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venerdì 24 luglio 2020

Scemo di guerra / Le rose del deserto


- Le rose del deserto (2006) Regia di Mario Monicelli. Tratto da "Il deserto della Libia" di Mario Tobino e "La guerra d'Albania" di Giancarlo Fusco. Sceneggiatura di Mario Monicelli, Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni. Fotografia di Saverio Guarna. Musiche di Mino Freda e Paolo Dossena. Interpreti: Alessandro Haber, Michele Placido, Giorgio Pasotti, Moran Atias, Stefano Scandaletti, Enzo Marcelli, Tatti Sanguineti, Fulvio Falzarano, e molti altri. Durata: 1h42'

- Scemo di guerra (1985) Regia di Dino Risi. Tratto da "Il deserto della Libia" di Mario Tobino. Sceneggiatura di Dino Risi, Age e Scarpelli. Fotografia di Giorgio Di Battista. Musiche di G. e M. De Angelis. Interpreti: Coluche, Beppe Grillo, Bernard Blier, Fabio Testi, Franco Diogene, Claudio Bisio, Nicola Morelli, Guido Nicheli, Geoffrey Copleston, Tiziana Altieri, Alessandra Vazzoler, e molti altri. Durata: 1h48'

"Le rose del deserto" è l'ultimo film di Mario Monicelli, ed è uno dei suoi più belli e più riusciti. Un film corale, con molti personaggi, sulla guerra di Libia. L'anno è il 1942, e il soggetto è tratto da un libro di Mario Tobino. Tobino è stato uno scrittore importante: medico psichiatra, nato nel 1910 (ci ha lasciati nel 1991), nel 1942 in piena guerra fu richiamato in servizio come medico militare, esperienza descritta nel libro "Il deserto della Libia", pubblicato nel 1952 da Einaudi. Tornato in Italia, dopo l'8 settembre 1943 Mario Tobino partecipò attivamente alla Resistenza (se ne parla in "Il clandestino"). Negli anni di pace, diventa primario del manicomio di Lucca; subito dopo "Il deserto della Libia" pubblicherà "Le libere donne di Magliano" (1953), forse il suo libro più famoso. Tobino è davvero un grande scrittore, e mi spiace molto constatare che sia stato quasi dimenticato; i personaggi dei suoi libri sono di quelli che ti rimangono dentro, e sapere che dietro ci sono esperienze vissute e vita vera molto spesso commuove, anche per la partecipazione personale del dottor Tobino, che è più che tangibile. Allo stesso modo, rimangono dentro di noi i personaggi di "Le rose del deserto" di Monicelli, che oltre al libro di Tobino ha preso altri momenti e personaggi da un libro di Giancarlo Fusco sulla guerra d'Albania, trasferendoli nel deserto libico. Fusco è stato un personaggio molto particolare, giornalista e anche attore, grande passione per il pugilato, un autore sempre ripubblicato ma purtroppo quasi sempre senza la risonanza che meriterebbe.


Il film di Monicelli è molto bello ed ha almeno due personaggi da antologia: il frate di Michele Placido e l'ufficiale di Alessandro Haber (con il tormentone di "con il bene che ti voglio"), poi l'ufficiale medico di Pasotti, e molto altro. Bravo anche Tatti Sanguineti, il generale che non capisce cosa succede ma dà ordini secchi e perentori. La ragazza araba è Moran Atias, l'elenco degli interpreti è molto lungo e spiace molto di non poterli citare tutti. Una delle cose che più mi colpiscono, scorrendo l'elenco dei film di Monicelli, è che quasi sempre i suoi film più belli e significativi sono tra i meno citati da critici e recensori. Anche "Le rose del deserto" è citato pochissimo, eppure è divertente e ricorda molto il "Brancaleone" per la felicità dei suoi personaggi: anche in mezzo a una guerra e alle atrocità ci possono essere situazioni divertenti, e riuscire a rendere questi aspetti in apparenza contrastanti è cosa che riesce solo ai grandi maestri, come era Monicelli. Certo, è più facile ridere con "Amici miei", che non ha rimandi politici (i fascisti hanno perso tutte le guerre, e in modo rovinoso: ma purtroppo pochi lo dicono ad alta voce) e che ha un umorismo più grossolano; era dello stesso parere lo stesso Monicelli, e chi non ci crede può ascoltare cosa pensava del successo di "Amici miei" dalla sua stessa voce, nel documentario "Monicelli - La versione di Mario".




"Scemo di guerra" di Dino Risi è del 1985, ed è tratto dallo stesso libro di Mario Tobino, "Il deserto della Libia". Uscito quasi vent'anni prima del film di Monicelli ("Le rose del deserto"), è ricordato più che altro per la presenza di Beppe Grillo come protagonista, accanto al comico francese Coluche, molto popolare in patria ma da noi praticamente sconosciuto. Il film di Risi ha il merito di aver parlato della guerra di Libia, evento poco ricordato al cinema se si eccettuano i film di regime (anche quelli girati dopo il 1945, intendo), ma è molto meno riuscito rispetto a quello di Monicelli. E' una questione soprattutto di attori: lo stesso soggetto ma con attori meno bravi. Con tutto il rispetto, Alessandro Haber è molto ma molto meglio di Coluche, non c'è paragone; e Giorgio Pasotti è molto meglio di Beppe Grillo. Haber e Pasotti, così come Michele Placido, sono attori veri, di solida formazione, e non attori improvvisati scelti dalla produzione per richiamare pubblico.
Questi due film sono comunque da vedere, da conoscere, perché aggiungono molto alla nostra Storia, soprattutto a quella che a scuola non si studia mai. Tolta la retorica e la propaganda, rimane la verità della guerra; ed è questo che è importante conoscere.


