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lunedì 12 settembre 2011

Jim Jarmusch ( I )

Jim Jarmusch nasce nel 1953 in Ohio, e comincia a fare seriamente cinema nel 1986.
Mi sono accorto che con Jarmusch sono messo abbastanza bene, a parte i cortometraggi e i frammenti nascosti in qualche film collettivo ho visto quasi tutto; e tutto sommato mi manca solo “Permanent Vacation” (1980) il suo primissimo film.  L’ho conosciuto con i suoi primi film arrivati in Italia, “Stranger than paradise” e “Down by law”, che mi sono subito piaciuti e che oltretutto mi hanno fatto conoscere Tom Waits.
Da wikipedia prendo qualche informazione: Jarmusch non è di origini ungheresi, come farebbe pensare “Stranger than paradise”, ma ha ascendenze ceco-tedesche. E’ molto amico di Roberto Benigni, che conosce nel 1985 al festival di Salsomaggiore, dove erano entrambi in giuria.  Nel 1982 Jarmusch fu assistente di Wim Wenders per “Lo stato delle cose”: è da qui che probabilmente gli deriva la passione per il bianco-nero, che alterna al colore e che ha usato con ottimi risultati anche in “Dead man”, del 1995.
I film di Jarmusch sono sempre andato a vederli al cinema man mano che uscivano, ma solo fino a “Night on earth” (Taxisti di notte, 1991), che mi aveva deluso moltissimo. Poi Jarmusch è un po’ sparito, non so che cosa abbia fatto di preciso in quegli anni, ma quando è tornato ha fatto due capolavori, “Dead man”(1995) e “Ghost dog” (1999), che io avevo colpevolmente trascurato: li ho recuperati solo in tv, mea culpa.
“Dead man” è anche l’unico dei suoi film che ho portato qui sul blog, fino ad oggi; penso che prima o poi dovrò affrontarli tutti per esteso, ma per oggi mi limito a mettere in fila ordinata i miei appunti sui suoi film.
Di Jarmusch ho trovato questa frase su wikipedia: «Oggi gli Stati Uniti sono simili in ogni parte. Puoi spostarti di migliaia di chilometri e ritrovare la stessa geografia. Il paesaggio non definisce più dove sei.» Ormai, siamo ridotti così anche da noi: i veneti e i milanesi hanno visto in tv le autostrade a ventinove corsie di Los Angeles e hanno deciso di portarle anche qui da noi. Lo hanno fatto, e nessuno gli ha spiegato che Los Angeles e Las Vegas sorgono in zone in gran parte desertiche, l’Italia no. L’Italia era un’altra cosa, ma adesso – tra un condono edilizio e una superstrada per farci correre i suv - somiglia sempre più a un deserto, soprattutto nella Pianura Padana.
Stranger than Paradise (1983)
E’ del 1983, nasce come un corto girato sugli scarti di “Lo stato delle cose” di Wenders, del quale Jarmusch era stato assistente; vincerà a Locarno nel 1984. John Lurie riceve la visita di una cugina che viene da Budapest; dopo qualche tempo la cugina se ne va in un’altra città. Un anno dopo, Lurie con un suo amico (un po’ balordo come lui) va a cercarla, sapendo che abita con una zia (eccetera). Un film un po’ triste, con molto trovate divertenti, e girato con stile molto personale. La canzone guida, I got a spell on you, è di Screamin’ Jay Hawkins, che comparirà come attore in “Mystery train”. Nel 1990 ne scrivevo così: « Molto meglio di quanto non pensassi, e la sua “morale”, che un posto vale un altro, non cambia niente, Budapest Cleveland o New York è sempre la stessa storia se non sei tu a cambiare, o se non vuoi cambiare, mi è purtroppo assai vicina. Amo molto il modo di condurre la cinepresa di Jarmusch, l’ho già detto e qui mi ripeto. Mi piacciono anche le donne dei suoi film, qui c’è Eszter Balint. Nei titoli di coda: «Filmed in location, New York, Cleveland, Florida.», ma il film è tutto in interni.»
Down by law (1986)
Girato nello stesso stile di “Stranger than paradise”, in un bel bianco e nero che ricorda Wenders. Due balordi, Tom Waits e John Lurie, finiscono in prigione anche senza aver fatto niente; in cella conoscono Roberto Benigni, e il film diventa molto più allegro. Benigni ebbe molto successo in Usa per la sua buffa parlata inglese, e da qui iniziò la sua presenza americana, che lo avrebbe portato all’Oscar. Molto divertente la parte centrale dove c’è Benigni (“I scream for ice cream”), un po’ forzato il finale (la casetta dove abita Nicoletta Braschi), che si trasforma quasi in favola.
Coffee and cigarettes (1986-2003)
Film in piccoli episodi, girato un po’ alla volta da Jarmusch nei ritagli di tempo tra un film e l’altro, con gli attori di tutti i suoi film. Ne ho visto solo uno, quello con Benigni che va dal dentista al posto di Steven Wright, perché lui non aveva tempo di andarci: qualcosa che ricorda molto il tè dal cappellaio matto di Lewis Carroll.
(continua)

