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venerdì 24 luglio 2020

The dead (John Huston)



The dead (I morti, 1987) Regia di John Huston. Tratto da "Dubliners" di James Joyce. Sceneggiatura di Tony Huston. Fotografia di Fred Murphy. Musiche a cura di Alex North. Interpreti: Donal Mc Cann, Anjelica Huston, Helena Carroll, Cathleen Delaney, Donal Donnelly, Rachel Dowling, Ingrid Craigie, Dan O'Herlihy, Richard Parkinson, Marie Kean, Sean Mc Clory, Frank Patterson. Durata: 83 minuti

"The dead", tratto da un racconto di James Joyce, è l'ultimo film di John Huston, ed è anche uno dei capolavori assoluti nella storia del cinema, ma dovete metterci qualcosa del vostro per capirlo. Non è un film facile, così come non è facile il racconto di Joyce (tratto da "Dubliners", in Italia tradotto spesso come "Gente di Dublino") ma se ce l'ha fatta uno come me ce la può fare chiunque. Coraggio, si può fare.
Siamo a Dublino nel 1904, a una cena organizzata da due zie molto anziane, una riunione di famiglia in ambiente benestante, dove convengono caratteri diversi e dove non manca la questione politica, perché in Irlanda a inizio Novecento c'erano in ballo questioni che pesano ancora oggi. Ma il clima è comunque disteso, nessuno vuole fare torto alle zie, tutto rimane sottotraccia. Filo conduttore delle varie vicende è la coppia di sposi interpretata da Anjelica Huston e Donal Mc Cann; il finale è dedicato a loro ed è toccante, con il ricordo di un ragazzo morto tanti anni fa, che si era innamorato di lei, e il monologo finale del marito, tagliato fuori da quel ricordo lontano e straziante. La canzone che evoca questo ricordo è "The Lass of Aughrim" ("La fanciulla di Aughrim") cantata alla festa dal tenore Bartell d'Arcy; è lo stesso attore Frank Patterson a cantarla, molto bravo). Nel corso della festa ascoltiamo anche, un po' straziata dalla voce senile della zia, un'aria che viene presentata come "Arrayed for the Bridal" e spesso tradotta alla lettera nelle varie recensioni; si tratta di "Son vergin vezzosa", inizio di un concertato dall'opera "I Puritani" di Vincenzo Bellini. A cantarla, meglio che può, è la stessa attrice Cathleen Delaney. Nel corso del film si ascoltano molte battute dedicate all'opera e al teatro, bisognerebbe scrivere un post per ricapitolarle tutte.


Tutti gli attori sono perfetti: sono protagonisti del teatro irlandese e quindi poco noti al grande pubblico, a parte Anjelica Huston. Merita una citazione l'attore che interpreta Freddy (Donal Donnelly) sempre ubriaco, ma dolce e simpatico. La regia del "rozzo" Huston è di grande delicatezza e profondità (non è una novità, la rozzezza di Huston era solo una maschera). John Huston, americano di nascita, abitava da decenni in Irlanda e ne aveva preso anche la cittadinanza; "The dead" è stato girato da Huston già molto malato, assieme ai due figli Tony (autore della sceneggiatura) e Anjelica (protagonista del film). Il film è molto fedele al racconto, anche se con qualche libertà, ben descritta a suo tempo dall'ottimo critico Mario Sesti:
da wikipedia:
«The Dead è un capolavoro di fedeltà al testo, o meglio uno straordinario modello di lucidità e strategie nel passaggio dalla letteratura al cinema. (...) Anche per chi conosce piuttosto bene il racconto, è molto difficile notare le aggiunte, le dilatazioni, i prestiti illeciti, perché essi sono praticati in quella sfera intermedia che potremmo chiamare “immaginario” del testo che non appartiene più semplicemente al testo ma al lavoro che il lettore vi ha prodotto con la sua lettura e il deposito di scena che esso ha generato nella memoria del lettore stesso.»
Mario Sesti, Cineforum, n. 270, dicembre 1987 (da www.wikipedia.it)


A mio parere il racconto più bello dei "Dubliners" è "Arabia", dove mi sono riconosciuto e mi sono rivisto come ero ("Arabia" è il nome di una fiera di inizio secolo, sempre a Dublino). Rileggo il finale in Joyce, e penso che anch'io sto pensando le stesse cose; non c'è fuori la neve, solo questa è la differenza. Riporto qui il finale del racconto, è la cosa migliore che si possa fare.
Si era profondamente addormentata. Appoggiato sui gomiti Gabriel le guardò per alcuni istanti, senza rancore, i capelli scomposti, la bocca semichiusa e ne ascoltò il respiro profondo. Dunque c’era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. Quasi non gli doleva adesso pensare alla. parte meschina che lui, il marito, vi aveva avuto. La guardava dormire come se mai fossero vissuti insieme da uomo e donna. Incuriositi, gli occhi s’attardarono a lungo sul suo viso, sui suoi capelli; e, pensando a quella che doveva essere stata allora, all'epoca della sua prima bellezza di fanciulla, una strana, dolce pietà per lei gli penetrò l’anima. Non voleva confessarlo nemmeno a se stesso che quel viso non era più bello; ma certo non era più il viso per il quale Michael Furey aveva sfidato la morte.
Forse non gli aveva detto tutto. Portò gli occhi alla sedia su cui ella aveva buttato alcuni dei suoi indumenti. Il laccio di una sottana pendeva sul pavimento, uno stivaletto stava in terra ritto, il gambale floscio ripiegato, e il compagno gli giaceva accanto su un fianco.
Lo meravigliava quel disordine di emozioni, un’ora prima. Da dove era nato? Dalla cena delle zie, dal proprio sciocco discorso, dal vino e dal ballo, dall'allegria di quegli ultimi saluti nell’atrio, dal piacere della passeggiata lungo il fiume, sulla neve. Povera zia Julia! Anche lei presto sarebbe stata un'ombra con l'ombra di Patrick Morkan e il suo cavallo. Per un attimo le aveva visto in viso quell'aspetto di larva mentre cantava Adorna per le nozze. Presto forse si sarebbe trovato seduto in quello stesso salotto, vestito di nero, la tuba sulle ginocchia: le imposte sarebbero state accostate e zia Kate seduta accanto a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato com’era morta. Si sarebbe torturato il cervello allora per trovare qualche parola che potesse consolarla e ne avrebbe trovato solo di goffe e inutili. Sì, sì, sarebbe accaduto molto presto.
L’aria della stanza gli gelava le spalle. Si allungò adagio sotto le coperte accanto alla moglie. Ad uno ad uno tutti si sarebbero mutati in ombre. Meglio trapassare baldanzosi nell’altra vita, nel piano della passione, che appassire e svanire a poco a poco nello squallore degli anni. Pensò a come colei che gli giaceva a fianco avesse serbato così a lungo in cuor suo l’immagine degli occhi del suo innamorato quando le aveva detto che non desiderava di vivere.
Lacrime generose gli gonfiarono gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna, ma sapeva che quello doveva essere veramente amore. Più fitte le lacrime gli velarono gli occhi e nella semioscurità immaginò la figura di un giovane in piedi sotto albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli erano accanto. L’anima sua s’avvicinava alle regioni abitate dalla immensa folla dei morti. E pur essendo cosciente di quella loro illusoria e vacillante esistenza, non riusciva ad afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio e impalpabile: la stessa solida terra in cui quei morti avevano un tempo dimorato e procreato, si dissolveva e si rimpiccoliva.
Un battere leggero sui vetri lo fece voltare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Assonnato guardava i fiocchi neri e argentei cadere di sbieco contro il lampione. Era venuto il momento di mettersi in viaggio verso l'ovest. I giornali dicevano il vero: c’era neve dappertutto in Irlanda. Neve cadeva su ogni punto dell'oscura pianura centrale, sulle colline senz'alberi; cadeva lieve sulle paludi di Allen e più a occidente cadeva lieve sulle fosche onde rabbiose dello Shannon. E anche lì, su ogni angolo del cimitero deserto in cima alla collina dov'era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle tombe, sulle punte del cancello e sui roveti spogli.
E l'anima gli svanì lenta mentre udiva la neve cadere stancamente su tutto l’universo, stancamente cadere come scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti.
(James Joyce, da "Gente di Dublino - I morti", ed. Einaudi 1978, traduzione di Franca Cancogni)



