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lunedì 21 febbraio 2011
Gli anni spezzati
Gallipoli - Gli anni spezzati (1981) Regia di Peter Weir. Scritto da Peter Weir, David Williamson, Ernest Raymond. Fotografia di Russell Boyd. Musiche di Albinoni, Bizet, J. Strauss, Paganini, musiche tradizionali australiane e irlandesi. Musiche originali di Jean Michel Jarre. Interpreti: Mark Lee (Archy Hamilton), Mel Gibson (Frank), Bill Kerr (zio Jack), Harold Baigent (il cammelliere), Robert Grubb, Tim McKenzie e David Argue (Billy, Barney e Snowy), Harold Hopkins (Les), Charles Yunupingu (Zac), Bill Hunter (il maggiore Barton), John Morris (col. Robinson), Graham Dow (gen. Gardner), e molti altri Durata 110 minuti
“Gli anni spezzati” di Peter Weir è un film splendido, di quelli indimenticabili, del quale però si fa una gran fatica a parlare. Si fa fatica a parlarne prima di tutto perché la narrazione è perfetta, esemplare, chiarissima, e quindi c’è poco da aggiungere a quello che si vede; e poi perché per tutto il film c’è una luce particolare che non si può descrivere; e infine perché il suo finale è di quelli che non si possono raccontare, di quelli che rimangono dentro, indelebili.
Il titolo originale, “Gallipoli”, è il nome di una città: non la Gallipoli di Puglia, ovviamente, ma una città dallo stesso nome che si trova in Turchia, dove venne combattuta una battaglia sanguinosa durante la Grande Guerra. Anche in Turchia c’era il fronte, e non solo a Caporetto o nelle Ardenne; e in Turchia combattevano le truppe australiane.
Weir è australiano: nella guerra del ’14-’18, per la prima volta, l’Australia e la Nuova Zelanda (il corpo si chiama ANZAC, sigla che sta per Australia e New Zealand) erano presenti come nazione, e non più come colonie inglesi. Al tempo in cui fu girato il film c’erano ancora molti reduci da quella guerra, e Weir (fin da ragazzo, suppongo: ben prima di fare il film) ha potuto parlare con loro, e documentarsi anche nei minimi dettagli.
Come nasce questa guerra, e perché vi partecipano gli australiani? Lo spiega bene Weir stesso in un dialogo al minuto 35, quando i due protagonisti incontrano un cammelliere: cosa tutt’altro che strana, perché i dromedari furono davvero importati in Australia, che ha molte regioni desertiche (il cammelliere è un bel po’ sgrammaticato, nella traduzione non si nota)
Cammelliere: Dove state andando?
Archy: Perth.
Cammelliere: Ah, pensavo anch’io di andarci...mi piacerebbe vedere com’è fatta una grande città, prima di morire. Andate a cercare lavoro?
Archy: No, parto per la guerra.
Cammelliere: Che guerra?
Archy: (stupito dalla domanda) La guerra contro i tedeschi.
Cammelliere: Ho conosciuto un tedesco, una volta... Chi ha cominciato?
Frank: Non gli dia corda...
Archy: Di preciso non lo so, ma è colpa dei tedeschi.
Cammelliere: E ci sono in mezzo anche gli australiani?
Frank: Sì, siamo in Turchia.
Cammelliere: Turchia?? E che cosa c’entra la Turchia?
Frank: (indicando Archy) Chiedilo a lui.
Archy: E’ alleata con la Germania.
Cammelliere: Accidenti, non si finisce mai di imparare...Ma, ancora non capisco: cosa c’entriamo noi?
Archy: Se non li fermiamo, potrebbero arrivare fin qui.
Cammelliere: (fa una pausa, si guarda in giro, tutt’intorno c’è solo il deserto) Beh, che vengano pure...
Frank si mette a ridere, Archy rimane in silenzio.
Il riferimento d’obbligo è “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick: i due film sono molto differenti, ma i fatti che descrivono sono gli stessi. La principale differenza con Kubrick è che in “Gallipoli” la guerra vera e propria comincia dopo un’ora e dodici minuti, e la battaglia comincia a 1h25’: prima c’è un lungo racconto di viaggio, e di amicizia, uno dei più bei film di viaggio mai visti da quando esiste il cinema. L’Australia è protagonista per i primi cinquanta minuti, poi ci si sposta in Egitto: la Sfinge e le piramidi sono quelle vere, panorami inclusi. Anche la partita di rugby (tra inglesi e australiani) si svolge davvero a due passi dalle piramidi.
Frank (Mel Gibson) non vorrebbe arruolarsi: è Archy, più giovane di lui, che lo spinge e lo incita a farlo. Come accadde anche da noi, i giornali e i politici enfatizzarono il ruolo delle truppe australiane, e il movimento a favore dell’intervento era molto forte; a differenza di noi italiani, però, per gli australiani e i neozelandesi il fronte era davvero molto lontano. Non sarà la stessa cosa nel 1939, quando anche il Giappone entrerà in guerra e anche l’Oceania, anche Giava e l’Indonesia, facevano parte del fronte.
I due ragazzi (anche Mel Gibson era molto giovane, nel 1981) ricordano gli altri due di Picnic at Hanging Rock, i due giovani che vanno a cercare le ragazze scomparse: sono situazioni diverse e personaggi diversi, ma i caratteri sono molto simili. Molto simile a “Picnic ad Hanging Rock” è anche l’inizio del film, i panorami, le persone, potrebbero facilmente passare da un film all’altro: per essere precisi con la cronologia, “Gli anni spezzati” si svolge 14 anni dopo “Hanging Rock”, che era ambientato proprio nell’anno 1900.
Ci sono molti personaggi davvero belli: lo zio Jack, interpretato da Bill Kerr, lo vediamo all’inizio; e il maggiore Barton (l’attore è Bill Hunter) che vediamo alla fine, e che va ricollegato al Kirk Douglas di “Orizzonti di gloria”.
Su Henry Lasalles, il centometrista preso a modello dal protagonista del film, non sono riuscito a trovare notizie certe: ho fatto una ricerca su internet, ma i rimandi sono pochi e tutti riferiti al film di Peter Weir.
Come in tutti i film di Peter Weir, è fondamentale il rapporto con la natura: il deserto, la sfida di corsa con l’uomo a cavallo, i soldati che nuotano sott’acqua, rimandano a scene molto simili (eppure diversissime) in Master and Commander, in Mosquito Coast, in L’ultima onda, in Picnic at Hanging Rock... A questo punto, anche se so già che non andrò mai in Australia, mi fa molto piacere dare un nome ai luoghi che vediamo nel film, così come sono elencati da www.imdb.com : l’Egitto è proprio l’Egitto, il bazar del Cairo è proprio al Cairo e le piramidi sono davvero le piramidi; per il resto è stato tutto girato in Australia, sequenze di guerra comprese. La casa di Archy Hamilton e della sua famiglia è a Beltana, South Australia; la stazione di Perth è stata ricostruita ad Adelaide, un’altra grande città australiana; le scene sul mare sono state girate a Coffin Bay, Dutton Bay, Duttons Beach (Battle of the Neck), Eyre Peninsula, Farm Beach (Anzac Cove recreation), Flinders Ranges, Gallipoli Beach (Anzac Cove recreation), tutte località nel sud dell’Australia. Il deserto attraversato da Archy e da Frank, quello del cammelliere, è Lake Torrens, South Australia; le scene del ballo sono state girate nella stazione ferroviaria di Adelaide, sala dei marmi (Marble Hall, Adelaide Railway Station). Altre località: Pichi Richi Pass, Port Adelaide, Port Lincoln, Quorn, The Old Troubridge Loading Dock (Port Adelaide), anche queste nell’Australia del Sud.