Una spiegazione per i due titoli: le rose del deserto sono formazioni di pietra, caratteristiche del deserto, e sembrano davvero dei fiori; "scemo di guerra" non è qualcosa che faccia ridere, purtroppo sono stati in tanti a tornare dalla guerra per sempre distrutti, non solo nel fisico. Speriamo di non rivedere più guerre, negli ultimi 75 anni in questa parte d'Europa abbiamo avuto politici che hanno saputo evitare i conflitti, auguro alle nuove generazioni di non rovinare tutto con scelte sbagliate. Settantacinque anni sono un periodo di pace mai visto, un'enormità se si guarda a cosa è successo nei secoli precedenti: la seconda parte del Novecento, vista da questa parte d'Europa, dovrà essere ricordata come un'epoca d'oro, di pace e prosperità. Quanto al futuro, non sono per niente ottimista ma c'è comunque spazio per la speranza.




martedì 14 gennaio 2020

In nome del popolo italiano


 
In nome del popolo italiano (1971) Regia di Dino Risi. Scritto da Age e Scarpelli. Fotografia di Sandro D'Eva. Musiche di Carlo Rustichelli. Interpreti: Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Ely Galleani, Yvonne Furneaux, Simonetta Stefanelli, Enrico Ragusa, Michele Cimarosa, Franco Angrisano, Checco Durante, Maria Teresa Albani, Franca Ridolfi, e molti altri. Durata: 1h40'

"In nome del popolo italiano" di Dino Risi è un altro film importante, forse non perfettamente risolto ma certamente da conoscere. Non è una commedia, anche se ne presenta molti tratti e ha molte battute divertenti. Il personaggio di Tognazzi (un magistrato) è decisamente serio, perfino tragico; quello di Gassman (un industriale senza scrupoli) è più una maschera, uno stereotipo. Quello che fa più impressione, visto da oggi, è che il Santenocito di Gassman assomiglia moltissimo a Berlusconi e ad altri personaggi di questo inizio del nuovo millennio, e anche il finale fa davvero pensare. Ho trovato qualche somiglianza nel soggetto con "Sbatti il mostro in prima pagina" di Marco Bellocchio (la ragazza uccisa, l'indagine), uscito un anno dopo, nel 1972; ma in realtà i due film sono molto diversi.
 
Molti fatti citati in questo film di quasi cinquant'anni fa sembrano presi dalla cronaca odierna: le buche nelle strade a Roma, la demolizione di un palazzo abusivo all'inizio, il caso Ruby e il bunga bunga (nel film, Gassman / Santenocito usava le ragazze per concludere affari), la speculazione edilizia tipo Milano 2 e le case sulla spiaggia quasi dentro il mare ("con la corruzione si lavora meglio" spiega il costruttore ai potenziali clienti), l'inquinamento (erano i primi anni in cui se ne parlava), i pesci morti e il gabbiano che agonizza dopo averne ingoiato uno, la Cassa del Mezzogiorno e Gassman/Santenocito che riesce a farne spostare i confini, l'immondizia ai bordi delle strade...

 
I dialoghi ricordano "Straziami ma di baci saziami" (sempre Dino Risi, tre anni prima nel 1968) per il modo di parlare artificioso di molti personaggi, soprattutto all'inizio: parlano come i referti dei carabinieri i genitori della ragazza uccisa e l'altra testimone, lo stesso Gassman si presenta così e viene invitato dal magistrato ad esprimersi in modo più chiaro. Nel film sono caricaturali anche i personaggi che dovrebbero essere drammatici, compresi i genitori della vittima; solo Tognazzi nel film è serio, serissimo, perfino drammatico a tratti, mentre tutto intorno a lui è caricatura. La realtà è così becera che si fa fatica a crederla reale, forse questo è il messaggio di "In nome del popolo italiano", ed è purtroppo vero anche oggi ma troppa caricatura (sia pure divertente) è forse il limite del film, che poteva essere più deciso nella denuncia. Dino Risi non è Elio Petri, ma qualcosa in più si poteva comunque fare.

 
Una parte interessante è affidata al dottore che fa le autopsie, ruolo che oggi viene sempre affidato a una donna giovane ed attraente, ma che allora spettava ad attori maschi e un po' squinternati, come questo che parla con Tognazzi e del quale non sono riuscito a trovare il nome. Il medico delle autopsie è una parte breve ma ha alcuni dei dialoghi migliori del film, come per esempio questo:
- ...io dei cittadini me ne infischio, perché ogni cittadino aspira a diventare industriale e avvelenatore del prossimo, ma voi altri magistrati non avete ancora capito che questo popolo italiano per il quale sentenziate non merita un cacchio? Continuate, continuate a difenderlo...(minuto 17 dall'inizio del film)
Più avanti, il magistrato interpretato da Tognazzi se la prenderà apertamente con le leggi che proteggono i corrotti: forse non era così nel 1971, ma queste leggi le farà apertamente il governo Berlusconi-Lega, con i condoni edilizi e fiscali a ripetizione e con la riduzione dei tempi di prescrizione nei processi. Lo stesso Berlusconi trarrà beneficio da queste sue leggi, evitando di essere giudicato in molti processi, ma nemmeno la fantasia più sfrenata poteva prevedere questi sviluppi nel 1971. Per quanto mi riguarda, sposo in toto la conclusione del dottore qui sopra: gli italiani, quando vengono a sapere che un politico è corrotto, lo votano ancora più di prima o votano per quello che gli sta a fianco. E' successo tante volte: la prima nel 1994, dopo "Mani pulite", poi con le condanne definitive a Formigoni, Berlusconi, Previti, Dell'Utri... (la lista intera sarebbe lunghissima). Magistrati, Carabinieri e Guardia di Finanza individuano i corruttori e i colpevoli, e gli elettori mandano al governo quelli che erano di fianco a loro mentre corrompevano e rubavano, o magari facevano patti con mafia e 'ndrangheta. Cosa merita un popolo così? Nulla, per l'appunto; e i magistrati che continuano a crederci vanno considerati degli eroi.

 
Il calcio, un incontro Italia-Inghilterra, è nel film l'emblema della più becera italianità; nel finale vediamo i tifosi che fanno una festa sguaiata, e alcuni di loro incendiano l'auto di una donna inglese, colpevole solo di avere la targa della squadra di calcio rivale della Nazionale in quella partita. All'epoca, fine anni '60 e inizio anni '70, scene come queste capitavano raramente; nei decenni successivi queste cose sarebbero diventate normalità o quasi (provate a chiedere a polizia e carabinieri...) non solo a Roma ma anche in città più piccole come Bergamo o Brescia. Il magistrato di Tognazzi comincia a vedere Gassman-Santenocito ovunque: è lui la vera italianità sguaiata, in quella folla ci sono tanti Santenocito ed è il lato peggiore dell'italianità. Che Santenocito se ne stia in galera dunque; se l'è meritata tante volte, è comunque giusto che paghi. Nell'ultima sequenza Tognazzi brucia il quaderno, e poi si allontana.
 

