANIA con il suo.
OBERON Cattivo incontro al lume della luna, fiera Titania.
TITANIA Sei tu, invidioso Oberon? Fate, andiamo via subito: ho rinnegato il suo letto e la sua compagnia. (...)
(William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, traduzione di Gabriele Baldini, ed. BUR Rizzoli)
ACT II - SCENE I
A Wood near Athens. Enter a FAIRY at one door, and PUCK at another.
PUCK. How now, spirit! Whither wander you?
FAIRY. Over hill, over dale,
Thorough bush, thorough briar,
Over park, over pale,
Thorough flood, thorough fire,
I do wander everywhere,
Swifter than the moon's sphere;
And I serve the Fairy Queen,
To dew her orbs upon the green.
The cowslips tall her pensioners be,
In their gold coats spots you see;
Those be rubies, fairy favours,
In those freckles live their savours.
I must go seek some dew-drops here,
And hang a pearl in every cowslip's ear.
Farewell, thou lob of spirits; I'll be gone;
Our Queen and all her elves come here anon.
PUCK. The King doth keep his revels here tonight;
Take heed the Queen come not within his right;
For Oberon is passing fell and wrath,
Because that she as her attendant hath
A lovely boy, stol'n from an Indian king
She never had so sweet a changeling;
And jealous Oberon would bave the child
Knight of his train, to trace the forests wild:
But she perforce withholds the loved boy,
Crowns him with flowers, and makes him all her joy.
And now they never meet in grove or green,
By fountain clear, or spangled starlight sheen,
But they do square; that all their elves for fear
Creep into acorn-cups, and hide them there.
FAI. Either I mistake your shape and making quite,
Or else you are that shrewd and knavish sprite
Called Robin Goodfellow. Are not you he
That frights the maidens of the villagery,
Skim milk, and sometimes labour in the quern,
And bootless make the breathless housewife churn,
And sometime make the drink to bear no barm,
Mislead night-wanderers, laughing at their harm?
Those that Hobgoblin call you, and sweet Puck,
You do their work, and they shall bave good luck.
Are not you he?
PUCK. Thou speak'st aright;
I am that merry wanderer of the night.
I jest to Oberon, and make him smile
When I a fat and bean-fed horse beguile,
Neighing in likeness of a filly foal;
And sometime lurk I in a gossip's bowl
In very likeness of a roasted crab,
And when she drinks, against her lips I bob,
And on her wither'd dewlap pour the ale.
The wisest aunt, telling the saddest tale,
Sometime for three-foot stool mistaketh me;
Then slip I from her bum, down topples she,
And 'tailor' cries, and falls into a cough;
And then the whole quire hold their hips and loffe
And waxen in their mirth, and neeze, and swear
A merrier hour was never wasted there.
But room, fairy! Here comes Oberon.
FAI. And here my mistress. Would that he were gone!
Enter OBERON, at one door, with his Train; and TITANIA, at another, with hers.
OBE. Ill met by moonlight, proud Titania.
TITA. What, jealous Oberon? Fairies, skip hence; I have forsworn his bed and company.
(...)
(William Shakespeare, A midsummer night’s dream)
Nel film si vede bene, ma solo per pochi istanti, anche Bottom, con la testa d’asino: Bottom è un attore che si è recato con i suoi colleghi nel bosco per le prove di una tragedia greca, “Piramo e Tisbe”; siccome non sono propriamente dei grandi attori la recita diventa molto comica, e il consiglio per chi ancora non la conosce è di andarsela a leggere, perché è molto divertente. I folletti assistono agli sproloqui di Bottom e degli attori, e decidono che una testa d’asino gli dona molto di più di quella sua naturale; Oberon per vendicarsi di Titania (con la quale ha nuovamente litigato) la fa innamorare perdutamente dell’asino. Il quale asino, cioè l’attore Bottom, non si è accorto di niente e non si capacita né della fuga dei suoi spaventatissimi compagni né dell’amore di questa bellissima signora, ma comunque sia prova ad adattarsi.
Una gran confusione: ma poi tutto si sistemerà e si andrà verso un finale lietissimo.
La commedia viene chiusa da Puck, spirito burlone, con un epilogo che è un classico del teatro: il monologo finale, scritto per attirare gli applausi. Se l’attore è bravo, funziona sempre.
PUCK. If we shadows have offended,
Think but this, and all is mended,
That you have but slumber'd here
While these visions did appear.
And this weak and idle theme,
No more yielding but a dream,
Gentles, do not reprehend:
If you pardon, we will mend.
And, as I am an honest Puck,
If we have unearned luck
Now to 'scape the serpent's tongue,
We will make amends ere long;
Else the Puck a liar call.
So, goodnight unto you all.
Give me your hands, if we be friends,
And Robin shall restore amends.
Exit.
(William Shakespeare, A midsummer night’s dream)
PUCK : Se l'ombre nostre v'han dato offesa, voi fate conto che queste visioni così a sorpresa v'abbiano colto mentr'eravate in preda al sonno, in lieve sonno sopiti; ed era ogni visione vaga chimera. Non ci dovete rimproverare se vana e sciocca sembrò la storia; ne andrà dissolta ogni memoria, come di nebbia se il sole appare; se ci accordate vostra clemenza, gentile pubblico, faremo ammenda. E com'è vero ch'io son folletto onesto e semplice, sincero e schietto, se pure ho colpe, non mai ho avuta lingua di serpe falsa e forcuta; pago l'ammenda senza ritardo, o mi direte che son bugiardo. Ora vi auguro sogni felici, se sia ben vero che siamo amici, e ad un applauso tutti vi esorto, poiché ho promesso che ad ogni torto a voi usato per insipienza, gentile pubblico, faremo ammenda.
Exit. Sipario.
(William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, traduzione di Gabriele Baldini, ed. BUR Rizzoli)
Si può far notare una cosa: l’originale è in versi, molto musicali; e quando siamo davanti alla poesia, ogni traduzione fa perdere molto fascino all’originale. Non conosco bene l’inglese, men che meno quello di fine ‘500: ma quel poco che so mi consente di cogliere il ritmo dell’originale, ed è musica vera.
La messa in scena che si vede nel film è di buon livello, c’è perfino un’orchestra con musicisti che suonano dal vivo; è ovviamente una delle tante messe in scena possibili, i costumi così pieni di rami e di foglie sembrano pensati per suggerire che i folletti fanno parte del bosco, sono anzi parte stessa del bosco. Non sono sicuro che sia un’idea felice, però questa corona di spine, che fin lì era sembrata un semplice costume di scena, la vedremo poi sulla testa di Neil nella scena più drammatica del film.
Guardando “L’attimo fuggente”, un film di grande successo che tutti ricordano, sul quale si è detto e scritto moltissimo, mi sono sempre chiesto: quanti sono quelli che capiscono veramente quello che succede? Non è una domanda banale, il film è apparentemente semplice e va a colpire tutti noi, perché tutti noi siamo stati a scuola, le scuole sono diverse ma le situazioni che si creano sono ancora oggi molto simili a quelle che vediamo nel film, quindi ognuno di noi è tentato a sovrapporre se stesso al film. Il che non è male di per sè, anzi è buon segno (guai ai film che non ci toccano dentro, almeno un po’...), ma davanti a un autore vero, come Peter Weir, bisogna sempre stare attenti ai particolari.