Le musiche originali, molto azzeccate, sono di Jean Michel Jarre; si ascolta però molta altra musica tra cui il grande classico irlandese “It’s a long way for Tipperary”, per banda, in esecuzione molto bella (è alla gara di corsa dove Archy e Frank si conoscono), e le immancabili (e magnifiche) cornamuse dell’esercito britannico. "Australia will be there” è la canzone cantata nella sequenza sugli asini bianchi, nel bazar del Cairo; nella scena del ballo degli ufficiali si ascoltano due valzer di Johann Strauss, “Racconti dal bosco viennese” e “Rose del sud” , e c’è anche un brano di Paganini che in locandina è indicato come “Centone di sonata n.3”, ma non sono riuscito a individuare il momento in cui viene eseguito.
In trincea, il disco ascoltato dal maggiore Barton è musica di Georges Bizet, dall’opera “I pescatori di perle”. La interpreta (un piccolo anacronismo) un grande tenore degli anni ’50, il canadese Leopold Simoneau, insiema al baritono René Bianco.
Nella colonna sonora ha una grande parte l’Adagio di Albinoni, che ascoltiamo fin dall’inizio: si tratta di un brano molto piacevole, e che ha una lunga storia alle sue spalle. Questa storia non ha niente a che vedere il film, e la riporto solo per completezza; ma può essere utile sapere che l’Adagio in sol minore di Albinoni (il brano che viene chiamato con questo nome) nei manoscritti di Albinoni non esiste, ed è con ogni probabilità opera di Remo Giazotto, il musicologo romano che curò la revisione dei suoi manoscritti, oltre che quelli di Locatelli, Stradella, Alessandro Scarlatti; Giazotto ha anche scritto una biografia di Albinoni, pubblicata nel 1945.
“Adagio” è solo un’indicazione musicale, metronomica. Di tempi lenti, larghi e andanti e adagi, Albinoni ne ha scritti parecchi: e i tempi lenti (di Albinoni, di Vivaldi, di Haendel, di Pergolesi...) sono tra le cose più belle da ascoltare di tutta la storia della musica. Il mio parere, per quel che vale, è che non si può nemmeno dire che l’Adagio in questione sia un falso: sembra più vero del vero, e a forza di leggere e trascrivere questa musica meravigliosa, può ben darsi che sia stato Albinoni stesso, dall’Empireo dove ormai risiede, a suggerirlo a Giazotto. L’operazione è perfettamente riuscita, l’Adagio di Albinoni-Giazotto non è più falso di tante trascrizioni d’epoca (con arrangiamento “moderno”) riportate sulle antologie usate per gli esami del Conservatorio.
Tommaso Albinoni (Venezia, 1671-1750) è ben presente ancora oggi nei programmi dei concerti e nelle incisioni discografiche; riguardo alla popolarità, gli nuoce molto la vicinanza con Vivaldi, suo contemporaneo, (così come per Alessandro e Benedetto Marcello, tutti veneziani e vissuti negli stessi anni), ma pian piano si sta riscoprendo tutta la sua vasta produzione, e le sorprese non mancano. L’esecuzione che si ascolta nel film è dell’orchestra da camera Jean François Paillard, un complesso di alto livello molto attivo negli anni ’70. Oggi orchestrazioni di questo tipo, per Vivaldi e per Albinoni, non si usano più: sono sempre belle da ascoltare, ma questo tipo di orchestrazione, e di arrangiamento, non ha molto a che vedere con le vere orchestre del Settecento, che erano più intime e raccolte. Anche questo è però un discorso che esula dalla visione del film, e si può benissimo ascoltare l’Adagio di Albinoni (e di Giazotto) come parte della colonna sonora, senza porsi troppe domande.
giovedì 9 settembre 2010
Dove sognano le formiche verdi ( I )
DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI (Where the Green Ants Dream - Wo die grünen Ameisen träumen, 1984). Regia e sceneggiatura: Werner Herzog. Dialoghi addizionali: Bob EllisFotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Scenografia: Ulrich Bergfelder Riprese: sei settimane a Coober Pedy, Melbourne (Australia) Musica: Gabriel Fauré: Requiem; Ernst Bloch: Voice in the Wilderness; Richard Wagner: Wesendonck-Lieder; Klaus-Jochen Wiese: Temporary Galaxies; Wandjuk Marika: Didjeridu Interpreti: Bruce Spence (Lance Hackett), Wandjuk Marika (Miliritbi Riratjingu),Roy Marika (Dayipu), Ray Barrett (Cole), Norman Kaye (Baldwin Ferguson), Colleen Clifford (Miss Strehlow), Ralph Cotterill (Fletcher), Nicolas Lathouris (Arnold), Basil Clarke (Giudice Blackburn), Ray Marshall (Coulthard), Gary Williams (Watson), Dhungala I. Marika (Malila il muto), Tony Llewellyn-Jones (il pastore protestante), Marraru Wunungmurra (Daisy Barunga), Robert Brissenden (Professor Stanner), Bob Ellis (direttore del supermercato), Paul Cox Durata originale: 100'
«Durante la loro storia, i Gaguju non hanno costruito grandi monumenti; hanno però vissuto per oltre quarantamila anni in assoluta armonia con l’ambiente. Non hanno distrutto la Terra e non ne hanno messo in pericolo lo spirito: è questo il loro monumento. Un monumento che in prospettiva futura potrebbe essere il più importante di tutti.»
(da un doc. del National Geographic di Stanley Breeden e Belinda Wright, girato nella riserva Kakadu)
Una cultura che non costruisce niente, che non lascia niente di scritto: la si può definire cultura? Fino a qualche anno fa, nessuno l’avrebbe definita tale: si dà per scontato che una civiltà debba lasciare il segno, costruire monumenti, scolpire nella pietra, erigere grattacieli, celebrare l’Expo e magari approntare un circuito di Formula Uno che ne abbiamo tutti gran bisogno. Oggi, rivedendo questo film di Herzog e (per puro caso) anche questo ormai vecchio documentario sugli aborigeni d’Australia (è degli anni ’80, ma è molto bello e me lo sono tenuto da conto su una videocassetta), mi viene da pensare al vecchio detto di Brecht, “benedetto quel popolo che non ha bisogno di eroi”. Lo aggiornerei così: benedetto quel popolo che non ha bisogno di costruire palazzoni e monumenti, perché sa che la civiltà è un’altra cosa; e benedetto quel popolo che non ha memoria dei suoi leader, perché i leader che si ricordano di più sono quasi sempre dittatori rovinosi, con migliaia di morti (se non milioni) sulla coscienza. Poche le eccezioni a questa regola, per esempio Gandhi: ma pensiamo per un istante alla Svizzera, o alla Svezia, o alla Finlandia: qualcuno si ricorda il nome di un presidente o di un politico svizzero? Qualcuno si ricorda il nome di un premier svedese, a parte Olof Palme? (non a caso: sia Palme che Gandhi furono assassinati...).
