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martedì 8 ottobre 2019

Allonsanfan ( I )

 
Allonsanfan (1974) Regia di Paolo e Vittorio Taviani. Scritto da Paolo e Vittorio Taviani.  Fotografia di Giuseppe Ruzzolini. Montaggio di Roberto Perpignani. Musica di Ennio Morricone. Interpreti: Marcello Mastroianni (Fulvio Imbriani), Bruno Cirino (Tito), Lea Massari (Charlotte), Mimsy Farmer (Francesca), Laura Betti (sorella di Fulvio), Renato De Carmine (fratello di Fulvio), Claudio Cassinelli (Lionello), Benjamin Lev (Vanni Peste), Stanko Molnar (Allonsanfan), Luisa De Santis (cognata di Fulvio), Alderice Casali (Concetta), Stavros Tornes (Gioacchino) Carla Mancini, Bruna Righetti, Biagio Pelligra (il prete), Ermanno e Francesca Taviani (bambini) Durata: 1h40'

I.
- Perché sei venuta a riprendermi? Perché venite a riprendermi? Ma dove credete di andare, così mascherati? Sono vent'anni che andate, venite, vi mascherate... e corriamo dietro a faville che sono soltanto cenere. Dio mio, come mi siete venuti a noia. State diventando anche voi soltanto delle tremende abitudini. (...) Tito mio, ho perso la fede. E non puoi nemmeno cercare di consolarmi perché sono io che ho pena di te. Tu non vivi, Tito mio, sopravvivi a qualcosa che è finito da tempo e che forse ricomincerà quando io e te saremo vecchi. Non chiedermi quello che voglio, so soltanto quello che non voglio più. (...) Non sopporto i vostri occhi volti al futuro, a me la vita è data una volta sola e non voglio aspettare la felicità universale. Chi di voi pazzi mi ama abbastanza da proteggermi contro la morte? Non guardarmi così, se qualcosa ti deve spaventare non è la mia disperazione ma la mia allegria. Neanche immagini che cosa si possa chiedere di diverso, alla vita.
Siamo al minuto 30-37 di "Allonsanfàn" (cioè l'inizio della Marsigliese, "Allons enfants de la Patrie..."), e il protagonista Fulvio Imbriani "giacobino, ufficiale di Robespierre"è tornato a casa e ci sta bene, ma il ritorno inatteso della sua compagna Charlotte, dalla quale ha avuto un figlio e che è ancora fieramente convinta della necessità di lottare, lo costringerà suo malgrado a ricongiungersi ai "fratelli", in maniera tragica. Qui sta passando in rassegna, da lontano, dalla finestra, i suoi vecchi compagni: un pensiero per ognuno di loro.
 

Fulvio Imbriani è stato liberato dopo un lungo periodo in carcere, sono gli anni della Restaurazione dopo il Congresso di Vienna. Le autorità lo hanno liberato sperando che li porti dal capo, dal "Gran Maestro", che è ancora latitante; e nel contempo hanno sparso la voce che Imbriani sia un traditore. Ma così non è, il Gran Maestro (siamo in ambito massone, anche se non si dice apertamente nel film) è morto suicida, sotto una pianta di glicine che amava particolarmente. La morte di Govoni, del Gran Maestro, convince i "fratelli" rivoluzionari che Imbriani non è un traditore.
Adesso Imbriani è libero, l'amico Tito (Bruno Cirino) lo accompagna fino alla villa dove abita ancora la sua ricca e nobile famiglia, che non vede da molto tempo. Imbriani sta male, ha la febbre; si traveste da frate per timore di essere di nuovo denunciato, ma suo fratello e sua sorella lo accolgono con affetto e lo curano amorevolmente.
Ci vuole del tempo, ma Imbriani guarisce. La guarigione è sottolineata dai Taviani con un dettaglio molto attento e molto profondo: l'apparizione di una cetonia aurata. La cetonia, di colore verde smeraldo, quasi una pietra preziosa con le ali, vive sulle rose ed è, a tutti gli effetti, uno scarabeo come quello degli antichi egizi: simbolo, quindi, di morte e rinascita.