Per esempio: quanti sono, fra quelli che hanno visto il film e ne hanno parlato, quelli che sanno cosa va a recitare Neil, il ragazzo che vuol fare l’attore nonostante il parere contrario di suo padre?
Si tratta di “Sogno di una notte di mezza estate”, di William Shakespeare: che è una commedia, e quindi non vi sono tragedie con morti ammazzati. Anzi, “Sogno di una notte di mezza estate” è molto divertente, a tratti anche di un umorismo piuttosto grossolano (volutamente grossolano, sia ben chiaro).
Un po’ di confusione la fa lo stesso Neil, nel film, quando dice di aver ottenuto la parte del protagonista: in “Sogno di una notte di mezza estate” i protagonisti sono tanti, è una commedia corale di quelle scritte apposta per far lavorare tutti e far fare bella figura a tutti. Non è “Romeo e Giulietta”, per intenderci, e nemmeno “Otello”; però la parte di Puck è davvero importante, è lui il motore dell’azione, ed è a Puck che spetta il finale, come si vede bene nel film.
Forse si può dire che il vero protagonista è il bosco, la foresta incantata abitata da fate, spiriti, elfi folletti: nella foresta vanno a rifugiarsi due coppie di innamorati, i cui genitori sono contrari al matrimonio. Nella foresta, un’altra coppia: Oberon e Titania, re e regina delle fate e degli elfi e degli spiriti tutti. Oberon e Titania hanno litigato, come succede in tutte le coppie, per futili motivi; di conseguenza Oberon chiama il folletto Puck e lo manda a prendere un fiore, il cui succo spremuto sugli occhi di una persona che dorme la farà innamorare della prima persona che vedrà al suo risveglio. Così Oberon spera di risolvere velocemente il problema con Titania; ma Puck è un folletto molto svelto ma anche un po’ pasticcione, e con quel fiore magico creerà un bel po’ di confusione. Nel film vediamo Puck all’inizio dell’atto secondo, a colloquio con una Fata, una delle tante e quindi senza nome; però questa Fata canta una canzone, e quindi è anch’essa un bel ruolo da interpretare. Nel film la canzone non c’è, incontriamo Puck e la Fata quando la canzone è già finita; però la scena è molto bella e la riporto qui per intero, prima in italiano e poi in inglese (purtroppo per noi, la traduzione usata nel doppiaggio è quasi incomprensibile, e i doppiatori sono molto impacciati; con il sonoro originale si va un po’ meglio).
ATTO SECONDO - SCENA PRIMA
Un bosco nei pressi di Atene. Entrano, da parti opposte, una FATA e PUCK.
PUCK Ehilà, spirito! dove vai errando?
FATA Vado per monti e valloni, per orti e roveti, per fiumi e canneti, tra vampe e burroni, rapido come s'alza la Luna di balza in balza, di collina in collina; e cabale sull'erba disegno con la brina per lei, per la regina delle fate, superba fra le primule snelle, sue dame e sue donzelle, che in lor veste leggera portan la primavera. Devo andar cercando qua e là delle gocce di rugiada e appendere una perla all'orecchio di ogni primula. Addio, spirito screanzato, me ne vado. La nostra regina, con il corteggio di tutti i suoi elfi, sta per giungere a questa volta.
PUCK Il re vorrà dare una festa proprio qui, stanotte: bada che la regina se ne stia lontana dai suoi sguardi, ché Oberon è al colmo dell'ira: e tutto questo a causa d'un ragazzo bellissimo ch'ella ha rubato a un re indiano e che s'è presa come paggio. Non ne ha mai avuto uno più caro e l'invidioso Oberon vorrebbe averlo lui, invece, tutto per sé, fra i cavalieri del suo seguito, per batter la foresta selvaggia innanzi al suo passaggio. Ma essa trattiene a forza il bel ragazzo, lo incorona di fiori e vi concentra tutto il suo piacere. E così accade che quei due non si posson mai più incontrare in boschi o radure, presso limpide fonti, o al vivido splendore delle stelle senza dar sfogo ad aspre liti: al punto che, per la paura, tutti i loro elfi corrono a rannicchiarsi nelle coccole delle ghiande e vi si tengon celati.
FATA O io m'inganno affatto sulla tua forma e sul tuo sembiante, ovvero tu sei proprio quella birba malandrina d'uno spirito che vien chiamato Robin Goodfellow. Non sei tu forse proprio quel tale che spaventa le fanciulle del villaggio, che screma il latte, che s'affanna alla mola del mulino, e che rende vana l'opera laboriosa della massaia nella zàngola per ottenere il burro, e impedisce talvolta alla birra di lievitare, e fa smarrir la strada ai pellegrini notturni per ridere della loro peripezia? Mentre quegli altri che ti vezzeggiano con il nome di Hobgoblin, di Buon Puck, li aiuti nel loro lavoro, e si assicurano la buona sorte. Non sei tu forse proprio colui?
PUCK Dici bene, fata, io son proprio quell'allegro nottambulo, e faccio da buffone a Oberon e gli eccito il riso quando inganno uno stallone ben nutrito di fave imitando il nitrito della puledra. E talvolta mi appiatto nel boccale d'una comare prendendo l'aspetto d'una mela cotta, e quand'ella beve, balzo alle sue labbra e le rovescio la birra sulla giogaia avvizzita. La più assennata fra le matrone, mentre racconta la più seria fra le storie, mi scambia talvolta per un tréspolo; e allora io le sguscio di sotto alle natiche e quella va a gambe all'aria e grida: «All'anima del sarto! » in un accesso di tosse. E tutti gli ascoltatori della compagnia si tengono i fianchi dal ridere, e mentre monta il buon umore giurano in mezzo agli scoppi degli sternuti che non s'era mai data un'ora di più pazza allegria. Ma fatti da parte, fata, perché arriva Oberon.
FATA E arriva anche la mia padrona. Volesse il cielo ch'egli se n'andasse subito.
Entrano, da un lato OBERON con il suo seguito, e dall'altro TITANIA con il suo.
OBERON Cattivo incontro al lume della luna, fiera Titania.
TITANIA Sei tu, invidioso Oberon? Fate, andiamo via subito: ho rinnegato il suo letto e la sua compagnia. (...)
(William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, traduzione di Gabriele Baldini, ed. BUR Rizzoli)
ACT II - SCENE I
A Wood near Athens. Enter a FAIRY at one door, and PUCK at another.
PUCK. How now, spirit! Whither wander you?
FAIRY. Over hill, over dale,
Thorough bush, thorough briar,
Over park, over pale,
Thorough flood, thorough fire,
I do wander everywhere,
Swifter than the moon's sphere;
And I serve the Fairy Queen,
To dew her orbs upon the green.