Ma questi pensieri, che pure sorgono spontanei, hanno poco a che fare con il film di Werner Herzog: che, reduce dalle epiche fatiche di “Fitzcarraldo”, nel 1984 gira un film che ne è l’esatto opposto, quasi un film intimo ed interiore, se non fosse per il fatto che è girato quasi completamente in esterni.La storia, la trama, è molto semplice e si segue molto bene vedendo il film; quindi mi limiterò a portare qui alcuni momenti che mi sono segnato durante la visione.
Il film inizia, come capita quasi sempre con Herzog, con una musica molto bella e molto ben scelta, fuori dagli ascolti comuni: si tratta del “Piae Jesu” dalla Messa da Requiem di Gabriel Fauré, che ascoltiamo mentre scorrono le immagini di un tornado (si tratta di riprese in Oklahoma fatte da Jörg Schmidt-Reitwein, direttore della fotografia in “Dove sognano le formiche verdi” e in molti altri film di Herzog ).
La musica è bellissima, e Gabriel Fauré, per chi non lo conoscesse ancora, è stato un musicista molto importante. Oltre ad essere un grandissimo compositore in proprio, fu anche per molti anni insegnante di Conservatorio: a Fauré devono quindi molto quasi tutti i grandi musicisti francesi del Novecento, a partire da Maurice Ravel che fu suo allievo. Fauré visse fra il 1845 e il 1924; per chi volesse approfondire, oltre alla musica da camera (trii, quartetti, quintetti, sonate) vanno ricordati almeno “Masques et bergamasques”, la “Pavane op.50” e il poema sinfonico “Pelleas et Melisande”.
Il film si apre con una storia apparentemente secondaria: la donna anziana che cerca il cagnolino (unica presenza femminile di rilievo) che è senz’altro una proiezione della madre di Herzog appena scomparsa, alla quale è dedicato il film; ed è ancora a lei che è dedicato il brano dal Requiem di Fauré che percorre il film. «Spesso i soggetti dei film al loro inizio sono un po’ come dei cagnolini perduti”, commenta Herzog ... Miss Strehlow ha perso il suo cagnolino, che è entrato nella miniera e non ne è più uscito; e si rivolge al capocantiere e al giovane ingegnere minerario, che la ascoltano con attenzione ma le dicono subito che non possono fare molto, perché la miniera è molto vasta ed è un vero labirinto.
Al minuto 4.30 dall’inizio del film ascoltiamo il suono di un sitar o qualcosa di simile: qui parte l’azione vera e propria. Una ruspa sta muovendo la terra, un piccolo gruppo di aborigeni le si para davanti; l’autista è costretto a fermarsi e va ad informare l’ingegnere.Con l’autista della ruspa, ottima persona ma un po’ rustico, non c’è dialogo; il giovane ingegnere è più simpatico e riceve una risposta che lo lascia perplesso e curioso: ma perché quegli aborigeni si sono messi davanti alla ruspa? La compagnia mineraria ha tutti i permessi...
- No, non capisco. Ma vorrei tanto capire.
- Sei cristiano?
- Sì, così mi hanno cresciuto.
- Cosa diresti se un bulldozer ti buttasse giù una chiesa?
La risposta è data con calma, senza gridare, quasi sottovoce. L’ingegnere aiuta gli aborigeni a rialzarsi (l’autista della ruspa li aveva coperti di terra, ma loro non si sono mossi), quelli si alzano, scuotono la terra dai pantaloni, e si siedono pochi centimetri più in là. Niente da fare.
L’ingegnere è ormai curioso e va a trovare un uomo che vive con gli aborigeni. Siamo al minuto 24: l’uomo si chiama Arnold, vive in una baracca fatta con le lamiere ondulate, e lo interpreta un attore di origini greche (Nicolas Lathouris) che crea un contrasto molto buffo con Bruce Spence che interpreta l’ingegnere ed è altissimo. Lathouris è piccolino e nervoso, e nel viso somiglia un po’ a Werner Herzog; il suo personaggio, Mr. Arnold, è molto arrabbiato. Non vuole parlare con l’ingegnere e gli sbatte la porta in faccia: rappresenta una civiltà “che sta distruggendo tutto, anche se stessa” e si spiega con la metafora del treno che corre verso la catastrofe, ma nessuno si interessa di quel che succede.Sempre in cerca d’informazioni, l’ingegnere va da un pastore protestante (l’attore è Tony Llewellyn-Jones: difficile da riconoscere, ma dieci anni prima fu protagonista di Picnic ad Hanging Rock); si accorge che sta con gli aborigeni ma si tratta di un coro cristiano, quindi non è utile per rispondere alle sue domande. Essendo cristiani, questi giovani aborigeni molto probabilmente non sapranno nulla delle antiche religioni locali.
Il giro dell’ingegnere in cerca di informazioni sugli aborigeni finisce in un supermarket, dove un gruppo di aborigeni siede in preghiere davanti ad uno scaffale. «Qui c’era un albero, un luogo sacro “dove si sognavano i figli”» gli spiega un dipendente del supermarket. Ed è un fatto vero: nel suo commento al film, Herzog spiega che questo piccolo fatto è andato proprio così. L’albero abbattuto era sacro per quella tribù, era grazie a quell’albero che potevano nascere i loro figli. Non potendo riavere l’albero, tornano quantomeno sul luogo preciso dov’era; e al supermarket si sono adeguati, in quegli scaffali mettono merce che viene acquistata con meno frequenza, detersivi, piccole cose che i clienti possono prendere senza disturbare gli aborigeni raccolti in preghiera.- Ormai sono diventati un’attrazione, - spiega il commesso (che è il regista Bob Ellis, coautore dei dialoghi del film ) – c’è gente viene qui apposta per vederli, e a noi ormai conviene che ci siano.
mercoledì 8 settembre 2010
Dove sognano le formiche verdi ( II )
DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI (Where the Green Ants Dream - Wo die grünen Ameisen träumen, 1984). Regia e sceneggiatura: Werner Herzog. Dialoghi addizionali: Bob EllisFotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Scenografia: Ulrich Bergfelder Riprese: sei settimane a Coober Pedy, Melbourne (Australia) Musica: Gabriel Fauré: Requiem; Ernst Bloch: Voice in the Wilderness; Richard Wagner: Wesendonck-Lieder; Klaus-Jochen Wiese: Temporary Galaxies; Wandjuk Marika: Didjeridu Interpreti: Bruce Spence (Lance Hackett), Wandjuk Marika (Miliritbi Riratjingu),Roy Marika (Dayipu), Ray Barrett (Cole), Norman Kaye (Baldwin Ferguson), Colleen Clifford (Miss Strehlow), Ralph Cotterill (Fletcher), Nicolas Lathouris (Arnold), Basil Clarke (Giudice Blackburn), Ray Marshall (Coulthard), Gary Williams (Watson), Dhungala I. Marika (Malila il muto), Tony Llewellyn-Jones (il pastore protestante), Marraru Wunungmurra (Daisy Barunga), Robert Brissenden (Professor Stanner), Bob Ellis (direttore del supermercato), Paul Cox Durata originale: 100'
Al minuto 29, mentre ascoltiamo ancora il Requiem di Gabriel Fauré, vero motivo conduttore del film, vediamo l’ingegnere discutere col più anziano dei due fratelli aborigeni che fungono da portavoce del gruppo che ha bloccato gli scavi.