 
Lo sguardo di Fulvio Imbriani, ormai cosciente, si posa dapprima su un gatto, poi sul teatrino delle marionette di quand'era bambino, e infine su una stampa che raffigura un veliero diretto verso le Americhe: è lì, verso le Americhe, che desiderebbe andare. Un mondo nuovo, senza legami con il suo passato.
La guarigione procede veloce, la famiglia è molto affettuosa con lui, è una situazione piacevolissima che ha il suo culmine nella canzone "dirindindin" cantata da Laura Betti (sorella di Fulvio: il fratello è Renato De Carmine), una lunga scena sulla quale i Taviani si soffermano a lungo, anche perché serve per introdurre il ritorno inatteso di Charlotte (Lea Massari). Charlotte, ungherese, è la compagna di Fulvio Imbriani. Al contrario di Fulvio, Charlotte è ancora molto legata agli ideali della Rivoluzione; il suo arrivo significa per Fulvio anche il ritorno di un passato che sperava di aver lasciato alle sue spalle.
 

La situazione precipita; dopo Charlotte arrivano in villa anche Tito e tutti gli altri. La sorella di Fulvio li denuncia, ne nasce una sparatoria con i soldati austriaci, Charlotte è ferita e Fulvio fugge via con lei, oltretutto prendendo come ostaggio per qualche chilometro il nipotino che porta il suo stesso nome. Tutti i ponti sono stati tagliati, per Fulvio ormai c'è solo la via della latitanza, e dell'azione.

 
(1- continua)

Allonsanfan ( II )


Allonsanfan (1974) Regia di Paolo e Vittorio Taviani. Scritto dai fratelli Taviani. Fotografia di Giuseppe Ruzzolini Montaggio di Roberto Perpignani. Musica di Ennio Morricone. Interpreti: Marcello Mastroianni (Fulvio Imbriani), Bruno Cirino (Tito), Lea Massari (Charlotte), Mimsy Farmer (Francesca), Laura Betti (sorella di Fulvio), Renato De Carmine (fratello di Fulvio), Claudio Cassinelli (Lionello), Benjamin Lev (Vanni Peste), Stanko Molnar (Allonsanfan), Luisa De Santis (cognata di Fulvio), Alderice Casali (Concetta), Stavros Tornes (Gioacchino) Carla Mancini, Bruna Righetti, Biagio Pelligra (il prete), Ermanno e Francesca Taviani (bambini) Durata: 1h40'

II.
"Allonsanfan" trae ispirazione dalla spedizione di Carlo Pisacane, che si verificherà molti anni più tardi rispetto all'epoca in cui si svolge il film, nell'anno 1857; alla tragica spedizione nel Sud era già stato dedicato un riferimento diretto in "San Michele aveva un gallo" che i fratelli Taviani avevano girato nel 1972. Sulla spedizione al Sud di Carlo Pisacane, finita tragicamente, sono state fatte molte ironie; si può far però notare che si tratta delle stesse regioni in cui ancora oggi vige il caporalato. Al di là delle ironie su Pisacane e sugli idealisti come lui, se in quelle terre ci fosse stata una decisa presa di coscienza forse i contadini meridionali avrebbero avuto una vita migliore.
Ci sono molte somiglianze tra "Allonsanfan" e "San Michele aveva un gallo", ma di questo si potrà far cenno alla fine di questi post.
 