(le immagini sono nel mio archivio personale da molti anni, alcune di esse vengono da giornali di quando uscì il film, non saprei più indicarne l'origine)


venerdì 9 dicembre 2011

John Huston ( I )

Nutro un’ammirazione sconfinata per John Huston. Non tutti i suoi film mi piacciono o m’interessano, molti dei suoi film sono solo del genere “alimentare” (cioè fatti per pagare i debiti o per finanziare i progetti che gli interessavano veramente), ma pochi altri autori hanno il suo spirito titanico, faustiano, da sfida al mondo intero (come il capitano Achab) e da grande narratore di storie. Huston ha anche finezze inaspettate, come si vede bene soprattutto nel suo ultimo film, “The dead” (da un racconto di Joyce), e profondità che lo rendono paragonabile a Bresson e a Tarkovskij, aggiunte ad un enorme talento tecnico. Tanti anni fa ho letto la sua autobiografia, ne esce un ritratto (molto divertito) di un pessimo elemento, perso tra donne e bische, con la bottiglia di whisky sempre a portata di mano, ed è sicuramente stato così visto che molti hanno raccontato queste storie, eppure... Eppure un punto di contatto fra Popeye e Bluto, fra James Joyce ed Herman Melville, da qualche parte deve esistere – sembra impossibile, ma io lo so che esiste.
I film di John Huston che ho visto:
Il mistero del falco – The Maltese Falcon (1941 H.Bogart, Mary Astor) ****
In questa nostra vita - In this our life (1942 B.Davis, O.de Havilland) ***
Agguato ai tropici – Across the Pacific (1942 H.Bogart, Mary Astor) **
Il tesoro della Sierra Madre – The treasure of the Sierra Madre (1948 W.Huston, H.Bogart) ****
L’isola di corallo – Key Largo (1948 H.Bogart, EG Robinson, L.Bacall) ***
Giungla d'asfalto – Asphalt jungle (1950 S.Hayden, L.Calhern, S.Jaffe) ****
La prova del fuoco – The red badge of courage (Audie Murphy, B.Mauldin, R.Dano) ***
La regina d’Africa – The African Queen (1951 H.Bogart, K.Hepburn) ***
Moulin rouge – Moulin Rouge (1952 Josè Ferrer, C.Marchand) ***
Il tesoro dell’Africa – Beat the devil (1954 H.Bogart, J.Jones) ***
Moby Dick – Moby Dick (1956 G.Peck, R.Basehart, O.Welles) ****
L’anima e la carne - Heaven knows, Mr. Allison (1957 R.Mitchum, D.Kerr) **
Il barbaro e la geisha – The barbarian and the geisha (1958 J.Wayne, Eiko Ando) **
Le radici del cielo – The roots of heaven (1958 T.Howard, J.Gréco) **
Gli inesorabili – The unforgiven (1960 B.Lancaster, A.Hepburn) **
Gli spostati – The misfits (1961 C.Gable, M.Monroe, M.Clift) ****
Freud, passioni segrete - Freud, the secret passion (1962. M.Clift, S.York) **
I cinque volti dell’assassino – The list of Adrian Messenger (1963 GC Scott, K.Douglas) ****
La notte dell’iguana - The night of the iguana (1964, A.Gardner, D.Kerr) ***
La Bibbia – In Principio (1966 J.Huston, R.Harris, F.Nero) ***
Riflessi in un occhio d’oro – Reflections in a golden eye (1967 M.Brando, Liz Taylor) ***
La forca può attendere – Sinful Davey (1969 John Hurt, Pamela Franklin) **
Di pari passo con l’amore e la morte – A walk with love and death (1969 A.Huston, A.Dayan) ***
Lettera al Kremlino- The Kremlin letter (1969 R.Boone, Bibi Andersson) **
Fat city – Città amara (1972 S.Keach, Jeff Bridges) **
L’uomo dai sette capestri – The life and times of Roy Bean (1972 Paul Newman, J.Bisset) ***
L’agente speciale MacKintosh – The Mackintosh man (1973 P.Newman, D.Sanda) ***
L’uomo che volle farsi re – The man who would be king (1975 S.Connery, M.Caine) ****
Wise blood – La saggezza nel sangue (1979 B.Dourif, D.Shor, Amy Wright, HD Stanton) ***
Fuga per la vittoria – Escape to victory (1981 M.Caine, M.von Sydow, S.Stallone, Pelè) *
Sotto il vulcano- Under the volcano (1983 A.Finney, J.Bisset, A.Andrews) ****
Annie (1982 Aileen Queen, A.Finney) **
L’onore dei Prizzi – Prizzi’s honour (1984 J.Nicholson, A.Huston) **
The dead – Gente di Dublino(1987 D.McCann, A.Huston) ****
John Huston è stato anche un ottimo attore, anche se le sue apparizioni sono brevi lasciano sempre il segno. Suo padre era Walter Huston, grande attore di teatro e di cinema, che compare da protagonista in “Il tesoro della Sierra Madre”.
Tra le apparizioni memorabili di John Huston, metterei senz’altro “Chinatown” di Roman Polanski (1974, dove interpreta il padre di Faye Dunaway) e “Uomo bianco va’ col tuo Dio” (1972) di Richard Sarafian in cui Huston è un vecchio cacciatore, vestito quasi come il capitano Achab. Nei suoi film, curiosa l’apparizione all’inizio di “Il tesoro della Sierra Madre” (l’americano a cui Bogart chiede tre volte l’elemosina), molto simpatica l’interpretazione di Noè in “La Bibbia”.
Di molti di questi film ho già parlato qui, altri non li vedo da tempo immemorabile, altri ancora sono così ben riusciti, come “The Maltese falcon”, che rimane poco da dire. Metto quindi qualche appunto veloce, giusto per l’inventario.
(continua)