The cowslips tall her pensioners be,
In their gold coats spots you see;
Those be rubies, fairy favours,
In those freckles live their savours.
I must go seek some dew-drops here,
And hang a pearl in every cowslip's ear.
Farewell, thou lob of spirits; I'll be gone;
Our Queen and all her elves come here anon.
PUCK. The King doth keep his revels here tonight;
Take heed the Queen come not within his right;
For Oberon is passing fell and wrath,
Because that she as her attendant hath
A lovely boy, stol'n from an Indian king
She never had so sweet a changeling;
And jealous Oberon would bave the child
Knight of his train, to trace the forests wild:
But she perforce withholds the loved boy,
Crowns him with flowers, and makes him all her joy.
And now they never meet in grove or green,
By fountain clear, or spangled starlight sheen,
But they do square; that all their elves for fear
Creep into acorn-cups, and hide them there.
FAI. Either I mistake your shape and making quite,
Or else you are that shrewd and knavish sprite
Called Robin Goodfellow. Are not you he
That frights the maidens of the villagery,
Skim milk, and sometimes labour in the quern,
And bootless make the breathless housewife churn,
And sometime make the drink to bear no barm,
Mislead night-wanderers, laughing at their harm?
Those that Hobgoblin call you, and sweet Puck,
You do their work, and they shall bave good luck.
Are not you he?
PUCK. Thou speak'st aright;
I am that merry wanderer of the night.
I jest to Oberon, and make him smile
When I a fat and bean-fed horse beguile,
Neighing in likeness of a filly foal;
And sometime lurk I in a gossip's bowl
In very likeness of a roasted crab,
And when she drinks, against her lips I bob,
And on her wither'd dewlap pour the ale.
The wisest aunt, telling the saddest tale,
Sometime for three-foot stool mistaketh me;
Then slip I from her bum, down topples she,
And 'tailor' cries, and falls into a cough;
And then the whole quire hold their hips and loffe
And waxen in their mirth, and neeze, and swear
A merrier hour was never wasted there.
But room, fairy! Here comes Oberon.
FAI. And here my mistress. Would that he were gone!
Enter OBERON, at one door, with his Train; and TITANIA, at another, with hers.
OBE. Ill met by moonlight, proud Titania.
TITA. What, jealous Oberon? Fairies, skip hence; I have forsworn his bed and company.
(...)
(William Shakespeare, A midsummer night’s dream)
Nel film si vede bene, ma solo per pochi istanti, anche Bottom, con la testa d’asino: Bottom è un attore che si è recato con i suoi colleghi nel bosco per le prove di una tragedia greca, “Piramo e Tisbe”; siccome non sono propriamente dei grandi attori la recita diventa molto comica, e il consiglio per chi ancora non la conosce è di andarsela a leggere, perché è molto divertente. I folletti assistono agli sproloqui di Bottom e degli attori, e decidono che una testa d’asino gli dona molto di più di quella sua naturale; Oberon per vendicarsi di Titania (con la quale ha nuovamente litigato) la fa innamorare perdutamente dell’asino. Il quale asino, cioè l’attore Bottom, non si è accorto di niente e non si capacita né della fuga dei suoi spaventatissimi compagni né dell’amore di questa bellissima signora, ma comunque sia prova ad adattarsi.
Una gran confusione: ma poi tutto si sistemerà e si andrà verso un finale lietissimo.
La commedia viene chiusa da Puck, spirito burlone, con un epilogo che è un classico del teatro: il monologo finale, scritto per attirare gli applausi. Se l’attore è bravo, funziona sempre.
PUCK. If we shadows have offended,
Think but this, and all is mended,
That you have but slumber'd here
While these visions did appear.
And this weak and idle theme,
No more yielding but a dream,
Gentles, do not reprehend:
If you pardon, we will mend.
And, as I am an honest Puck,
If we have unearned luck
Now to 'scape the serpent's tongue,
We will make amends ere long;
Else the Puck a liar call.
So, goodnight unto you all.
Give me your hands, if we be friends,
And Robin shall restore amends.
Exit.
(William Shakespeare, A midsummer night’s dream)
PUCK : Se l'ombre nostre v'han dato offesa, voi fate conto che queste visioni così a sorpresa v'abbiano colto mentr'eravate in preda al sonno, in lieve sonno sopiti; ed era ogni visione vaga chimera. Non ci dovete rimproverare se vana e sciocca sembrò la storia; ne andrà dissolta ogni memoria, come di nebbia se il sole appare; se ci accordate vostra clemenza, gentile pubblico, faremo ammenda. E com'è vero ch'io son folletto onesto e semplice, sincero e schietto, se pure ho colpe, non mai ho avuta lingua di serpe falsa e forcuta; pago l'ammenda senza ritardo, o mi direte che son bugiardo. Ora vi auguro sogni felici, se sia ben vero che siamo amici, e ad un applauso tutti vi esorto, poiché ho promesso che ad ogni torto a voi usato per insipienza, gentile pubblico, faremo ammenda.
Exit. Sipario.
(William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, traduzione di Gabriele Baldini, ed. BUR Rizzoli)
Si può far notare una cosa: l’originale è in versi, molto musicali; e quando siamo davanti alla poesia, ogni traduzione fa perdere molto fascino all’originale. Non conosco bene l’inglese, men che meno quello di fine ‘500: ma quel poco che so mi consente di cogliere il ritmo dell’originale, ed è musica vera.
La messa in scena che si vede nel film è di buon livello, c’è perfino un’orchestra con musicisti che suonano dal vivo; è ovviamente una delle tante messe in scena possibili, i costumi così pieni di rami e di foglie sembrano pensati per suggerire che i folletti fanno parte del bosco, sono anzi parte stessa del bosco. Non sono sicuro che sia un’idea felice, però questa corona di spine, che fin lì era sembrata un semplice costume di scena, la vedremo poi sulla testa di Neil nella scena più drammatica del film.
giovedì 31 marzo 2011
Mosquito Coast
The Mosquito Coast (idem, 1986). Regia: Peter Weir. Dal romanzo di Paul Theroux. Sceneggiatura di Paul Schrader. Fotografia di John Seale. Musiche originali di Maurice Jarre. Interpreti: Harrison Ford, Helen Mirren, River Phoenix, Jadrien Steele, Hilary Gordon, Rebecca Gordon, Conrad Roberts, Andre Gregory. Durata: 118 minuti.
Mosquito Coast (alla lettera: la Costa delle Zanzare) è il luogo dove va a vivere il protagonista del film, ai margini della foresta vergine, lasciando gli USA per una precisa scelta di vita. Porta con sè la moglie e i quattro figli, due maschi intorno ai 14 anni e due gemelline più piccole: tutti gli vogliono bene e appaiono convinti, anche se un po’ perplessi, nell’affrontare la nuova avventura.
Apparentemente, dunque, una storia positiva: ma siamo lontani da Fitzcarraldo o dal mito di Robinson Crusoe, e anche da innocui telefilm americani come “Green acres” dove Lloyd Bridges era un distinto signore di città che decideva di andare a vivere in campagna.