Jim Jarmusch ( II )

Mystery train (1989)
- Svegliati, è giorno...
- Lasciami dormire. E’ la cosa che preferisco, dormire.
- Dormi troppo. Sprechi la metà della tua vita nei sogni.
- Sì, ma dormire è meraviglioso; e quando muori non puoi dormire mai più, il che significa niente più sogni...
(dialogo tra i due fidanzatini giapponesi, a mezz'ora circa dall'inizio, da Mystery Train di Jim Jarmusch)
Si tratta di un film girato a Memphis, che ruota intorno al mito di Elvis Presley: quindi (in teoria) una cosa che non mi interessa per niente e che anzi dovrebbe farmi girare al largo, dato che non sopporto Presley (così come oggi non sopporto Michael Jackson). Invece mi è piaciuto molto, continuo a rivederlo con piacere, è un film piacevolissimo e simpatico, il primo a colori di Jarmusch. Nel 1989 ero andato a vederlo al cinema: « ...il soggetto entra nell’inquadratura da destra, la macchina lo prende e lo segue per un po’, poi torna a fermarsi e lascia che il soggetto esca da sinistra. Detto così non sembra un gran che, ma è meraviglioso, e Jarmusch sembra davvero destinato a diventare importante. Speriamo che questa “grazia” non lo abbandoni. Questo è uno dei film più belli che ho visto, e gli attori sono uno più bello dell’altro, con menzione speciale per i fidanzatini giapponesi, per l’amata Nicoletta Braschi, e per il meraviglioso duo groom e portiere d’albergo (Cinque Lee e Screamin’ Jay Hawkins), nonché il cognato che non era un cognato (Steve Buscemi), Will Robinson di Lost in space, e l’inglese Johnny-Elvis (Joe Strummer), e l’ottima Elizabeth Bracco.» (novembre 1989)
Night on earth – Taxisti di notte (1991)
E’, come temevo, molto deludente. Non c’è niente di veramente significativo, ben poco che ripaghi il prezzo del biglietto. Il primo episodio è il più fiacco, la Ryder e la Rowlands rifanno due cliché piuttosto usurati, e tutto è condotto senza alcuna fantasia; in più, il doppiaggio è da telefilm. Non brutto il secondo episodio, con tre ottimi attori e il clown Armin Müller-Stahl che è l’unica figura memorabile del film, insieme al taxista della Costa d’Avorio (Isaac de Bancholé) a Parigi. L’episodio parigino inizia bene, coi negri razzisti lasciati per strada, e si sgonfia con la storia della cieca (Beatrice Dalle) che era uno spunto non brutto ma che viene sprecato dalla mancanza di fantasia della sceneggiatura. Pessimo l’episodio romano di Benigni, degno dei film di Lino Banfi o del peggior Sordi; e non si vede perché dovrebbe essere simpatico uno che prende i sensi unici contromano. L’unica cosa memorabile, la battuta sulla zucca e sui vegetariani. L’episodio di Helsinki, con Pellonpäa, non è male, anzi: ma anche qui non c’è niente di veramente necessario, solo un po’ d’acqua fresca. Un film deludentissimo. (ottobre 1992)
Dead man (1995)
Un capolavoro. Ne ho già parlato per esteso qui sul blog.
Year of the horse (1997)
Un documentario su Neil Young, in tour con i Crazy Horse. Neil Young ha scritto musica meravigliosa per “Dead man”, Jarmusch lo segue e filma tutto, ma il risultato non mi pare gran cosa. Oltretutto, la musica dei Crazy Horse è molto più banale di quella per “Dead man”.
(continua)

Jim Jarmusch ( III )