John Huston ( II )

Il mistero del falco – The Maltese Falcon (1941)
Un capolavoro, e di più non saprei cosa aggiungere. A me non piacciono molto i film e i libri di questo genere, però col tempo ho imparato ad apprezzare Dashiell Hammett come persona, e devo dire che questa storia è molto ben costruita, con personaggi molto ben disegnati. E’ anche una storia che non poteva capitare in mani migliori, e consiglierei di rivedere questo film abbinato a “Il tesoro della Sierra Madre”: la risata finale del vecchio cercatore, quando si accorge che l’oro è tornato da dove era venuto, è la spiegazione migliore di tutto quello che succede in “Il mistero del falco”. Lo stesso spirito beffardo e irridente (ma serissimo) si vedrà in “Beat the devil” e in molti altri film di Huston.
In questa nostra vita - In this our life (1942)
Film con Bette Davis e Olivia de Havilland: ne ho solo un vago ricordo.
Agguato ai tropici (1942)
Girato in tempo di guerra, quindi con molta propaganda. Non lo vedo dal 1990, quando ne scrivevo così: «Film minore di Huston, girato con sapienza e ritmo, però è un pastrocchio bellico pieno di luoghi comuni (del giapponese di seconda generazione, nato negli Usa, non ci si può fidare...) Bogart, al solito, in bilico tra la caricatura di se stesso e la grande interpretazione, ma il film resta poco credibile. La Astor è molto bella ma non è “la ragazza che sognavi a diciott’anni”, eccetera.»
Il tesoro della Sierra Madre – The treasure of the Sierra Madre (1948)
Ne ho parlato diffusamente, i post sono qui in archivio; è uno dei miei film preferiti in assoluto.
L’isola di corallo – Key Largo (1948)
Film con H.Bogart, EG Robinson, L.Bacall, e Barrymore; non lo vedo da tempo immemorabile, ho tentato di guardare il remake recente con De Niro, ma non mi è piaciuto per niente.
Giungla d'asfalto (1950)
L’ultima volta che l’ho visto è stato nel 1990: ne scrivevo una breve recensione molto positiva, facendo un paragone con Kubrick (The killing) e con “Le rififi” di Dassin;
La prova del fuoco (1951)
Nel 1990 o 1991 ne scrivevo così: «Tutt’altro che un film minore, punto debole è solo il finale “patriottico”. Tecnicamente, un film magistrale che fa pensare a Kubrick FMJ e a Barry Lyndon. I personaggi sono scolpiti con un’asciuttezza epica che è raro vedere (se non in Huston, quando ci si mette). Forse del vero Huston mancano l’ironia e il disincanto (l’eccesso opposto in “Beat the devil”).»
La regina d’Africa (1951)
Un altro film che non vedo da moltissimi anni. Fino a pochi anni fa i film di Huston e di tutti i grandi registi erano molto facili da vedere in tv, e piacevano un po’ a tutti; non riesco a capire come mai siano completamente scomparsi dalla programmazione. O meglio, lo capisco benissimo: sono gli effetti di venticinque anni di disinformazione e di pubblicitari nei posti di comando, gli stessi effetti che hanno avuto come causa l’attuale gravissima crisi economica. Dicono che la crisi viene da fuori, io direi che viene dall’ignoranza e dalla presunzione, e anche dall’ideologia liberista dominante. Ma qui sto parlando di cinema, passo al prossimo film anche per non stare troppo male al pensiero di cos’hanno combinato (non dico chi, ma penso che si sia capito).
Moulin rouge – Moulin Rouge (1952)
Il tesoro dell’Africa – Beat the devil (1954)
Moby Dick – Moby Dick (1956)
Di questi tre film ho parlato diffusamente, i post sono qui in archivio.
L’anima e la carne - Heaven knows, Mr. Allison (1957)
Un film che ho provato a vedere diverse volte, ma sempre perdendo la pazienza. Penso che dovrei cercare la versione originale, probabilmente con le vere voci degli attori può diventare interessante. Per decenni è circolato in tv in versioni molto manipolate, quasi inguardabile: il cinemascope dava molti problemi quando si trattava di trasmettere i film in tv, e li dà ancora oggi perché è un formato davvero enorme. Anche al cinema, non sempre i formati così grandi erano adatti allo schermo: c’erano spesso “mascherine” davanti al proiettore che tagliavano una parte dell’immagine. In tv si rimediava “zoomando”, e il più delle volte erano lavori fatti a regola d’arte, il film non ne soffriva più di quel tanto. Con “L’anima e la carne” invece lo scempio era totale...si vede che era finito in cattive mani. Spero che nei passaggi in tv odierni le cose siano un po’ migliorate: questo è un film che infatti viene ancora trasmesso in tv, perché una storia d’amore con una suora è ancora roba che fa audience (secondo quanto ne pensano i pubblicitari, naturalmente). La suora in questione è Deborah Kerr, una delle attrici più belle (e brave) di tutta la storia del cinema, che nel 1947 aveva già interpretato una suora in un grande capolavoro, “Narciso nero” di Powell e Pressburger.
Nel 1991 ne scrivevo così: «L’anima e la carne, o meglio: “Heaven knows, Mr. Allison”. Un ottimo esercizio, con sceneggiatura eccellente e due attori su misura anche se la Kerr, come dice Mitchum nel film, era davvero troppo bella per fare la suora. Huston si sacrifica un po’, è difficile capire che si tratta di un suo film, e poi non capisco il senso del cinemascope per un soggetto come questo.»
Il barbaro e la geisha – The barbarian and the geisha (1958)
Le radici del cielo – The roots of heaven (1958)
Altri due film che sono già nell’archivio del blog.
Gli inesorabili – The unforgiven (1960)
Uno dei pochissimi western di John Huston, con Audrey Hepburn e Burt Lancaster. Un altro film che andrebbe rivisto con calma e nella versione originale. Nel 1990 mi ero segnato questo appunto: «Un film dove il vero Huston si vede poco, ma quando c’è è grande. Parecchi buchi nella sceneggiatura, che rimane parecchio inferiore a quella di Sentieri selvaggi di John Ford; inoltre il finale è poco credibile (serviva il settimo cavalleggeri, altro che Cash!)»
(continua)

