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mercoledì 15 settembre 2010

Le cronache di Narnia

Le cronache di Narnia (The chronicles of Narnia, 2005) regia di Andrew Adamson . Tratto dai libri di C.S.Lewis. Produzione Walt Disney. Sceneggiatura di Ann Peacock, Andrew Adamson, Christopher Markus, Stephen McFeely Fotografia: Donald McAlpine Musica originale: Harry Gregson-Williams Con Georgie Henley (Lucy), Skandar Keynes (Edmund), William Moseley (Peter), Anna Popplewell (Susan), Tilda Swinton (la strega), James Mc Avoy (il fauno), Jim Broadbent (il Professore), James Cosmo (Santa Claus) 143 minuti

Pensavo di conoscerli tutti, i libri e le saghe fantastiche per bambini e non solo – almeno nei titoli. Invece di C.S. Lewis e delle “Cronache di Narnia” non sapevo niente, e quando è uscito il film sono stato colto di sorpresa davanti al Leone maestoso, al Fauno, ai Castori, alla Volpe, e a tutte le altre meraviglie.. Mi ero incuriosito davanti ad alcune foto apparse sui giornali: erano foto di Tilda Swinton, protagonista del film, un’attrice che mi è sempre piaciuta moltissimo, in abiti di scena.
Cosa ci faceva Tilda Swinton vestita in quel modo, cattivissima e attraente come non mai? Così mi sono convinto a cercare il film, che ho trovato molto bello; e dopo averlo visto mi sono informato su C.S. Lewis. L’esperto lo avevo in casa: mio nipote (nel senso che io sono lo zio) mi ha spiegato che il libro di Lewis è bello e profondo, che è sì un libro per bambini ma molto denso e ricco; e che il film gli è stato molto fedele.

C’è anche qui un Regno da riconquistare, i buoni contro i cattivi e un’antica profezia, come nel “Signore degli Anelli”; ma a differenza di Tolkien, C.S. Lewis non è mai così cupo e terribile, c’è tempo per scherzare (l’armadio che dà sul paese fatato, Babbo Natale che porta in dono ai ragazzi archi e spade per combattere, i tanti animali buffi e parlanti) e per inventare personaggi simpatici. E, soprattutto, la morte non è mai definitiva: soprattutto per i buoni.
Protagonisti sono quattro fratelli, due maschi e due femmine, due più grandi e due più piccoli; e la messa in scena dei rapporti tra i fratelli è il particolare che più mi ha colpito. A scoprire il passaggio per il Regno di Narnia è la più piccola, come è giusto che sia; una piccolina molto ben scelta. La segue il fratello minore, che non è ancora grande ma non è nemmeno più un bambino, e non sa se credere ancora alle fate oppure no. I due maggiori sono quasi adolescenti, e il conflitto tra i due fratelli maschi è abbastanza forte da spingere il minore al tradimento (ma c’è un lieto fine), sia pure non del tutto consapevole. Chiunque sia cresciuto tra fratelli, non da figlio unico, sa che sono questi i rapporti che si instaurano, che i rapporti tra fratelli (soprattutto all’età dei ragazzi protagonisti di questa storia) sono proprio così, ci si vuol bene ma i conflitti ci sono e sono spesso difficili da risolvere. E, anche per i più grandi, è difficile smettere di essere bambini e diventare adulti, un po’ come per Peter Pan. Tutti questi temi sono trattati con grande serietà e delicatezza da Lewis e dal regista del film, e penso che sia utile leggere questo libro quando si è ancora nell’età migliore per farlo.
Nel mondo incantato di Narnia, sottoposto a un inverno perenne dalla terribile Strega (Tilda Swinton) vivono e si muovono animali e personaggi mitologici. Un Fauno gentile è il primo personaggio incontrato dalla bambina al di là dell’armadio (stavo per dire: al di là dello specchio – ma è un armadio di legno massiccio, di quelli di una volta), poi verranno i Castori (due caratteristi favolosi, marito e moglie), una Volpe che nell’originale ha la voce di Rupert Everett, il re Leone, i Centauri, e via elencando, in un insieme che mi ricorda molto il James Stephens di “La pentola dell’oro”, - un romanzo scritto una trentina d’anni prima del libro di Lewis e dove il dio Pan è protagonista in un’Irlanda da favola.
Il film mi è piaciuto molto, soprattutto per i castori. Se i nuovi cartoon sono così, ben vengano: si vede che alla Disney si sono ripassati i loro vecchi e cari classici, ed era ora che lo facessero. La storia è ben fatta, semplice, adatta anche ai bambini più piccoli, non complicata e tenebrosa come in Tolkien, e non ci sono troppi mostri ma solo quelli che servono.
Tra le curiosità, per gli esperti di mitologia, metto l’ennesima Dea Madre da combattere, per di più con un Minotauro a capo dell’esercito. E i Centauri che stanno dalla parte giusta, con i buoni: come è d’obbligo per i depositari della sapienza antica, vecchi e saggi maestri come fu per Achille. Molto belli anche i Grifoni, anche loro dalla nostra parte a combattere contro la Strega; mentre tigri, elefanti e altri animali stanno un po’ dappertutto, un po’ di qua e un po’ di là, chi con i buoni e chi con i cattivi nella grande battaglia finale.
Curioso anche che il regista si chiami Adamson, visti i continui richiami del testo ai “figli di Adamo”: ma Imdb mi spiega che è un nome vero, neozelandese. Molto brava la Swinton, che sarebbe una perfetta matrigna di Biancaneve (è bellissima ed è ancora giovane, che si sbrighino). Molto belli anche i quattro fratelli, soprattutto la piccolina. Un po’ sbrigativo il passaggio dal gelo alla primavera, ma la battaglia finale è ben fatta, e quindi ci può stare anche qualche difetto. Passo e chiudo, in attesa del prossimo episodio: è un film che mi sento di consigliare a tutti – e, mi raccomando, soprattutto per i castori.