Ghost dog (1999)
E’ la dimostrazione di come si possa fare un film straordinario pur trattando un tema discutibile e usurato. Questo negro misterioso che uccide una banda di mafiosi da operetta è, come succede anche in “Dead man”, un ottimo modo per parlare di altri temi più profondi, e non avrei mai creduto, prima con Dead man e adesso con questo, che Jarmusch potesse affrontare questi temi e con questa profondità. Bisogna poi aggiungere lo stile, molto personale; la scelta e la guida degli attori; la “piccola trovata meravigliosa “ che porta avanti la narrazione: i cartoons, il gelataio che parla in francese, i piccioni, l’uccellino che si posa davanti al mirino, la bambina Perline, il cane “fantasma” (che appare due volte), i piccioni viaggiatori. Mi è sembrato un abile depistaggio (dai temi veri del film, molto sotterranei) l’insistenza sul codice del samurai. Menzione speciale per Forest Whitaker, un attore che sceglierei volentieri come alter ego, se solo non avesse tutti quei capelli in testa.   Ragionando su Kafka, da un articolo di Enrico Arosio per “K.” di Roberto Calasso (L’Espresso 10.10.2002): « ...l’arduo penultimo capitolo (da pag.297) sugli interrogatori notturni al Castello, quello in cui K. arriva vicino alla verità ma è vinto dal sonno perché “il Castello è mite e comprensivo soltanto verso chi è già esausto”»
(dicembre 2002)

Broken flowers (2004)
Molto bello, ma il finale lascia sconcertati. Penso proprio che questo finale sia come un koan, “il suono di una mano sola”. Non a caso, nel finale, Bill Murray e il ragazzo che potrebbe essere suo figlio, tra le poche parole che si scambiano (“vivere il presente”) c’è questa battuta: «Sei buddista?» «Non lo so ancora.»
E’ una meditazione sulla paternità, girata in forma di commedia. Molto simpatici, e strani, i quattro episodi; ottimo il nero Jeffrey Wright, l’amico vicino di casa con la sua bella famiglia, e una bambina molto buffa che duetta con Bill Murray all’inizio. Murray appare quasi catatonico, con ritmi lentissimi; ci sono case eleganti, musica ottima, ed è un film di viaggio: c’è tutto Jarmusch, compreso il rapporto con l’aldilà. Impressionante la quantità di donne belle e famose che Jarmusch è riuscito a mettere nel film: Julie Delpy, Heather Simms, Sharon Stone, Alexis Dziena (Lolita), Jessica Lange, Chloe Sevigny, Tilda Swinton...
Da rivedere con calma. (anno 2008)
Su questi due ultimi film ovviamente bisognerà tornare, di cose da dire ce ne sono molte.

lunedì 14 marzo 2011

Dead man ( I )

Dead Man (1995) Scritto e diretto da Jim Jarmusch. Fotografia: Robby Müller. Montaggio: Jay Rabinowitz. Musica: Neil Young. Con Johnny Depp (William Blake), Gary Farmer (l’indiano Nobody), Crispin Glover (il fuochista), John Hurt (capufficio da Dickinson), Robert Mitchum (Dickinson), Gabriel Byrne (il figlio di Dickinson), Mili Avital (Thel, la ragazza che accoglie Depp in città), Michelle Thrush (la donna di Nobody), Alfred Molina (il missionario del negozio), John North (Olafsen). I tre killer: Lance Henriksen (Cole Wilson), Michael Wincott (Conway Twill), Eugene Byrd (Johhny “the Kid” Pickett). I tre cacciatori di opossum: Iggy Pop (Salvatore “Sally” Jenko), Billy Bob Thornton (Big George Drakoulious), Jared Harris (Benmont Tench). I due sceriffi gemelli: Mark Bringelson, Jimmy Ray Weeks. Durata: 121 minuti.