John Huston ( III )

Gli spostati – The misfits (1961)
Questo film, l’ultimo di Clark Gable e uno degli ultimi di Marilyn Monroe, è già nell’archivio del blog.
Freud, passioni segrete - Freud, the secret passion (1962. M.Clift, S.York)
Devo ripetere qui quello che ho già scritto nei post precedenti: “Un altro film che non vedo da moltissimi anni. Fino a pochi anni fa i film di Huston e di tutti i grandi registi erano molto facili da vedere in tv, e piacevano un po’ a tutti; non riesco a capire come mai siano completamente scomparsi dalla programmazione. O meglio, lo capisco benissimo: sono gli effetti di venticinque anni di disinformazione e di pubblicitari nei posti di comando, gli stessi effetti che hanno avuto come causa l’attuale gravissima crisi economica. Dicono che la crisi viene da fuori, io direi che viene dall’ignoranza e dalla presunzione, e anche dall’ideologia liberista dominante. Ma qui sto parlando di cinema, passo al prossimo film anche per non stare troppo male al pensiero di cos’hanno combinato (non dico chi, ma penso che si sia capito).”
Freud è interpretato da Montgomery Clift, accanto a lui Susannah York. L’unica volta che ho visto film, e l’ultima, credo che risalga al 1990.
I cinque volti dell’assassino – The list of Adrian Messenger (1963)
Questo film è già nell’archivio del blog, ed è uno dei miei “classici” personali, una mia piccola passione fin da quando ero bambino.
La notte dell’iguana - The night of the iguana (1964)
Un altro film che non vedo da una vita, con Deborah Kerr e Ava Gardner. Nel 1992 mi ero segnato questo appunto: «Il difetto è forse in Tennessee Williams, l’inizio è tutto di Huston che si diverte un sacco a farci vedere Burton sul pullmann delle zitelle (e diverte anche chi guarda il film). Il finale, bolso, anche se Morandini (pag. 89) dice che è opera di Huston (un lieto fine) a me pare tutto di Williams; non privo di cose notevoli (il personaggio della Kerr è molto bello, anche quello della Gardner). Burton qui è molto misurato e sornione: grandissimo, quando lo voleva. Sue Lyon rifà Lolita senza tragicità, con sublime scemenza di ragazza ricca e bella; Grayson Hall (miss Fellows) è un’eccellente cattiva; Cyril Delevanti è il nonno, poeta di 97 anni; James Skip Ward era l’autista e somigliava molto a Kevin McCarthy. Dice ancora Morandini: “un film di attori dove i personaggi contano più dell’azione drammatica”.»
La Bibbia – In Principio (1966)
E’ uscito quando io andavo alle elementari, la campagna pubblicitaria fu imponente, qualcuno cercava di spacciarlo per un film edificante a soggetto religioso, c’era la raccolta delle figurine, sulle copertine dei quaderni di scuola c’erano delle illustrazioni dal film e i miei compagni cercavano già quello con “la donna nuda” (Eva, ma ovviamente era molto in ombra) cioè quello che probabilmente le mamme evitavano di comperare. Visto (quasi) per intero in anni più recente, non è male ma rimane forte l’impressione del pastrocchio. Dovrei comunque vederlo nell’edizione originale, di sicuro qualcosa di buono c’è.
John Huston, autobiografia
La domanda successiva era invariabilmente: “Crede in Dio?”. La mia risposta suonava più o meno così: all’inizio il Signore era innamorato del genere umano, e di conseguenza ne era geloso. Chiedeva continuamente all’uomo di provargli il suo affetto per lui: ad esempio, quando vuol vedere se Abramo è disposto a sgozzare suo figlio. Ma poi, col passare dei millenni, il Suo amore si raffreddò, ed Egli assunse un nuovo ruolo, quello di una divinità benefica. Tutto ciò che un peccatore doveva fare era confessarsi e dire che era pentito, e Dio lo perdonava. La realtà era che Dio aveva perso interesse. Questa fu la seconda fase. Ora, sembrerebbe che ci abbia dimenticati del tutto; probabilmente è occupato con la vita di qualche altro pianeta. da qualche parte dell’universo. E’ come se noi, per quel che lo riguarda, avessimo cessato di esistere. Forse è proprio così. La verità è che io non professo alcun credo, non in senso ortodosso. Mi sembra che il mistero della vita sia troppo grande, troppo vasto, troppo profondo per far altro che meravigliarsene. Andare oltre sarebbe, per quel che mi riguarda, presuntuoso.
autobiografia di John Huston, pagine 399-400
Morando Morandini, dal “Castoro Cinema”:
Come e perché l'agnostico Huston s'imbarca su questo supercolosso biblico? Lasciamogli la parola: « Mi si domanda ogni giorno se sono credente, e io rispondo che non ho nulla in comune con Cecil B. De Mille. In verità trovo che sia un'impudenza folle speculare sull'esistenza di un qualsiasi Dío. Sappiamo che il mondo è stato creato e che continua ogni giorno a crearsi. Non penso a questo genere di problemi, mi preoccupo soltanto di quel che esiste sotto i miei occhi. Credo, tuttavia, che tutto quel che l'uomo costruisce, crea o edifica sia religioso. Quando dipinge, un pittore è religioso. La sola religione alla quale potrei credere è la creazione. Ecco perché m'interesso alla Bibbia in quanto mito universale e supporto di molteplici leggende. La Bibbia è una creazione collettiva degli uomini, destinata a risolvere provvisoriamente, in forma di favola, un certo numero di misteri troppo inquietanti per il pensiero di un'epoca non scientifica. Perché gli uomini si esprimono in lingue diverse? La leggenda di Babele dà una risposta al problema. Chi erano i nostri antenati? Certamente creature più belle, intelligenti, nobili di noi. Questo irrazionale desiderio dei primi uomini che ignoravano le realtà dell'evoluzione ha creato la leggenda di Adamo ed Eva, il mito del Paradiso Terrestre. Per me la Creazione è qualcosa di permanente [... ] Voglio che il mio film tocchi la gente a un livello subcosciente e istintivo. Qualunque cosa pensiate, le autorità ecclesiastiche hanno così paura delle controversie dogmatiche che preferiscono vedere un ateo che filma la Genesi piuttosto che affidarlo a un cattolico. Sono persuaso che se non avessero trovato un ateo, si sarebbero accontentati di un ebreo» (intervista su « Positif », 1965, n. 70).
Questo sberleffo hustoniano col quale si equiparano le autorità ecclesiastiche a un produttore, identificando l'esecutore con i suoi garanti (o mandanti?), può essere utilmente messo a confronto con le storiche dichiarazioni di De Laurentiis: « Se dicessi adesso che ho prodotto La Bibbia per diffondere la conoscenza delle Scritture, forse sarei frainteso; ma se dico che ho ritenuto doveroso, utile, soprattutto storicamente necessario diffondere la conoscenza delle Scritture in questo particolare momento della storia del mondo, dico qualcosa in cui credo profondamente [...] La sceneggiatura del nostro film segue fedelissimamente il testo [...] Persino i dialoghi sono, fino al limite del possibile, autentici [...] La parte del produttore, specialmente a film finito, è quella del silenzio. Nella quale parte c'è dentro di tutto: l'umiltà dell'artigiano e l'ambizione di chi si sente alla fine responsabile unico di tutto quel che è accaduto e lascia parlare i fatti ». Ridiamo la parola a Huston: « Tutte le chiese [... ] riconoscono tacitamente oggi che la Bibbia è un miscuglio di miti, di leggende e di Storia. E come tale la Bibbia è unica nel tesoro umano. E’ la prima storia d'avventure, la prima storia d'amore, il primo poliziesco a suspense e anche il primo racconto di una fede. Noi l'abbiamo trattata come una leggenda nel senso nobile della parola [...] I dialoghi sono in "King James English ", inglese antico del xvii secolo, assai bello. E’ stata la sceneggiatura di Fry che mi ha convinto a fare il film.
castoro cinema pag.91-93
Riflessi in un occhio d’oro – Reflections in a golden eye (1967)
Un altro film che è già nell’archivio del blog.
La forca può attendere – Sinful Davey (1969)
Visto in anni lontani, ne ho solo un vago ricordo. Con John Hurt e Pamela Franklin.
Di pari passo con l’amore e la morte – A walk with love and death (1969)
Ho uno strano rapporto con questo film, perché ogni tanto qualcuno si ricorda di mandarlo in onda, penso su LaSette, di regola alle tre di notte. Mi interessa molto, ma ogni volta che cerco di registrarlo succede qualcosa del genere: a) si blocca il registratore b) il film inizia molto in ritardo e perdo il finale c) il film inizia molto in anticipo e perdo l’inzio d) il film viene sostituito con qualcosa d’altro. Eccetera. Chissà se è un mio fatto personale, o se capita anche ad altri.  I protagonisti sono Anjelica Huston, figlia del regista, e Assaf Dayan, figlio di Moshe Dayan, ministro della Difesa e generale israeliano, un volto famosissimo negli anni ’70.
Lettera al Kremlino- The Kremlin letter (1969)
Fat city – Città amara (1972)
Questi due film sono già nell’archivio del blog.
L’uomo dai sette capestri – The life and times of Roy Bean (1972)
Nel 1991 o 1992 mi ero segnato questo appunto: «Si vede che è Huston: tono epico e sarcastico, grandi attori (Newman ma anche la Principal, quando tira fuori il fucile, e “Bad Bob” alias Stacy Keach...), narrazione “da ballata”, molto personale. Penso che sia stato un punto di riferimento per Peckinpah e il suo Cable Hogue. Il finale è un po’ sballato.»
L’agente speciale MacKintosh – The Mackintosh man (1973 P.Newman, D.Sanda)
Con Paul Newman e Dominique Sanda. Nel 1990 o 1991 mi ero segnato questo appunto: «Film di bel ritmo e per tre quarti assai ben scritto. Il finale è fiacco e non sta in piedi, ma ciò rientra nella tradizione del giallo e dei film di spie (l’avere dei buoni intrecci e dei pessimi scioglimenti). Si vede la mano di Huston, soprattutto all’inizio. Nettamente superiore a tutti i Bond e al Sipario strappato di Hitchcock, rimane comunque un film minore di Huston (che ha girato anche un Bond...). Belle le musiche di Jarre. »
(continua)