L’ingegnere: Vorrei che il mondo mi fosse così chiaro come ciò che ho studiato, come le rocce e gli strati geologici... So che la terra è rotonda e si muove, ma non so che forma ha l’universo e in che direzione si muove (...) Penso che un giorno qualcuno dimostrerà che l’Universo è come il guscio di una lumaca, avvolto in spire su se stesso, che ha una parte interna ma nessun esterno. Le stelle che sembrano allontanarsi sono invece in rotta di collisione con noi...L’aborigeno lo guarda, rimanendo in silenzio. L’ingegnere si entusiasma, parla con passione; l’argomento gli piace.
L’ingegnere: I matematici lavorano molto su queste teorie: lo chiamano “spazio curvo” . Le spiego: un uomo si appende a un albero con una corda, e lì resta appeso. Quante corde servono perché rimanga immobile? Quanti punti di di riferimento servono per fissare nello spazio la sua posizione nelle tre dimensioni? Quante?Silenzio dell’aborigeno, che ascolta ma senza nessuna espressione sul suo volto. L’altro continua, sempre con grande passione.
L’ingegnere: Una sola. Un’altra sola corda, e non oscillerebbe più. Ma, quante corde servirebbero affinché la Terra stia immobile nell’universo? Poiché tutto si muove, come potremmo restare immobili? A cosa potremmo assicurare la corda?
L’aborigeno: Voi uomini bianchi vi siete perduti. Voi non capite la Terra (the Land). Troppe domande stupide. La vostra presenza sulla Terra (the Earth) terminerà. Voi non avete giudizio, finalità, direzione.
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Al minuto 33 vediamo l’ingegnere nella sua stanza, mentre telefona: gli aborigeni hanno rifiutato tutte le proposte. Ma non sta parlando con i suoi capi, sta telefonando a Nancy, che abita in città e che stasera “esce con James”.Anche questo è un problema, e grosso: mi è capitato più volte di parlare con persone che fanno questo lavoro, che costruiscono impianti o scavano miniere in luoghi sperduti, sono quasi sempre racconti di solitudine e di lontananza da casa. A volte sono belle esperienze, a volte no; ma non sempre chi è a casa è disposto ad aspettarti, soprattutto quando si è giovani.
Di seguito, rivediamo Mr. Cole, l’autista della ruspa; e il fumo nerissimo dello scappamento, quando la accende per fare marcia indietro, è molto più di un semplice gas di scarico. Per ora, gli aborigeni l’hanno avuta vinta; e Cole non ne è affatto contento.
Questo personaggio, l’autista della ruspa, un capo operaio, è molto ben reso e non va sottovalutato. Si tratta quasi sempre di gente di valore, quasi sempre con un pessimo carattere; sono loro che portano avanti il mondo, è a persone come Mr. Cole che dobbiamo il nostro benessere. Se non ci fossero i Mr. Cole, con tutti i loro difetti, nessun progetto andrebbe mai in porto; Herzog lo sa, ed evita di farne un ritratto cattivo, scegliendo con grande cura l’attore che lo interpreta. Cole non è una persona fine, non conosce gli aborigeni e nemmeno gli interessano; ma in fin dei conti è un brav’uomo. A lui interessa solo il suo lavoro, e questo è il suo limite ma anche la sua forza. Non si devono chiedere cose complicate sul piano concettuale, astratto e filosofico, alle persone come Mr. Cole; anche con la religione sono messi male, magari sono praticanti ma non è detto che capiscano quello che fanno durante il rito, anzi di solito è vero il contrario. E’ la tradizione, piuttosto, che gli interessa: qualcosa che ha visto fare da piccolo, che facevano anche suo padre e suo nonno, ecco, queste cose qui; ma non chiedetegli di leggere il Vangelo, o qualsiasi altro testo sacro, e di capirlo. Persone come Mr. Cole (sia maschi che femmine) esistono in ogni parte del mondo, e sono davvero quelli che fanno andare avanti il mondo. E’ sul piano pratico che danno il meglio, e sono dei lavoratori instancabili. Per il resto, vanno un po’ educati; e mettere al loro fianco una persona diversa da loro, magari uno come l’ingegnere del film, è un’ottima cosa.
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Nella scena successiva vediamo finalmente la grande città: che è Melbourne, sede della Ayers Co., dove i due portavoce degli aborigeni vengono ricevuti dai grandi capi della compagnia minieraria. Molto belle la gag dell’ascensore e la piccola scena ristorante greco, con il canto aborigeno in risposta al greco (felice per il pranzo e l’ospitalità)..jpg)
Al minuto 39 ascoltiamo una musica dolce e malinconica: è un lied di Richard Wagner, dai Wesendonck Lieder. Questa melodia tornerà nel “Tristano”, all’inizio del terzo atto, con Tristano morente in attesa dell’apparizione di Isolde.Al minuto 41 si vede per la prima volta l’aereo militare verde, un Caribou: ma qui mi fermo e non racconto cosa succede, perché l’aereo da qui in avanti è protagonista e per chi ancora non conosce “Dove sognano le formiche verdi” vedere il film senza sapere cosa succede è un piacere che non va rovinato. In queste sequenze, e in quelle successive del tribunale, gli aborigeni dimostrano di non avere la nostra stessa nozione del tempo, e anche della matematica: un concetto che Herzog aveva già affrontato in “Kaspar Hauser”. Per i bambini, e per le popolazioni che noi chiamiamo primitive, la matematica, lo spazio e il trascorrere del tempo sono cose diverse da quelle che ci insegnano a scuola.