Non è una storia positiva, invece: perché il nostro protagonista, interpretato da Harrison Ford, al di là delle apparenze non è un personaggio positivo. Ha molte buone intenzioni, questo sì: e anche molte competenze teoriche e pratiche, che gli permettono di risolvere quasi tutti i problemi che incontra. Ma anche le buone intenzioni possono portare alle catastrofi, e soprattutto – penso che sia questo il tema che interessava a Peter Weir – il suo rapporto con la Natura è completamente sbagliato.
Mosquito Coast rappresenta infatti anche il conflitto fra la città (l’urbanizzazione) e la campagna (la natura, il bosco, la montagna). L’uomo di città cambia radicalmente l’ambiente e lo adatta a se stesso, l’uomo di campagna o di montagna è abituato a convivere con la natura. Nel 2011 possiamo dire che questo conflitto c’è stato ma appartiene ormai al passato: la città ha vinto da tempo, la campagna rappresenta il passato, la tecnologia è il progresso, tra poco smetteremo anche di scrivere con la matita, e magari anche di cucinare. In questo contesto, bastano un insetto, un ragno o una lucertola per scatenare il panico; per tacere dei piccioni o dei topini di campagna. Rimane in alcuni il rimpianto per un mondo che non hanno in realtà mai conosciuto, e il desiderio di tornare ad una vita che hanno soltanto immaginato, ma che in realtà non conoscono affatto. Trasportato in campagna, o nella foresta vergine come accade nel film, l’uomo di città tenderà a trasformarla nell’ambiente in cui è cresciuto, con risultati all’inizio piacevoli ma poi inevitabilmente catastrofici: è quello che stiamo vivendo noi tutti, su tutto il pianeta, ed è uno dei temi principali di tutto il cinema di Weir.
Si tratta quindi di una materia solo apparentemente facile da governare, in realtà difficilissima da rendere al meglio. Forse Weir, e con lui Harrison Ford, si erano fatti trascinare dal grande successo di Witness (un altro film su un soggetto “pericoloso” ai fini degli incassi), ma sarebbe invece stato necessario per “Mosquito Coast” lo stesso lavoro in profondità affrontato con “L’ultima onda” o con “Picnic ad Hanging Rock”. Il tema, se lo si guarda bene, è lo stesso.
“Mosquito Coast” è stato girato cinque anni dopo “Fitzcarraldo” di Werner Herzog (che uscì nel 1981), e probabilmente ne fu molto influenzato (la macchina del ghiaccio appare anche all’inizio di Fitzcarraldo). Invece di portare nella foresta vergine la cultura, cioè l’opera lirica (come faceva Klaus Kinski nel film di Herzog), il protagonista di “Mosquito Coast” vi porta un enorme frigorifero, alimentato ad ammoniaca sotto forma di gas. L’ammoniaca gassosa, che in acqua diventa idrossido di ammonio, era fino agli anni ’60 il principale refrigerante in uso nei frigoriferi e nei condizionatori; il funzionamento si basa sul principio della compressione e decompressione dei gas, che sottrae calore all’ambiente (per esempio, mettendo la mano su un estintore ad anidride carbonica si rischia l’ustione per il freddo improvviso, ma anche una qualsiasi bomboletta spray fa sentire il freddo della condensazione ed espansione di un gas).
Weir era molto convinto di questo film, e anche Harrison Ford, ancora a distanza di molto tempo, ne parlava come di una grande esperienza: «...Adoro Peter Weir, e considero “Mosquito Coast” uno dei migliori film della mia carriera. Ho amato fin da subito il modo estremamente accurato con cui i personaggi usano le parole, la capacità dell’autore di regalarci il suo punto di vista. E’ un film shakespeariano. (...)» (Harrison Ford, intervista a Repubblica Venerdì 27.04.2006)
Il problema sta forse proprio in Harrison Ford, che non è credibile come eroe negativo. Si capisce bene che i suoi figli e sua moglie lo amino, per il resto ci si aspetta sempre che riconosca di aver sbagliato qualcosa: la sua è un’ottima prova di attore, ma – come ripeteva spesso Orson Welles – un attore deve saper fare i conti con il proprio aspetto fisico, e con le proprie caratteristiche. Welles sarebbe stato un magnifico Amleto, ma il suo fisico avrebbe fatto – giustamente – sembrare tutta la vicenda un po’ incredibile. Harrison Ford era riuscito benissimo in Witness proprio perché era sincero e sapeva riconoscere i suoi errori, e la sua faccia e il suo aspetto fisico erano perfette per quel ruolo; ma in “Mosquito Coast” il suo personaggio è completamente diverso.
E’ indubbiamente un film in cui tutti hanno creduto molto, e si vede; ed è anche un film di altissimo contenuto morale, ma da spettatore non mi sento di dire che sia anche un film riuscito.
In “Mosquito Coast” il racconto di quello che succede è affidato al figlio maggiore, e quindi si parla anche del rapporto di un figlio con il padre. Il figlio maggiore di Harrison Ford è nel film interpretato da River Phoenix, che è molto bravo e che avrebbe dimostrato anche in seguito grandi doti di attore; purtroppo era destinato ad avere vita breve.
Un altro tema tipico del cinema di Weir, ben presente anche in “Mosquito Coast”, è quello dell’intrusione: stavolta Weir adotta il punto di vista dell’intruso, un intruso un po’ ottuso, diverso dal Depardieu di “Green Card”, che invece cercava da subito di capire chi era la donna che si era trovato accanto. Harrison Ford è qui un intruso che non sa adattarsi, che non ascolta i consigli di chi ne sa più di lui, e che va incontro ad una catastrofe largamente annunciata (“tuo padre è un pericolo per sè e per voi, ragazzo...” aveva detto all’inizio il suo datore di lavoro al figlio maggiore).
Fondamentale nel film è anche il rapporto con la religione, impersonato dal missionario di Baltimora.
A questo proposito mi sembra interessante quello che scriveva Paolo Mereghetti a proposito di un altro film di Weir, “Fearless” : ... «Fearless» affronta il tema del senso di colpa che provano le persone sopravvissute, l'orribile ma vitale cinismo che spesso cattura i superstiti, ma soprattutto suggerisce che certe esperienze non si possono affrontare solo con le armi della razionalità o quelle della religiosità (come tentano di fare due dei sopravvissuti): per capire il «senso della vita» bisogna unire scetticismo e fede, intelligenza e intuizione, istinto e scienza. E non è un suggerimento scontato, ma sembrano in pochi quelli che vogliono capirlo. (p.m., Paolo Mereghetti, Corriere della Sera – Sette, aprile 1994) E’ un altro dei temi affrontati ma non ben risolti dal punto di vista narrativo: quasi tutto sembra ridursi a un conflitto personale fra Harrison Ford e il missionario. Quella tv che trasmette il sermone, però, è un bel colpo ad effetto.