mercoledì 28 aprile 2010

La spada nella roccia

La spada nella roccia (The sword in the stone, 1963). Film di animazione, produzione Walt Disney. Regia di Wolfgang Reitherman. Scritto da Bill Peet e T.H.White. Musiche di George Bruns. Durata 79’

“La spada nella roccia” è l’ultimo film uscito con la supervisione di Walt Disney, che ci avrebbe lasciati di lì a poco; ed è un film che a me piace molto, e che rivedo sempre volentieri. La cosa curiosa, e divertente, è che in “The sword in the stone” ciò che dà il titolo alla storia, la leggendaria Spada Nella Roccia, è un evento secondario: poco più di una cornice. Un’altra cosa notevole è che Artù è un bambino, e non un giovane uomo. Forse il titolo più giusto sarebbe stato “il mago e il bambino”: una storia di crescita, e di iniziazione, dove della Tavola Rotonda quasi ci si dimentica. Ho notato che il voto Imdb non è altissimo, per un film Disney di quel periodo: è facile pensare che molti siano rimasti delusi, e certo se ci si aspetta Excalibur o I Cavalieri della Tavola Rotonda, o magari Lancillotto e Ginevra e la Ricerca del Graal, la delusione è comprensibile.
Ma questo è un film da non sottovalutare, ed è anche molto più profondo ed educativo di quanto non sembri a prima vista. Passato il primo momento di sconcerto (“ma dov’è la Tavola Rotonda?”) ci si diverte molto, ed è una gran bella cosa; e, alla fine, vien quasi da dire che non ci importa molto della Tavola Rotonda, del Graal, della Corona, della Spada e di tutte queste cose da grandi; e che invece preferiamo tornare indietro a vedere Artù e Merlino trasformati in pesci, o magari la storia d’amore mancata con la scoiattolina, una storia dolce ma che fa spezzare il cuore. Forse ha ragione Semola e ha torto Merlino: meglio rimanere bambini...
Ma andiamo con ordine: si comincia da un libro con le pagine miniate come gli antichi codici, dove sono messe bene in evidenza le frasi fondamentali: “una leggenda di quando l’Inghilterra era giovane”, “ i cavalieri erano forti e coraggiosi”, “il buon Re era morto”, “sembrava che il mondo dovesse essere sconvolto da una guerra”. E poi, subito, si entra nel vivo della narrazione: con la Spada e con Merlino.
Dopo solo cinque minuti, Artù è già a casa di Merlino (e del Gufo): “leggermente in ritardo, ma può andare”, commenta il Mago.
Il Gufo, alter ego di Merlino, è un gran bel personaggio: si chiama Anacleto nella versione italiana e Archimede in quella originale. Un classico esempio di burbero benefico, come avrebbe detto Carlo Goldoni: brontola sempre ma vuole un gran bene al bambino, e non si tira indietro quando c’è da rischiare la vita per salvarlo. Quando Merlino vuole dar qualcosa da fare al Gufo, ma il Gufo non ne ha voglia, per farlo muovere lo minaccia di trasformarlo in uomo: “No, in uomo no!” dice il Gufo spaventatissimo, e si mette subito all’opera.
Dopo dieci minuti dall’inizio del film, Merlino fa già la valigia: “Hokety pokety igitus digitus”, eccetera: una scena da antologia, che fa il paio con quella (molto più avanti, al minuto 36) della lavastoviglie. Merlino si trasferisce accanto a Semola, nel castello dove sir Ettore (il patrigno di Artù) lo chiama Martino, e gli dà alloggio nella torre diroccata. Il tutore di Artù non accoglie volentieri Merlino, e vorrebbe anzi mandarlo via, ma ha ben visto che è un mago vero, ne ha un po’ paura e gli consente di fare da insegnante al bambino, che è poco più di uno sguattero: nel castello di sir Ettore le attenzioni sono tutte per Kay, figlio legittimo.