Charlotte muore, la ferita riportata era molto grave. Con i compagni (i "fratelli") Fulvio Imbriani prepara la cerimonia funebre, non senza essere prima andato a recuperare il figlio che ha avuto con lei, e che si chiama Massimiliano. I "fratelli" mandano via il prete, faranno tutto da soli; del gruppo fa parte anche un giovane che non si era visto in precedenza, si chiama Allonsanfan (l'attore è Stanko Molnar) ed è figlio del Gran Maestro Govoni, morto suicida come avevamo visto nelle prime sequenze. Siamo al minuto 48, e al funerale di Charlotte ascoltiamo il pensiero di Fulvio:
- Vedi, Charlotte, anch'io adesso parlo di armi, di spedizioni, di denaro, e sto per andarmene, per lasciarti sola; ma è questo che tu vuoi, io lo so, che tutto continui, subito. (pausa, panoramica sui convenuti) Tu mi conoscevi meglio di loro, la borsa in mano non me l'avresti mai data.
La borsa a cui si riferisce Imbriani è quella con i soldi raccolti da Charlotte per la causa, una somma considerevole. Imbriani dovrebbe comperare delle armi, con quel denaro, ma già progetta tutt'altra cosa.
Al termine della cerimonia, viene chiesto a Francesca (Mimsy Farmer) di cantare qualcosa in memoria di Charlotte: "Qualsiasi cosa, ma non un canto di chiesa". Questo è il testo della canzone, una ninna nanna:
«Erba non cresce più, ape non vola più, bocca non bacia più, ma io vorrei, ma io vorrei addormentarmi con te. Alto e lontano è il ciel, nel ciel lontano è il sol...»
C'è dell'acqua nella fossa, Francesca protesta e dice che bisogna svuotarla, ma non c'è tempo, bisogna andare.
« Addio, ragazzi, questa è l'ultima volta che vi vedo. - dice tra sè Imbriani - Scendete pure nel vostro Sud, a suicidarvi tra i vostri contadini che non sanno neanche chi siete e che volete. Io prendo da un'altra parte, chissà se in America riuscirò mai a sapere quale sia stata la vostra sorte.»
Siamo al minuto 51, al funerale segue la scena di Imbriani con il figlio Massimiliano, festeggiato nel ristorante di un teatro. Il bambino verrà poi portato in un collegio per ricchi, Imbriani paga tre anni di retta anticipata usando i soldi di Charlotte dei "fratelli".
 

2- segue

Allonsanfan ( III )


Allonsanfan (1974) Regia di Paolo e Vittorio Taviani. Scritto dai fratelli Taviani. Fotografia di Giuseppe Ruzzolini Montaggio di Roberto Perpignani. Musica di Ennio Morricone. Interpreti: Marcello Mastroianni (Fulvio Imbriani), Bruno Cirino (Tito), Lea Massari (Charlotte), Mimsy Farmer (Francesca), Laura Betti (sorella di Fulvio), Renato De Carmine (fratello di Fulvio), Claudio Cassinelli (Lionello), Benjamin Lev (Vanni Peste), Stanko Molnar (Allonsanfan), Luisa De Santis (cognata di Fulvio), Alderice Casali (Concetta), Stavros Tornes (Gioacchino) Carla Mancini, Bruna Righetti, Biagio Pelligra (il prete), Ermanno e Francesca Taviani (bambini) Durata: 1h40'

III
Prima di entrare in collegio, però, il bambino ha la febbre e delle allucinazioni in cui non riconosce il padre e vuole tornare "a casa". Per distrarlo, Imbriani si inventa la storia del rospo, un rospo enorme che fa paura. Alla fine dice "io sono il rospo, ho mangiato tuo padre". Il bambino ritorna in sè, e i Taviani ci mostrano il rospo, enorme, sulla porta.
Lasciato il figlio nel collegio, Imbriani ha appuntamento con Lionello (Claudio Cassinelli) sul lago d'Orta (in realtà è il lago di Alserio, in Brianza) per consegnargli le armi che dovrebbero essere portate dai contrabbandieri. Le armi non ci sono, Imbriani si è inventato tutto e ha progettato anche la morte di Lionello. Lionello annega nel lago, tragicamente; non è un omicidio, ma Imbriani ne ha responsabilità diretta. Francesca, compagna di Lionello, vede tutto dalla riva.
 