John Huston ( IV )

L’uomo che volle farsi re – The man who would be king (1975)
Un film che amo moltissimo, e che è già da tempo nell’archivio del blog.
Wise blood – La saggezza nel sangue (1979)
E’ uno strano film del 1979, sui predicatori.Il protagonista, un eccellente Brad Dourif, è quasi una maschera (“sembri un predicatore” gli dicono all’inizio: “quello è un cappello da predicatore”). Più avanti la ragazza gli dirà: “...in quei tuoi occhi così belli c’è solo spazzatura, come nei miei; solo che a me piace.” Il film sembra scritto da James Purdy, invece è opera di Flannery O’Connor (che non conosco). Bel personaggio, il predicatore cieco-non cieco, per Stanton, che ne fa un’ottima ed inquietante interpretazione. D’altrondo tutti recitano magnificamente i loro personaggi, e il film è tutt’altro che brutto, forse è solo irrisolto. Specchio del film è il personaggio di Dan Shor, quello che ruba la piccola mummia dal museo e il costume del finto gorilla Gonga: un’ottima interpretazione, un personaggio curioso, ma non si sa bene cosa dire. (appunto del 1994)
Fuga per la vittoria – Escape to victory (1981)
Sotto il vulcano- Under the volcano (1983)
Altri due film che sono nell’archivio del blog: una fetecchia e un capolavoro.
Annie (1982)
L’onore dei Prizzi – Prizzi’s honour (1984)
Due film che non mi attirano molto, e che comunque vorrei vedere in edizione originale, non doppiati. Il primo è un musical, il secondo un film sulla mafia: i musical doppiati sono stucchevoli, i film sulla mafia doppiati in finto broccolino sono un orrore.
The dead – Gente di Dublino (1987)
Un capolavoro, che da appassionato di Joyce non potevo perdere. Prima o poi porto a casa il dvd, e me lo guardo con calma. Per oggi riporto quello che ne scrivevo appena uscito dal cinema, nel 1987: « Uno dei film più belli dell’anno. Era un’impresa ardua rendere Joyce, ma Huston c’è riuscito superando quasi senza danni il difficile finale (e siccome era difficile bisognna essere comprensivi e generosi; inoltre bisognerebbe ascoltare Anjelica con la sua voce, e non la doppiatrice). Il finale, appunto, con il protagonista che recita Joyce come se fosse poesia, rimandava stranamente a Tarkovskij. Tutto il film ha questo clima di poesia, il che può stupire in Huston. E’ un film che non piacerà e che avrà pochi spettatori, perché è fondato sulla mancanza di azione ed è quasi totalmente teatrale: ma è così che andava fatto, e se non piace ai teledipendenti pazienza. Lode al doppiaggio, molto bello e “caldo”. Mentre guardavo “The dead” (The dead è plurale, quindi la traduzione “I morti” è correttissima) ho notato che gli altri spettatori erano molto attenti e concentrati; solo nel finale, quando Conroy pensa al prossimo funerale, sono arrivati parecchi colpi di tosse, ripetuti poco dopo. In effetti, in platea ero uno dei più giovani; quasi tutti avranno ripensato, più o meno consciamente, a fatti simili successi a loro familiari. E così ho represso sul nascere il moto di stizza che di solito mi sorge con questi colpi di tosse, a teatro; e mi è sembrata invece una cosa degna di nota, un segno che Huston e Joyce sapevano bene dove stavano andando a parare. Ripenso poi al cinema Adria, e a come hanno interrotto “The dead” (e già interromperlo è grave, ma passi) e nell’intervallo hanno proiettato un lungo spot di El Charro “giovanilistico e rockettaro ma con grazia”: visto il film che stavano proiettando è stato un pugno alla bocca dello stomaco per il povero spettatore. Vista la faccia della cassiera (che evidentemente non si interessa a queste cose) non ho perso tempo a protestare, ma qui era il caso di fare casino: ho pagato ottomila lire di biglietto, fatemi vedere il film come si deve! Il cinema Adria, in piazza Erculea, si presenta male già dal principio: un grande cartello indica che “in questo cinema si può fumare”...» (novembre 1987)
(continua)

John Huston ( V )

Huston regista alla Scala
Nel 1966 John Huston è alla Scala di Milano, come regista di un’opera nuova, su musica del trentenne inglese Richard Rodney Bennett, nato nel 1936 e autore fra l’altro di molte colonne sonore. Si tratta di “The mines of sulphur” (Le miniere di zolfo), un’opera che per quanto ne so non è più stata ripresa dopo la sua prima, così come è successo quasi sempre (pochissime le eccezioni) alle opere liriche composte dal 1960 in qua. Si tratta comunque di una novità data alla Scala, e la recensice il critico musicale del Corriere d’Informazione (un quotidiano che non esce più ormai da parecchi anni, e che era fratello del Corriere della Sera). Non si tratta di un critico qualsiasi: è Eugenio Montale, che di musica se ne intendeva, dato che aveva tentato da giovane la carriera operistica come baritono. Montale stronca senza pietà (ma con molta educazione) l’opera di Bennett, e nel finale dedica qualche riga anche al regista
Le miniere di zolfo, di Richard Rodney Bennett
di Eugenio Montale, dal Corriere d’informazione, 26-27 febbraio 1966
(...) Esecuzione prestigiosa, alla quale la Scala ha dedicato tutte le possibili cure, mobilitando una schiera di artisti ben preparati e un regista e uno scenografo autorevoli quali sono John Huston e Corrado Cagli. Che poi questi due artisti si siano impegnati a fondo non può dirsi. È in ogni modo lodevole ch'essi non abbiano cercato di strafare.