Nella versione italiana Artù viene chiamato “Semola”: dubito che i bambini di oggi, vedendo il film, lo capiscano. Per quanto mi riguarda, sono più di trent’anni che non ascolto questa parola in questo senso: ma si usava, forse per via del fatto che sono i bambini a mangiare la semola, il semolino; i giovani mangiano carne e addentano pagnotte, un po’ come fa Kay nel cartone animato. “Semola” era il bambino magrolino, e il suo contraltare era quasi sempre “Maciste”, l’uomo forte tutto muscoli. Maciste è un personaggio d’invenzione con una data di nascita ben precisa, all’interno del film “Cabiria” di Giovanni Pastrone, un kolossal del 1914. Come si vede, andiamo ben lontano nel tempo: oggi invece di “Semola” ascolto quasi sempre parole che si rifanno a concetti molto volgari, sui quali sorvolo volentieri.
Nell’originale, Semola è Wart : “porro, verruca, bitorzolo”, secondo il mio dizionario. Il mio inglese è piuttosto scarso e non so dire di più, ma mi basta cogliere l’assonanza tra Wart e Walt per cominciare a capire qualcosa.
Merlino inizia subito l’istruzione: la prima lezione è sui pesci. Artù diventa un pesciolino rosso, nel fossato del castello incontra un ranocchio e uno spaventoso luccio. Saper combattere, anche con l’astuzia, è fondamentale per vivere. Artù-pesciolino è molto meno forte del luccio, ma ce la fa.
Nella seconda lezione, Artù è uno scoiattolo: la scoperta del sesso, e dell’amore – una forza potentissima, come spiega Merlino. La scoiattolina è davvero una di cui innamorarsi, ma come si fa?
Poi si passa alla teoria. Merlino insegna al bambino che la Terra è rotonda e si muove nell’Universo girando intorno al Sole, ma il Gufo si oppone: sono concetti troppo complicati, troppo in avanti per i tempi in cui deve vivere. Insegnandogli queste nozioni, Merlino metterà in difficoltà il ragazzo presso i suoi contemporanei. Merlino si arrabbia molto col Gufo: “Ok, allora la lezione la farai tu.”. E il Gufo scopre presto che Artù non sa né leggere né scrivere, e glielo insegna. Molto bella la lunga risata del Gufo (un Gufo fin lì serissimo e bisbetico) quando Merlino cerca di spiegare la teoria del volo, e il modellino di aereo finisce ingloriosamente nel fossato.
La terza trasformazione è appunto in uccello; aiutato dal Gufo, Artù impara a volare ma viene subito adocchiato da un temibile falco. Per sfuggire al rapace, l’uccellino Artù precipita nella cappa di un camino e finisce nella casa di Maga Magò: siamo al minuto 56. Maga Magò nell’originale è Madam Mim (“Mad Madam Mim”), che non saprei tradurre. Forse un’abbreviazione di “mimetic”?
Arriva subito Merlino in soccorso, e i due maghi si sfidano a duello. Il duello di magia è una delle sequenze più belle del cinema d’animazione, ed è a un’ora esatta dall’inizio del film.
Ecco la sequenza delle trasformazioni:
MERLINO MAGA
MERLINO COCCODRILLO
TARTARUGA COCCODRILLO
CONIGLIO VOLPE
BRUCO GALLINA
TRICHECO ELEFANTE
TOPO TIGRE
TOPO SERPENTE
GRANCHIO RINOCERONTE
CAPRA DRAGO (il drago era stato esplicitamente vietato)
TOPO DRAGO
VIRUS DRAGO.