Gli attori: oltre a Ugo Tognazzi (qui in una delle sue migliori interpretazioni) e a Vittorio Gassman troviamo Ely Galleani (la ragazza trovata morta, che vediamo poi nei flashback), Yvonne Furneaux (la moglie di Gassman), Simonetta Stefanelli (la figlia di Gassman, con le cuffie sulle orecchie).
Nel cast anche l'anziano Enrico Ragusa che interpreta il padre di Gassman e che si ricorda soprattutto per il siciliano stretto di un frate per Rosi in "Cadaveri eccellenti" (quattro anni dopo, 1975). Michele Cimarosa è il maresciallo che assiste Tognazzi, Franco Angrisano è l'altro giudice nella stanza con Tognazzi, la modella senza un dente è Franca Ridolfi. Checco Durante (1893-1976) è un attore e poeta romanesco, molto popolare per decenni; qui interpreta un inserviente del tribunale che sposta pacchi di carta e macchine per scrivere, e nel frattempo recita le poesie del Belli a commento di ciò che succede; purtroppo le sue parole sono poco comprensibili e il suo personaggio non è sviluppato a dovere. Le musiche per il film sono di Carlo Rustichelli; si ascolta brevemente un'aria dalla "Lucia di Lammermoor" di Donizetti ( "Tombe degli avi miei") nella scena in cui Tognazzi è a casa sua, ed è un'incisione interessante ma non sono riuscito a sapere chi canta. I genitori della ragazza, da suonatori ambulanti, intonano "Di Provenza il mare e il suol" da "La Traviata" di Giuseppe Verdi, per voce e mandolino: quest'aria è usata da Risi e dai suoi sceneggiatori in modo beffardo, perché la frase scelta è "il tuo vecchio genitor / tu non sai quanto soffrì". Quanto soffrirono i genitori della povera ragazza lo avevamo appena visto nella sequenza precedente... 

 
Altre note prese durante la visione: 1) crolla il Palazzo di Giustizia e il tribunale si trasferisce in una caserma G.Baldi (Garibaldi?). Il crollo del Palazzo di Giustizia è ovviamente un dettaglio non secondario. 2) A casa sua, il magistrato Bonifazi (Tognazzi) è quasi come me: ascolti mirati di buona musica, silenzio, niente auto... Sul suo tavolo, la rivista "Pescare" (un mensile) accanto a L'Unità e il Manifesto. 3) la figlia di Gassman legge Linus con le cuffie in testa, e sono cuffie enormi, che rendono bene la distanza con suo padre; va detto che le cuffie sono così grosse perché sono l'anticipo del wireless, con antenne come quelle della radio. 4) Nello stesso anno Ermanno Olmi gira un documentario con lo stesso titolo, "In nome del popolo italiano", per i 25 anni della Costituzione, parte di un ciclo chiamato "Nascita della Repubblica", per la Rai, andato in onda nel 1971.
 



mercoledì 18 dicembre 2019

Anima persa


 
Anima persa (1977) Regia di Dino Risi. Soggetto di Giovanni Arpino. Sceneggiatura di Dino Risi e Bernardino Zapponi. Fotografia di Tonino Delli Colli. Musiche di Francis Lai. Interpreti: Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Anicée Alvina, Ester Carloni, Michele Capnist, Gino Cavalieri. Durata: 1h40'

"Anima persa", tratto da un romanzo di Giovanni Arpino, racconta di un ragazzo (Danilo Mattei) che si trasferisce a Venezia per seguire la scuola d'Arte; è di famiglia ricca e va ad abitare dallo zio in un grande palazzo pieno di affreschi e con una enorme biblioteca. Lo zio, un ingegnere (Vittorio Gassman) ha una moglie giovane e bella (Catherine Deneuve) e si dimostra molto ospitale e perfino affettuoso, ma nel palazzo c'è qualcosa che non va. Rumori strani, grida: a un certo punto dicono al ragazzo che si tratta del fratello dello zio, che ha problemi mentali e che non si vuol far ricoverare in manicomio. Sarà proprio così?
Raccontato in questo modo, ridotto ai minimi termini, sembrerebbe la trama perfetta per un film dell'orrore: ma così non è. Non lo è prima di tutto per la bellezza delle immagini: siamo a Venezia, ed è una Venezia magica e splendida, fotografata da un maestro delle luci come Tonino Delli Colli. Non è un horror perché il soggetto tocca altri temi, più profondi; ma va anche detto che non è un film ben riuscito e che ha molti difetti. Ed è un peccato, perché si poteva fare di più e Dino Risi avrebbe avuto i mezzi per riuscirci.

 
"Anima persa" è in bilico tra capolavoro e fetecchia, e i due aspetti sono così ben mescolati e amalgamati che diventa difficile separarli. Ci sono tutti i difetti di Risi e anche tutti i difetti di Arpino, soprattutto una certa superficialità spacciata per profondità o per verità, come le battute sull'Ulysses di Joyce o i luoghi comuni stucchevoli su chi studia entomologia, davvero pessimi e degni di Fantozzi o di Pierino. La confezione è splendida, Venezia meravigliosa e oscura fotografata da un Tonino Delli Colli in gran forma, interni e palazzi sontuosi e cadenti, un teatro in disuso, costumi, scale, maschere, tutto magnifico; ma alla fine qualcosa non torna.

 
Il soggetto è interessante (il tema del doppio, Jekyll e Hyde) ma il finale è da filmetto, un Dario Argento o poco di più, ed è davvero un peccato ("Che fine ha fatto Baby Jane", e cosette così).
Vittorio Gassman ne è il protagonista perfetto: anche lui porta qui tutti i suoi difetti e le sue qualità, è severo e gigione, sembra profondo ma è in realtà molto superficiale. Anche qui, si poteva fare di meglio e Gassman avrebbe certamente potuto rendere meglio il personaggio. Stesso discorso per Catherine Deneuve, che ripete (molto bene, va detto) il suo personaggio di tanti film. Dietro il loro matrimonio c'è una storia di pedofilia, la giovinezza e l'innocenza dell'infanzia che non si possono conservare: il tema è importante, la realizzazione è da filmetto di terza visione, una moneta falsa. Si evocano dei e demoni, sullo sfondo c'è il tema della malattia mentale, e sono temi che colpiscono ma anche qui, a un certo punto, viene da dire un "mah". Danilo Mattei (il ragazzo protagonista) appare incolore, poco espressivo; bravina invece Anicée Alvina, sia pur doppiata come improbabile veneziana (questa del doppiaggio in un veneziano caricaturale è un'altra palla al piede del film). La Alvina ebbe momenti di grande successo grazie a un film con Robbe Grillet, "Spostamenti progressivi del piacere"; nel mio ricordo, avendo visto "Anima persa" un'unica volta quando era uscito nei cinema, al loro posto avevo messo Agostina Belli e Alessandro Momo (la scena della scuola di nudo), che invece sono in altri film di quel periodo.
 