«Ogni notte e ogni mattina
nascono alcuni al soave diletto
nascono alcuni all'infinita notte.
ogni notte e ogni mattina
nascono alcuni alla rovina
nascono alcuni al soave diletto,
nascono alcuni all'infinita notte...»
Every night and every morn
Some to misery are born,
Every morn and every night
Some are born to sweet delight.
Some are born to sweet delight,
Some are born to endless night.
We are led to believe a lie
When we see not thro' the eye,
Which was born in a night to perish in a night,
When the soul slept in beams of light.
God appears, and God is light,
To those poor souls who dwell in night;
But does a human form display
To those who dwell in realms of day.
( William Blake, 1757-1827, da “Auguries of Innocence”)
Difficile stupirsi ancora di qualcosa, al cinema, dopo aver visto “Dead man” di Jarmusch. Difficile anche immaginarsi una colonna sonora diversa da quella di Neil Young per questo film: mi è capitato raramente di trovare una simbiosi simile, tra immagini e musica.
Non so dove li vada a pescare, questi film, Jim Jarmusch: ne ha sbagliati parecchi, ma sbagliando è arrivato anche a girarne di clamorosamente belli, e fuori dall’ordinario, come questo e come “Ghost dog”.
Nella mia Garzantina, William Blake è descritto così: «Blake, William (1757-1827) poeta, pittore e incisore inglese. Nelle liriche e nelle incisioni il dato sensibile è trasfigurato in visione profetica. Opere principali: Canti dell’innocenza, 1789; Il matrimonio del cielo e dell’inferno, 1790; Canti dell’esperienza, 1794. Illustrò la Bibbia, Dante, Milton, Shakespeare.» Aggiungo di mio: uno degli incontri più straordinari che si possano fare, sia come pittore che come poeta che come incisore.
Per chi ha voglia di leggere, questa è la poesia di William Blake, per intero: nel film viene recitata solo l’ultima parte.
William Blake, da “Auguries of Innocence”:
To see a world in a grain of sand, And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand, And eternity in an hour.
A robin redbreast in a cage Puts all heaven in a rage.
A dove-house fill'd with doves and pigeons Shudders hell thro' all its regions.
A dog starv'd at his master's gate Predicts the ruin of the state.
A horse misused upon the road Calls to heaven for human blood.
Each outcry of the hunted hare A fibre from the brain does tear.
A skylark wounded in the wing, A cherubim does cease to sing.
The game-cock clipt and arm'd for fight Does the rising sun affright.
Every wolf's and lion's howl Raises from hell a human soul.
The wild deer, wand'ring here and there, Keeps the human soul from care.
The lamb misus'd breeds public strife, And yet forgives the butcher's knife.
The bat that flits at close of eve Has left the brain that won't believe.
The owl that calls upon the night Speaks the unbeliever's fright.
He who shall hurt the little wren Shall never be belov'd by men.
He who the ox to wrath has mov'd Shall never be by woman lov'd.
The wanton boy that kills the fly Shall feel the spider's enmity.
He who torments the chafer's sprite Weaves a bower in endless night.
The caterpillar on the leaf Repeats to thee thy mother's grief.
Kill not the moth nor butterfly, For the last judgement draweth nigh.
He who shall train the horse to war Shall never pass the polar bar.
The beggar's dog and widow's cat, Feed them and thou wilt grow fat.
The gnat that sings his summer's song Poison gets from slander's tongue.
The poison of the snake and newt Is the sweat of envy's foot.
The poison of the honey bee Is the artist's jealousy.
The prince's robes and beggar's rags Are toadstools on the miser's bags.
A truth that's told with bad intent Beats all the lies you can invent.
It is right it should be so; Man was made for joy and woe;
And when this we rightly know, Thro' the world we safely go.
Joy and woe are woven fine, A clothing for the soul divine.
Under every grief and pine Runs a joy with silken twine.
The babe is more than swaddling bands; Every farmer understands.
Every tear from every eye Becomes a babe in eternity;
This is caught by females bright, And return'd to its own delight.
The bleat, the bark, bellow, and roar, Are waves that beat on heaven's shore.
The babe that weeps the rod beneath Writes revenge in realms of death.
The beggar's rags, fluttering in air, Does to rags the heavens tear.
The soldier, arm'd with sword and gun, Palsied strikes the summer's sun.
The poor man's farthing is worth more Than all the gold on Afric's shore.
One mite wrung from the lab'rer's hands Shall buy and sell the miser's lands;
Or, if protected from on high, Does that whole nation sell and buy.
He who mocks the infant's faith Shall be mock'd in age and death.
He who shall teach the child to doubt The rotting grave shall ne'er get out.
He who respects the infant's faith Triumphs over hell and death.
The child's toys and the old man's reasons Are the fruits of the two seasons.
The questioner, who sits so sly, Shall never know how to reply.
He who replies to words of doubt Doth put the light of knowledge out.
The strongest poison ever known Came from Caesar's laurel crown.
Nought can deform the human race Like to the armour's iron brace.
When gold and gems adorn the plow, To peaceful arts shall envy bow.
A riddle, or the cricket's cry, Is to doubt a fit reply.
The emmet's inch and eagle's mile Make lame philosophy to smile.
He who doubts from what he sees Will ne'er believe, do what you please.
If the sun and moon should doubt, They'd immediately go out.
To be in a passion you good may do, But no good if a passion is in you.
The whore and gambler, by the state Licensed, build that nation's fate.
The harlot's cry from street to street Shall weave old England's winding-sheet.
The winner's shout, the loser's curse, Dance before dead England's hearse.
Every night and every morn Some to misery are born,
Every morn and every night Some are born to sweet delight.
Some are born to sweet delight, Some are born to endless night.
We are led to believe a lie When we see not thro' the eye,
Which was born in a night to perish in a night, When the soul slept in beams of light.
God appears, and God is light, To those poor souls who dwell in night;
But does a human form display To those who dwell in realms of day.
(continua)