E’ una sequenza molto buffa, ma attenzione a non prenderla sottogamba. Le metamorfosi sono alla base della cultura umana in tutto il mondo, a partire da quelle di Ovidio, o dal mito di Proteo, dal Fauno, e chissà quante altre cose ancora si potrebbero tirare fuori, anche in ambito cristiano. Penso che un antropologo, o uno studioso di storia delle religioni, potrebbe tirare fuori da questa sequenza un saggio di quelli ponderosi.
A me è venuta in mente, insieme con mille fiabe e racconti (Pinocchio è pieno di metamorfosi, e così anche i Grimm, e Andersen...), un’antica ballata inglese che ho ascoltato su un disco dei Fairport Convention: la storia di Tam Lin. “Tam Lin” non è una fiaba ma una storia da adulti, una storia molto complicata di incantamenti, parente stretta della Bella e la Bestia, o di Amore e Psiche, ma tragica e con un’atmosfera di stregoneria e sortilegio. Una fanciulla ama un giovane che è soggetto ad un incantesimo; il giovane le spiega come deve fare per salvarlo, e le dice di non avere paura quando, al momento fatale, lo vedrà trasformarsi: “(...) Oh, they will turn me in your arms to a newt or a snake But hold me tight and fear not, I am your baby's father And they will turn me in your arms into a lion bold But hold me tight and fear not and you will love your child And they will turn me in your arms into a naked knight But cloak me in your mantle and keep me out of sight. (...)" Nell’ordine, la ragazza vedrà il suo innamorato trasformarsi in ramarro, serpente, leone audace, e infine nudo cavaliere. In tutti i casi, dovrà tenerlo stretto e non fuggire; alla fine, dovrà coprire il cavaliere con il suo mantello.
Ma qui non serve fare discorsi complicati, ci si diverte e basta; e ci si diverte molto.
Alla fine dell’addestramento, sconfitta anche Maga Magò, Artù dice al suo maestro che lui è molto contento di fare lo scudiero per Kay, e Merlino lo sgrida. Il bambino insiste, è convinto che fare lo scudiero sia un onore, e Merlino si arrabbia così tanto che parte seduta stante per Honolulu, in costume da surfista e camicia a fiori. Mago Merlino in tenuta da surfista è un’invenzione formidabile, faccio i miei complimenti e anche un inchino rispettoso. Artù rimane solo con il Gufo, che non sa cosa dire: è rimasto senza parole anche lui.
Poi, ecco l’evento del titolo: narrato in poche sequenze, un po’ sbrigativamente; comunque la Spada è fuori dalla Roccia, anche sir Ettore e Kay si inchinano. Fatto re, Semola vorrebbe scappare e mollare tutto, e il Gufo è pronto ad assecondarlo: ma Merlino ritorna e (ancora in costume da surf) assicura il suo aiuto. “Vedrai, sarai così famoso che faranno anche un film su di te – ma senza pubblicità!”
E’ un film musicale, con molte canzoni ben interpretate anche in italiano, mai sgradevoli (capita, con le versioni ritmiche), molto funzionali e ancora oggi ascoltabili con piacere.
Tra i comprimari, alcuni personaggi meravigliosi: un Lupo spelacchiato (parente di Wyle Coyote?) che sembra uscito da “Pierino e il lupo”, una Zuccheriera impagabile armata di cucchiaino e col coperchio a mo’ di cappello, la valigia magica, mamma picchio, la scoiattolona che corteggia Merlino, cavalli e cavalieri, e tanto altro ancora.
E, per chiudere, una frase dalla prima lezione di Merlino al futuro King Arthur: “La magia non può risolvere tutti i tuoi problemi, devi imparare a cavartela da solo.”