Nella parte del personaggio più interessante - Jenny-Haidee - è stata stupenda Floriana Cavalli, un'artista che nel canto di tipo espressionista ha poche rivali; e dotata di buona voce e di ricco temperamento è Gloria Lane, in sensibile progresso sulle sue precedenti apparizioni alla Scala. Un'ottima dizione ha anche il robusto basso Carlo Cava nelle vesti del capocomico. Molta buona volontà e risultati apprezzabili hanno dimostrato Armanda Bonato, il tenore Giovanni Gibin (Boconnion), il tenore Misciano, il baritono Testi, i bassi Giacomotti e Calabrese e il mimo e sordomuto Ferruccio Soleri. I costumi disegnati da Cagli sono più interessanti del suo bozzetto. L'allestimento scenico è di Nicola Benois. Quanto all'orchestra e al direttore Nino Sanzogno, che in questo genere di musica si destreggia nel miglior modo possibile, nessuna parola di lode può dirsi ingiustificata. Un'opera simile - destinata per opposte ragioni a dispiacere tanto agli avveniristi che ai conservatori del mondo musicale - non poteva attendersi un consenso unanime. Si sono avuti dunque contrasti abbastanza vivaci, che non hanno impedito però all'autore e ai principali artisti e collaboratori di apparire più volte alla ribalta alla fine dell'opera.
(Eugenio Montale, Prime alla Scala, ed. Mondadori 1981, pag.446)
John Huston, frammenti da interviste
- Colorare i film in bianco e nero non ha niente a che fare con il colore, è come rovesciare 40 cucchiai di acqua zuccherata sull’arrosto.
(citato su Rctv dicembre 1995, quando era di moda “colorizzare” i film in bianco e nero)
Hemingway disse che nulla era così gratificante per lui come l’arte dello scrivere in sè, quando le parole prendevano le ali; quando la mano segue il pensiero e il pensiero si librava in aria, e la penna ne tracciava il volo. Quanto a me, l’unico piacere che mi dà la scrittura viene dopo che ho scritto qualcosa, l’ho messa via, e poi rileggendola trovo che tiene ancora: è quasi esclusivamente una sensazione di sollievo.
pag.208 dell’autobiografia di John Huston
A proposito dell’autobiografia di Huston (non so se sia mai stata ristampata), il capitolo più interessante è comunque il 35, dove finalmente Huston parla di cinema: di stile, di grammatica. (dicembre 1987)
Moby Dick
Lo scrittore rievoca la nascita della sua sceneggiatura per “Moby Dick”
Bradbury: come diventai Melville
di Michele Mari, corriere della sera 18.10.1998
Huston dice che il suo film è da considerarsi blasfemo; la chiave è in questa battuta: Se Dio si incarnasse in un pesce, sarebbe una balena. La balena rappresenterebbe una deviazione mostruosa dal culto di Dio, come si vede purtroppo spesso.
Quando John Huston si decise a portare sullo schermo Moby Dick, nel 1953, Ray Bradbury era un giovane scrittore di fantascienza ancora un passo al di qua della celebrità. Eppure la vocazione cinematografica di libri come “Cronache marziane” o “Fahrenheit 451” dovettero persuadere il grande regista a sceglierlo come sceneggiatore del romanzo di Melville. Ora non è chi non veda la difficoltà di una simile impresa, stante la densità simbolica di un testo che dialoga in continuazione con la Bibbia e che attraversa tutti i generi, dall'epico al lirico al drammatico al saggistico. Si aggiunga la speciale difficoltà di avere a che fare con un carattere come quello di Huston, incline a lasciare poca autonomia. Huston era più melvilliano di Melville, volendo un Achab prometeico e bestemmiatore della balena-dio, laddove Bradbury (e lo stesso Gregory Peck) vedevano nel capitano soltanto un pazzo: sublime, ma pazzo. Su queste premesse Bradbury arrivò in Irlanda, dove si sarebbe svolta buona parte della lavorazione del film: là tagliò, cucì, fuse, riscrisse, e il risultato (che non soddisfò né lui né Huston) è noto. Meno noto é che 40 anni dopo Bradbury raccontò quell’esperienza in un libro. Tradotto ora in italiano e corredato da un saggio di Alessandro Zaccari, “Verdi ombre, balena bianca” ci mostra la faticosa «conquista» di Moby Dick da parte di chi non l'aveva mai letto e di chi alla fine potè sentirsi invasato dallo spirito di Melville (il che per uno scrittore dev'essere come trovarsi assunto alla gloria di Dio): «Mi avvicinai allo specchio sopra la macchina da scrivere e annunciai: "Sono Herman Melville!"». A questa trance demiurgica Bradbury deve le sue più felici intuizioni, come l'avere individuato nella moneta d'oro di Achab la metafora fondamentale di Moby Dick. «Quello che teneva insieme il tutto era l'aver inchiodato l'oncia d'oro spagnolo all'albero maestro (...). Cattura per prima la metafora grossa, il resto seguirà».
RAY BRADBURY:Verdi ombre, balena bianca. ed. Fazi, pagine 310, lire 29.000
(...) Huston sta con Achab, Bradbury sta con Starbuck (il coscienzioso primo ufficiale che arriva ad un passo dall’ammutinamento ma che alla fine rimane fedele al principio d’autorità). Per Huston, Moby Dick è un dio da uccidere, per Bradbury è l’ultimo discendente dell’innocenza primitiva. Il film nasce dal conflitto di questo duplice sguardo. (...)
(Gianni Canova, dalla rivista Effe di Feltrinelli, anno 1998)
Interessante il richiamo all’innocenza primitiva: ma questo è un tema tipico di Huston, e Canova dovrebbe saperlo. E poi io non vedo conflitti, può ben darsi che ce ne siano stati durante la lavorazione ma il film finito è splendidamente unitario, “una tinta unica” come direbbe Giuseppe Verdi. E non si può neanche dire che Starbuck ceda al “qui comanda il capo”: non è una fascinazione quella che subisce, Starbuck rimane lucido e forse si può dire che arriva a capire cosa gli sta dicendo Achab, capisce qualcosa che fino ad allora gli era sfuggito: il senso del mondo, la rivalità che sostiene la Creazione, l’inutilità di combattere la natura umana, anche Achab era come lui prima di vedersi colpito e mutilato, una lotta senza senso – come dice Conrad in Lord Jim.

