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giovedì 14 aprile 2011

Un eroe borghese ( I )

Un eroe borghese (1995) Regia di Michele Placido. Tratto dal libro di Corrado Stajano su Giorgio Ambrosoli. Sceneggiatura di Graziano Diana e Angelo Pasquini. Fotografia di Luca Bigazzi. Musiche: Pino Donaggio. Interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Giorgio Ambrosoli), Michele Placido (maresciallo Silvio Novembre), Omero Antonutti (Sindona), Philippine Leroy-Beaulieu (Anna Lori, moglie di Ambrosoli), Laura Betti (dottoressa Trebbi), Giuliano Montaldo (il governatore Banca d’Italia, Paolo Baffi), Ricky Tognazzi (Sarcinelli), Laure Killing (moglie di Novembre), Daan Hugaert (il killer mafioso Aricò). Durata: 90 minuti

Ho provato a chiedere in giro: sotto i trent’anni, nessuno conosce il nome di Michele Sindona. Mai sentito nominare. Ovviamente, anche il nome di Giorgio Ambrosoli risulta largamente sconosciuto: ma Ambrosoli era solo un avvocato che faceva il suo mestiere, mentre Sindona ebbe enorme influenza sulla vita economica e politica italiana (e del Vaticano), per più di vent’anni. Ancora oggi, qualche suo erede diretto si aggira per la Lombardia, ben insediato e molto influente, nonostante tutto.
Fa impressione, guardando “Un eroe borghese” ascoltare questo discorso tenuto da Michele Sindona a New York, un ristorante all’aperto con vista sulla skyline: Sindona è interpretato da Omero Antonutti, ma il suo discorso è vero.
Sindona: Signori, volevo ringraziarvi...Grazie per la vostra generosità. Sono commosso, veramente commosso. E lo saranno anche i miei avvocati, perché adesso li devo pagare! (tutti ridono; Sindona continua sorridendo, contento della sua battuta) Vi chiederete perchè mai un uomo come me venga trattato in questo modo dal potere economico e giudiziario italiano. La verità è che questo mandato di estradizione è il frutto di una campagna denigratoria e distruttiva nei miei confronti. E’ tutta una speculazione comunista, sissignori. I miei nemici politici, i giudici, il commissario liquidatore della Banca Privata Giorgio Ambrosoli, sono tutti comunisti. E quest’ultimo poi è anche ambizioso, perché mi si dice che vorrebbe prendere il mio posto come presidente della Banca. (ride compiaciuto) Fortunatamente, in un Paese libero come questo (gli USA) queste cose non accadranno mai! (applausi) Amo questo Paese, che mi ha accolto come un figlio. Dobbiamo fare in modo che anche in Italia si torni a parlare di Libertà! (ancora applausi) Da parte mia, ho già iniziato questa battaglia. (...)
(da “Un eroe borghese”, di Michele Placido, a 1h10')
Le stesse parole, in difesa delle accuse che gli vengono mosse, le ascoltiamo oggi da Silvio Berlusconi, identiche. Si può ancora ricordare che l’avvocato Ambrosoli, commissario liquidatore dell’impero di Sindona, nominato da Bankitalia, era un uomo di destra: da giovane era iscritto all’Unione Monarchica. Sindona, naturalmente, lo sapeva benissimo.

Alla fine del discorso, dopo il brindisi, uno dei presenti si avvicina a Sindona e gli dice qualcosa nell’orecchio; la stessa persona va subito a riferire a uno dei presenti, che impareremo a conoscere: si chiama William Aricò, è il sicario della mafia che sparerà a Giorgio Ambrosoli.
La scena ricostruita è reale, e si basa sulle ricostruzioni agli atti delle inchieste su Michele Sindona e sull’omicidio di Ambrosoli.