Altri temi del film, già toccati con bravura e delicatezza da Weir nei film precedenti, qui sono purtroppo appena sfiorati: il tema del sesso come scoperta, per un adolescente (la figlia del missionario, evidentemente già molto esperta, fa delle avances al figlio maggiore, molto timido), e il tema del razzismo (all’inizio Harrison Ford rimprovera i figli per aver chiamato “scimmie” gli immigrati, ma alla fine del film, da sconfitto, il razzismo spunterà anche in lui).
C’è anche il timore dell’apocalisse e della fine del mondo: il protagonista dice ai figli che l’America è ormai distrutta, e che sopravviveranno solo quelli come loro, che sanno vivere nella Natura; e lo dice perché ormai se ne è convinto, quello che all’inizio era solo un punto di vista anche abbastanza sensato finisce poi nell’irrazionale e in un fanatismo molto simile a quello di molte sette religiose. All’inizio del film, nella sequenza in cui Harrison Ford va col figlio a fare acquisti in città, è presente un tema che negli anni ’80 era molto sentito ma di cui oggi non si parla più: il fatto che d’improvviso tutto fosse “made in Japan”. Ora il mondo è cambiato, il Giappone non è più una potenza economica e quei discorsi si fanno piuttosto sulla Cina, e magari sull’India o su Taiwan.
Helen Mirren interpreta la moglie del protagonista, ed è molto brava anche se un po’ sacrificata dal ruolo: per lei, come per molte attrici veramente grandi, i ruoli migliori sarebbero arrivati dopo i cinquant’anni, a smentire il luogo comune secondo il quale alle attrici dopo una certa età non vengono più offerti ruoli interessanti. Questi ruoli ci sono, ma sono ruoli per cui l’aspetto fisico non basta più, serve anche essere molto brave nella recitazione. Con Helen Mirren, e per fare solo pochi nomi, si potrebbero citare Katharine Hepburn, Alida Valli, Ingrid Bergman, e oggi Meryl Streep, Angela Lansbury, Virna Lisi...Tutte attrici che hanno lavorato, e molto, anche dopo i settant’anni.
Il film ha delle musiche belle ma non memorabili firmate da Maurice Jarre, collaboratore di Weir in molti dei suoi film; ed è stato girato nel Belize, a Baltimora (Maryland) per le scene in città, e in diverse località in Georgia (USA) per le scene di casa e di lavoro in USA.
In una lunga intervista che ho recuperato su internet, Weir parla (oltre che della sua passione per Carl Gustav Jung e per l’esploratore e navigatore Thor Heyerdahl) della sua infanzia e adolescenza: per motivi di lavoro suo padre cambiava spesso città, e dopo due o tre anni si ripartiva da capo, in un’altra città e in un altro ambiente. Quando si trasferirono nella Watson’s Bay, racconta Weir (che è nato nel 1944), per lui cominciò un periodo favoloso, perché bastava fare pochi passi per trovare l’ambiente intorno ancora allo stato naturale, incontaminato. E’ facile riconoscere l’ambiente di “Mosquito Coast” in questa descrizione: all’inizio dell’avventura i ragazzi, e anche le due bambine, sono ben contenti di ciò che trovano, ed è più che naturale che sia così.
Però Weir in quest’intervista aggiunge un altro dato importante: la fortuna di essere nati e cresciuti in un’epoca in cui non c’era ancora la televisione. E io aggiungerei: nemmeno i videogiochi, nemmeno i telefonini.
Sue Mathews: Where did you grow up?
Peter Weir: Sydney. We moved quite a bit until I was about twelve; my father was a real-estate agent and he would buy a house and for three or four years and then move us to another one. At one time we settled in Watson's Bay which move us into it was the beginning of a wonderful period. The settings are very exotic around there and I was fortunate enough to be brought up in the pre-television generation, so after school I’d be out in the streets. They'd be full of kids right through to dark; there would be balls bouncing and bits of things rolling down the street and neighbours chatting to each other and sitting outside, it was almost a village feeling. There was always a gang of kids: we would go over to the Glen and jump on trams as they went through, or explore caves that were supposedly Aboriginal, or go to the Gap which was nearby. There seemed to be a lot of danger, which I think adds so much to a child's life, the forbidden things that one shouldn't do or go near. When I was 12 we moved to Vaucluse. We were at the top of a little hill that led down to the park at Parsley Bay where there is a big suspension bridge. I was never out of the water, snorkling or spear fishing. Those years were linked with the water and the sea. I used to watch the ships going out, those huge liners going to Europe and from as early as I can remember I used to think that I’d like to be on one.
(Peter Weir, intervista trovata on line qualche anno fa, della quale ho perso il link)
Mosquito Coast (alla lettera: la Costa delle Zanzare) è il luogo dove va a vivere il protagonista del film, ai margini della foresta vergine, lasciando gli USA per una precisa scelta di vita. Porta con sè la moglie e i quattro figli, due maschi intorno ai 14 anni e due gemelline più piccole: tutti gli vogliono bene e appaiono convinti, anche se un po’ perplessi, nell’affrontare la nuova avventura.
Apparentemente, dunque, una storia positiva: ma siamo lontani da Fitzcarraldo o dal mito di Robinson Crusoe, e anche da innocui telefilm americani come “Green acres” dove Lloyd Bridges era un distinto signore di città che decideva di andare a vivere in campagna.
Non è una storia positiva, invece: perché il nostro protagonista, interpretato da Harrison Ford, al di là delle apparenze non è un personaggio positivo. Ha molte buone intenzioni, questo sì: e anche molte competenze teoriche e pratiche, che gli permettono di risolvere quasi tutti i problemi che incontra. Ma anche le buone intenzioni possono portare alle catastrofi, e soprattutto – penso che sia questo il tema che interessava a Peter Weir – il suo rapporto con la Natura è completamente sbagliato.
Mosquito Coast rappresenta infatti anche il conflitto fra la città (l’urbanizzazione) e la campagna (la natura, il bosco, la montagna). L’uomo di città cambia radicalmente l’ambiente e lo adatta a se stesso, l’uomo di campagna o di montagna è abituato a convivere con la natura. Nel 2011 possiamo dire che questo conflitto c’è stato ma appartiene ormai al passato: la città ha vinto da tempo, la campagna rappresenta il passato, la tecnologia è il progresso, tra poco smetteremo anche di scrivere con la matita, e magari anche di cucinare. In questo contesto, bastano un insetto, un ragno o una lucertola per scatenare il panico; per tacere dei piccioni o dei topini di campagna. Rimane in alcuni il rimpianto per un mondo che non hanno in realtà mai conosciuto, e il desiderio di tornare ad una vita che hanno soltanto immaginato, ma che in realtà non conoscono affatto. Trasportato in campagna, o nella foresta vergine come accade nel film, l’uomo di città tenderà a trasformarla nell’ambiente in cui è cresciuto, con risultati all’inizio piacevoli ma poi inevitabilmente catastrofici: è quello che stiamo vivendo noi tutti, su tutto il pianeta, ed è uno dei temi principali di tutto il cinema di Weir.