giovedì 25 marzo 2010

Bongo e i tre avventurieri

BONGO E I TRE AVVENTURIERI (FUN AND FANCY FREE, 1947) Produzione Walt Disney (1947) Registi: Jack Kinney, Hamilton Luske, Bill Roberts, William Morgan Sceneggiatori: Homer Brightman, Eldon Dedini, Sinclair Lewis e altri Fotografia: Charles P. Boyle Musica: Eliot Daniel, Paul J. Smith, Oliver Wallace. Attori: Edgar Bergen, Luana Patten e (nell’originale) le voci di Walt Disney, Cliff Edwards, Clarence Nash, Pinto Colvig, Billy Gilbert, Dinah Shore (73 minuti)

Paperino, Topolino e Pippo salgono sul fagiolo magico, e lì incontrano il Gigante: non sono mica cose che capitano tutti i giorni, nemmeno nei cartoni animati. La favola del fagiolo magico forse non è una di quelle più belle, ma è certamente una di quelle che più si prestano ad essere raccontate, alle variazioni, alle imitazioni. Dietro c’è uno dei maggiori divertimenti, soprattutto per dei bambini di 4-5 anni: noi che diventiamo piccoli piccoli, e gli oggetti intorno a noi che diventano giganteschi, enormi e irraggiungibili. Perché nel castello del gigante, in cima alla pianta del fagiolo magico (cresciuta nottetempo a dismisura), tutto è grande, enorme, gigantesco, irraggiungibile: è il mondo come appare ad un bambino.
E’ una fiaba antica, parente della storia di Gargantua e Pantagruel, una storia dei tempi in cui fame e miseria non erano parole lontane, da rifilare a qualche paese africano o asiatico. E’ anche per questo che la favola del fagiolo magico è stata dimenticata, ed è un peccato perché è davvero divertente vedere Pippo che balla dentro la gelatina, e i suoi compagni che affondano nella crema della torta o dentro al formaggio, sulla tavola ricca e sfarzosamente imbandita del Gigante. La favola incomincia così: l’Arpa Magica rende fertile e felice la valle; ma un Gigante misterioso la rapisce, e arrivano fame e miseria. Da un fagiolo magico, risparmiato in tempo di carestia, nasce in una sola notte una pianta altissima; l’Eroe (un eroe piccolo ma furbo) ci si arrampica sopra, trova il castello del Gigante, lo sconfigge e libera l’Arpa. In casa Disney, l’Arpa Magica diventa una fanciulla bionda, e gli eroi sono tre: Pippo, Paperino, Topolino...
O forse pensavate davvero che io mi mettessi a parlare dell’orsetto Bongo, fuggito dal circo con la sua biciclettina da equilibrista, che incontra gli orsi veri grandi e grossi e li sconfigge vincendo l’amore di una bella orsettina? No, Bongo (che dovrebbe essere la vera star di questo film) è tanto carino e simpatico, gli invidio molto l’orsetta graziosa che riesce a conquistare, ma di fronte a Paperino che sogna di mangiarsi una mucca intera non c’è Bongo che tenga. Lo lascio lì felice con l’orsetta carina, e rimando i buffi orsi contro i quali si trova a combattere nel cartoon dove Paperino fa il ranger a Yellowstone, insieme a Cip e Ciop (ci sono anche loro, con tutti gli uccellini di Biancaneve), dove sicuramente si divertono di più.

Paperino, quello vero, è questo qui: quello degli anni 30-40. Dopo è cresciuto, è un po’ invecchiato, gli hanno messo giacca e cravatta, si fa tiranneggiare da Paperone, forse si è sposato con Paperina: insomma, non è più stato lo stesso. Forse è diventato un vicino di casa più affidabile, lui come Pippo, ma sono sicuro che questo Paperino qui lo rimpiangiamo ancora tutti.
Ah dimenticavo: il film inizia con il Grillo Parlante (“Jimini Cricket”), che fa da raccordo fra le varie storie: dal set di “Pinocchio” si porta dietro il pesciolino (era una pesciolina, se non ricordo male) e anche un gattaccio minaccioso che potrebbe essere lo stesso micino di Geppetto, ormai adulto. Il Grillo si muove fra curiosi reperti d’epoca, fonovaligie, radio d’epoca, album di dischi a 78 giri: ed è proprio da uno di questi lussuosi album che il Grillo tira fuori un disco dove la famosa Dinah Shore (chi sarà mai costei? io non ne ho memoria, ma pare che nel ’47 fosse una celebrità) canta e racconta la storia dell’orsetto Bongo. Poi ci trasferiamo nel salotto di una bambina bionda, che si chiama Luana Patten: e anche lei forse a quel tempo era famosa, ma io sono troppo giovane e non ne so niente.
A casa di Luana, nel suo salotto, c’è una presenza inquietante: il ventriloquo Edgar Bergen con due pupazzoni. E’ lui che racconta la storia del fagiolo magico, ed è una presenza della quale farei volentieri a meno (so che esistono delle versioni moderne in cui la sua parte è stata tagliata, che sollievo!).
Non so a voi, ma a me i pupazzoni dei ventriloqui hanno sempre fatto un po’ senso. Mi piacciono molto le marionette, delle quali sono parenti: ma questi due tizi (“Charlie” e “Mortimer”) che fanno compagnia alla piccola Luana sul divano sono veramente brutti.Meno male che poi alla fine arriva il Gigante: non è morto, non si è fatto quasi niente, e – come è ovvio, in casa Disney – non è nemmeno cattivo. Solo, vorrebbe sapere dove sono finiti quei tre piccoletti che gli hanno rovinato la cena....
PS: Anche altri cartoons si sono arrampicati sul fagiolo magico: Gatto Silvestro ci trova un Titti più grande di lui, e c’era da aspettarselo: è appeso ad un soffitto altissimo dentro la sua gabbietta enorme. Invece Bugs Bunny si ferma nell’orto, dove trova delle carote giganti: ne è entusiasta, ne rosicchia una e ci va ad abitare dentro, e sulle altre fa progetti grandiosi. Però arriva il cane del Gigante, ed è enorme anche lui: insegue furioso l’intruso, e alla fine, dopo tanto correre, Bunny ha un’idea geniale: si rifugia nel pelo dell’animale e comincia a grattare. Se avete un cane, o un gatto, lo sapete bene: una grattatina è la cosa che più desiderano al mondo, e se la fate bene li portate vicinissimi all’estasi. Il cane del Gigante diventa amico di Bunny, molto amico, amicissimo; e adesso il problema è come si fa ad andare via, dal Paradiso della Carota...