Dead man ( II )

Dead Man (1995) Scritto e diretto da Jim Jarmusch. Fotografia: Robby Müller. Montaggio: Jay Rabinowitz. Musica: Neil Young. Con Johnny Depp (William Blake), Gary Farmer (l’indiano Nobody), Crispin Glover (il fuochista), John Hurt (capufficio da Dickinson), Robert Mitchum (Dickinson), Gabriel Byrne (il figlio di Dickinson), Mili Avital (Thel, la ragazza che accoglie Depp in città), Michelle Thrush (la donna di Nobody), Alfred Molina (il missionario del negozio), John North (Olafsen). I tre killer: Lance Henriksen (Cole Wilson), Michael Wincott (Conway Twill), Eugene Byrd (Johhny “the Kid” Pickett). I tre cacciatori di opossum: Iggy Pop (Salvatore “Sally” Jenko), Billy Bob Thornton (Big George Drakoulious), Jared Harris (Benmont Tench). I due sceriffi gemelli: Mark Bringelson, Jimmy Ray Weeks. Durata: 121 minuti.

Il film si apre con una citazione che per me è sempre stata oscura, questa:
«E’ preferibile non viaggiare con un morto» (Henri Michaux)
Ho fatto una ricerca su internet, e ne ho ricavato che Henri Michaux (1899-1984), del quale non sapevo niente, è stato scrittore, poeta e pittore: come William Blake, insomma. Fu considerato vicino ai surrealisti, ma non fece mai parte del movimento surrealista; di nascita era belga ma lo si può considerare francese. Viaggiò molto, e negli anni ’50 sperimentò gli allucinogeni, soprattutto la mescalina: dettaglio da non trascurare, visto che il peyotl, il fungo da cui si estrae la mescalina, è citato apertamente nel film quando l’indiano Nobody ne fa uso (è la scena in cui seduto di fronte a Johnny Depp, e ne vede il volto come se fosse un teschio). Di Michaux porto qui un ritratto e alcuni suoi disegni, che mi sembrano utili per il film.
Poi il film comincia, e siamo su un treno, nell’Ottocento, con la locomotiva a vapore: su questo treno viaggia il protagonista del film, che si chiama William Blake e che viene da Cleveland. Il secondo personaggio che appare (gli altri sul treno sono solo comparse) è un fuochista, che getta carbone e altre cose non meglio identificate nella vaporiera. Poi il fuochista si alza, attraversa il treno, e va a sedersi proprio di fronte a Johnny Depp: ha la faccia nera, come bruciata, e gli occhi chiarissimi, e comincia a parlare.
La prima volta che ho visto il film, vedendo apparire un fuochista che si mette a parlare con un giovane che arriva da fuori e che è spaesato, il mio pensiero è corso subito ad Amerika di Kafka. E invece no, è tutt’altra storia. Kafka non ha molto a che vedere con “Dead man”, quasi niente: siamo proprio in tutt’altro mondo, e forse non siamo nemmeno in questo mondo, siamo da tutt’altra parte.
Le analogie di questa sequenza, e di tutte le altre del film, con il mondo dei sogni – dei nostri sogni notturni – sono moltissime, e proverò a metterle in fila qui sotto.
Innanzitutto il treno: un lungo viaggio dove non sei tu a guidare, dove sei portato da qualcun altro: è la condizione del nostro corpo nel sonno, questo è un tipo di sogno molto comune, prima o poi lo facciamo tutti. Le persone che viaggiano con Depp sul treno cambiano continuamente, e spesso i loro volti hanno contorni indefiniti, vagamente familiari, quasi irreali: anche questo è un carattere comune a molti dei nostri sogni. Nei sogni dove c’è molta gente, di solito, ci sono anche uno o due personaggi ben definiti, che magari ci fanno discorsi chiarissimi; a volte sono persone che conosciamo, magari persone che non ci sono più o che non vediamo da anni; tutti gli altri sono come i personaggi che appaiono in questa scena, può darsi che abbiano un volto e un aspetto fisico ben preciso, ma li dimentichiamo subito. Con il film posso fare un fermo immagine di questi volti e fermarli per un po’, con i sogni non si può fare e forse è meglio così, potremmo avere delle sorprese.