Alcune battute del personaggio di Gassman meritano attenzione; è "un triestino asburgico di madre lingua tedesca", ma il clima che crea in casa è degno del peggior stile fantozziano, con letture collettive e obbligate di Hölderlin, una biblioteca enorme che sgomenta (dovrà mica leggerli tutti??), i recitativi di Bach "che non si possono interrompere" (per chi non lo sapesse si tratta del Vangelo: che sia in tedesco mi pare secondario, le "Passioni" di Bach sono una meraviglia da conoscere). Qui Dino Risi dà il suo peggio, tanto valeva chiamare direttamente Paolo Villaggio, che del resto con Gassman lavorava abitualmente in quel periodo. Pesanti e fastidiosi anche i luoghi comuni sull'entomologia e sulle scienze naturali, anch'essi parte di una subcultura caciarona che non si riesce a sradicare: se non ci fossero stati gli entomologi non sapremmo da dove viene la malaria, tanto per fare un esempio, e se non ci fossero stati i "pallosi" scienziati che studiano sui vetrini da laboratorio non avremmo gli antibiotici e moriremmo ancora di difterite e di tbc, ma vallo a spiegare a questa gente. Risi, Arpino e Gassman qui propagano e nutrono la stupidità, spiace dirlo ma è così. Questi grossi difetti sono di Arpino o di Risi, o magari di Zapponi che firma con loro la sceneggiatura? Non lo saprò mai, perché ho letto Arpino a suo tempo (compresi i litigi con Gianni Brera) ma non ho nessuna voglia di tornarci sopra. Ho ben presente anche Risi e Gassman nel "Sorpasso": le stesse battute stupide, la stessa superficialità e grossolanità. La normalità sarebbe dunque andare in spider suonando il clacson sull'Aurelia, secondo lo psichiatra Risi...meno male che ha rinunciato a fare lo psichiatra, viene da dire. Subcultura, grossolanità, superficialità e volgarità da leghisti ante litteram: è questo il difetto principale di Risi e di altri registi e attori della "commedia all'italiana" di quegli anni, e spiace ripeterlo ma bisognerà pur dirlo ogni tanto, altrimenti le nuove generazioni penseranno che eravamo davvero tutti così. Ammiro molto Dino Risi e non mi sono mai perso un suo film, ma l'assecondare i difetti del pubblico è stata la sua tara principale, per fortuna con molte felici eccezioni ("La marcia su Roma", "Fantasma d'amore", "Una vita difficile").

 
Penosa anche la battuta su Joyce "che non deve stare vicino a Goethe" visto che "Joyce è uno dei pagliacci della letteratura e della lingua" e andrebbe messo "con Gadda e Rabelais". E poi "Goethe è apollineo", ed ecco un altro luogo comune che si aggiunge ai tanti altri del film, di quelli che fanno dubitare che siano mai andati oltre una sfogliatura veloce sia di Gadda che di Joyce che di Goethe. Apollinea la scena del sabba, nel Faust di Goethe? E Gadda, divertente ma anche tragico, che spiega "barocco è il mondo" alle accuse di essere barocco, è un pagliaccio? E Joyce, maestro di ogni genere letterario? Chi sarà qui l'autore di queste fesserie, forse Arpino o forse Gassman, che sembra davvero credere nelle scemenze che dice (e che del resto ha ripetuto anche in altre sedi) ?

 
Belle le scene all'Accademia, con il maestro della scuola di pittura che partendo da un famoso Vermeer mostra (con mascherine sulla clavicembalista del quadro) che Vermeer contiene già tutta la pittura che seguirà, incluso Burri; e prima ancora dice che il disegno è la pittura, che non si può nascondere un cattivo disegno con il colore e che il cattivo disegno salta sempre fuori.


C'è poi il discorso sui rebus (minuto 17) tra surrealismo e poesia; all'ingegner Gassman piacciono ma non gli interessa risolverli:
- A volte penso che mi piacerebbe vivere dentro un rebus...
Deneuve: - Perché, non è così? Non viviamo tutti dentro un rebus?
Restando alla Settimana Enigmistica, il pazzo davanti alla petroliera arenata grida: "Eufrasio!" e nel finale si spiega perché: è una parola panvocalica, cioè contiene tutte le vocali dell'alfabeto. Il recluso pazzo "odia il ticchettio degli orologi", e dunque il passare del tempo, l'infanzia e la giovinezza che non si possono fermare. E' il tema principale del soggetto, ma è difficile rendersene conto. (Si potrebbe dire con una battuta che negli anni '70 non esistevano ancora gli orologi digitali: il tempo corre lo stesso, anche senza ticchettio).
Toccato in maniera superficiale anche il tema della malattia mentale: "i matti conoscono la verità e la verità fa paura, per questo li tengono rinchiusi" (i matti e i bambini conoscono la verità) dice l'ingegnere mentre si passa davanti al manicomio di Venezia. Si può ricordare che Dino Risi era laureato in medicina, specializzazione psichiatria.
Poi l'ingegnere dice che le donne sono come i vegetali, citando Strindberg (Strindberg, o piuttosto uno dei suoi personaggi? ecco ancora la superficialità...): "le donne hanno odore di sedano". Si tratta di citazioni fatte a capocchia, estrapolando una riga da testi complessi e senza citare la fonte precisa, così si fa dire a un autore quello che è possibile dire e anche il suo contrario. L'ingegnere di Gassman si spinge più in là, e dice apertamente che la donna è l'anello di congiunzione tra vegetale e animale, tirando in ballo l'evoluzione: un discorso che vorrebbe essere forse misogino, ma che serve solo a fare confusione. (Detto en passant, il DNA mitocondriale esiste davvero: ma questo è un discorso molto complesso, da scienziati "pallosi e chini sui vetrini del laboratorio", e che non ha niente a che vedere con il film).

 
Altri appunti presi durante la visione: 1) Gassman accompagna il nipote all'Accademia e definisce i "capelloni" che la frequentano (un termine molto usato da noi nel dopo' 68) come "residui di un esercito in fuga", "i figli di Assalonne, ribelli al padre". 2) L'educazione severa, asburgica (o forse fascista, sottotraccia?), è un altro dei temi buttati via nel film, e ancora una volta bisogna dire che si poteva fare di più. 3) Il cognome Stolz fa pensare a Verdi, il soprano Teresa Stolz; tradotto in italiano, "stolz" significa fiero o superbo. 4) Le musiche noiose sono di Francis Lai, che fa tanto "Anonimo Veneziano"; in effetti, la superficialità è la medesima. 5) Nel corso del film si storpia malamente qualche aria d'opera (l'Arlesiana?). 6) In definitiva, di questo film mi porto dietro Anicée Alvina, come modella: la stessa cosa che avevo pensato nel '77 insomma, quando avevo provato una sincera invidia per il protagonista che aveva più o meno la mia stessa età.
 