(continua)
martedì 7 settembre 2010
Dove sognano le formiche verdi ( III )
DOVE SOGNANO LE FORMICHE VERDI (Where the Green Ants Dream - Wo die grünen Ameisen träumen, 1984). Regia e sceneggiatura: Werner Herzog. Dialoghi addizionali: Bob EllisFotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Scenografia: Ulrich Bergfelder Riprese: sei settimane a Coober Pedy, Melbourne (Australia) Musica: Gabriel Fauré: Requiem; Ernst Bloch: Voice in the Wilderness; Richard Wagner: Wesendonck-Lieder; Klaus-Jochen Wiese: Temporary Galaxies; Wandjuk Marika: Didjeridu Interpreti: Bruce Spence (Lance Hackett), Wandjuk Marika (Miliritbi Riratjingu),Roy Marika (Dayipu), Ray Barrett (Cole), Norman Kaye (Baldwin Ferguson), Colleen Clifford (Miss Strehlow), Ralph Cotterill (Fletcher), Nicolas Lathouris (Arnold), Basil Clarke (Giudice Blackburn), Ray Marshall (Coulthard), Gary Williams (Watson), Dhungala I. Marika (Malila il muto), Tony Llewellyn-Jones (il pastore protestante), Marraru Wunungmurra (Daisy Barunga), Robert Brissenden (Professor Stanner), Bob Ellis (direttore del supermercato), Paul Cox Durata originale: 100'
Siamo arrivati più o meno a metà film, nella sua zona centrale, ed è qui che Werner Herzog mette in scena l’Entomologo. E’ un personaggio troppo caricaturale: sembra Roland Topor nel Nosferatu. Gli entomologi e i naturalisti in genere sono persone quiete, osservatori attenti; la spiegazione è semplice, gesti come quelli che vediamo compiere da questo attore, grida e scatti nervosi farebbero fuggire gli animali o li renderebbero pericolosi. Se si vuole davvero osservare la Natura bisogna essere silenziosi, non essere invasivi, saper stare fermi, passare inosservati o quasi.
La leggenda delle “formiche verdi” che dà il titolo al film è in parte inventata da Herzog: nel senso che esistono miti simili nelle religioni dei nativi dell’Australia, ma non riguardano le “formiche verdi”. Va inoltre fatto notare (Herzog nel film lo fa) che non si tratta di formiche, ma di termiti. Le termiti sono molto simili alle formiche nell’aspetto esteriore, ma c’è una differenza fondamentale: le termiti non fanno la metamorfosi, cioè non hanno uno stadio larvale, un bruco; nascono già come piccole termiti, e poi crescono cambiando pelle. Le formiche (che sono invece imenotteri, come le api e le vespe) invece hanno lo stadio larvale; è la grande differenza nascosta nel mondo degli insetti, che è diviso più o meno a metà. Molti insetti, che a un primo sguardo sembrano simili, in realtà nascondono questa differenza che li rende molto diversi: è il caso degli scarabei (che sono coleotteri: larva e metamorfosi) e degli scarafaggi e delle cimici (quasi uguali ai coleotteri, ma che nascono già simili all’adulto, senza metamorfosi); delle farfalle (bruco e metamorfosi) e delle cavallette e delle mantidi (che nascono già molto simili all’adulto).
Le termiti, come apprendiamo nel film, sciàmano come le formiche, hanno il volo nuziale; segnalano le tempeste e seguono i campi magnetici. Qui siamo in una zona dell’Australia in cui i campi magnetici sono molto particolari, non sono riuscito bene a capire dove, perché Herzog nel suo commento ne parla solo di sfuggita; ma comunque ci racconta che la scena con l’entomologo è stata ridimensionata rispetto al progetto originale, perché Herzog non riuscì a far “lavorare” le termiti come aveva fatto con i ratti di Nosferatu (ne voleva migliaia, ma le termiti non collaboravano e ci rese presto conto che non era il caso di perderci tempo).
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Al minuto 53 l’aereo arriva; l’aborigeno pilota canta una canzone che fa “my baby does the hanky-panky” e che non sono riuscito a rintracciare per darle un titolo. A 1h 00 siamo in tribunale, c’è la gag dell’orologio Casio, gli aborigeni sono già affascinati e contaminati dai nostri gadget. Nel tribunale è bellissima la figura del giudice, imparziale e serissimo: sembra un giudice vero, ma è un attore australiano con molti film alle spalle. A 1h07 depone Mr. Arnold: “Progresso? sì, ma verso il nulla”; a 1h09 c’è il discorso del muto, mr. Malilà: non è muto, ma non ha più nessuno con cui parlare nella sua lingua. A 1h11 vengono mostrati in tribunale gli oggetti sacri, sepolti in quella zona, che dovrebbero dare la prova che quella zona è abitata da sempre dagli aborigeni; il giudice fa mandare via tutti, questi oggetti sacri non possono essere mostrati al di fuori del loro contesto. A 1h13 vediamo la lettura della sentenza.
La musica di Ernst Bloch (compositore svizzero, 1880-1959), “Voice in the wilderness”, segna il ritorno nella terra degli aborigeni. La terra dei sogni è ad Est, dove volano le formiche verdi nel loro volo nuziale: è lì che guardano i due fratelli che fanno da portavoce agli aborigeni. L’ingegnere si siede accanto a loro.A 1h15 ritroviamo la signora anziana che avevamo visto all’inizio; aspetta ancora il cagnolino perso nella miniera, tutti gli operai sono molto gentili con lei ma il cagnolino proprio non si trova. Alla donna l’ingegnere racconta un suo sogno dove tutti fuggono portando con sè pacchi con le cose preziose; lui è un bambino e lo rimproverano perché non ha il cestino con la colazione
Anche gli aborigeni attendono. A 1h23 torna il Requiem di Fauré; mi sembra di aver riconosciuto la voce di Victoria de los Angeles, grande soprano degli anni ’50 e ’60, ma potrei sbagliarmi.
Di seguito, un canto aborigeno che racconta dove è finito l’aereo, preludio al finale del film, ancora con la musica di Bloch e le immagini del tornado (trombe d’aria), come all’inizio. Si direbbe, in queste sequenze, che si tratti di anticipo di “Apocalisse nel deserto”, girato da Herzog dieci anni dopo.
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Nel suo commento, Herzog è molto polemico con il movimento politico dei verdi (che in Germania è ancora molto forte) e con Greenpeace; prende anche le distanze dalla new age e dai culti “pagano-celtici” oggi di moda: Herzog è lontanissimo da queste cose, si rifà piuttosto al rapporto con la natura che gli agricoltori e i montanari hanno sempre avuto per millenni, e che oggi è andato perduto, non solo in Europa. E’ la cultura di chi conosce il ciclo delle stagioni, la vita e la morte; fino a pochi decenni fa non ci sarebbe stato bisogno di spiegare queste cose. Per esempio, oggi i cani sono solo animali da compagnia; ma non è così, il cane è nato per vivere all’aperto, in spazi ampi, fra prati e boschi. Dall’altro lato, gli eredi degli antichi cacciatori e pescatori: che vivono in un mondo illusorio, armati con fucili micidiali e con canne da pesca di altissima tecnologia, che non vedono (non vogliono vedere e non capiscono) che il mondo è cambiato. Entrambe queste posizioni sono sbagliate, Werner Herzog prova a raccontarci, con tutti i suoi film, che il rapporto giusto con il mondo in cui viviamo è un altro, e che va recuperato.Devo dire che, avendo frequentato i “vecchi”, contadini, allevatori, pescatori e cacciatori, sono molto d’accordo con quello che dice Herzog. Posso aggiungere, di mio, che già trent’anni fa i vecchi cacciatori e pescatori (quelli nati a inizio Novecento) mi dicevano: “non si può più andare a caccia, oggi; e fiumi e laghi sono sempre meno popolati di pesci”. Trent’anni fa...