Il fuochista del treno ha invece un volto di quelli che non si dimenticano, avanza con sicurezza verso Johnny Depp, si siede davanti a lui come se fosse l’unica cosa che da lui ci si potesse attendere, e comincia a parlare: non gli interessa nessun altro su quel treno, deve parlare a William Blake e a nessun altro. Il fuochista (l’attore si chiama Crispin Glover) lo vediamo solo qui, in questa scena: nel film non apparirà più, ed anche questa è una caratteristica che può essere presa solo dai sogni, o dalla vita reale. Nessun romanziere “normale” presenterà un personaggio in questo modo, e nelle scuole di scrittura o di sceneggiatura direbbero di tagliare, che non serve a niente. Jim Jarmusch non lo taglia, gli dà anzi tutto lo spazio che pretende, ed è proprio per queste cose che considero Jarmusch uno dei miei autori di riferimento, anche se non tutti i suoi film mi sono piaciuti.
Il volto del fuochista appare nero e bruciato, ma con gli occhi chiarissimi, di fuoco: un fuoco che consuma, ma che non brucia. Ho visto spesso volti come questo, nei miei sogni: erano sempre collegati al mondo sotterraneo (anche la metropolitana, una scala che scende, niente di trascendentale insomma), ma non ho mai saputo dar loro un significato preciso, e trovarmi di fronte in un film uno di questi personaggi mi ha molto sorpreso.
Appartengono al mondo dei sogni anche molte altre cose che vediamo nel film: per esempio il continuo svegliarsi e ripiombare nel sonno che caratterizza il personaggio di Johnny Depp. I sogni procedono così, non hanno una struttura narrativa lineare, nelle fasi di sonno profondo c’è proprio la stessa dissolvenza verso il buio che vediamo nel film; e a questo punto è d’obbligo citare il montatore che ha collaborato con Jarmusch: si chiama Jay Rabinowitz e ha fatto un gran bel lavoro. Da quel buio, se non dura troppo tempo, il sogno riemerge e riprende, con gli stessi personaggi, magari in un luogo diverso. E’ come se qualcosa si fosse perso, nella narrazione; ma non importa, nel sogno non ha importanza se si perde qualcosa nella narrazione (anche questo, nelle scuole di scrittura “creative”, non ve lo insegneranno mai: lì pensano solo alla pubblicità, e poco più).
Anche le numerose sentenze incomprensibili dell’indiano, che ad un certo punto irritano William Blake e lo fanno sbottare, fanno parte del mondo dei sogni: nel corso degli anni ho provato a segnarmene qualcuna, di quelle sentenze che mi erano state dettate nei sogni, e hanno la stessa chiarezza di quelle di Nobody nel film: vale a dire che sembrano avere un significato, ma quando le trascrivi e te le ritrovi davanti non ci si capisce niente e possono voler dire qualsiasi cosa. Il che non significa che le frasi sentenziose di Nobody (non sto qui a trascriverle, ma ce ne sono di favolose) non possano avere qualche significato che a me sfugge: magari sono davvero proverbi indiani, chissà.
Metterei fra i significati onirici, da decifrare come se fossero dei rebus, anche il fatto che ad un certo punto William Blake si metta a sparare: non ha mai sparato prima, lo vediamo dapprima incerto, poi precisissimo. “E’ un peccato che tu non ti ricordi più di nessuno dei tuoi versi, William Blake”, gli dice l’indiano; e più avanti aggiunge (cito a memoria) “Da qui in avanti saranno le armi da fuoco il tuo modo di espressione”. Io lo interpreto così, che lo sparare, l’atto di sparare (senza dimenticare che “to shoot” in inglese significa sia sparare che girare un film, fare fotografie) e di colpire il bersaglio, significano che da qui in avanti è William Blake a guidare la sua vita, a decidere. Non siamo più sul treno che lo portava via da Cleveland, e che correva su binari obbligati: da qui in avanti sarà William Blake stesso a costruire il suo futuro, senza piste da seguire, nel bosco, sull’acqua, facendosi da solo il suo sentiero. A un certo punto, anche la presenza di Nobody non sarà più necessaria e William Blake andrà avanti da solo; i due si riuniranno solo nel finale, ma allora Nobody dovrà fare soltanto da accompagnatore e da cerimoniere, e quasi sempre si limiterà ad assistere alle imprese dell’amico.