 
Imbriani, caduto in acqua ma salvo, viene soccorso da una barca di giovani signori (un Conte) che nella notte di Carnevale si stanno recando alla loro villa. Si parla di sesso, di lusso, ormai è buio e Imbriani viene ospitato nella villa. C'è anche Francesca, e il giovane conte per divertimento ordina alla servitù che i due ospiti vengano messi nella stanza stanza. E' una villa molto ricca, e Francesca non ha mai visto nulla di simile. Francesca dice subito a Fulvio che ha visto tutto e lo accusa di aver ucciso deliberatamente Lionello. Fulvio fa a Francesca discorsi simili a quelli di Don Giovanni o di Mefistofele a Margherita, e sul principio lei reagisce sdegnata:
- Puoi andare, denunciami! - dice lui
- Tu ne sei capace, io no. - risponde Francesca.
Alla fine, Francesca si arrende; nella villa si fa sesso dappertutto, è Carnevale. A letto con Francesca, Fulvio riprende la canzone del funerale, "alto e lontano è il ciel".
Francesca si guarda nello specchio: "non mi ero mai vista per intero", dice.


Fulvio non riesce a dormire, va su una panca vicina al lago e vi trova lo spettro di Lionello. L'esordio di Lionello è proprio da fantasma dei sogni:
- Sono tutto bagnato, ho freddo.
Fulvio riconosce subito che non è Lionello, e che sta parlando da solo, ma va avanti con la conversazione:
- Eppure vorrei credere in te, vorrei credere a tutto quello in cui non riesco a credere più.
- Tu sei troppo intelligente per crederci ancora, hai capito quello che nemmeno Tito osa pensare: che noi siamo arrivati troppo tardi, o troppo presto. E ti sei ribellato, solo che non ci si ribella, povero Fulvio, sprofondando all'indietro. Stai cadendo dalla padella nella brace. (ride)
- Mi farai del male?
- Gli altri fratelli te ne faranno, certo. Te ne faranno, se non li previeni; se non andrai fino in fondo per la tua strada. Io che male potrei farti, ormai?
Siamo a 1h15 dall'inizio.
 

Da qui in avanti la situazione precipita, per Fulvio: lui e Francesca devono ritrovarsi con Tito e con i "fratelli", ancora ignari della morte di Lionello; per rendere credibile la mancanza dei soldi e delle armi Fulvio si procura una leggera ferita alla gamba. E' Francesca a sparare, il risultato è credibile.
Si avviano, fuori infuria il Carnevale, maschere grottesche scherzano sul sesso e sulla gravidanza, Fulvio ne è irritato ma Francesca ride e sta per tradirlo, vendicando Lionello.
Con Tito e con tutti gli altri c'è anche un meridionale, Vanni Gavina, che racconta la sua storia disperata incitando così gli altri all'azione. Tito ormai sa che le armi non ci sono, ma inganna gli altri e decide di continuare lo stesso la spedizione al Sud. Vanni continua a parlare, vediamo in un flashback Concettina, sua moglie, violentata e uccisa dai soldati. Imbriani dice a Tito che le armi non ci sono, anche i soldi non ci sono più. Dice anche di lasciar perdere l'impresa, di "far tacere quel meridionale che li eccita", ma gli danno l'oppio e si addormenta. Francesca dice di portarlo via con loro, la ferita è leggera "e l'aria di mare la farà guarire presto"; Tito e gli altri sono d'accordo. Fulvio Imbriani si sveglierà parecchie ore più tardi, sulla nave che porta i "fratelli" verso il Sud, già in alto mare.
 