Metto qui alcune notizie su Michele Sindona, da wikipedia: una voce d’enciclopedia molto lunga, ma è inevitabile che sia molto lunga. A guardar bene, ci sarebbe da scrivere altrettanto, e forse anche di più, su quello che è successo dopo la sua scomparsa...
Michele Sindona (Patti, 8 maggio 1920 - Voghera, 22 marzo 1986) è stato un banchiere e criminale italiano. Michele Sindona nasce in provincia di Messina, figlio di un piccolo impresario di pompe funebri; studia dai gesuiti, mostrando precoci capacità matematiche ed economiche. Laureato in giurisprudenza a Messina nel 1942, lavora per un paio di anni all'ufficio delle imposte di Messina. Al termine della guerra si trasferisce a Milano nel 1946 aprendo uno studio di consulenza tributaria; esercita come commercialista per società quali la Società Generale Immobiliare e la Snia Viscosa, divenendo negli anni '50 uno tra i commercialisti più ambiti. Si specializza in pianificazione fiscale acquisendo le conoscenze nell'esportazione dei capitali e nel funzionamento dei paradisi fiscali. A ciò si aggiungono la sua intelligenza e la spregiudicatezza nelle operazioni di borsa rivelatesi a lui favorevoli che gli permettono di accumulare una considerevole fortuna economica per la futura attività di banchiere. Negli anni '60, Sindona importa a Piazza Affari gli strumenti di Wall Street: OPA, conglomerate, private equity. La sua abilità nel trasferire denaro per evitare le imposizioni fiscali diviene nota ai boss mafiosi. Nel 1957 è strettamente associato ai mafiosi della famiglia Gambino, che gli affidano la gestione dei profitti dei loro traffici di eroina. Nel giro di un anno, Sindona compra la sua prima banca, la Banca Privata Finanziaria, proseguendo poi con la sua holding lussemburghese Fasco ad ulteriori acquisizioni.
Sindona entra inoltre tra le conoscenze del cardinale Montini, arcivescovo di Milano e futuro papa Paolo VI. Nel 1969 inizia la sua associazione allo IOR, la banca vaticana; enormi ammontari vengono spostati dalle banche di Sindona, attraverso il Vaticano, verso banche svizzere, e Sindona inizia a speculare a larga scala tra le maggiori valute correnti. Nel 1971 le sue fortune iniziano a rovesciarsi, a seguito del fallimento dell'OPA sulla finanziaria Bastogi, cui si era opposto Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca. Nel 1972 entrò in possesso del pacchetto di controllo della Franklin National Bank di Long Island, nell'elenco delle prime venti banche statunitensi. Possedeva inoltre partecipazioni in altre aziende, tra cui una banca di investimento in Italia in diretta concorrenza con Mediobanca. Le sue banche si associarono ad altri istituti di credito, come la Finabank di Ginevra e la Continental Illinois di Chicago.
Sindona venne salutato come "salvatore della lira" da Giulio Andreotti, e nominato "uomo dell'anno" 1974 dall'ambasciatore americano in Italia, John Volpe. Ma nell'aprile dello stesso anno, un crollo del mercato azionario condusse al "crack Sindona". I profitti della Franklin Bank crollarono del 98% rispetto all'anno prima e Sindona accusò un calo di 40 milioni di dollari, iniziando a perdere la maggior parte delle banche acquisite nei 17 anni precedenti. L'8 ottobre 1974, la banca di Sindona fu dichiarata insolvente per frode e cattiva gestione, incluse perdite da speculazione sulle valute correnti e cattive politiche di prestito. In base al pentito mafioso Francesco Marino Mannoia, Sindona si occupava del riciclaggio dei proventi del traffico di eroina del gruppo Bontade-Spatola-Inzerillo-Gambino. Tali famiglie mafiose erano determinate a recuperare il loro denaro, e avrebbero giocato un importante ruolo nel tentativo di Sindona di salvare le proprie banche.
Sindona passò dall'essere un mago della finanza internazionale a essere uno dei più grandi e potenti criminali. Attraverso una serie numerosissima di libretti al portatore trasferì 2 miliardi di lire sulle casse della Democrazia Cristiana, e parecchi milioni di lire vennero distribuiti tramite Vito Miceli a una ventina di politici italiani. Nel 1971 la Banca d'Italia per mano del Banco di Roma iniziò ad investigare sulle attività di Sindona nel tentativo di non fare fallire gli Istituti di credito da questi gestiti (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria). I motivi delle scelte dell'allora Governatore Carli erano chiaramente tese a non provocare il panico nei correntisti. Il Banco di Roma accordò un prestito a Sindona; il suo amministratore delegato Mario Barone fu cooptato come terzo amministratore degli istituti, riuniti nella Banca Privata Italiana, mentre il Direttore Centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, ne divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Fignon andò a Milano a rivestire la carica e capì immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, capì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori tanto che ne ordinò l'immediata sospensione.
Ciò che emerse dalle investigazioni indusse la Banca d'Italia, nel 1974, a ordinare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli, che assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, cominciando dalla società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili.
Contemporaneamente a questa opera di controllo, Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere l'approvazione di documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere. Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti della Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie, e l'indagine vide dunque coinvolta anche l'FBI.
Sindona venne arrestato per bancarotta fraudolenta e condannato dapprima negli Stati Uniti e in seguito anche in Italia.
Sindona è stato un membro della loggia P2 (tessera n. 0501) e ha avuto chiare associazioni con la mafia. Coinvolto nell'affare Calvi e mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli, è morto avvelenato in prigione, dopo la condanna all'ergastolo.
Giorgio Ambrosoli subì pesanti pressioni da parte del mondo politico democristiano e della loggia P2. Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, dirigenti della Banca d'Italia, respinsero i piani di salvataggio presentati da Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti, e rivelarono il ruolo di Roberto Calvi nella vicenda. Messi sotto arresto e poi prosciolti (Baffi evitò il carcere per limiti d'età), dovettero lasciare l'istituto. L'11 luglio 1979 William Joseph Aricò, sicario fatto appositamente venire dall'America e pagato con $25.000 in contanti ed un bonifico di altri $90.000 su un conto bancario svizzero, uccide Ambrosoli con quattro colpi di pistola mentre questi stava rincasando dopo una cena con amici. Nello stesso periodo, la mafia uccise il capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano, che stava indagando sul traffico di eroina e che aveva contattato Ambrosoli due settimane prima per uno scambio di informazioni.
Nel 1986 Sindona venne condannato all'ergastolo per essere il mandante dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli, assieme a Roberto Venetucci, un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer. Durante le indagini emersero l'affiliazione alla P2 di Licio Gelli, contatti con il Vaticano, la Massoneria e con ambienti mafiosi. Mentre era indagato negli Stati Uniti, Sindona mise in atto un finto sequestro da parte di un fantomatico gruppo proletario eversivo, nell'agosto 1979, per nascondere un misterioso viaggio di 11 settimane in Sicilia, giusto prima del suo processo. Giacomo Vitale, cognato del boss Stefano Bontade, si occupò assieme ad altri di organizzare il viaggio. Il vero obiettivo del finto rapimento era di far arrivare un avviso ricattatorio ai precedenti alleati politici di Sindona, tra cui il primo ministro Giulio Andreotti, per portare a buon fine il salvataggio delle sue banche e recuperare il denaro di Cosa Nostra, anche minacciando Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca ed oppositore del piano di salvataggio. Durante il finto rapimento, Sindona si fece addirittura anestetizzare una gamba per poi farcisi sparare da Joseph Miceli Crimi, medico italo-americano membro della P2, al fine di rendere più veritiero il sequestro. Crimi racconterà più tardi ai giudici di essersi anche recato ad Arezzo per parlare con Licio Gelli della situazione di Sindona. Dopodiché, rientrò negli Stati Uniti, rimase alcuni giorni in un albergo e poi si arrese all'FBI. Nel 1980, Sindona venne condannato negli Stati Uniti per 65 accuse, tra cui frode, spergiuro, false dichiarazioni bancarie ed appropriazione indebita di fondi bancari; la sua difesa era assicurata da uno dei principali avvocati americani, Ivan Fisher. Mentre si trovava in carcere, nelle prigioni federali statunitensi, il governo italiano presentò agli U.S.A. domanda di estradizione perché Sindona potesse presenziare al processo per omicidio. Il 27 marzo 1984 Sindona venne condannato a 25 anni di prigione e il 18 marzo 1986 fu condannato all'ergastolo quale mandante dell'omicidio Ambrosoli.
Due giorni dopo la condanna all'ergastolo, fu avvelenato con un caffè al cianuro di potassio nel supercarcere di Voghera, il 20 marzo 1986: morì all'ospedale di Voghera dopo due giorni di coma profondo. La sua morte è stata archiviata come suicidio poiché il cianuro di potassio ha un odore particolarmente pregnante e quindi risulta difficile l'assunzione involontaria; il comportamento e i movimenti di Sindona stesso lo confermavano, facendo pensare a un tentativo di auto-avvelenamento per essere estradato negli Stati Uniti, coi quali l'Italia aveva un accordo sulla custodia di Sindona legato alla sua sicurezza e incolumità. Quindi un tentativo di avvelenamento lo avrebbe riportato al sicuro negli Stati Uniti. Sindona fece di tutto per ottenere l'estradizione negli Stati Uniti e l'avvelenamento, secondo l'ipotesi più accreditata, fu l'ennesimo tentativo. Quella mattina andò a zuccherare il caffè in bagno e come ricomparve davanti alle guardie carcerarie gridò: ‘Mi hanno avvelenato’. Resta comunque plausibile l'ipotesi che la persona fino a oggi ignota che gli fornì il veleno, lo manipolò in modo che lo portasse alla morte e non, come previsto, a un semplice malore, magari in accordo con chi lo avrebbe voluto togliere di mezzo. Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest'ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d'appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: "fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona aveva sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto". Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona. Ancora nel 2010, Giulio Andreotti riportava un giudizio positivo su Sindona: "Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona". Il fatto "che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene".
(continua)