Un’ultima notazione che forse è qualcosa in più di una curiosità: Johnny Depp / William Blake, sul treno, sta leggendo una rivista che parla dell’allevamento delle api.
(continua)

Dead man ( III )

Dead Man (1995) Scritto e diretto da Jim Jarmusch. Fotografia: Robby Müller. Montaggio: Jay Rabinowitz. Musica: Neil Young. Con Johnny Depp (William Blake), Gary Farmer (l’indiano Nobody), Crispin Glover (il fuochista), John Hurt (capufficio da Dickinson), Robert Mitchum (Dickinson), Gabriel Byrne (il figlio di Dickinson), Mili Avital (Thel, la ragazza che accoglie Depp in città), Michelle Thrush (la donna di Nobody), Alfred Molina (il missionario del negozio), John North (Olafsen). I tre killer: Lance Henriksen (Cole Wilson), Michael Wincott (Conway Twill), Eugene Byrd (Johnny “the Kid” Pickett). I tre cacciatori di opossum: Iggy Pop (Salvatore “Sally” Jenko), Billy Bob Thornton (Big George Drakoulious), Jared Harris (Benmont Tench). I due sceriffi gemelli: Mark Bringelson, Jimmy Ray Weeks. Durata: 121 minuti.

Sceso dal treno, William Blake comincia a esplorare la città: che si chiama Machine e che è il capolinea della ferrovia, come gli ha spiegato il fuochista. La sua meta è la fabbrica del signor Dickinson, dove riceve un’accoglienza non proprio delle migliori.
“Che cosa fa lei qui, nel mio ufficio, con quel vestito da pagliaccio?” chiede Dickinson a Johnny Depp: ed è una cosa che capita spesso, nei sogni, di essere vestiti in modo inadeguato. Si potrebbe pensare a un film tutto basato su nomi di poeti, visto che dopo Blake c’è Dickinson: ma sul cognome Dickinson c’è una battutaccia molto greve, più avanti, e i nomi di poeti finiscono qui, salvo miei errori.
Il capufficio di Dickinson è John Hurt, un attore che ha fatto molti film importanti; qui sembra divertirsi molto nella sua caratterizzazione, come tutti del resto. Dickinson è Robert Mitchum, gran seduttore del cinema di Hollywood, qui in una delle sue ultime apparizioni, in un ruolo da leggenda.
Più avanti, un altro attore famoso interpreta il figlio di Dickinson: è Gabriel Byrne, che in gioventù fu Cristoforo Colombo per la Rai e che poi compare in un numero incredibile di film, spesso con parti piccole ma recitate benissimo, come questa. La ragazza che vende i fiori di carta si chiama Mili Avital, recita benissimo, e a questo punto devo dire che di due cose mi dispiace molto: a) che esca troppo presto di scena; b) che dopo questo film non sia diventata una star.
Il film prosegue con molti colpi di scena e molti personaggi, e non lo riassumo perché mi disturberebbe molto togliere il piacere della visione a chi ancora non lo conosce oppure non se lo ricorda: è un film che va visto, e anche decisamente avvincente.
“Dead man” ha molti riferimenti alla cultura degli indiani d’America, ma ha molti rimandi anche a molte altre religioni, l’induismo (Shiva e Kali, la distruzione necessaria per far rinascere la vita), il mito di Gilgamesh (il più antico nella storia dell’umanità), i riti europei precristiani, e ovviamente la cultura cristiana più seria e profonda, la morte e la Resurrezione. E’ invece spesso sbeffeggiata la religione bigotta e ignorante che affligge gran parte d’America, ma questo aspetto è facile da riconoscere seguendo il film.