Si tratta quindi di una materia solo apparentemente facile da governare, in realtà difficilissima da rendere al meglio. Forse Weir, e con lui Harrison Ford, si erano fatti trascinare dal grande successo di Witness (un altro film su un soggetto “pericoloso” ai fini degli incassi), ma sarebbe invece stato necessario per “Mosquito Coast” lo stesso lavoro in profondità affrontato con “L’ultima onda” o con “Picnic ad Hanging Rock”. Il tema, se lo si guarda bene, è lo stesso.
“Mosquito Coast” è stato girato cinque anni dopo “Fitzcarraldo” di Werner Herzog (che uscì nel 1981), e probabilmente ne fu molto influenzato (la macchina del ghiaccio appare anche all’inizio di Fitzcarraldo). Invece di portare nella foresta vergine la cultura, cioè l’opera lirica (come faceva Klaus Kinski nel film di Herzog), il protagonista di “Mosquito Coast” vi porta un enorme frigorifero, alimentato ad ammoniaca sotto forma di gas. L’ammoniaca gassosa, che in acqua diventa idrossido di ammonio, era fino agli anni ’60 il principale refrigerante in uso nei frigoriferi e nei condizionatori; il funzionamento si basa sul principio della compressione e decompressione dei gas, che sottrae calore all’ambiente (per esempio, mettendo la mano su un estintore ad anidride carbonica si rischia l’ustione per il freddo improvviso, ma anche una qualsiasi bomboletta spray fa sentire il freddo della condensazione ed espansione di un gas).
Weir era molto convinto di questo film, e anche Harrison Ford, ancora a distanza di molto tempo, ne parlava come di una grande esperienza: «...Adoro Peter Weir, e considero “Mosquito Coast” uno dei migliori film della mia carriera. Ho amato fin da subito il modo estremamente accurato con cui i personaggi usano le parole, la capacità dell’autore di regalarci il suo punto di vista. E’ un film shakespeariano. (...)» (Harrison Ford, intervista a Repubblica Venerdì 27.04.2006)
Il problema sta forse proprio in Harrison Ford, che non è credibile come eroe negativo. Si capisce bene che i suoi figli e sua moglie lo amino, per il resto ci si aspetta sempre che riconosca di aver sbagliato qualcosa: la sua è un’ottima prova di attore, ma – come ripeteva spesso Orson Welles – un attore deve saper fare i conti con il proprio aspetto fisico, e con le proprie caratteristiche. Welles sarebbe stato un magnifico Amleto, ma il suo fisico avrebbe fatto – giustamente – sembrare tutta la vicenda un po’ incredibile. Harrison Ford era riuscito benissimo in Witness proprio perché era sincero e sapeva riconoscere i suoi errori, e la sua faccia e il suo aspetto fisico erano perfette per quel ruolo; ma in “Mosquito Coast” il suo personaggio è completamente diverso.
E’ indubbiamente un film in cui tutti hanno creduto molto, e si vede; ed è anche un film di altissimo contenuto morale, ma da spettatore non mi sento di dire che sia anche un film riuscito.
In “Mosquito Coast” il racconto di quello che succede è affidato al figlio maggiore, e quindi si parla anche del rapporto di un figlio con il padre. Il figlio maggiore di Harrison Ford è nel film interpretato da River Phoenix, che è molto bravo e che avrebbe dimostrato anche in seguito grandi doti di attore; purtroppo era destinato ad avere vita breve.
Un altro tema tipico del cinema di Weir, ben presente anche in “Mosquito Coast”, è quello dell’intrusione: stavolta Weir adotta il punto di vista dell’intruso, un intruso un po’ ottuso, diverso dal Depardieu di “Green Card”, che invece cercava da subito di capire chi era la donna che si era trovato accanto. Harrison Ford è qui un intruso che non sa adattarsi, che non ascolta i consigli di chi ne sa più di lui, e che va incontro ad una catastrofe largamente annunciata (“tuo padre è un pericolo per sè e per voi, ragazzo...” aveva detto all’inizio il suo datore di lavoro al figlio maggiore).
Fondamentale nel film è anche il rapporto con la religione, impersonato dal missionario di Baltimora.
A questo proposito mi sembra interessante quello che scriveva Paolo Mereghetti a proposito di un altro film di Weir, “Fearless” : ... «Fearless» affronta il tema del senso di colpa che provano le persone sopravvissute, l'orribile ma vitale cinismo che spesso cattura i superstiti, ma soprattutto suggerisce che certe esperienze non si possono affrontare solo con le armi della razionalità o quelle della religiosità (come tentano di fare due dei sopravvissuti): per capire il «senso della vita» bisogna unire scetticismo e fede, intelligenza e intuizione, istinto e scienza. E non è un suggerimento scontato, ma sembrano in pochi quelli che vogliono capirlo. (p.m., Paolo Mereghetti, Corriere della Sera – Sette, aprile 1994) E’ un altro dei temi affrontati ma non ben risolti dal punto di vista narrativo: quasi tutto sembra ridursi a un conflitto personale fra Harrison Ford e il missionario. Quella tv che trasmette il sermone, però, è un bel colpo ad effetto.
Altri temi del film, già toccati con bravura e delicatezza da Weir nei film precedenti, qui sono purtroppo appena sfiorati: il tema del sesso come scoperta, per un adolescente (la figlia del missionario, evidentemente già molto esperta, fa delle avances al figlio maggiore, molto timido), e il tema del razzismo (all’inizio Harrison Ford rimprovera i figli per aver chiamato “scimmie” gli immigrati, ma alla fine del film, da sconfitto, il razzismo spunterà anche in lui).
C’è anche il timore dell’apocalisse e della fine del mondo: il protagonista dice ai figli che l’America è ormai distrutta, e che sopravviveranno solo quelli come loro, che sanno vivere nella Natura; e lo dice perché ormai se ne è convinto, quello che all’inizio era solo un punto di vista anche abbastanza sensato finisce poi nell’irrazionale e in un fanatismo molto simile a quello di molte sette religiose. All’inizio del film, nella sequenza in cui Harrison Ford va col figlio a fare acquisti in città, è presente un tema che negli anni ’80 era molto sentito ma di cui oggi non si parla più: il fatto che d’improvviso tutto fosse “made in Japan”. Ora il mondo è cambiato, il Giappone non è più una potenza economica e quei discorsi si fanno piuttosto sulla Cina, e magari sull’India o su Taiwan.
Helen Mirren interpreta la moglie del protagonista, ed è molto brava anche se un po’ sacrificata dal ruolo: per lei, come per molte attrici veramente grandi, i ruoli migliori sarebbero arrivati dopo i cinquant’anni, a smentire il luogo comune secondo il quale alle attrici dopo una certa età non vengono più offerti ruoli interessanti. Questi ruoli ci sono, ma sono ruoli per cui l’aspetto fisico non basta più, serve anche essere molto brave nella recitazione. Con Helen Mirren, e per fare solo pochi nomi, si potrebbero citare Katharine Hepburn, Alida Valli, Ingrid Bergman, e oggi Meryl Streep, Angela Lansbury, Virna Lisi...Tutte attrici che hanno lavorato, e molto, anche dopo i settant’anni.