Un eroe borghese ( II )

Un eroe borghese (1995) Regia di Michele Placido. Tratto dal libro di Corrado Stajano su Giorgio Ambrosoli. Sceneggiatura di Graziano Diana e Angelo Pasquini. Fotografia di Luca Bigazzi. Musiche: Pino Donaggio. Interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Giorgio Ambrosoli), Michele Placido (maresciallo Silvio Novembre), Omero Antonutti (Sindona), Philippine Leroy-Beaulieu (Anna Lori, moglie di Ambrosoli), Laura Betti (dottoressa Trebbi), Giuliano Montaldo (il governatore Banca d’Italia, Paolo Baffi), Ricky Tognazzi (Sarcinelli), Laure Killing (moglie di Novembre), Daan Hugaert (il killer mafioso Aricò). Durata: 90 minuti

Aveva indagato “troppo bene” sul crack della banca di Sindona, scoprendo società occulte, legami con il potere politico e mafioso; per questo Giorgio Ambrosoli venne ucciso.
Il regista Michele Placido ripercorre la sua storia,  e il giornalista Andrea Purgatori ripercorre con noi quei fatti, così simili ad altri casi italiani
UN EROE BORGHESE
di Stefania Barile, radiocorriere tv febbraio 1995
Sono passati vent’anni da quando l’avvocato Giorgio Ambrosoli ha varcato il portone della Banca Privata Italiana di via Verdi 7 a Milano: era il curatore fallimentare per un crack di 259 miliardi. La banca apparteneva al “banchiere di Dio” Michele Sindona.  Eppure, ancora oggi, chi assiste alla ricostruzione dell’omicidio di Ambrosoli realizzata da Michele Placido nel film “Un eroe borghese” resta paralizzato sulla sedia, con l’anima in subbuglio per l’impotenza e la rabbia.
Nel corso delle proiezioni private che anticipano l’uscita del film nelle sale gli spettatori sono stati tanti, compresa la vedova e i figli dell’avvocato. Con noi era il giornalista Andrea Purgatori, del Corriere della Sera, famoso per aver seguito il caso Ustica. Nella saletta di Cinecittà, dopo che l’ultimo rullo ha diffuso la vera voce di Giorgio Ambrosoli che, al telefono, dialoga con il suo futuro killer, Joseph Aricò, Purgatori si alza di scatto e «vola» verso Paolo Flores d'Arcais e il produttore Pietro Valsecchi, suoi amici da sempre: un gruppo emozionato a cui l'esuberante Purgatori dà voce: «Mi piacerebbe chiedere a chi andrà a vedere questo film: quando torna a casa, per chi e come vota? Che tv guarda? Quale tg? Quale giornale legge?». E continua, quasi febbrile: «Mi sembra di rivedere vicende di oggi ...»
Pochi giorni dopo, come ha chiesto forse per non lasciarsi travolgere dall'emozione, Purgatori a freddo analizza il film: « E’ un'operazione coraggiosa. Non era facile: la vicenda, lontana nel tempo, è complessa: poteva essere anche noiosa. Ma Placido ha centrato l’obiettivo». Si lancia in una serie di elogi: una regia «eccellente, si sente l'amore della macchina da presa»; l'interpretazione «straordinaria, Bentivoglio è vicino al miglior Volonté». Loda la «grande tradizione del cinema italiano d'impegno politico» rifacendo un po' di storia, da Salvatore Giuliano «alla grande metafora» di Un cittadino al di sopra di ogni sospetto, felice che la strada si sia riaperta.
Purgatori è lapidario: «Ambrosoli era un uomo con il senso dello Stato, a cui ha sacrificato la vita consapevolmente».
Quello Stato se lo trovava di fronte con le sortite del sottosegretario alla Presidenza, Franco Evangelisti, e con il piano di salvataggio per la banca, messo a punto dall'allora ministro del Tesoro, il piduista Gaetano Stammati. Purgatori è naturalmente preso dalla vicenda: «Scoperchiando tutte le pentole dell'impero Sindona, ha scoperto una cosa che non è mai finita: il continuo movimento di capitali che avviene attraverso canali sempre sporchi. Un movimento illegale che produce altre illegalità.».