giovedì 11 febbraio 2010

Darby O'Gill e il re dei folletti

Darby O’Gill e il re dei folletti (Darby O’Gill and The Little People, 1959) Regia di Robert Stevenson, Produzione Walt Disney. Sceneggiatura di L.E.Watkin tratta dai racconti di D.H.Kavanagh. Fotografia (Technicolor) di Winton C. Hoch. Musica di Oliver Wallace, canzoni di Oliver Wallace e L.E.Watkin. Con Albert Sharpe, Janet Munro, Sean Connery, Jimmy O’Dea, Kieron Moore, Estelle Winwood. Durata 93 minuti

A me i folletti sono sempre stati simpatici (spero di essere anch’io simpatico a loro...), e questo è uno dei film più piacevoli che mi sia mai capitato da vedere. E’ un film per bambini, ed è una produzione Disney, ma di quelle dei tempi migliori; ed è un peccato che sia stato dimenticato, perché penso proprio che anche ai bambini di oggi farebbe piacere vederlo, anche se guardano i Simpson e hanno una playstation recente e aggiornatissima. Le storie dei folletti e delle streghe (le banshee, terrificanti spiriti d’Irlanda) piacciono sempre, e questa è una bella storia ben raccontata.

Protagonista è il giovane Sean Connery, non ancora trentenne, in un tripudio di folletti e di leprechauns, con effetti speciali che erano ottimi nel 1957 e che sono buoni ancora oggi, in epoca di computer graphic iperrealista. Il vecchio Darby, custode della villa del riccone del paese, è in rapporto di amicizia con Brian Conners, ovvero King Brian of Knockasheega, Re dei Folletti di tutta l’Irlanda; ma il suo datore di lavoro ha deciso di mandarlo in pensione e di sostituirlo con un giovane che viene da fuori, da Dublino. Il giovane forestiero è Sean Connery, e tutto finirà bene (si può dirlo perché è scontato fin dall’inizio) perché lui è un bravo ragazzo e perché Darby ha una figlia che è un gioiellino, chi se la farebbe scappare? Riassumere tutto il film non ha molto senso, penso che bastino le immagini per far capire di che cosa si tratta; non ci sono solo i folletti compagnoni e i momenti felici, come in tutte le storie fantastiche (e in tutto il cinema di Walt Disney) non mancano i momenti cupi e drammatici, che culmineranno nell’apparizione della carrozza del Banshee - che rappresenta la morte ed è una citazione da “Il carretto fantasma” di Victor Sjöström (un capolavoro assoluto, datato 1920).
C’è anche la curiosità di sentire Sean Connery che canta (sembrerebbe proprio lui: si scusa anche di non saper cantare) dei versi allegri che suonano così: “Oh, she’s my dear my darling one...”. La canzone si chiama “Irish girl” ed è molto orecchiabile; gli fa compagnia nel cantarla Janet Munro, un’attrice davvero adorabile che purtroppo appare solo nei film Disney di quel periodo.
Nei titoli di testa, Walt Disney ringrazia il Re Brian e tutti i suoi Leprechauns, “senza i quali questo film non sarebbe stato possibile”. Darby O’Gill viene dai racconti di D.H.Kavanagh, ma qui vorrei ricordare a tutti la raccolta di fiabe popolari irlandesi curata da W.B.Yeats, un autentico capolavoro, e anche le opere di James Stephens, irlandese e coetaneo di Joyce, che di folletti se ne intendeva molto. A questo punto però, dopo averlo evocato, mi è venuta una gran voglia di rileggere qualcosa ed è per questo che porto qui l’inizio di “La pentola dell’oro”, di James Stephens. La storia che vi è narrata non assomiglia per niente a quella di Darby O’Gill, ma si tratta di uno dei libri che ho letto con maggior piacere nella mia vita, e adesso che ho trovato la scusa per portarlo sul sito, niente e nessuno, a questo punto, mi potrà più fermare.
Nel cuore della pineta chiamata Coilla Doraca vivevano or non è molto due Filosofi. Erano più saggi di qualunque altra cosa al mondo, eccettuato il Salmone che se ne sta nello stagno di Glyn Cagny, dove il nocciòlo piantato sulla riva lascia cadere i frutti della conoscenza. E’ lui, naturalmente, l'essere più profondo che esista, ma quanto a saggezza i due Filosofi non gli sono di molto inferiori. Le loro facce sembravano di pergamena, le loro unghie erano orlate di inchiostro, e non c'era difficoltà che non sapessero risolvere seduta stante, anche se a sottoporgliela era una donna. La Donna Grigia di Dun Gortin e la Donna Magra di Inis Magrath fecero ai Filosofi le tre domande a cui nessuno era mai stato capace di