 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )
 

sabato 30 novembre 2019

Fantasma d'amore

 
Fantasma d'amore (1981) Regia di Dino Risi. Tratto da un romanzo di Mino Milani. Sceneggiatura: Dino Risi e Bernardino Zapponi. Fotografia: Tonino Delli Colli. Musiche di Riz Ortolani (clarinetto Benny Goodman), un frammento da La forza del destino di Giuseppe Verdi. Interpreti: Marcello Mastroianni, Romy Schneider, Eva Maria Meineke, Wolfgang Preiss, Michael Kroecher, Paolo Baroni, Victoria Zinny, Giampiero Becherelli, Ester Carloni, e molti altri. Durata: 96 minuti

Un uomo, un professionista affermato, un giorno decide di prendere l'autobus per andare al lavoro, lasciando la macchina in garage. Sull'autobus trova una donna, che si direbbe anziana; la donna non ha la moneta necessaria per fare il biglietto, e l'uomo gliela offre: "sono solo cento lire", risponde alla domanda su come fare per fargliele riavere. Sembra una cosa da poco, un incontro casuale che verrà presto dimenticato, ma così non è: alla sera, quella donna lo chiama a casa, al telefono, e gli chiede se non l'ha riconosciuta: "sono Anna, Anna Briganti.". E d'improvviso l'uomo ha un trasalimento: è una storia d'amore di vent'anni prima, con una ragazza bellissima. Ma adesso lui è sposato, fa una vita tranquilla, ad Anna non pensava più. "Sono molto invecchiata, ma sono stata malata" continua lei "tu invece sei sempre uguale". Quella sera, in una Pavia immersa nella nebbia, l'uomo andrà a cercare la casa dove viveva Anna; più avanti, scoprirà che Anna è morta da molto tempo. Eppure, forse non è così.
 
 
Ho visto che su alcuni siti internet "Fantasma d'amore" è catalogato alla voce "horror", ma è una storia d'amore, forse di fantasmi, non aspettatevi quindi chissà che cosa; certamente non è un horror e chi ha scritto quel giudizio probabilmente non ha visto il film. Senza rovinare la visione, posso dire che è un film notevole, con ottimi attori e immagini molto belle, e una sceneggiatura molto ben costruita. Protagonista, oltre a un Mastroianni in stato di grazia e a Romy Schneider, è anche Pavia, città quasi assente dal nostro cinema; a Pavia vive da sempre Mino Milani, autore del romanzo da cui è stato tratto il film.
 

Mino Milani è uno dei più bravi scrittori italiani dei nostri anni, e mi stupisce sempre constatare che non si parli mai di lui. Non è mai stato di moda, anche se i suoi libri hanno sempre avuto un buon successo di pubblico; per me è uno dei misteri dell'editoria italiana. Probabilmente è stato etichettato come autore di libri per ragazzi, e bisogna dire che ne ha scritti di molto belli, da "Aka-Hor" a "I quattro di Candia" a "Efrem", passando per "Tommy River" e tanti altri. Io l'ho conosciuto leggendo il "Corriere dei Piccoli", negli anni '60, e ricordo ancora a scuola (alle medie) quando mi prendevano in giro perché leggevo un giornale con quel titolo lì, invece di Topolino o di altri settimanali. Ma per il "Corriere dei Piccoli" scriveva Dino Buzzati, c'erano le prime avventure di Corto Maltese, c'erano grandissimi disegnatori come Dino Battaglia e Sergio Toppi... Mi viene da dire che forse anche quel titolo di giornale, "Corriere dei Piccoli", è servito per bollare Mino Milani - che pure è stato anche direttore di quotidiani, a Pavia, storico, e tante altre cose - come scrittore da poco, ma così non è, e le sue sceneggiature per i grandi disegnatori del "Corrierino" sono un tesoro che meriterebbe attenzione. Solo due dei suoi libri sono stati trasposti nel cinema, questo e "La trappola" (da un romanzo intitolato "Selina") del 1989, regia di Lizzani, per la tv. "Fantasma d'amore" non è un romanzo per ragazzi, ed è facile capirlo fin dall'inizio.
La versione di Dino Risi è magistrale, questo è proprio il romanzo di Mino Milani, le sue atmosfere, il suo modo di scrivere. Milani è sempre stato abilissimo nel costruire soggetti intorno a particolari che colpiscono, e poi ancora più abile nel dissimularli: qui con la caricatura del prete spretato, dei messaggi registrati dall'aldilà, eccetera. Grazie al cielo, Milani e Risi aiutano lo spettatore a non prendere troppo sul serio una storia che invece è seria, serissima (anch'io nel mio piccolo ne so qualcosa, l'inizio col "lei mi ha dato più di quello che le avevo chiesto, ne terrò conto", mi ha fatto saltar su dalla sedia). Il finale, per rassicurarci, è come quello del "Caligari" di Robert Wiene, in manicomio: vorrai mica che sia una storia vera...
 

Romy Schneider sarebbe morta l'anno dopo, a 44 anni, e guardando il film fa impressione doverci pensare. Marcello Mastroianni è eccellente, una delle sue migliori prove d'attore. Ottimo tutto il cast, fatto di attori poco famosi; la moglie di Mastroianni è interpretata da un'attrice tedesca, Eva Maria Meineke, che ho visto recitare anche in "Addio a ieri" di Alexander Kluge. Molto belle le locations: Pavia, Sondrio (dove abita il marito di Anna: ma noi vediamo solo una grande villa, non so dove sia di preciso), il Ticino presso Pavia.


Altre note prese durante la visione: 1) Una cantante che somiglia a Cathy Berberian canta (non benissimo) alcuni passi da "La forza del destino" di Giuseppe Verdi, con una scelta molto appropriata, sottolineando i versi "invan la pace...". Invano quest'anima cercherà la pace, sembrano suggerirci gli autori. 2) i messaggi dei defunti nell'aldilà, registrati su nastro, erano di gran moda anche in tv, in quegli anni; poi non se ne è più parlato e fa un curioso effetto ritrovarli in un film. 3) tra i difetti del film (pochi) metterei il trucco troppo caricaturale per l'attore che interpreta il prete spretato, Michael Kroecher: sembra Nosferatu, e forse era meglio badare di più alla recitazione. 4) "accendere l'ombrello" è un modo di dire dialettale lombardo, "pizzàa l'umbrella"; altrettanto lombardo, di quegli anni, constatare che il carabiniere "è una brava persona anche se è meridionale". Due note di colore, per chi non c'era o per chi non se le ricorda più. 5) Un'altra cosa che mi ha colpito: nel 1981 c'erano ancora bus dove si poteva fare il biglietto a bordo, cosa che solo pochi anni dopo sarebbe stata vietatissima, e già lo era a Milano: se si sale senza biglietto si viene multati. Mi chiedo da tempo perché sia stata tolta questa possibilità, a me sembrava molto più civile; erano anche tempi in cui si sperimentavano i mezzi pubblici gratuiti in alcuni orari, per ridurre l'inquinamento e per aiutare a snellire il traffico. Ma, ormai, sono passati tanti anni e si è preferita la via delle multe e delle punizioni. 6) Romy Schneider era ancora molto bella, nonostante i gravi problemi che la affliggevano e che la avrebbero portata alla morte pochi mesi dopo la fine del film. 7) Nel momento in cui scrivo, Mino Milani ha passato i novant'anni, essendo nato nel 1928; se riesce a leggermi lo ringrazio di cuore.