Perché «quel “banchiere di Dio", considerato da Andreotti un genio della finanza, osannato da alcuni politici come salvatore della lira, non solo fa uccidere Ambrosoli, ma s'inventa anche un rapimento finto, sparandosi addirittura a una gamba per avvalorarlo; ed è piduista, legato alla mafia... ce le ha proprio tutte. Un collettore attraverso cui è passato il peggio degli ultimi quarant'anni».
Placido ha messo in evidenza soprattutto la famiglia di Ambrosoli, il suo legame con il maresciallo Novembre, l'integrità dell'eroe borghese, «ma fa emergere, ben chiari, quei legami tra mafia e politica, e quello Stato che queste operazioni le ha sempre condotte o se n'è servito o comunque ci ha campato sopra... L'intreccio dei poteri è stato sempre attraversato dai servizi segreti. E nell'affare Sindona sono stati fondamentali. Che possiamo dire? Che Sindona, come i vertici dei servizi, erano piduisti? Che anche Calvi era della P2? Che quella che oggi viene considerata non un'associazione a delinquere, ma solo un club di signori che voleva fare affari, conteneva al suo interno i gangli fondamentali per il controllo del potere politico, militare, giudiziario, di intelligence e d'informazione? ».
La lezione di Ambrosoli non è stata capace di invertire una tragica tendenza: altri , giudici o investigatori, che hanno messo le mani su quell'intreccio di poteri, sono stati uccisi.
«I giornali non avevano ben capito che entrare nell'impero di Sindona equivaleva a calarsi nei rapporti tra finanza, mafia, politica, massoneria. Solo dopo l'omicidio Ambrosoli è stato fatto un lavoro giornalistico investigativo ... ».
Sei anni dopo quel settembre 1974, quando Ambrosoli entrò nella Banca Privata, l'interesse sul crack era scemato, «anche se era ed è rimasto un mistero: la famosa lista dei cinquecento correntisti "eccellenti" avvertiti in tempo, un giorno o due prima del crack, perché potessero recuperare i loro soldi. Se n'è saputo pochissimo... mi domando quanti giornali avrebbero avuto interesse a mettere le mani sulla lista, scoprendo magari che editori o politici erano coinvolti con Sindona ... ».
Nel racconto di Placido il più evidente è il rapporto fra Andreotti e Sindona: «Ed è vero, è tutto sui giornali, nelle dichiarazioni di Andreotti, è nella “porcata" nei confronti di Paolo Baffi, allora governatore della Banca d'Italia, e del suo vice Mario Sarcinelli: oggi il primo è morto; il secondo, dopo l'arresto che bloccò il suo “aiuto” ad Ambrosoli, è un direttore del Tesoro. In quella "porcata" c'è un marchio politico. E Andreotti era allora il riferimento politico di questo Paese».
La lezione di quel crack ha perlomeno fatto capire come esercitare i controlli sulle banche private? «I meccanismi di controllo ci sono sempre stati! Ecco perché discutiamo sull'autonomia della Banca d'Italia: proprio perché ha il potere di esercitare i controlli, entrando in ogni banca! Ed ecco il motivo di tante discussioni sulle poltrone ... ».
Il caso Sindona fu clamoroso per dimensioni e agganci con la politica... «Sì, ma la morte di Ambrosoli non ha impedito che le banche private possano essere serbatoi di affari sporchi. I tempi sono cambiati, è vero. Ma è anche vero che le sfilate dei finanzieri a Mani Pulite lasciano immaginare che Sindona sia ancora un modello. Del resto, l'anno scorso abbiamo sentito parlare di soldi transitati attraverso le casse vaticane dello Ior: erano i miliardi dell'affare Enimont. Proprio come dieci e vent'anni prima ... » .
A caldo, Purgatori ha ricordato ai suoi amici il parallelismo fra Sindona e Mandalari. «Nonostante le intercettazioni telefoniche, i politici negano di conoscerlo. Anche quando parliamo di Mandalari, commercialista di buona parte della Cupola, parliamo di politica, di affari, di mafia, di appalti... Non è che ci raccontiamo sempre la stessa storia?».
La trama
Il 29 settembre 1994, mentre davanti alla Banca Privata Italiana di Michele Sindona si accalca una folla inferocita che reclama i propri risparmi, entra nell’istituto di credito un uomo elegante e deciso: è l’avvocato Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca, sposato e padre di tre figli, noto nell’ambiente per la sua serietà. Sindona segue lo svolgersi degli avvenimenti dalla suite dell’hotel Pierre di New York.
Ambrosoli pian piano si rende conto degli spregiudicati giochi finanziari del banchiere: un crescendo di società estere, rapporti poco chiari con politici, mafiosi e altri nomi eccellenti. Con lui collabora il maresciallo Novembre, che diventa suo fidatissimo amico.
Ambrosoli trova aiuto anche negli ambienti della Banca d’Italia (Mario Sarcinelli, che passerò in seguito seri guai per il suo aiuto ad Ambrosoli), ma Sindona è potente e protetto. Cominciano inquietanti telefonate; una voce dall’accento siculo-americano dà “consigli” all’avvocato. E’ l’inizio della fine.
di Stefania Barile, radiocorriere tv febbraio 1995
(continua)

Un eroe borghese ( III )

Un eroe borghese (1995) Regia di Michele Placido. Tratto dal libro di Corrado Stajano su Giorgio Ambrosoli. Sceneggiatura di Graziano Diana e Angelo Pasquini. Fotografia di Luca Bigazzi. Musiche: Pino Donaggio. Interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Giorgio Ambrosoli), Michele Placido (maresciallo Silvio Novembre), Omero Antonutti (Sindona), Philippine Leroy-Beaulieu (Anna Lori, moglie di Ambrosoli), Laura Betti (dottoressa Trebbi), Giuliano Montaldo (il governatore Banca d’Italia, Paolo Baffi), Ricky Tognazzi (Sarcinelli), Laure Killing (moglie di Novembre), Daan Hugaert (il killer mafioso Aricò). Durata: 90 minuti