rispondere, e loro trovarono subito le risposte. Fu così che si guadagnarono l'ostilità di queste donne, che conta molto di più dell'amicizia degli angeli. La Donna Grigia e la Donna Magra furono talmente irritate nel sentirsi rispondere, che sposarono i due Filosofi, per avere la possibilità di pizzicarli a letto; ma i Filosofi avevano la pelle così dura che quei pizzichi non li sentivano nemmeno. Ricambiavano la rabbia delle donne con così tenero affetto che quelle pessime creature quasi morivano di crepacuore, e una volta, in una vera e propria estasi di furia, dopo che i loro mariti le avevano baciate, esse scagliarono le millequattrocento maledizioni nelle quali consisteva la loro saggezza; i Filosofi le impararono, e così divennero ancor più saggi di prima.
Passato il tempo giusto, da questi matrimoni nacquero due bambini. Nacquero lo stesso giorno alla stessa ora, e tra i due c'era una sola differenza, che l'uno era maschio e l'altra era femmina. Nessuno seppe dire come questo fosse accaduto e per la prima volta nella loro vita i due Filosofi furono costretti a contemplare un evento che non erano stati in grado di prevedere; ma dopo avere accertato in molti e svariati modi che i bambini erano indubbiamente bambini, che ciò che è stato è stato, che un fatto non si può negare, e che quello che è accaduto una volta può accadere anche due, conclusero che l'avvenimento era straordinario ma non innaturale, e si sottomisero serenamente a una Provvidenza ancora più saggia di loro.
Il Filosofo che aveva il figlio maschio era molto contento perché, diceva, al mondo c'erano troppe donne, e il Filosofo che aveva la figlia femmina era molto contento anche lui perché, diceva, di una cosa buona non se ne ha mai troppa; ma la Donna Grigia e la Donna Magra non furono affatto placate dalla maternità: dissero che non l'avevano messa in bilancio, che i bambini erano stati ottenuti con falsi pretesti, che loro erano due rispettabili donne sposate e che quindi, per protesta contro i soprusi dei due Filosofi, non avrebbero più fatto da mangiare per loro. La notizia fu quanto mai gradita ai mariti, che non potevano soffrire il modo di cucinare delle due donne; ma si guardarono bene dal dirlo, perché se quelle avessero immaginato che ai mariti non piaceva la loro cucina, avrebbero sicuramente insistito sul proprio diritto di far da mangiare: sicché tutti i giorni i Filosofi supplicavano le mogli di preparare uno dei loro squisiti pranzetti, cosa che le donne si rifiutarono sempre di fare.
Vivevano tutti insieme in una piccola casa proprio nel cuore di una pineta buia. Qui il sole non splendeva mai perché l'ombra era troppo profonda, e nessun vento vi penetrava perché i rami erano troppo fitti : era il luogo più solitario e tranquillo del mondo, e tutto il giorno i due Filosofi potevano sentirsi l'un l'altro pensare o far discorsi, e questi erano i suoni più gradevoli che conoscessero. Per loro non esistevano che due specie di suoni - la conversazione e il rumore: amavano molto il primo, ma criticavano severamente il secondo, e anche se era prodotto da un uccello, da una brezza o da uno scroscio di pioggia, si adiravano moltissimo e pretendevano che fosse abolito. Le loro mogli parlavano di rado, però non stavano mai in silenzio : comunicavano tra loro con una specie di telegrafia fisica che avevano imparato tra gli Shee - facevano crocchiare più presto o più adagio le giunture delle dita, e così riuscivano a parlarsi anche a distanze enormi, perché grazie alla lunga pratica sapevano tirar fuori grandi suoni esplosivi che erano quasi come tuoni e suoni più lievi, come il cadere delle ceneri grigie sulla pietra del focolare. La Donna Magra odiava la propria creatura ma amava quella della Donna Grigia, e la Donna Grigia amava la creatura della Donna Magra ma non poteva soffrire la propria. Un compromesso può risolvere anche la situazione più spinosa; sicché le due donne si scambiarono i figli e subito divennero le madri più affettuose e tenere che si possano immaginare, e le due famiglie finirono col vivere insieme in un’armonia così perfetta come altrove è ben difficile trovarla. I bambini crescevano belli e floridi (...)
(James Stephens, La pentola dell’oro, inizio del romanzo)(ed. Bompiani)