venerdì 16 settembre 2011

I cinque volti dell'assassino

THE LIST OF ADRIAN MESSENGER (I CINQUE VOLTI DELL'ASSASSINO, 1963) Regia: John Huston; sceneggiatura: Anthony Veiller (dal romanzo omonimo di Philip MacDonald); fotografia: Joseph MacDonald, Ted Scaife (per le sequenze girate in Europa); musica: Jerry Goldsmith; interpreti: George C. Scott (Anthony Gethryn), Jacques Roux (Raoul Le Borg), Kirk Douglas (George Bruttenholm), Dana Wynter (Lady Jocelyn Bruttenholm), Clive Brook (Marchese di Gleneyre), Herbert Marshall (Sir Wilfrid Lucas) Bernard Achard (ispettore Pike), Marcel Dalio (Karoudijan), Gladys Cooper (signora Karoudijan), Walter Tony Huston (Derek), Richard D. Long (Castairs), John Merival (Adrian Messenger), Anita Sharpe Bolster (bottegaia), Noel Purcell (agricoltore), John Huston (un cavaliere), Tony Curtis (l'uomo dell'organetto), Burt Lancaster (la vecchia), Robert Mitchum (John Slattery), Frank Sinatra (lo zingaro). Durata: 97'.

Questo film di John Huston è sempre stato uno dei miei preferiti, fin da bambino: non ci capivo niente ma mi interessava molto. Il messaggio da ricostruire e decrittare, trascritto a frammenti su una lavagna, è uno dei grandi classici dei romanzi e dei film d’avventura; la campagna inglese con la caccia alla volpe e la sua perfetta ricostruzione erano decisamente meglio di qualsiasi altra cosa del genere avessi mai visto; e, soprattutto, cosa significavano quelle maschere? Perché prendere tutti quei volti famosi e farli recitare con un mascherone incollato alla faccia?
Purtroppo non riesco a rivedere “The list of Adrian Messenger” da molti anni; me lo ricordo perfettamente ma mi piacerebbe vederlo bene, in edizione originale con i sottotitoli, purtroppo il film è scomparso dalla programmazione di tutte le tv e in Italia, che io sappia, non è mai stato pubblicato su dvd. Non mi resta che rivolgermi a internet, e prima o poi lo farò. Per intanto, riporto qui un mio post già pubblicato su un altro blog qualche anno fa, e soprattutto riporto qui le pagine che gli dedica Morando Morandini, come al solito perfette.
E' un film curioso, giocato su più livelli, molto inglese nell'ambientazione e nella recitazione. Il primo livello è quello del giallo: chi è il misterioso assassino che elimina uno alla volta i nomi segnati su una lista? Un secondo livello è dato dalla presenza in piccole parti di attori famosi, però nascosti sotto vistosi mascheramenti. E tutto inglese è il gioco di parole che sta dietro alla soluzione del giallo: i tre cognomi, Bruttenholm / Broom / Brougham, che gli inglesi pronunciano tutti allo stesso modo, e cioè (più o meno) "bruum".
Straordinaria la sequenza della caccia alla volpe: sembra Jean Renoir e di sicuro "La regola del gioco" è ben presente in questo film. Che è in bilico tra "film vero" e bizzarria, quasi uno scherzo o una parabola, ed è uno dei miei preferiti. "Il male esiste" dice alla fine il cattivo George Brougham, cioè Kirk Douglas: il male esiste e ha molte facce. Si nasconde, si traveste, e noi non lo vediamo né lo riconosciamo quando lo incontriamo per caso (il protagonista, Adrian Messenger, viene ucciso con una bomba sull'aereo, causando altre vittime che però sono del tutto innocenti...).
Detto questo, Huston è in gran forma, si diverte e dirige in modo esemplare. Attori ottimi, su tutti George C. Scott, elegante come mai più sarà, l'attore francese Jacques Roux, Dana Wynter, e il bambino ultimo erede dei Broom. Da antologia anche l'apparizione dello zingaro che porta il cavallo, nella nebbia (è Frank Sinatra). notevoli le sequenze documentarie sulla caccia alla volpe. Il cavallo si chiama Avatar: è un termine della mitologia hindu, ed è un regalo di Adrian Messenger al bambino...Anche questo è un dettaglio sul quale bisognerebbe indagare. Questo film si presenta come un gioco, uno scherzo, ma in realtà c'è qualcosa sotto che lascia inquieti, alla fine.
Per esempio, i mascheroni sono goffi e fanno un po' sorridere, ma: 1) il tempo passa, anche per i trucchi e gli effetti speciali; 2) è giusto che si vedano le maschere e che ci si accorga subito che sono maschere: Narra una tradizione ebraica che un profeta passò accanto ad una rete tesa; un uccello che stava lì accanto gli disse: "Profeta del Signore, in vita tua hai mai visto un uomo stupido come quello che ha teso questa rete per cacciare me, che la vedo?". Il profeta se ne andò. Al suo ritorno vide l'uccello preso nella rete. " E' strano! - esclamò. - Non eri tu che un attimo fa dicevi così e così?" "Profeta, - replicò l'uccello - quando viene l'ora segnata non abbiamo più occhi né orecchie".(da "Racconti brevi e straordinari" a cura di J.L.Borges e Adolfo Bioy Casares)
Posso ancora aggiungere che, al di là delle esigenze produttive e dei costi, forse i registi degli anni 50-60 (quelli grandi) sapevano scegliere tra colore e bianconero a fini poetici: il "Messenger" è del 1963 ma è in bianco e nero; "Moby Dick" è del 1956 ma è a colori. A colorazioni invertite, i due film sarebbero molto meno belli.
Morando Morandini, da “Il Castoro Cinema”:
Non sono pochi i critici che, come Raymond Durgnat, vedono in Huston un cineasta bifronte, una sorta di Dr. Jekyll-Mr. Hyde, « il pensieroso, fondamentalmente piuttosto ascetico intellettuale medio (middle-brow) » e, « il ruvido estroverso per il quale la vita è più appassionante durante le risse, le partite di caccia e le solenni bevute».
Accettata questa partizione, si potrebbe tentare l'esercizio di dividere i film di Huston in due categorie: quelli da assegnare a Jekyll, quelli da attribuire a Hyde. Ma le due facce di Huston si elidono a vicenda oppure, almeno in qualche caso, convivono, si fondono in armonia? In questo caso le categorie diventerebbero tre. Non c'è dubbio, comunque, che The List of Adrian Messenger (1963) appartiene a Huston-Hyde che, dopo l'impegno culturale di “Freud”, si prende una vacanza per divertire, divertendosi, e per il piacere di filmare amici, cani e cavalli e una delle più strepitose cacce alla volpe nella storia del cinema.
In bilico tra il romanzo d'investigazione e il thriller, la vicenda, cavata da un romanzo di Philip MacDonald, parte con uno scrittore che, prima di morire egli stesso in un incidente aereo balbettando oscure parole al solo superstite del disastro, ha consegnato a un detective una lista di dodici uomini, morti accidentalmente negli ultimi cinque anni. Anthony Gethryn, funzionario dell'Intelligence Service a riposo, non tarda a capire che gli incidenti sono delitti perfetti. Non riesce a prevenire altri assassinii, ma alla fine le vittime saranno vendicate.
La trovata del film consiste nel fatto che Bruttenholm (da pronunciare « bruum »), l'assassino, commette i suoi crimini cambiando ogni volta faccia, cioè maschera. Huston la raddoppia con un trucco pubblicitario, associando all'impresa attori celebri come Tony Curtis, Frank Sinatra, Burt Lancaster, Robert Mitchum e Kirk Douglas che, camuffati sotto le maschere di Bud Westmore, fanno le comparse, rivelandosi soltanto nei titoli di coda.
Mettendo a profitto le indicazioni della sceneggiatura di Veiller che gli era già stato complice per “Il tesoro dell'Africa”, Huston manipola con distacco ironico ed elegante disinvoltura la vicenda, diluendone le dosi di umor macabro in un gran bicchiere d'indifferenza. Gli usi, i comportamenti, lo snobismo ora eccentrico ora paludato dell'aristocrazia inglese sono descritti in “I cinque volti dell'assassino” con una continua oscillazione tra ammirazione rispettosa e caricatura beffarda, tra compostezza inglese e brio americano. Da George C. Scott, sempre ai limiti dell'autoparodia in questo personaggio da Sherlock Holmes disincantato, alle vecchie glorie hollywoodiane (Clive Brook, Herbert Marshall, Gladys Cooper), la recitazione è impeccabile (John Huston si vanta di non aver mai avuto difficoltà con gli attori in tutta la sua carriera di regista, con l'eccezione di John Wayne e Susannah York. Col primo per una questione di reciproca, invincibile antipatia; con la seconda - che pure, anche a suo parere, è eccellente in “Freud” - perché gli diede molto filo da torcere durante le riprese: la York era, secondo Huston, un'esponente dell'ultima generazione, quella degli attori ribelli, hippy, arrabbiati che si collegavano, con dieci anni di ritardo e un pizzico di anarchismo da salotto in più, alle bizze e allo snobismo dei divi hollywoodiani dei tempi d'oro).
(Morando Morandini, da “Il Castoro Cinema”)