SCOMPARVE NELLA PUBBLICA INDIFFERENZA,
ARRIVA SULLO SCHERMO SENZA RETORICA
di Corrado Stajano, corriere della sera 26.2.1995
Bisognerebbe capire come mai il nome di Giorgio Ambrosoli, sedici anni dopo la sua morte, suscita emozione in un Paese che dal 1969 a oggi è stato lastricato dai cadaveri delle stragi politiche e dei delitti di mafia.  Perché è un uomo diverso da tutte (o quasi) le vittime di questi anni. Non è un ribelle, non è un sovversivo. E' un avvocato della borghesia tradizionale milanese, un uomo del sistema che avrebbe potuto continuare a vivere la sua serena esistenza se invece di dire no a quello che sembrava, ed era, ingiusto, avesse soltanto detto qualche piccolo sì. Commissario liquidatore delle banche di Sindona andate in rovina, nominato a quell'incarico nel 1974 dal ministro del Tesoro, si comportò con intransigenza, rifiutò tutti i possibili patteggiamenti, le compromissioni, gli aggiustamenti, i salvataggi che riguardavano le banche sindoniane proposti dai governi dell'epoca e dai loro emissari.  Per amore di onestà, di giustizia, per rispetto della legge, ma anche per rispetto di se stesso e della collettività nazionale che avrebbe dovuto pagare per quegli imbrogli, disse di no sempre e fu assassinato dalla mafia sulla porta di casa la notte dell'11 luglio 1979 da un killer venuto dall'America, assoldato da Sindona, avallato e protetto per decenni dai pubblici poteri.
"Un eroe borghese" è il titolo del libro che ho scritto su Giorgio Ambrosoli nel 1990. Gli eroi, nella storia, sono proletari, o soldati caduti in battaglia. Il sostantivo eroe legato all'aggettivo borghese sembra stridere, un ossimoro della storia politica d'Italia. Ma la contraddizione, in questo infelice Paese, consiste nell'essere costretti a definire eroe una persona che fa assolutamente ciò che deve, in nome della legge, della Costituzione della Repubblica, delle regole scritte e di quelle tramandate da generazioni. Il libro uscì alla fine del decennio craxiano-andreottiano, quando la corruzione appariva palpabile. La storia di quell'avvocato né oscuro né famoso non era certo sconosciuta ai magistrati del pool «Mani pulite» che cominciarono a lavorare nel 1992. Spesso gli stessi che indagarono sul suo assassinio, che scoprirono tante verità su Sindona e che dalle piaghe della mafia arrivarono a scoprire le liste della P2, la loggia che governò le malefatte sindoniane e quelle del potere politico-mafioso protettore del banchiere. La vicenda di Giorgio Ambrosoli è davvero alle radici dell'inchiesta «Mani pulite». Perché, dunque, il nome di Ambrosoli suscita ancora oggi attenzione e rispetto, ma anche dispetto e ironie? L'avvocato è considerato anche come uno che non ha saputo vivere, adeguarsi e capire, un inciampo moralistico sulla strada di una (desiderata) società senza regole e senza legge.
I conti sono ancora in sospeso. Nell'Italia di allora e di oggi non c'è stato quasi mai uno scontro fra classi contrapposte, ma soprattutto uno scontro all'interno delle due anime della borghesia. Da un lato la borghesia che crede nei valori civili e nella legalità, dall'altro una borghesia priva di princìpi e di scrupoli, priva di ogni idea di Stato, una borghesia che identifica lo Stato col governo e considera i governi soltanto come comitati per i propri affari, svincolati da ogni regola. Da un lato coloro che antepongono l'interesse generale a quello particolare, dall'altro coloro che si ritengono al riparo da ogni controllo democratico e considerano persino naturale avere come interlocutori i poteri criminali.  Ambrosoli era ed è un personaggio simbolico di questo scontro, anche oggi essenziale per la salvezza o per la caduta della libertà nel nostro Paese.
Non conta che avesse idee moderate e che oggi a ricordarlo siano soprattutto coloro che hanno idee progressiste. Nei momenti alti delle scelte crollano i muri, spariscono le barriere, quel che vale, prima della politica che ama spesso più le tattiche che i fini, sono i princìpi generali, la libertà, la giustizia, la solidarietà sociale e civile su cui è possibile intendersi tra diversi.
Su Giorgio Ambrosoli sta per uscire un film, Un eroe borghese, diretto da Michele Placido, tratto dal mio libro. L'ho visto soltanto l'altro giorno, temevo il romanzesco, il giallo-nero, l'effetto, i toni accesi tesi a rendere ancora più cupa una vicenda che nella sua tragicità non ha certo bisogno di sottolineature. E invece il film mi è parso delicato ed emozionante. La vicenda pubblica si incastra nella vicenda privata dell'avvocato, apparentemente freddo, com'era nella realtà. Il coraggio della moglie Annalori, l'amicizia e la fedeltà del maresciallo Novembre, l'innocenza dei piccolo Betò, sette anni (sente di là dalla porta la voce registrata che minaccia di uccidere il padre) sono resi con umile intensità. Non è un film gridato o retorico, spesso è anche commovente e colpisce al cuore la storia di un uomo morto nell'indifferenza della società, in uno Stato che avrebbe dovuto essere al suo fianco contro il malaffare e che invece gli era nemico.