Il film ha delle musiche belle ma non memorabili firmate da Maurice Jarre, collaboratore di Weir in molti dei suoi film; ed è stato girato nel Belize, a Baltimora (Maryland) per le scene in città, e in diverse località in Georgia (USA) per le scene di casa e di lavoro in USA.
In una lunga intervista che ho recuperato su internet, Weir parla (oltre che della sua passione per Carl Gustav Jung e per l’esploratore e navigatore Thor Heyerdahl) della sua infanzia e adolescenza: per motivi di lavoro suo padre cambiava spesso città, e dopo due o tre anni si ripartiva da capo, in un’altra città e in un altro ambiente. Quando si trasferirono nella Watson’s Bay, racconta Weir (che è nato nel 1944), per lui cominciò un periodo favoloso, perché bastava fare pochi passi per trovare l’ambiente intorno ancora allo stato naturale, incontaminato. E’ facile riconoscere l’ambiente di “Mosquito Coast” in questa descrizione: all’inizio dell’avventura i ragazzi, e anche le due bambine, sono ben contenti di ciò che trovano, ed è più che naturale che sia così.
Però Weir in quest’intervista aggiunge un altro dato importante: la fortuna di essere nati e cresciuti in un’epoca in cui non c’era ancora la televisione. E io aggiungerei: nemmeno i videogiochi, nemmeno i telefonini.
Sue Mathews: Where did you grow up?
Peter Weir: Sydney. We moved quite a bit until I was about twelve; my father was a real-estate agent and he would buy a house and for three or four years and then move us to another one. At one time we settled in Watson's Bay which move us into it was the beginning of a wonderful period. The settings are very exotic around there and I was fortunate enough to be brought up in the pre-television generation, so after school I’d be out in the streets. They'd be full of kids right through to dark; there would be balls bouncing and bits of things rolling down the street and neighbours chatting to each other and sitting outside, it was almost a village feeling. There was always a gang of kids: we would go over to the Glen and jump on trams as they went through, or explore caves that were supposedly Aboriginal, or go to the Gap which was nearby. There seemed to be a lot of danger, which I think adds so much to a child's life, the forbidden things that one shouldn't do or go near. When I was 12 we moved to Vaucluse. We were at the top of a little hill that led down to the park at Parsley Bay where there is a big suspension bridge. I was never out of the water, snorkling or spear fishing. Those years were linked with the water and the sea. I used to watch the ships going out, those huge liners going to Europe and from as early as I can remember I used to think that I’d like to be on one.
(Peter Weir, intervista trovata on line qualche anno fa, della quale ho perso il link)
lunedì 21 febbraio 2011
Gli anni spezzati
Gallipoli - Gli anni spezzati (1981) Regia di Peter Weir. Scritto da Peter Weir, David Williamson, Ernest Raymond. Fotografia di Russell Boyd. Musiche di Albinoni, Bizet, J. Strauss, Paganini, musiche tradizionali australiane e irlandesi. Musiche originali di Jean Michel Jarre. Interpreti: Mark Lee (Archy Hamilton), Mel Gibson (Frank), Bill Kerr (zio Jack), Harold Baigent (il cammelliere), Robert Grubb, Tim McKenzie e David Argue (Billy, Barney e Snowy), Harold Hopkins (Les), Charles Yunupingu (Zac), Bill Hunter (il maggiore Barton), John Morris (col. Robinson), Graham Dow (gen. Gardner), e molti altri Durata 110 minuti
“Gli anni spezzati” di Peter Weir è un film splendido, di quelli indimenticabili, del quale però si fa una gran fatica a parlare. Si fa fatica a parlarne prima di tutto perché la narrazione è perfetta, esemplare, chiarissima, e quindi c’è poco da aggiungere a quello che si vede; e poi perché per tutto il film c’è una luce particolare che non si può descrivere; e infine perché il suo finale è di quelli che non si possono raccontare, di quelli che rimangono dentro, indelebili.
Il titolo originale, “Gallipoli”, è il nome di una città: non la Gallipoli di Puglia, ovviamente, ma una città dallo stesso nome che si trova in Turchia, dove venne combattuta una battaglia sanguinosa durante la Grande Guerra. Anche in Turchia c’era il fronte, e non solo a Caporetto o nelle Ardenne; e in Turchia combattevano le truppe australiane.
Weir è australiano: nella guerra del ’14-’18, per la prima volta, l’Australia e la Nuova Zelanda (il corpo si chiama ANZAC, sigla che sta per Australia e New Zealand) erano presenti come nazione, e non più come colonie inglesi. Al tempo in cui fu girato il film c’erano ancora molti reduci da quella guerra, e Weir (fin da ragazzo, suppongo: ben prima di fare il film) ha potuto parlare con loro, e documentarsi anche nei minimi dettagli.
Come nasce questa guerra, e perché vi partecipano gli australiani? Lo spiega bene Weir stesso in un dialogo al minuto 35, quando i due protagonisti incontrano un cammelliere: cosa tutt’altro che strana, perché i dromedari furono davvero importati in Australia, che ha molte regioni desertiche (il cammelliere è un bel po’ sgrammaticato, nella traduzione non si nota)
Cammelliere: Dove state andando?
Archy: Perth.
Cammelliere: Ah, pensavo anch’io di andarci...mi piacerebbe vedere com’è fatta una grande città, prima di morire. Andate a cercare lavoro?
Archy: No, parto per la guerra.
Cammelliere: Che guerra?
Archy: (stupito dalla domanda) La guerra contro i tedeschi.
Cammelliere: Ho conosciuto un tedesco, una volta... Chi ha cominciato?
Frank: Non gli dia corda...
Archy: Di preciso non lo so, ma è colpa dei tedeschi.
Cammelliere: E ci sono in mezzo anche gli australiani?
Frank: Sì, siamo in Turchia.
Cammelliere: Turchia?? E che cosa c’entra la Turchia?
Frank: (indicando Archy) Chiedilo a lui.
Archy: E’ alleata con la Germania.
Cammelliere: Accidenti, non si finisce mai di imparare...Ma, ancora non capisco: cosa c’entriamo noi?
Archy: Se non li fermiamo, potrebbero arrivare fin qui.
Cammelliere: (fa una pausa, si guarda in giro, tutt’intorno c’è solo il deserto) Beh, che vengano pure...
Frank si mette a ridere, Archy rimane in silenzio.
Il riferimento d’obbligo è “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick: i due film sono molto differenti, ma i fatti che descrivono sono gli stessi. La principale differenza con Kubrick è che in “Gallipoli” la guerra vera e propria comincia dopo un’ora e dodici minuti, e la battaglia comincia a 1h25’: prima c’è un lungo racconto di viaggio, e di amicizia, uno dei più bei film di viaggio mai visti da quando esiste il cinema. L’Australia è protagonista per i primi cinquanta minuti, poi ci si sposta in Egitto: la Sfinge e le piramidi sono quelle vere, panorami inclusi. Anche la partita di rugby (tra inglesi e australiani) si svolge davvero a due passi dalle piramidi.