L’unica cosa su cui non sono d’accordo con Herzog è nel suo entusiasmo per il radiocronista argentino che grida “goool” (con trentaquattro o). Herzog racconta che questo nastro e questa radio a cassette, che si vedono bene al minuto 33 e nel finale, sono proprio sue, quelle che usò in Amazzonia durante la lavorazione di “Fitzcarraldo”. Per essere precisi, il gol raccontato si riferisce ai mondiali in Argentina del 1978, si ascoltano chiaramente i nomi dei calciatori Luque, Kempes e Passarella; ma io ho letto “La conquista dell’inutile” (di Werner Herzog, diario della lavorazione di Fitzcarraldo, ed. Mondadori) e posso dirvi cosa ascoltava Herzog in Amazzonia, in condizioni impossibile, con questo apparecchio: ascoltava Schütz e Vivaldi.
Herzog è molto appassionato di matematica, e quando può ne lascia sempre qualche segno nei suoi film. Qui l’argomento trattato (copio e incollo dal commento di Herzog al film, riassumendo molto) è la geometria non euclidea, la topologia, la cosmologia, la bottiglia di Klein: una bottiglia, avendo tre dimensioni, ha sempre un interno e un esterno, ma il matematico Klein ha dimostrato che esiste una figura che ha solo un interno e nessun esterno. Herzog aveva già messo cose simili in “Kaspar Hauser”, dieci anni prima; sono tra le sequenze pù buffe del film.
Nasce in questo periodo l’amicizia tra Werner Herzog e Bruce Chatwin, che era in Australia per scrivere “Le vie dei canti”, il testo fondamentale per cominciare a capire qualcosa della civiltà dei nativi d’Australia. I due si incontrano durante la lavorazione del libro e del film, e parlano a lungo. Il film successivo di Herzog, “Cobra Verde” viene proprio da un romanzo di Chatwin, “Il vicerè di Ouidah”.
Sempre nel commento che si trova sul dvd, Herzog dice molte cose interessanti e toglie molte delle curiosità che sorgono vedendo il film: per esempio, gli aborigeni che vediamo nel film sono della nazione Yirrkala, e vivono molto lontani dal luogo delle riprese, che è Coober Pedy, nel centro dell’Australia. Gli aborigeni del posto erano purtroppo quasi tutti abbrutiti dall’alcool oppure “civilizzati”, quindi non adatti al film.
Il Muto che vediamo al processo viene da un gruppo molto ristretto, ma non era l’ultimo dei suoi; però la storia è vera, riguarda un’altra persona che Herzog ha conosciuto veramente. La storia di questa persona è molto commovente, ma lascio il racconto a Herzog che sa farlo molto meglio di me.
Dopo il 1984, in Australia ci furono molte sentenze a favore degli aborigeni, perché il Parlamento approvò leggi che li tutelavano, riconoscendo i loro diritti; con quelle leggi, il magistrato che vediamo nel film avrebbe potuto dare ragione agli aborigeni, ma nel 1984 ancora non c’erano e la sentenza (come è ben spiegato nel film) non poteva essere che questa.
Nel film si dice che la compagnia mineraria sta cercando l’uranio; in realtà, gli scavi che vediamo sono stati fatti per l’opale. Sono scavi che vanno a 10 o 15 metri di profondità, e le “montagnette da trivellazione” si estendono per 50 chilometri (cinquanta).
Le mine che vediamo scoppiare, “sparare nella terra” come dicono gli aborigeni, servono per sondare il terreno e vedere dove scavare; l’ultimo suono del film sarà proprio quello di queste esplosioni.
Si può ancora aggiungere che la pista c’era già, costruirla dal vero sarebbe stato spettacolare ma costava troppo.
Gli attori: a parte gli aborigeni, quasi tutti non professionisti, gli altri sono tutti attori australiani con un curriculum notevolissimo, ma poco conosciuti da noi, almeno di nome. Per esempio, il protagonista Bruce Spence (che io trovo somigliantissimo al calciatore Edwin Van der Sar) ha recitato in moltissimi film anche famosi, come “Il signore degli anelli”. Paul Cox, il fotografo che appare brevemente nella scena dell’arrivo dell’aereo, è un regista amico di Herzog; Michael Edols, documentarista, appare brevemente come avvocato; Gary Williams, il pilota aborigeno, era un attivista del movimento dei nativi australiani; molti altri attivisti sono presenti come comparse nel tribunale.Gli altri aborigeni sono tutti attori non professionisti; i due portavoce (non si direbbe) sono fratelli e si chiamano Wandjuk Marika (Miliritbi) e Roy Marika (Dayipu).
In conclusione, quelli di “Dove sognano le formiche verdi” sembrano tempi lontanissimi, libri e storie di vita come quelle di Chatwin, o di Fosco Maraini, o di Tiziano Terzani, oggi sono impossibili. Il mondo intero è stato contagiato dal consumismo e dalla speculazione edilizia, i giovani europei sono razzisti e xenofobi, c’è in giro una gran paura dell’altro, e anche i giovani africani, indiani, cinesi, sono ormai “ottimizzati” alla società dei consumi.
“Dove sognano le formiche verdi” è un bel film, chiaro e luminoso; ma vederlo oggi, quasi trent’anni dopo, fa molta malinconia. Il mondo è andato da un’altra parte, perché a comandare sono sempre quelli che hanno i soldi e la potenza; e non importa da che parte sta la ragione e da che parte sta il torto.
giovedì 18 marzo 2010
Picnic at Hanging Rock ( II )
Picnic at Hanging Rock (1975) Regia di Peter Weir. Tratto dal racconto omonimo di Joan Lindsay . Sceneggiatura di Cliff Green. Fotografia: Russel Boyd. Musica: Gheorghe Zamfir (flauto di Pan), Mozart (Piccola serenata notturna), Beethoven (Concerto n.5 per pianoforte e orchestra).Musiche originali di Bruce Smeaton. Interpreti: Anne-Louise Lambert (Miranda), Karen Robson (Irma), Jane Vallis (Marion), Christine Schuler (Edith), Margaret Nelson (Sarah), John Jarrett (Albert, il ragazzo australiano), Anthony Llewellyn-Jones (Mike, il ragazzo inglese); Wyn Roberts (il policeman Bumpher), Helen Morse (l’insegnante di francese), Vivian Gray (l’insegnante di Scienze), Rachel Roberts (la direttrice del collegio), Jackie Weaver (la fidanzata del giardiniere). Durata: 115 minuti«Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per conto proprio. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nell'anno 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza.»(inizio di “Picnic a Hanging Rock” di Joan Lindsay. ed.Sellerio 1993. Traduzione Maria Vittoria Malvano)Hanging Rock è un luogo vero, non inventato. Il paesaggio che vediamo nel film di Peter Weir è davvero quello di Hanging Rock, e i suoi dintorni; e non va confuso con Uluru, “Ayers Rock”, il monolite simobolo dell’Australia, che è molto distante, nel Nord. Il nome “Hanging Rock”, alla lettera, si può tradurre con “Roccia Pendente”; ma “hanging” in inglese evoca anche qualcosa di inquietante, per esempio il pendere da una forca. Ecco cosa ne dice wikipedia: « Hanging Rock (formalmente nota come Monte Diogene), nello stato del Victoria Centrale, in Australia, è una formazione geologica distinta, a 718 m s.l.m. (105 m al di sopra del livello della pianura) sita nella pianura tra le due cittadine di Newham e Hesket, approssimativamente a 70 km a nord-ovest di Melbourne e a pochi chilometri a nord di Monte Macedon, un ex vulcano.