Questa storia dell'avvocato moderato milanese svela con semplicità un progetto che dovrebbe unire le persone di buona volontà contro la sopraffazione, contro chi antepone gli interessi privati al bene comune. Le due Italie si mescolano continuamente: l'eterna Italia di malavita e l'Italia che seguita a fare il proprio dovere, a rischio della vita e della carriera, quella del maresciallo Novembre, di Mario Sarcinelli, del governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi, di Ugo La Malfa, l'unico politico che fronteggiò Sindona.
Ambrosoli è esterrefatto di fronte alla rivelazione continua delle illegalità, delle trame, delle connivenze che hanno per protagonisti uomini della sua classe sociale e personaggi di alto rango dello Stato, ministri, magistrati, banchieri. Lui è l'uomo della società pulita, capisce la degenerazione del sistema, capisce come sono insopportabili, certe compromissioni che la vecchia politica ritiene naturali. Uomo d'ordine, si trova di continuo di fronte come nemici proprio quegli uomini che dovrebbero essere i garanti naturali del suo ordine. Scopre rapidamente la faccia del potere impresentabile.
Ha quasi subito coscienza che quell'avventura può costargli la vita. Basta leggere la lettera testamento scritta per la moglie nel 1975: «Pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il Paese, di far politica per il Paese e non per i partiti».
di Corrado Stajano, corriere della sera 26.2.1995
SE SI FOSSE COMPORTATO “DA FURBO”
NON AVREMMO AVUTO MANI PULITE
di Gherardo Colombo, corriere della sera 26.2.1995
Non ho conosciuto personalmente l'avvocato Ambrosoli, prima del 12 luglio 1979. Ho cominciato a conoscerlo indagando per scoprire i suoi assassini e far emergere i motivi dell'omicidio, ho continuato a conoscerlo incontrando tante persone che gli erano state vicine. Giorgio Ambrosoli aveva avuto l'incarico di «liquidare» le banche di Michele Sindona, che aveva trascinato migliaia di risparmiatori in un dissesto senza precedenti. Doveva ricostruire la contabilità, individuare il denaro distratto, recuperarlo per risarcire coloro che di Sindona si erano fidati. Aveva affrontato e svolto il suo compito con quella normalità allora e oggi tanto eccezionale, consistente nel rispetto del proprio lavoro, di sé, degli altri.
Non si faceva intimidire, Ambrosoli, non subiva pressioni, non si compiaceva di ammiccamenti, non accettava compromessi, né con gli altri né con se stesso. Con assoluta normalità ha affrontato il pesante rischio dell'essere onesto, rischio del quale è stato consapevole fin quasi da subito. E con assoluta normalità ha continuato a cercare, trovare, capire nessi, legami, connessioni, recuperare documenti e denaro, intimamente convinto che quella fosse la sua strada, perché quel che faceva era esattamente quel che voleva fare.  Con assoluta normalità, perché Ambrosoli non faceva altro che conformarsi alle regole, alle regole scritte, alle regole dettate per tutti. Si è stupito senz’altro, all’inizio, che questo suo essere normale, il suo conformarsi al diritto, il suo pretendere che la sua attività fosse limpida e nell'interesse di tutti l'avessero ridotto a esser solo, isolato da coloro che rappresentavano le istituzioni, insomma da chi aveva il compito di gestire lo Stato per il bene di tutti. Si è stupito, ma ha continuato a credere in sé, nei valori, i principii, le regole...  Quanto poco ci sarebbe voluto, non per capire (perché aveva capito da subito), ma per adeguarsi. Per chiudere un occhio, per non osteggiare.  Ma quanto gli sarebbe costato della sua libertà, della sua coerenza, delle sue convinzioni. Ambrosoli è morto, è stato freddato, trucidato sotto casa, perché aveva continuato a voler essere libero. Alcuni, senz'altro, non hanno capito, persino tra gli amici dei figli. Per questi, Ambrosoli non è stato furbo, tant'è vero che è morto, è morto perché non ha capito che bisogna essere furbi.
Certo che è morto, Giorgio Ambrosoli, ed è disperante per tutti. Ma altri lo pensano, e hanno imparato a indignarsi. Altri lo vivono, e hanno messo dentro di sé la sua forza, il pacato coraggio, la semplice determinazione. La voglia di cose normali, ma non rinunciabili, non barattabili, non trasformabili in merce. La voglia di avere un futuro, che non dipenda dal capriccio di chi ha capito, di chi ha imparato a essere furbo. La voglia che quel che si dice, che quel che si fa, valga allo stesso modo per tutti. La voglia di non tollerare il privilegio, il sopruso, l'aggiustamento; di non confondere la libertà con l'arbitrio; di riconoscere i diritti degli altri. E l'esigenza profonda della propria dignità.
Sarebbe stato impossibile, per noi, fare il nostro lavoro, se Giorgio Ambrosoli si fosse adeguato.
di Gherardo Colombo, corriere della sera 26.2.1995
(continua)