E’ invece importante notare che sono molti gli animali-totem: il cavallo, il cerbiatto morto, l’alce di cui parla Nobody, ma soprattutto l’orso. Con un orso impagliato parla Dickinson, una pelliccia d’orso è l’abito di Depp nella parte finale, con una pelliccia d’orso addosso vediamo Nobody mentre fa l’amore con la sua compagna, del tutto simile a un orso (“ci hai interrotti in un momento molto romantico”, dice Nobody all’amico appena ritrovato). Ci sono poi le corna d'animali e i teschi umani disseminati per tutto il villaggio e nell’ufficio di Dickinson; c’è il killer che dorme con l'orsacchiotto, e il disegno sul cavallo di Nobody, quasi un I-Ching (quattro righe intere) e una mano aperta disegnata sulla coscia del cavallo, e per i segni a forma di fulmine tracciati dall’indiano sulle guance di Depp, e molto altro ancora.
Vediamo crudeltà inaudite e perfino antropofagia, come nelle fiabe dei fratelli Grimm; il finale è probabilmente un rimando diretto alle barche della dea Kali, un rito induista che si può vedere bene nel film del 1950 “Il fiume” di Jean Renoir, in sequenze quasi documentarie girate in India: la morte e la distruzione, anche violenta, è vista come necessaria alla rinascita; ogni anno la Natura muore e rinasce, il mondo in cui viviamo è sempre lo stesso mondo ma è ogni volta un mondo diverso. In questo senso sono probabilmente da intendere, oltre alla violenza surreale e quasi ritualizzata che vediamo per tutto il film, anche gli occhi chiarissimi e il volto bruciato del fuochista: una raffigurazione molto vicina a quella di Shiva nelle sue vesti di distruttore.
Dickinson manda via William Blake, come un san Pietro arrabbiato (ancora i Grimm?) o addirittura come Dio con Adamo; ma qui siamo in gran parte in un universo differente, è la religione degli indiani ad avere più importanza, rispetto alla Bibbia (anche Depp è di origini indiane, antenati europei e cherokee).
L’uomo con la faccia nera, sporca di fuliggine, occhi penetranti e chiari, è troppo ben vestito per essere davvero un fuochista (come in Kafka) o un macchinista, e ricorda piuttosto i dipinti egizi, dove la pelle dipinta di nero rappresenta l’aldilà, gli inferi. Anche il dialogo è strano, perché si riferisce al finale del film: si suppone un’eternità circolare?
Depp è, per tutto il film, quasi glabro: ciò gli dà un'aria da Carl Rossmann, o da Pinocchio, o appunto da "dead man" (non vive, non cresce: un golem?). Poi, il personaggio di Depp si chiama William Blake, come il poeta inglese, e l'indiano ce lo ricorda di continuo chiamandolo sempre per nome e cognome. E' un film pieno di simboli, quasi junghiano ma anche egizio o sumero: e i riferimenti a Gilgamesh sono molti, soprattutto il finale, con la "canoa dei rami di cedro" e, subito prima, la traversata in barca del protagonista morente. Tanti totem e simboli – indiani o egizi? – li vedremo anche nella casa del saggio indiano, alla fine della traversata. (Questo finale d'acqua mi ha anche fatto pensare al viaggio verso Giove di “2001 odissea nello spazio”).
L'indiano grasso viene da Gilgamesh, ma è anche un po' Caronte. Ricorda molto le parti affidate a John Goodman nei film dei Coen, è corporeo ma soprannaturale, né angelo né demone; ma lui (che si chiama Nobody, “Nessuno”) non ha problemi né complessi, forse ha solo troppa cultura.
I dialoghi e il soggetto sono tutti di Jarmusch. Mi spiace solo di come tratta la religione cristiana ("Che il Signore ti condanni all'inferno!" "Lo ha già fatto."), ma per chi è cresciuto negli Usa penso che sia normale incontrare persone che scambiano la Bibbia per qualcosa che giustifichi le loro personali superstizioni e i loro pregiudizi, e anche la cronaca recente ci ha mostrato che sono persone che contano, e che influenzano un’enormità di persone. Dato che le vie del Signore sono infinte, speriamo che almeno uno degli spettatori americani sia rimasto colpito, e si converta, davanti alle battute sui Filistei e su come viene “tradotta” la storia di Sansone...
(continua)