Hanging Rock si trova all'interno del territorio della nazione Wurundjeri. Sarebbe stata evitata molto spesso perché si riteneva che fosse abitata da spiriti. Hanging Rock , in termini geologici, è un “mammellone”, creatosi 6.25 milioni di anni fa da un magma rigido fuoriuscente da un camino e solidificatosi sul posto. Considerato spesso come un "tappo" vulcanico, in realtà non lo è. In prossimità di esso esistono altri due “mammelloni”, formatisi nello stesso periodo: il Camels Hump ("Gobba di Cammello"), a sud, sul Monte Macedon, e il Crozier's Rocks, ad est. Questi tre mammelloni sono costituiti da solvsbergite, una forma di trachite reperibile soltanto in altri due o tre luoghi al mondo. Mentre il magma di Hanging Rock si raffreddava e si contraeva, si spaccò in colonne grezze. Queste, nel tempo, vennero erosi nei molti pinnacoli oggi visibili. Hanging Rock contiene numerose formazioni rocciose distinte, compresa la stessa 'Hanging Rock' (un masso sospeso tra altri massi, sotto cui ci trova il principale sentiero di ingresso), soprannominati la Colonnade, l'Eagle e l'UFO. La vetta più alta di Hanging Rock si trova a 718 metri sul livello del mare e a 105 metri sul livello della pianura.
Hanging Rock si trova nel territorio della nazione Wurundjeri. Esso sarebbe stato spesso evitato poiché si riteneva abitato da spiriti. Il nome ufficiale della roccia, Monte Diogene, le venne conferito dal suo custode Robert Hoddle nel 1844, proseguendo la tradizione dei numerosi nomi greci antichi conferiti dal Maggiore Thomas Mitchell durante la sua spedizione attraverso il Victoria nel 1836, che passò in vicinanza di Hanging Rock. Altri nomi comprendono il Monte Macedon, il Monte Alessandro e il Fiume Campaspe. Hanging Rock costituisce il centro della Riserva Ricreativa di Hanging Rock, una riserva pubblica gestita dal governo locale. La riserva comprende anche una foresta, una pista equestre, aree da picnic, ruscelli, un centro interpreti e un bar. La riserva costituisce l'habitat di flora e fauna endemiche, comprendenti koala, wallaby, opossum, aquile e kookaburra. Cavalli da corsa sono stati allevati ad Hanging Rock per più d'un secolo. La corsa annuale più importante si disputa a Capodanno e all'Australia Day. La riserva è aperta al pubblico durante il giorno, sette giorni la settimana. Il biglietto si paga a veicolo. È possibile campeggiare previ accordi.»
Nel libro di Joan Lindsay, all’inizio dell’avventura, guidando le altre ragazze, Miranda dice queste parole: «Ho l’impressione che ci debba essere un sentiero da qualche parte, quassù. Mi ricordo che mio padre mi fece vedere un quadro con della gente vestita all’antica in un picnic alla Roccia. Mi piacerebbe sapere dove era stato dipinto.» (“Picnic a Hanging Rock” di Joan Lindsay. ed.Sellerio 1993. Traduzione Maria Vittoria Malvano, pagina del 34 libro).
Una nota a piè di pagina dà i dettagli di questo quadro, ed è bello conoscerli: è un dipinto del 1875, si chiama proprio “Picnic at Hanging Rock” ed è opera di William Ford; è conservato alla National Gallery di Melbourne. Il dipinto è facilmente reperibile su internet, insieme a molti altri quadri di paesaggisti australiani di quel periodo; lo riporto qui e insieme metto alcune immagini del film, dove il sito di Hanging Rock è ampiamente visibile in molte sequenze, da molte angolazioni diverse.
mercoledì 10 febbraio 2010
The shout (L'australiano)
The shout (L’australiano, 1978). Tratto da un racconto di Robert Graves. Regia di Jerzy Skolimowski. Sceneggiatura di Jerzy Skolimowski e Michael Austin. Direttore della fotografia: Mike Molloy. Girato in esterni nel North Devon, e in studio a Pinewood, England. Musiche originali di Tony Banks e Michael Rutherford. Con Alan Bates, John Hurt, Susannah York, Carol Drinkwater, e altri. Durata: 86 minuti - Lei non ha abbastanza immaginazione da credere in qualcosa che sia al di fuori della sua normale esperienza. (Crossley al musicista, da “The shout”)
Raccontare per intero la storia di “The shout” sarebbe un vero dispetto per chi ancora non conosce né il film né il racconto da cui è stato tratto, ed al quale è molto fedele. Proverò a rimediare più avanti, magari si può mettere anche il racconto per intero, perché non è lunghissimo; vedremo.
Per intanto segnalo che questa battuta nel racconto di Robert Graves (che è scritto magnificamente) non c’è, ed è tratta dalla sceneggiatura del film. Si parla di ciò che sta oltre i nostri sensi, del soprannaturale; e la si ricollega facilmente al più famoso “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy” : Amleto, atto primo, William Shakespeare.
“L’urlo” o “Il grido” è il titolo originale sia del film che del racconto da cui è tratto; in Italia il film ha preso il titolo “L’australiano” (un ottimo titolo, come ben sa chi ha visto il film), forse per evitare confusioni con altri film, come “Il grido” di Antonioni.Robert Graves (1895-1985) è uno scrittore inglese, autore di autentici bestsellers, oggi un po’ troppo dimenticato. Oltre alla narrativa, si è dedicato all’antropologia, alla storia delle religioni (scrivendo libri notevoli sui miti antichi e moderni), e alla storia antica, soprattutto a quella romana: il suo romanzo più venduto, a suo tempo famosissimo, è infatti “Io, Claudio”, dedicato all’imperatore romano. Ma “The shout” racconta tutt’altra storia, è ambientato nella campagna inglese e parla dell’intrusione, dell’Altro, un Altro misterioso e inquietante che sconvolge la vita di una coppia tranquilla, marito e moglie ancora giovani e che si trovano molto bene tra di loro, forse addirittura si amano ancora.