Allonsanfan è un capolavoro, con attori formidabili e ben guidati, e con una fotografia splendida; sono gli anni di "Novecento" e di "Strategia del ragno", il cinema italiano è in stato di grazia (qui il montatore è Perpignani, lo stesso dei film di Bertolucci). Qualche dubbio nasce sul soggetto, molto ambiguo politicamente e storicamente; ma tutto si risolve pensando che qui siamo sul personale più che sulla metafora storica o politica. E' la storia personale di Fulvio Imbriani, che tradisce (malamente, goffamente) per stanchezza più che per vigliaccheria o per propria cattiveria. La Rivoluzione Francese, anche se quasi tutti oggi la ricordano solo per il Terrore e la ghigliottina, porterà molti frutti positivi, e oggi non riusciremmo a vivere senza ciò che ha portato, in primo luogo per l'igiene e per la medicina. Ma i tempi non erano ancora maturi, come viene detto anche nel film; e a questo proposito si può guardare anche "I Duellanti" di Ridley Scott, la parte finale, per ciò che riguarda il personaggio interpretato da Harvey Keitel.

Gli attori: protagonista è Marcello Mastroianni, qui in una delle sue prove più grandi. Ma grande non è solo Mastroianni, in "Allonsanfan": tutti recitano benissimo, e Bruno Cirino è impressionante per l'adesione totale al suo personaggio. Lea Massari non è solo grande, ma è anche così bella come pochi l'hanno mostrata, e spiace che esca di scena così presto. I tre bambini sono bravissimi e la bambina che interpreta Giovanna è la migliore in assoluto; il Lionello di Claudio Cassinelli è da Oscar, modellato sui romantici come Byron e Shelley. Nella villa degli Imbriani troviamo Laura Betti e Renato De Carmine, Luisa De Santis (moglie di De Carmine) e la balia anziana della quale non sono riuscito a recuperare il nome. Mimsy Farmer è Francesca; alla sua bellezza, come per Lea Massari, i Taviani rendono doveroso omaggio. Una parte importante spetta nel finale al giovane Allonsanfan, figlio del Govoni: l'attore si chiama Stanko Molnar. Molte inquadrature in primo piano per Stavros Tornes, interprete di Gioacchino.
Di grande bellezza i luoghi scelti per il film: in Lombardia Erba Villa Amalia, Costamasnaga, Merone, il lago di Alserio, Brescia Teatro Grande. Al Sud, Matera, Murgia, Altamura, Castel del Monte.

Altre note prese durante la visione del film:
1) ci furono molte polemiche dopo l'uscita dal film, all'interno della sinistra; si era vicini alla strage di Piazza Fontana, era l'anno di Piazza della Loggia a Brescia, la strategia della tensione era al suo culmine, e i Taviani facevano un film su un personaggio stanco di combattere e sulla sconfitta di chi voleva portare i lumi... 2) molto bella, per un appassionato di teatro, l'accordatura degli strumenti sui titoli di testa (colore rosso) 3) la didascalia iniziale: "Negli anni della restaurazione" 4) il modello evidente è "Senso" di Visconti, anche se non dichiarato apertamente. 5) perfette le musiche di Ennio Morricone, giustamente famose ancora oggi; nella colonna sonora sono comprese "Dirindindin" (l'uva fogarina, canzone popolare) e la Marsigliese, intonata sulla nave dai "fratelli" 6) la storia del rospo, raccontata da Mastroianni al bambino, rimanda a "San Michele aveva un gallo" e alle visioni del prigioniero nella torre. 7) la cetonia, simbolo di guarigione e di rinascita; poi le marionette, il veliero che va verso l'America, nella stanza di Mastroianni convalescente. 8) Fulvio vorrebbe andare in America con Charlotte e il bambino, ma lei si arrabbia e gli ride in faccia, vuole invece continuare la lotta. 9) i "fratelli" sono massoni, anche se non viene detto apertamente; va ricordato che tra fine Settecento e inizio Ottocento la massoneria attirava molte persone anche o soprattutto perché sanciva la fine della divisione tra chi era nobile e chi non lo era. Per questo motivo, anche persone come Mozart si fecero massoni; si apriva una strada nuova, anche per i non privilegiati era possibile progredire socialmente. I musicisti, per esempio, anche quelli importanti come Haydn, erano ancora nella condizione di far parte della servitù. 10) Dostoevskij per la visione di Lionello annegato, dialogo simile per molti versi a quello di Ivan Karamazov con la sua visione. 11) le maschere sul lago: Fulvio chiama maschere anche i "fratelli" , ma qui si può vedere anche un richiamo al Don Giovanni di Mozart. 12) i bambini sono tre, tutti molto bravi: la bambina Giovanna che legge il testamento di Govoni, Fulvio il nipote preso in ostaggio, Massimiliano il figlio avuto da Imbriani con Charlotte 13) Imbriani diventa traditore dopo vent'anni, per stanchezza. L'ideale lo ha sorretto in prigione, anche sotto tortura, ma una volta fuori si rende conto che non ha più voglia di lottare. 14) il tema del traditore e dell'eroe, quasi Borges, dopo "Strategia del ragno" di Bertolucci.
15) il Te Deum beffardo di Morricone, all'inizio. 16) il gruppo di Imbriani si chiama "Fratelli sublimi" e il loro capo Filippo Govoni, poi suicida, è il loro "gran maestro". 17) Lionello per mantenersi fa il gelataio, come Giulio Manieri in "San Michele aveva un gallo". Si può ricordare che la produzione dei gelati esisteva già nel Seicento. 18) molti rimandi al Romanticismo: Byron, Shelley, ma anche il Fogazzaro di "Piccolo mondo antico" e la Carboneria di un Risorgimento ancora lontano.