 

sabato 14 gennaio 2012

Dino Risi ( I )

 
«Quanto alla pazzia , non ricordate più Gassman che si sdoppiava in “Anima persa”? Oppure l’altro Gassman che nel “Profeta” reagiva ad un ingorgo nel traffico abbandonando l’auto e andando a vivere su un albero? Mi chiedo se tutto ciò sia però pazzia...forse è preferibile parlare di corto circuito. (...) Tutto qua: diventare matti è una cosa che può succedere a chiunque di noi. Non occorre più chissà quale pedigree, oggi si diventa matti per stress, per fatica di vivere; una volta bisognava ammalarsi, oggi basta così poco. (...)
La depressione è un terremoto che arriva come per caso, così come si alza il vento. Ti alzi una mattina, e vedi tutto nero. Niente di che, solo che è così anche il giorno dopo. (...) Vittorio è uno che è abituato a recitare i sentimenti e forse la sua malattia (la depressione) è iniziata come una malattia da attore. (...) ha un’intelligenza straordinaria e, come spesso accade alle persone acute e sensibili, soffre di vere e proprie fobie. (da un’intervista di Paolo Brogi a Dino Risi, da L’Europeo 2.2.1990)
Quest'intervista partiva da un libro in cui Vittorio Gassman parlava della sua depressione: Dino Risi era laureato in medicina, ramo psichiatria, quindi aveva qualche competenza per parlarne. C’era anche questa frase: «I pazzi e i bambini si comprendono, appartengono alla stessa specie». (L’Europeo 2.2.1990). Ma qui dissento da Dino Risi, perché è facile osservare che questo non è vero: i bambini hanno paura dei pazzi, e fanno scherzi atroci a chi vedono come diverso. Basta poco per essere considerati diversi, da bambini: venire da un altro paese, essere grassi, portare gli occhiali, non essere vestiti all’ultima moda, non avere l’ultimo gadget alla moda (ma queste due ultime cose sono venute dopo, dagli anni ’80 in su).
Non mi perdevo un’intervista di Dino Risi, da quando avevo scoperto bene chi era, e i suoi studi di psichiatria: confesso che le sue interviste mi piacevano quasi sempre più dei suoi film.
Di film ne ha fatti tanti, Dino Risi: e sono tutti passati in tv, più di una volta, e continuano a passare; quindi è facile averne visti molti. Molti di questi film li ho subìti, da bambino e poi da ragazzo: non mi piaceva quel mondo, magari si rideva (difficile non ridere con Tognazzi e Manfredi...) ma era un mondo che io avrei voluto evitare, non mi sono mai piaciuti quei caratteri e c’era sempre una notevole dose di autocompiacimento nel descrivere quei difetti, ancora oggi ben visibile. Si prendevano in giro, c’era perfino della satira politica, ma anche loro erano così, registi attori e sceneggiatori: villoni, macchinone, vacanze a Cortina...
E, soprattutto, ho sempre detestato questo loro modo di presentare il sesso, l’amore, i “tradimenti”, i rapporti coniugali: purtroppo sono cose vere, appena un po’ caricaturali, me ne sono accorto presto che la vita funziona così, e appena ritrovavo nella mia vita questi modelli (non so se spontanei o piovuti dall’alto, cioè ad imitazione dei film stessi: è la vita che imita il teatro, o è il teatro che imita la vita?) mollavo subito la presa. Forse è per questo motivo che non mi sono mai sposato.
Alcuni di questi film, non solo quelli di Risi ma anche quelli di Monicelli, di Comencini, e degli altri bravi registi di quegli anni, sono dei capolavori; altri sono molto belli; ma la maggior parte sono film girati “ad uso alimentare”, o per meglio dire: girati per pagarsi i villoni, i macchinoni, le vacanze a Cortina o in luoghi esotici.
Hanno fatto bene, s’intende, Dino Risi e i suoi amici: chiunque di noi avrebbe fatto così. Il cinema rendeva molto, negli anni ’50 e ’60, ogni film era ben pagato, se ne facevano tanti, e magari tornassero quegli anni. Ma, detto questo, bisognerà ripetere: non è come con Fellini, Rosi, Petri, Germi, Antonioni; quasi mai siamo di fronte a grande cinema, o a grande scrittura cinematografica. C’è sempre molta approssimazione, molto tirar via, e se non ci si fa caso più di tanto è per la grande professionalità e l’altissimo livello tecnico e artistico di chi lavorava in quel cinema, dai direttori della fotografia agli scenografi fino all’ultimo degli attrezzisti.
Di tanti di quei film, non so nemmeno chi sia il regista: ed è effettivamente difficile distinguere un film di Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi... Ci si potrebbe imbastire un quiz, o un gioco di società: indovinare al volo chi è il regista di quel film, se è Steno, Monicelli, Comencini, Lattuada, Risi... La confusione è alimentata dal fatto che autori e attori si mescolano, Luigi Zampa, Luciano Salce, Lattuada, Steno e Monicelli, Comencini, Scola, Age e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi, Sonego, Maccari... E magari scoprire che “Il federale” (buca, buca, buca con acqua...) è firmato da Luciano Salce; che quel film con Gassman e Anna Moffo è di Romolo Guerrieri (Il divorzio, 1970); o che “L’alibi” (1968) è stato girato in prima persona, e in trio, da Adolfo Celi, Gassman e Lucignani.  O che "La grande guerra" (con Gassman e Sordi) è di Monicelli, mentre "La marcia su Roma" (con Gassman e Tognazzi) è di Risi.
In complesso, alla fine di questo discorso, si può dire un bel “chi se ne frega”, prendere quel che c’è di buono, far finta di niente quando ci sono troppe goffaggini, alzarsi e fare un giro che ci si sgranchiscono le gambe quando una scena è troppo insistita o mal scritta. In ogni film di quel periodo, la famosa “commedia all’italiana” (quella degli anni '50 e '60, sia ben chiaro!), ci sono sempre almeno dieci minuti divertenti o interessanti, che ripagano della visione del film.
Purtroppo, a partire dagli anni ’80 Dino Risi ha diretto molti film brutti, quelli con Dorelli o con Pozzetto, che hanno fatto da giustificazione e hanno aperto la strada alla sciatteria seguente del cinema italiano. Niente a che vedere, comunque, con i film dei Vanzina e di Neri Parenti degli ultimi decenni: gli attori non sono quelli degli anni ’60 (che avevano dietro di sè una preparazione durissima: Mastroianni e Gassman recitarono in teatro con Visconti, per fare un solo esempio), anche i tecnici non sono più così bravi, i registi e gli sceneggiatori lavorano con il copia e incolla: e se mai arrivasse qualcuno con delle idee buone, e con voglia e capacità di lavorare, i produttori di oggi lo metterebbero sicuramente alla porta.
(immagini da "I mostri" e da "La marcia su Roma", due dei film più belli di Dino Risi)
(continua)