mercoledì 13 aprile 2011

Un eroe borghese ( IV )

Un eroe borghese (1995) Regia di Michele Placido. Tratto dal libro di Corrado Stajano su Giorgio Ambrosoli. Sceneggiatura di Graziano Diana e Angelo Pasquini. Fotografia di Luca Bigazzi. Musiche: Pino Donaggio. Interpreti: Fabrizio Bentivoglio (Giorgio Ambrosoli), Michele Placido (maresciallo Silvio Novembre), Omero Antonutti (Sindona), Philippine Leroy-Beaulieu (Anna Lori, moglie di Ambrosoli), Laura Betti (dottoressa Trebbi), Giuliano Montaldo (il governatore Banca d’Italia, Paolo Baffi), Ricky Tognazzi (Sarcinelli), Laure Killing (moglie di Novembre), Daan Hugaert (il killer mafioso Aricò). Durata: 90 minuti

“Un eroe borghese” fu una bella sorpresa, quando uscì nei cinema. La prima sorpresa positiva fu la regia di Michele Placido: un film chiaro, comprensibile, di narrazione perfetta, senza eccessi; qualcosa tra Sydney Lumet (La parola ai giurati) e Francesco Rosi (Le mani sulla città) ma molto personale. La seconda sorpresa positiva fu Fabrizio Bentivoglio: si sapeva già che era bravo, ma questa è una prova d’attore formidabile. Una terza sorpresa fu ancora Michele Placido, stavolta come interprete del maresciallo Silvio Novembre: una recitazione contenuta, da grande attore. Un film come questo, in America avrebbe preso una valanga di Oscar e sarebbe stato preso a modello.
Invece, andò così: si smise di parlare di Giorgio Ambrosoli e di Michele Sindona, la politica italiana prese tutt’altra direzione, gli elettori distratti premiarono (più volte, e a tutti i livelli) gli ipocriti e i corrotti, e anche “Un eroe borghese” finì presto per essere dimenticato.
Ogni tanto il film torna a galla, viene distrattamente replicato, magari a notte fonda: penso proprio che lo spettatore tv non gli dedichi più di due minuti, e del resto Giorgio Ambrosoli e il maresciallo Novembre sono ormai personaggi decisamente fuori moda, a loro gli elettori hanno decisamente preferito altri avvocati e altri finanzieri: come il generale Speciale, quello che si faceva portare le spigole in montagna con gli aerei militari, per averle fresche, che suscitò scandalo e che fu rimosso da Romano Prodi, ma che oggi siede in Parlamento proprio grazie a quell’incidente di percorso.
Sono molti i nomi importanti che percorrono “Un eroe borghese”, nel bene come nel male: Gaetano Stammati, Anna Bonomi, Mario Sarcinelli, Roberto Calvi, Filippo Micheli, il cardinale Marcinkus, Enrico Cuccia, Guido Carli, Paolo Baffi, il generale Miceli, tutti nomi dimenticati. Nelle cronache di oggi ricorrono ancora Licio Gelli, forse Andreotti, questi magari sì, magari c’è qualche ventenne che questi ultimi due nomi li conosce – ma Andreotti è fuori dal giro da almeno 15 anni, l’ultima volta che contò sul serio fu quando, da senatore a vita (nominato da Cossiga) diede il voto determinante per la nascita del primo governo Berlusconi, nel 1994. Licio Gelli invece è un anziano signore che gode di ottima salute, legge quello che si scrive su di lui e ride contento della nostra dabbenaggine.
“Un eroe borghese” è film che fa piangere, piangere di rabbia: perché oggi la situazione è diecimila volte peggiore, piange il cuore a dirlo ma il sacrificio di Ambrosoli è stato inutile. Gli elettori, dopo, hanno premiato il peggio del peggio, pur sapendo e pur essendo stati informati: da Stajano e da molti altri bravi giornalisti.
Qualche nota sparsa sul film: 1) interpretazione favolosa da parte di Bentivoglio, un grandissimo attore, l’unico erede vero dei Volonté e dei Mastroianni, e piange il cuore – anche qui – a pensare a come è stato ridotto il cinema italiano. 2) interpretazione favolosa, sempre sotto le righe, anche da parte di Michele Placido, che firma come regista uno degli ultimi veri capolavori del cinema italiano. 3) grande anche la prova di Omero Antonutti, attore splendido, che interpreta Sindona come meglio non si potrebbe. 4) Bentivoglio è un po’ più giovane di Ambrosoli; qui ha meno di quarant’anni, Ambrosoli andava per i cinquanta; guardando le foto si nota anche che ha molti capelli in più, ma proprio tanti. 5) Ambrosoli fondò a Milano il “Circolo della Critica” ed era monarchico, Sindona lo sapeva da subito ma dice che era comunista perché gli fa comodo dirlo. Fa impressione notare che le stesse parole di Berlusconi, comunisti, libertà, le usava già Sindona: penso proprio che non sia un caso. 6) nel film due scene meritano particolare attenzione: la morte di Giannino Zibecchi, e le cariche della polizia, viste dalle finestre della banca: sul tram, Novembre e Ambrosoli assistono a un arresto di giovani da parte della polizia. Qui si può far notare che Michele Placido prima di fare l’attore è stato un poliziotto, nel 1968 e proprio a Milano. 7) nel film si ascoltano molte registrazioni originali con la vera voce di Sindona (in apertura del film, a schermo spento), la vera voce di Ambrosoli, e la vera voce del killer mafioso al telefono con Ambrosoli. 8) il film esce nei cinema nel 1995, epoca del primo governo Berlusconi, e il libro di Stajano è uscito nei primi anni Novanta, quindi ancora un attimo prima della nascita di Forzitalia. 9) musiche poco originali ma funzionali, opera del cantante di musica leggera Pino Donaggio 10) non sono riuscito a inquadrare bene molti personaggi, per esempio l’avvocato Guzzi; e tra gli interpreti bisogna ancora ricordare Laura Betti, una delle più grandi attrici del cinema italiano, che qui interpreta la dottoressa Trebbi. 11) Un altro volto noto è il regista Giuliano Montaldo, che si vede all’inizio del film interpreta Paolo Baffi, all’epoca governatore di Bankitalia. 12) E, come notazione finale, le barchette di carta le faccio anch’io, non solo Sindona: è l’unico origami che mi riesce sempre...
da wikipedia:
Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 - Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu assassinato l'11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli indagò nell'ambito dell'incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.
Nel 1971 si addensarono sospetti sulle attività del banchiere siciliano Michele Sindona. La Banca d'Italia, attraverso il Banco di Roma, investigò sulle attività di Sindona nel tentativo di evitare il fallimento degli Istituti di credito da questi gestiti: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. Le scelte dell'allora governatore Guido Carli erano chiaramente motivate dalla volontà di non provocare il panico nei correntisti. Fu quindi accordato un prestito al Sindona, voluto anche in virtù della benevolenza dell'amministratore delegato Mario Barone. Quest'ultimo fu cooptato come terzo amministratore, modificando appositamente lo statuto della banca stessa, che ne prevedeva solo due: nel caso specifico, Ventriglia e Guidi. Fu accordato tale prestito con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il direttore centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, di occuparsi della vicenda. Le banche di Sindona vennero fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne vice presidente e amministratore delegato. Al contrario di tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire la carica e comprese immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, ricostruì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori, tanto che ne ordinò l'immediata sospensione. Ma a Roma i poteri forti [quali?] non gradirono una così massiccia operazione di pulizia, sebbene nei pochi mesi della gestione Fignon emersero innumerevoli aspetti che potevano indurre ad un salvataggio. Fignon fece un egregio lavoro, ma non bastò e nel settembre del 1974 consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato, tanto da essere citato anche nelle agende dell'avvocato Ambrosoli che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito. Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel 1974, a ordinare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli.
In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla controllante società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona. Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi.

Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:
" Anna carissima, è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...)
Giorgio "
Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.
Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI.
Nella sua indagine sulla banca di Sindona, Ambrosoli poté contare solo su Ugo La Malfa come referente politico, mentre il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece da guardia del corpo. Nonostante le minacce di morte, infatti, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato. In Bankitalia, poté contare sul sostegno di Paolo Baffi, il governatore, e di Mario Sarcinelli, capo dell'Ufficio Vigilanza, ma solo fino al marzo del 1979, quando entrambi furono incriminati per favoreggiamento e interesse privato in atti d'ufficio nel corso di un'inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito legata al caso Roberto Calvi-Banco Ambrosiano. Baffi si dimise il 16 agosto 1979, lasciando l'incarico di Governatore a Carlo Azeglio Ciampi, mentre per Sarcinelli fu eseguito il mandato di arresto in carcere. In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.
La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi di 357 Magnum. Ad ucciderlo fu William Joseph Aricò, un sicario fatto appositamente venire dagli Stati Uniti e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero. Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia. Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ha la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona. Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.
Giorgio Ambrosoli non ebbe grandi riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e il suo zelo professionale. Secondo Carlo Azeglio Ciampi, "Ambrosoli era il cittadino italiano al servizio dello Stato che fa con normalità e semplicità il suo compito e il suo dovere". Giulio Andreotti ha invece dichiarato: "è una persona che in termini romaneschi "se l'andava cercando"", per poi precisare di voler "fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto" .
Il primo omaggio alla figura di Ambrosoli fu il libro di Corrado Stajano, intitolato Un eroe borghese. Dal libro è stato tratto nel 1995 il film omonimo di Michele Placido. Nel 2009 il figlio di Ambrosoli, Umberto, pubblicò Qualunque cosa succeda, ricostruzione della vicenda del padre "sulla base di ricordi personali, familiari, di amici e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell'archivio RAI".

In rete ci sono pochissime notizie sul maresciallo Novembre, e tutte ormai datate; quindi per il momento non posso fare altro che esprimere tutta la mia ammirazione per lui e per quelli come lui.
La testimonianza del PM Colombo sul liquidatore della Banca di Sindona
La vedova Ambrosoli: « Della furbizia non gli importava»
« MIO MARITO, VINCITORE»
di elisabetta rosaspina, corriere della sera 26.2.1995
MILANO - Qualche «piccolo sì» per sopravvivere. O, addirittura, per vivere meglio. Chi avrebbe potuto rimproverare a Giorgio Ambrosoli una provvidenziale «distrazione», un impercettibile compromesso, un battito di ciglia rapido e umano come una svista? Tanto sarebbe bastato, probabilmente, al liquidatore della Banca Privata Italiana per evitare la vendetta puntuale del finanziere Michele Sindona e il piombo preciso dei suoi killer. Una piccola, trascurabile furbizia. C'è sempre un onorevole accomodamento tra «uomini di mondo», no? Lo hanno pensato in tanti; qualcuno, con parole diverse, lo ha chiesto perfino ai suoi figli: perché rifiutarsi di pagare un piccolo pedaggio per la tranquillità?
«Avrebbe potuto salvarsi con niente - è convinto Stajano, autore del libro "Un eroe borghese" che ha ispirato il film di Placido, in anteprima oggi a Milano - Sarebbe bastato qualche “sì" da far passare come atti amministrativi dovuti. E’ vero, c'è chi dice che Ambrosoli è uno che non ha saputo vivere. Era un uomo moderato. E a difenderlo, in questi anni, sono stati soprattutto quelli che non avevano le sue idee».
Anche la famiglia dell'avvocato, assassinato l’11 luglio 1979, sa che l'ineluttabile realtà è proprio questa: «Si sarebbe salvato, secondo un certo modo di pensare - concorda la moglie, Annalori -, ma non di fronte a se stesso».
Scriveva ieri sul Corriere il giudice del pool Mani pulite Gherardo Colombo: «Alcuni, senz'altro, non hanno capito, persino tra gli amici dei figli. Per questi, Ambrosoli non è stato furbo, tant'è vero che è morto, è morto perché non ha capito che bisogna essere furbi».
Ricorda la signora Ambrosoli: «Credo che il giudice si riferisca a una discussione che mio figlio Umberto ha avuto con amici. Gli dicevano: bastava che tuo padre si dimettesse, rinunciasse all'incarico, se ne andasse a vivere in Svizzera. La verità è che a Giorgio non importava niente di essere considerato poco furbo. Per lui era questione di essere determinati e coerenti nei propri principii. Era questione di essere professionista fino in fondo. Lo so, i piccoli compromessi sono accettati dalla mentalità corrente e l'abbiamo visto in Tangentopoli. Ma sono fuori dalle nostre convinzioni: chi agisce con onestà è sempre vincente. E, per me e per i miei figli, Giorgio è un vincitore, non un vinto».
Le ragioni della coerenza, però, hanno trionfato soltanto una dozzina d'anni dopo la sua morte, come testimoniava ieri, nel suo articolo, il giudice di Mani pulite: «Sarebbe stato impossibile, per noi, fare il nostro lavoro, se Ambrosoli si fosse adeguato» gli rende omaggio Gherardo Colombo.
Non vuole aggiungere altro, Annalori Ambrosoli: ha affidato alla quieta sicurezza di un breve scritto, che diffonderà oggi, le emozioni fortissime, sue e dei figli, per la commemorazione dell'«eroe borghese». Saranno anche loro, questa sera al cinema Manzoni, dove si proietta il film, con successivo dibattito e la partecipazione di Gherardo Colombo, Maurizio De Luca, Paolo Flores d'Arcais, Corrado Stajano, Giulio Turone, Marco Vitale e Silvio Novembre, il maresciallo di polizia (interpretato nel film dallo stesso Placido) che all'epoca collaborò con l'avvocato.