La lettera d'addio di Govoni: "Ai miei sublimi fratelli. Guardo il consuntivo dell'anno che non finirò, il mio quarantacinquesimo si chiude in perdita e non riesco ad avere idee per porvi rimedio. Mi rimane solo un po' di coraggio, è quanto mi basta per togliermi di mezzo. Non perdono a nessuno e a nessuno chiedo perdono. Se mai ci sarà un mondo diverso, pacifico e felice, che penserà di queste cose? Forse quello che noi pensiamo dei cannibali, della caccia alle streghe, dei sacrifici umani. Ciao per sempre, Filippo."
Siamo al minuto 8, segue la corsa della bambina con il dettaglio magnifico del muro sotto cui si toglie le scarpe per correre meglio; ed è un'altra immagine che rimane nella memoria.

 
(le immagini vengono dal sito imdb.com)

 

sabato 5 ottobre 2019

San Michele aveva un gallo


San Michele aveva un gallo (1972) Regia dei fratelli Taviani Scritto da Paolo e Vittorio Taviani a partire da un racconto di Lev Tolstoj. Fotografia di Mario Masini. Musica di Ciaikovskij (Capriccio italiano), Bellini (Norma), Verdi (Requiem), Rossini (Guglielmo Tell). Musiche per il film di Benedetto Ghiglia. Interpreti: Giulio Brogi, Virginia Ciuffini (Virginia), Renato Cestiè (bambino), Daniele Dublino (carceriere), Renato Scarpa, Vito Cipolla, Marcello Di Martire, Vittorio Fanfoni, Francesco Sanvilli, Giuseppe Scarcella, Sergio Serafini Durata: 1h30'
 
Un bambino viene punito e rinchiuso dalla mamma in uno stanzino buio; ci dovrà stare per tutta la giornata. E' una casa ricca, di famiglia nobile, la mamma è giovane ed elegante. Il bambino per non aver paura del buio inizia a cantare una filastrocca e la ripete senza sosta:
San Michele aveva un gallo, di colore verde e giallo,
e per addomesticarlo gli dava latte e miele...
Il bambino, diventato adulto, si ritroverà nella stessa situazione tanti anni dopo, prigioniero in isolamento in un carcere.