Dino Risi ( II )

da http://www.wikipedia.it/ :
Dino Risi (Milano, 23 dicembre 1916 - Roma, 7 giugno 2008) è stato un regista e sceneggiatore italiano. Dopo aver conseguito la laurea in Medicina, non diventa uno psichiatra, come avrebbero desiderato i genitori, ma inizia la sua carriera cinematografica lavorando per Mario Soldati e Alberto Lattuada. La sua opera prima è un cortometraggio girato nel 1946, “Barboni”, sulla disoccupazione a Milano. A questo fecero seguito altri lavori, tra cui il corto “Buio in sala”, girato in una Milano con ancora i segni e le macerie della guerra, storia di un viaggiatore di commercio impacciato e un po' depresso che, entrato in un cinema dove si proiettava un film western, ne esce più forte e risoluto (Risi parlò del cinema come "maestro di vita"). Il corto, che era costato duecentomila lire, fu venduto a Carlo Ponti per due milioni e il fatto contribuì a rafforzare la vocazione creativa in Risi, che si trasferì a Roma. Qui, memore della sua esperienza ospedaliera, il suo primo lavoro fu la scrittura del soggetto del film “Anna” (1951) di Alberto Lattuada, con Silvana Mangano. All'età di 35 anni gira il suo primo lungometraggio, “Vacanze col gangster” (1951) nel quale lanciò l'allora dodicenne Mario Girotti nel mondo del cinema, il quale assunse in seguito il nome d'arte Terence Hill. Nello stesso anno nasce il figlio Marco. Il successo arriva grazie a “Pane, amore e...” (1955), sequel dei fortunati “Pane, amore e fantasia” e “Pane, amore e gelosia”, girati da Comencini. Continua con “Poveri ma belli” (1956), commedia girata con costi limitati ma che riscosse grande consenso di pubblico, tanto da avere anche due sequel. (...)
i film di Risi che ho sicuramente visto per intero:
Pane, amore e... (1955) V.De Sica, S.Loren, A, Cifariello, Tina Pica, Mario Carotenuto ***
Una vita difficile (1961) A. Sordi, Lea Massari, Claudio Gora ****
La marcia su Roma (1963) U. Tognazzi, V. Gassman, G.Albertini ****
Il sorpasso (1962) V.Gassman, JL Trintignant, C.Gora **
I mostri (1963) V.Gassman, U.Tognazzi ***
Operazione San Gennaro (1966) Nino Manfredi, Totò, Senta Berger **
Straziami, ma di baci saziami (1968) N.Manfredi, U.Tognazzi, P.Tiffin ****
Vedo nudo (1969) N.Manfredi, S.Koscina, EM Salerno *
Profumo di donna (1974) V.Gassman, A.Momo, A.Belli **
Anima persa (1977) V.Gassman, D.Mattei, C.Deneuve ***
Il giovane normale (1969) Lino Capolicchio, Janet Agren ***
L'amore in città - episodio Paradiso per 4 ore (1953) non prof. ***
Venezia, la luna e tu (1959) A.Sordi, N.Manfredi **
In nome del popolo italiano (1971) V.Gassman, U.Tognazzi ****
Scemo di guerra (1985) Beppe Grillo, Coluche, F.Testi, C.Bisio ***
I film di Risi che ho guardato in tv, magari a pezzi:
Caro papà (1979) V.Gassman, S.Madia, A.Clément * ; Sono fotogenico (1980) R.Pozzetto, E.Fenech, M.Boldi *; Sesso e volentieri (1982) J.Dorelli, G.Guida, L.Antonelli, L.Calandra *; Il commissario Lo Gatto (1986) Lino Banfi, M.Micheli, M.Ferrini, I.Russinova *; Poveri ma belli (1957) con Marisa Allasio, Renato Salvatori, Maurizio Arena; La nonna Sabella (1957) con Tina Pica; Belle ma povere (1957); Il vedovo (1959) con Sordi e Franca Valeri; Poveri milionari (1959); Il mattatore (1959) con Gassman; Un amore a Roma (1960); A porte chiuse (1961); Il successo (1963); Il giovedì (1963); Le bambole - episodio La telefonata (1965); Il gaucho (1965); I complessi - episodio Una giornata decisiva (1965); L'ombrellone (1966); Il tigre (1967); La moglie del prete (1970); Sessomatto (1973); Telefoni bianchi (1976); I nuovi mostri – con Scola e Monicelli (1977, episodi Con i saluti degli amici, Tantum ergo, Pornodiva, Mammina e mammone e Senza parole); La stanza del vescovo (1977); Fantasma d'amore (1981); Dagobert (1984); Teresa (1987).
Riserva poche sorprese (contrariamente a quello che credevo) l’elenco dei film scritti (magari solo in parte) da Risi: tolti i suoi, rimane di memorabile quasi solo Totò e i re di Roma (1951). La ragione è più che comprensibile: Dino Risi ebbe subito grande successo come regista, non aveva più bisogno di lavorare per gli altri.
(le immagini vengono da "La marcia su Roma" di Dino Risi)
(continua)

giovedì 12 gennaio 2012

Dino Risi ( III )