Frank (Mel Gibson) non vorrebbe arruolarsi: è Archy, più giovane di lui, che lo spinge e lo incita a farlo. Come accadde anche da noi, i giornali e i politici enfatizzarono il ruolo delle truppe australiane, e il movimento a favore dell’intervento era molto forte; a differenza di noi italiani, però, per gli australiani e i neozelandesi il fronte era davvero molto lontano. Non sarà la stessa cosa nel 1939, quando anche il Giappone entrerà in guerra e anche l’Oceania, anche Giava e l’Indonesia, facevano parte del fronte.
I due ragazzi (anche Mel Gibson era molto giovane, nel 1981) ricordano gli altri due di Picnic at Hanging Rock, i due giovani che vanno a cercare le ragazze scomparse: sono situazioni diverse e personaggi diversi, ma i caratteri sono molto simili. Molto simile a “Picnic ad Hanging Rock” è anche l’inizio del film, i panorami, le persone, potrebbero facilmente passare da un film all’altro: per essere precisi con la cronologia, “Gli anni spezzati” si svolge 14 anni dopo “Hanging Rock”, che era ambientato proprio nell’anno 1900.
Ci sono molti personaggi davvero belli: lo zio Jack, interpretato da Bill Kerr, lo vediamo all’inizio; e il maggiore Barton (l’attore è Bill Hunter) che vediamo alla fine, e che va ricollegato al Kirk Douglas di “Orizzonti di gloria”.
Su Henry Lasalles, il centometrista preso a modello dal protagonista del film, non sono riuscito a trovare notizie certe: ho fatto una ricerca su internet, ma i rimandi sono pochi e tutti riferiti al film di Peter Weir.
Come in tutti i film di Peter Weir, è fondamentale il rapporto con la natura: il deserto, la sfida di corsa con l’uomo a cavallo, i soldati che nuotano sott’acqua, rimandano a scene molto simili (eppure diversissime) in Master and Commander, in Mosquito Coast, in L’ultima onda, in Picnic at Hanging Rock... A questo punto, anche se so già che non andrò mai in Australia, mi fa molto piacere dare un nome ai luoghi che vediamo nel film, così come sono elencati da www.imdb.com : l’Egitto è proprio l’Egitto, il bazar del Cairo è proprio al Cairo e le piramidi sono davvero le piramidi; per il resto è stato tutto girato in Australia, sequenze di guerra comprese. La casa di Archy Hamilton e della sua famiglia è a Beltana, South Australia; la stazione di Perth è stata ricostruita ad Adelaide, un’altra grande città australiana; le scene sul mare sono state girate a Coffin Bay, Dutton Bay, Duttons Beach (Battle of the Neck), Eyre Peninsula, Farm Beach (Anzac Cove recreation), Flinders Ranges, Gallipoli Beach (Anzac Cove recreation), tutte località nel sud dell’Australia. Il deserto attraversato da Archy e da Frank, quello del cammelliere, è Lake Torrens, South Australia; le scene del ballo sono state girate nella stazione ferroviaria di Adelaide, sala dei marmi (Marble Hall, Adelaide Railway Station). Altre località: Pichi Richi Pass, Port Adelaide, Port Lincoln, Quorn, The Old Troubridge Loading Dock (Port Adelaide), anche queste nell’Australia del Sud.
Le musiche originali, molto azzeccate, sono di Jean Michel Jarre; si ascolta però molta altra musica tra cui il grande classico irlandese “It’s a long way for Tipperary”, per banda, in esecuzione molto bella (è alla gara di corsa dove Archy e Frank si conoscono), e le immancabili (e magnifiche) cornamuse dell’esercito britannico. "Australia will be there” è la canzone cantata nella sequenza sugli asini bianchi, nel bazar del Cairo; nella scena del ballo degli ufficiali si ascoltano due valzer di Johann Strauss, “Racconti dal bosco viennese” e “Rose del sud” , e c’è anche un brano di Paganini che in locandina è indicato come “Centone di sonata n.3”, ma non sono riuscito a individuare il momento in cui viene eseguito.
In trincea, il disco ascoltato dal maggiore Barton è musica di Georges Bizet, dall’opera “I pescatori di perle”. La interpreta (un piccolo anacronismo) un grande tenore degli anni ’50, il canadese Leopold Simoneau, insiema al baritono René Bianco.
Nella colonna sonora ha una grande parte l’Adagio di Albinoni, che ascoltiamo fin dall’inizio: si tratta di un brano molto piacevole, e che ha una lunga storia alle sue spalle. Questa storia non ha niente a che vedere il film, e la riporto solo per completezza; ma può essere utile sapere che l’Adagio in sol minore di Albinoni (il brano che viene chiamato con questo nome) nei manoscritti di Albinoni non esiste, ed è con ogni probabilità opera di Remo Giazotto, il musicologo romano che curò la revisione dei suoi manoscritti, oltre che quelli di Locatelli, Stradella, Alessandro Scarlatti; Giazotto ha anche scritto una biografia di Albinoni, pubblicata nel 1945.
“Adagio” è solo un’indicazione musicale, metronomica. Di tempi lenti, larghi e andanti e adagi, Albinoni ne ha scritti parecchi: e i tempi lenti (di Albinoni, di Vivaldi, di Haendel, di Pergolesi...) sono tra le cose più belle da ascoltare di tutta la storia della musica. Il mio parere, per quel che vale, è che non si può nemmeno dire che l’Adagio in questione sia un falso: sembra più vero del vero, e a forza di leggere e trascrivere questa musica meravigliosa, può ben darsi che sia stato Albinoni stesso, dall’Empireo dove ormai risiede, a suggerirlo a Giazotto. L’operazione è perfettamente riuscita, l’Adagio di Albinoni-Giazotto non è più falso di tante trascrizioni d’epoca (con arrangiamento “moderno”) riportate sulle antologie usate per gli esami del Conservatorio.
Tommaso Albinoni (Venezia, 1671-1750) è ben presente ancora oggi nei programmi dei concerti e nelle incisioni discografiche; riguardo alla popolarità, gli nuoce molto la vicinanza con Vivaldi, suo contemporaneo, (così come per Alessandro e Benedetto Marcello, tutti veneziani e vissuti negli stessi anni), ma pian piano si sta riscoprendo tutta la sua vasta produzione, e le sorprese non mancano. L’esecuzione che si ascolta nel film è dell’orchestra da camera Jean François Paillard, un complesso di alto livello molto attivo negli anni ’70. Oggi orchestrazioni di questo tipo, per Vivaldi e per Albinoni, non si usano più: sono sempre belle da ascoltare, ma questo tipo di orchestrazione, e di arrangiamento, non ha molto a che vedere con le vere orchestre del Settecento, che erano più intime e raccolte. Anche questo è però un discorso che esula dalla visione del film, e si può benissimo ascoltare l’Adagio di Albinoni (e di Giazotto) come parte della colonna sonora, senza porsi troppe domande.
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