 
Lo ritroviamo infatti da adulto, dopo i titoli di testa: si chiama Giulio Manieri, ha abbandonato la ricca e nobile famiglia, segue gli ideali anarchici e sogna l'insurrezione dei contadini. Non a caso, il suo gruppo d'azione porta il nome di Carlo Pisacane, che nel 1857 guidò la celebre e sfortunata spedizione sbarcando a Sapri. Manieri tenta la stessa cosa, tredici anni dopo, in Umbria: con un piccolo gruppo di compagni entra in un piccolo borgo (è Città della Pieve, "dove è nato il Perugino") assalta il municipio, prende in ostaggio il sindaco e una guardia. Il paese è deserto, la gente è in chiesa e non vuole uscire; chi non è in chiesa rimane chiuso in casa, guardando cosa succede da dietro le persiane. Un fallimento, ma Manieri non si arrende. Un grande drappo rosso viene calato dal balcone del municipio, vengono distrutti gli archivi, si sfonda la porta di un magazzino e si portano fuori i sacchi di grano da distribuire alla popolazione. Poi, giunge voce che un battaglione di mille, forse cinquemila soldati si sta muovendo proprio per loro. Manieri dice che è segnale del loro successo, se per pochi compagni si muovono così tanti soldati. Ma tutto è destinato a finire in breve tempo: Manieri e i suoi vengono arrestati, per tutti ci sarà la grazia ma non per lui, responsabile anche dell'uccisione del sindaco. Condannato a morte, Manieri viene portato davanti al plotone d'esecuzione, e poi graziato. Lo aspetta il carcere a vita.
 

In carcere, Manieri è condannato all'isolamento. Sono vietati anche i libri, la carta, la possibilità di scrivere e di leggere. Manieri non si perde d'animo, e per dieci anni riesce a mantenere integri il fisico e la mente; poi gli comunicano che il periodo di isolamento è finito e verrà trasferito nel carcere di Venezia. Il viaggio in barca, sulla laguna veneta, è l'ultima parte del film e forse la più affascinante. Si può far notare, fin da subito, la bellezza delle riprese in località magnifiche: sia Città della Pieve che la laguna veneta sono una meraviglia per lo sguardo.
 

Morando Morandini definisce "San Michele aveva un gallo" come un «apologo affascinante sul conflitto politico-esistenziale tra socialismo utopistico e socialismo scientifico, tra due modi di intendere la rivoluzione, l'anarchico e il marxista» (citazione tratta da wikipedia.it). Si tratta soprattutto dell'ultima mezz'ora del film: durante il percorso sulla laguna per giungere a Venezia, nel carcere (un percorso lungo, nel 1880 l'unica possibilità era la barca, a remi) Manieri incontra altri rivoluzionari destinati al carcere: sono giovani, ventenni o poco più. Manieri è contento nell'incontrarli e faranno un lungo percorso affiancati sulle rispettive imbarcazioni, ma i giovani gli dicono apertamente che lui e quelli come lui rappresentano il passato, e che anzi con le loro spedizioni hanno ritardato lo sviluppo delle loro lotte e la presa di coscienza del proletariato. Oggi, gli dicono, ci sono le fabbriche: è in atto la rivoluzione industriale, i contadini stanno lasciando le campagne. Il mondo è cambiato, prenderne atto per Manieri è molto dura. Manieri è arrivato troppo presto, ma anche i giovani si rendono conto che stanno (forse) lavorando per il futuro e che per adesso la loro giovinezza è rovinata e dovranno passare molti anni in carcere.
 