Straziami, ma di baci saziami (1968)
scritto da Dino Risi con Age e Scarpelli (Agenore Incrocci e Furio Scarpelli). Interpreti principali: Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Pamela Tiffin.
Un film molto bello e molto divertente, che si rivede sempre volentieri: oltretutto c’è un Ugo Tognazzi in forma strepitosa, un’interpretazione unica che rimanda direttamente a Harpo Marx. Il titolo è un verso della canzone “Creola dalla bruna aureola”, molto popolare dagli anni ’30 agli anni ’50 (un tango, se non sbaglio).
L’ultima volta che l’ho visto mi ero segnato queste righe: Lo psicoanalista cerca di spiegare a Nino Manfredi che Marisa non esiste, che è solo una proiezione delle sue ansie infantili. «Ma come, Marisa non esiste?» protesta flebilmente Manfredi, reduce da un tentativo di suicidio e per questo ricoverato in clinica. «Marisa esiste, eccome se esiste...» L’analisi di Dino Risi, dottore laureato in psichiatria, è perfetta. Anche a me molte volte, anche senza arrivare a cose drammatiche, hanno tentato di spiegare che il problema non esiste, che il problema è solo frutto della mia fantasia, che il problema sono io: ma poi non solo Marisa esiste (qualsiasi nome abbia preso nel frattempo), ma poi le ruspe sotto casa mia sono ruspe solide, si sono già mangiate un pezzo del mio giardino, il muro di cemento che hanno tirato su è vero e lo sto toccando. Ma poi sono trent’anni che cambio canale quando vedo Canale 5, eppure Canale 5 è sempre lì, sono sempre su Canale 5. Non solo: Canale 5 si è ingrandito, si è mangiato anche la Rai, è entrato in casa mia sotto forma di governo; e potrebbe andare anche peggio in futuro. Il caso Musti anticipa il caso Carfagna, anche questo mica me lo sono sognato. Quello che fa più spavento è che dal di fuori si neghi l’evidenza, mentre nelle nostre nevrosi la realtà esterna ha un posto preponderante. (anno 2008)
Da non confondere con “Per grazia ricevuta” che è di Nino Manfredi (1971): regia di Nino Manfredi, scritto da Nino Manfredi con Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luigi Magni, con Nino Manfredi, Lionel Stander, Delia Boccardo, Mariangela Melato, Mario Scaccia. La scrittura dei due film è ababstanza simile, il personaggio e l’interpretazione di Nino Manfredi hanno diversi punti in comune; è in questo film la scena della farmacia notturna, il dialogo col farmacista interpretato da Lionel Stander.
Una vita difficile (1961)
Regia di Dino Risi, scritto da Rodolfo Sonego. Con Alberto Sordi, Lea Massari, Claudio Gora.
Un capolavoro del cinema italiano, una storia esemplare, e finalmente un personaggio positivo per Alberto Sordi, che nel finale (scritto magnificamente) si riscatta da tutti i compromessi che ha dovuto sopportare. Non a caso, dopo questo film Alberto Sordi si terrà sempre ben stretto Rodolfo Sònego, autore del soggetto e della sceneggiatura. Da antologia anche la sequenza della cena mentre arrivano dalla radio i risultati del referendum monarchia-repubblica. Ottimi tutti gli attori, con Lea Massari in magnifica forma. E’ Claudio Gora che riceve lo schiaffone finale: un grande attore che ho avuto il piacere di vedere recitare anche in teatro (nella “Tempesta” di Shakespeare diretta da Strehler, accanto a Tino Carraro e Giulia Lazzarini). Di questo film mi dispiace soltanto la battuta di Sordi su Cantù-Cermenate, che sono due città qui vicino a casa mia. Si tratta di due paesi ben distinti: Cantù è un grosso centro, in seguito diventato famoso anche per la squadra di basket; Cermenate è un po’ più piccola. Il nome “Cantù-Cermenate” è quello della stazione delle Ferrovie dello Stato.
Profumo di donna (1974)
Da un romanzo di Giovanni Arpino, sceneggiatura di Dino Risi con Ruggero Maccari. Interpreti principali Vittorio Gassman, Alessandro Momo, Agostina Belli.
L’ho visto al cinema quando era appena uscito, a Como. Non mi era piaciuto e continua a non piacermi, e mi ha stupito molto vedere che ne è stato fatto un remake a Hollywood in anni recenti, con tanto di premio Oscar ad Al Pacino, nella parte che fu di Gassman. Probabilmente il romanzo di Arpino è migliore, ma non ho mai avuto una gran voglia di leggerlo: racconta di un ufficiale ancora giovane ma cieco di guerra, che deve essere assistito da un giovane soldato di leva. E’ però una commedia, piuttosto cinica, e non un vero e proprio dramma. Dato che al protagonista piacciono molto le donne, molte battute e molte scene sono virate sul sesso, con risultati che mi sono sempre sembrati di quart’ordine. Ho cercato di rivederlo di recente, me lo ricordavo ancora bene e continua a non piacermi. Data l’età che avevo quando l’ho visto per la prima volta, mi ricordo soprattutto di una scena e di una battuta all’inizio: il giovane soldato incontra Agostina Belli mentre lei sta facendo la modella di nudo per l’Accademia d’Arte, dove anche lui studia disegno; quando la incontra di nuovo le dice che “di solito le altre donne prima le si incontra vestite, e poi nude” ; lei ride e comincia la loro amicizia (trattandosi di Agostina Belli, la battuta non poteva passare inosservata). Il particolare triste di questo film è che Alessandro Momo, allora giovanissimo e in grande ascesa, morì poco tempo dopo alla guida di una grossa moto.
Anima persa (1977)
da un romanzo di Giovanni Arpino, scritto da Dino Risi con Bernardino Zapponi. Interpreti principali: Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei
Sgradevole, disturbante, eppure profondo: anche questo lo avevo visto al cinema, a Como, appena uscito. Non so se lo rivedrei volentieri, non direi che sia un capolavoro, Gassman va spesso troppo sopra le righe, ma comunque merita una visione. Giovanni Arpino era uno scrittore molto presente, negli anni ’70, sia come scrittore che per i suoi articoli sui giornali; la sceneggiatura è scritta da Risi insieme a Bernardino Zapponi, abituale collaboratore di Fellini. Su internet ho trovato un buon riassunto del film, ne porto qui l’inizio: «Con Anima persa, Dino Risi abbandona momentaneamente la commedia e mette la sua professionalità al servizio del genere thriller psicologico e della storia, tesa e coinvolgente ma ricolma degli archetipi del genere, un po’ macchinosa, ingarbugliata, in affanno per il moltiplicarsi delle piste e troppo protesa al colpo di scena finale: il giovane Tino è ospite degli zii Fabio ed Elisa nella loro villa veneziana. Presto però si accorge che la casa nasconde un mistero; nella soffitta è segregato il fratello demente di Fabio, colpevole di aver causato la morte di una bambina. Tino non saprà resistere alla curiosità e aprirà la porta della soffitta…»
(continua)