Nel film, lui è un musicista e forse un fisico; oltre a suonare l’organo in chiesa, raccoglie suoni e ne studia l’altezza e le frequenze. Ha uno studio attrezzatissimo sul quale il regista indugia molto, ed è ovviamente un particolare che in Graves non c’è. Sono sequenze che mi piace ancora molto vedere, anche se oggi le attrezzature di registrazione possono sembrare obsolete (all’epoca non lo erano), sono riprese in un modo che cattura lo sguardo, e che suggeriscono, anch’esse, un altro mondo: ben impersonato dal cagnone che fa compagnia al padrone di casa. Il cane, come si sa, ha un udito diverso dal nostro: capta suoni che per noi sono irraggiungibili, e la sua vista copre uno spettro diverso dal nostro: vede colori che noi non vediamo ed è cieco per colori che noi vediamo. Inoltre, per i cani il primo dei cinque sensi è l’olfatto, e non la vista. Per molti versi, si può dunque dire che un cane vive in un mondo diverso dal nostro, quasi un mondo parallelo che però si interseca con il nostro. Va detto che l’organista ha qualcosa da nascondere: una relazione con una ragazza giovane e bella, molto vitale. Tutti quanti, marito, moglie, ragazza, prete e fedeli, vivono in una piccola e gradevolissima cittadina nella campagna inglese, quanto di più quieto e tranquillo si possa immaginare, un mondo ancora a misura d’uomo..jpg)
In questo mondo quieto fa la sua irruzione un uomo misterioso, che si chiama Crossley. Non lo vediamo dall’inizio, arriva pian piano, quasi invisibile. Ne percepiamo prima l’esistenza, in modo quasi subliminale; poi, appare come se entrasse nella pellicola da un lato, da un margine; una volta entrato ed impostosi fisicamente, quasi come il Tartufo di Molière, riuscirà a introdursi nella casa e senza parere ad avere un’enorme influenza sulla moglie del musicista. Crossley fa racconti strani e inquietanti, dice di aver soggiornato a lungo in Australia, di aver convissuto con gli aborigeni, di aver sposato una delle loro donne, e di avere imparato le loro arti magiche. In particolare, racconta ancora l’uomo, egli è in grado di emettere un grido misterioso, che può uccidere tutto quanto vive nei dintorni, fin dove il grido può giungere..jpg)
Il film inizia in modo diverso dal libro, ed è un modo che mi piace moltissimo. Un modo che più inglese non potrebbe essere: una partita di cricket. Anche nel racconto di Graves si inizia con la partita di cricket, ma tutto è appena accennato; nel film la partita a cricket c’è e si vede, e bisogna ammettere che il cricket è uno sport molto fotogenico. Prima di incontrare questo film, non avevo mai visto una partita di cricket. E’ l’antenato del baseball, che ancora oggi ha molti appassionati in Gran Bretagna e nei Paesi del Commonwealth; rispetto al baseball ha un modo di competere meno brutale, a mio parere, che lo rende affascinate. Ciò non vuol dire che non sia uno sport duro, e basta vedere questa partita fra amatori per capire quanto vi conti l’agonismo.La partita di cricket è ambientata in una clinica per malattie mentali, in campagna, con un paesaggio incantevole. E’ una bella clinica, con un direttore illuminato ed elegante; la partita si svolge tra pazienti e personale dell’albergo, mischiati fra loro.
A far visita al Direttore giunge un giovane, probabilmente uno studente, che viene accolto molto amichevolmente dal Dottore.Il dottore: Credo che passerai un pomeriggio interessante. Avrai una compagnia straordinaria: quello che segna i punti con te. E’ l’uomo più intelligente che abbiamo. (...) Si chiama Charles Crossley, è incredibilmente colto, dice di aver girato tutto il mondo ed è anche un genio della meccanica (...)
Il giovane: Ma perché è qui?
Il dottore (scuote la testa): Non è del tutto normale.
Il giovane: Ah... (sorridendo) E che cos’è, “normale”?
Il dottore (contento di poter dare una spiegazione che gli piace molto): Lo vedi quell’albero laggiù? Quello è normale. Ora guarda quello: quello è... è matto. (...)
Più avanti, il dottore dirà allo studente che Crossley è convinto è che la sua anima sia sminuzzata, rotta in quattro pezzi. Ma del resto Crossley lo vediamo subito, ed è lui che inizia a raccontarci la storia: la storia di un uomo che aveva una moglie che amava e dalla quale era riamato...
Come dicevo all’inizio, questo è un film di quelli da non raccontare, perché si farebbe un dispetto a chi non l’ha ancora visto. Va anche detto che è un film ben difficile da vedere, perché è sparito dalla programmazione da decenni, e ogni tanto mi meraviglio anch’io di averlo visto e perfino registrato su una videocassetta: è da qui che ho preso le immagini, delle quali mi scuso per la scarsa qualità.
E’ un racconto che basa molto del suo fascino sull’atmosfera, oltre che sul mistero e sul soprannaturale. Vi si parla, tra le altre cose, della cultura degli aborigeni d’Australia: il film viene girato pochi anni dopo “L’ultima onda” di Peter Weir, e ne riprende alcuni temi e alcune suggestioni. Va detto che nel film di Weir la cultura aborigena è trattata con maggior rispetto, e che qui viene usata come potente suggestione; ma il tema dell’anima che può entrare negli oggetti, e degli oggetti che possono governare la volontà delle persone, è un tema centrale in entrambi i film. All’inizio degli anni ’70 il mondo degli aborigeni australiani era ancora inesplorato, del tutto inedito e anomalo per uno spettatore europeo. Il primo film a portare sullo schermo da protagonista un aborigeno australiano fu “Walkabout” di Nicholas Roeg, al quale seguì “L’ultima onda” di Peter Weir, entrambi interpretati da David Gulpilil. Va dato però merito a Robert Graves, lo scrittore inglese, di aver affrontato con correttezza il tema in anni molto lontani, quando l’antropologia era ancora un argomento per pochi studiosi. Inoltre, nel racconto originale, Graves collega l’urlo misterioso alla nostra classicità, ai gridi di guerra, all’urlo che emetteva Enea in battaglia, al mitico grido di Pan del quale oggi serbiamo ancora il ricordo in una nostra parola, “panico”..jpg)
Non so quasi niente del regista polacco Jerzy Skolimowski, a suo tempo avevo cercato di vedere altri suoi film e c’ero anche riuscito, rimanendo ogni volta deluso. Sono film che non hanno molto a che fare con “The shout”, al punto che mi è venuto da pensare che questo sia un film di Alan Bates o di Susannah York più che del regista dichiarato in locandina; ma di più non saprei dire.Bravissimi tutti gli attori, come da antica tradizione inglese: Alan Bates (spettacolare e inquietante) è Crossley, il musicista e sua moglie sono due attori molto amati dal pubblico di quegli anni, John Hurt e Susannah York; una menzione per Carol Drinkwater, che interpreta la giovane amante del musicista, un’attrice che mi piaceva molto e che mi è molto dispiaciuto aver perso di vista negli anni successivi.
Una curiosità per gli appassionati del rock britannico: la musica del film è firmata da due dei fondatori dei “Genesis”, Michael Rutherford e Tony Banks.
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