"San Michele aveva un gallo" si può dividere in tre parti, o in tre atti: nel primo l'azione e l'arresto con il processo; nel secondo la prigionia; nel terzo il viaggio nella laguna verso il carcere veneziano. E' stato completato nel 1972, ma uscirà nei cinema solo quattro anni dopo, per problemi legati alla produzione; assomiglia molto ad "Allonsanfan" che però si svolge quasi cinquant'anni prima, dopo il Congresso di Vienna. A unire i due film è soprattutto il nome di Carlo Pisacane: in "San Michele" è citato apertamente, in "Allonsanfan" era ancora di là da venire ma l'ispirazione è chiara. Un altro riferimento, citato nei titoli di testa, è il racconto di Lev Tolstoj "Il divino e l'umano"; io non lo conosco e non posso parlarne direttamente, ma da wikipedia.it apprendo che si tratta della storia di due prigionieri politici, uno dei quali (che nel film non c'è) trova conforto nella fede cristiana mentre l'altro seguirà un percorso simile a quello di Giulio Manieri. La finta fucilazione fa subito pensare a Dostoevskij, e personalmente mi sono ritrovato a pensare, per la seconda parte (l'isolamento in prigione) a un lied di Gustav Mahler, il "Canto del prigioniero nella torre" da "Des Knaben Wunderhorn"
Die Gedanken sind frei,
Wer kann sie erraten?
(i pensieri sono liberi, chi li può indovinare?)
che è però il dialogo, forse un contrappunto immaginario, tra il prigioniero e una giovane donna.


In "San Michele aveva un gallo" ha un ruolo importante la musica, soprattutto Ciaikovskij con il "Capriccio italiano", una composizione che contiene arie popolari italiane. Quella che si ascolta più spesso nel corso del film è molto famosa, le parole fanno "mamma non vuole babbo nemmeno, come faremo a fare all'amor?". Dalla "Norma" di Bellini è tratto il coro "guerra guerra!" che Manieri immagina di ascoltare durante l'isolamento; quando pensa al suo funerale, durante il tragitto che lo porterà alla finta fucilazione, c'è un accenno dal requiem di Verdi. Nel finale, sulla laguna, si ascolta un accenno dal finale del Guglielmo Tell di Rossini. Le musiche originali per il film sono di Benedetto Ghiglia.
 

Qualche nota presa durante la visione del film:
1) siamo dopo l'Unità d'Italia, ad arrestare i sovversivi ci sono già i carabinieri; la data suggerita è il 1870, quindi il viaggio sulla laguna veneta è databile al 1880 circa. 2) Manieri per mantenersi fa il gelataio, un dettaglio che troveremo anche in "Allonsanfan" 3) notevoli i personaggi di Virginia, laureanda in medicina, e di suo padre che la segue disperato nel tragitto in barca nella laguna. Anche Virginia è destinata al carcere, come sovversiva. 4) il protagonista è Giulio Brogi, una prestazione d'attore di quelle da leggenda. Brogi non è mai diventato un divo e forse non ha mai cercato la fama, ma dopo aver visto le sue interpretazioni, anche in teatro, sono diventato attento nell'usare il termine "grande attore" riferito ad altri. Come Giulio Brogi ce ne sono stati pochi, e oggi non vedo nessuno che sia paragonabile a lui.  5) Virginia è interpretata da Virginia Ciuffini, che poi ha continuato a lavorare nel cinema ma non come attrice; si riconoscono in piccoli ruoli attori molto presenti nel cinema italiano come Renato Scarpa e Daniele Dublino, mentre non sono indicati con chiarezza i nomi degli altri attori, ed è un peccato perché sono tutti molto bravi.


 6) una curiosità sul bambino biondo all'inizio: si chiama Renato Cestiè ed ebbe un periodo di grande popolarità, con film come "L'ultima neve di primavera" e simili. 7) di particolare rilievo le parti minori, che hanno grande risalto nonostante la brevità delle scene loro affidate: il medico del carcere, l'anziano vogatore sulla laguna, il carabiniere sulla barca di Manieri, e la bambina che a tavola prevede l'esito del processo istituito da suo padre. 8) "me l'avevi quasi fatta", dice il carceriere a Manieri, dopo la mancata fucilazione: "sembravi un profeta, mi avevi quasi convinto, e invece eccoti qua".