venerdì 25 dicembre 2009

Pinocchio tra Disney e Collodi ( I )

- Le avventure di Pinocchio, libro di Carlo Collodi (1826-1890), pubblicato nel 1880.
- Pinocchio, film a disegni animati, produzione Walt Disney del 1940. Diretto da Hamilton Luske e Ben Sharpsteen sceneggiato da Ted Sears, Otto Englander, Webb Smith, William Cottrell, Joseph Sabo, Erdman Penner, Aurelius Battaglia. Musica di Leigh Harline & Paul J. Smith Durata 88 minuti

Avrei voluto fare con “Pinocchio” lo stesso percorso che ho fatto con “Alice”, e cioè passare in rassegna capitolo per capitolo le differenze e le corrispondenze tra il libro film; ma mi sono accorto subito che non era possibile.
Il Pinocchio di Collodi e quello di Disney sono proprio due cose differenti. Disney mantiene alcuni dei personaggi del libro e alcune situazioni, ma si tratta di una vera e propria riscrittura, che va ben al di là dei tagli necessari per una riduzione cinematografica (produrre un cartone animato era un lavoro difficile e impegnativo, oltre che molto costoso, nel 1940).
Dei personaggi di Collodi rimangono soltanto Geppetto, Pinocchio, il grillo, la Fata, Mangiafoco, il Gatto e la Volpe, l’omino di burro, Lucignolo; ma quasi tutti cambiano nome o caratteristiche. L’elenco dei personaggi tagliati è così lungo che dovrò farlo un po’ alla volta; magari lo metterò come riassunto finale. E’ chiaro che si tratta di scelte in gran parte obbligate, non si può far stare tutto “Pinocchio” in un’ora e mezza; ma dispiace ugualmente non vedere il Pescatore Verde, o Pinocchio che fa la parte del cane Melampo con le faine, eccetera.
Il primo personaggio a saltare è Maestro Ciliegia, e non è una perdita da poco: quei primi capitoli, con il bisticcio fra i due vecchietti, dà il tono a tutto quello che segue, è come l’indicazione della tonalità in un brano musicale: da qui si parte, questo è l’ambiente, questo è il ritmo da seguire.
Il Pinocchio di Disney è molto bello, ma è un musical: tutt’altra ambientazione, altri ritmi, altra tonalità.
L’inizio del film è completamente differente dal Pinocchio di Collodi, proprio un’altra cosa.Basta aprire il libro per vedere che in Collodi il pezzo di legno, all’inizio, non è nelle mani di Geppetto e ci arriverà solo dopo un po’.
Nel capitolo 1, Maestro Ciliegia comincia a lavorare un pezzo di legno e scopre che c’è qualcosa di strano. Nel capitolo 2, Maestro Ciliegia regalerà quell’inquietante pezzo di legno a Geppetto: è Geppetto che va dal vicino, e lo fa apposta per chiedergli un pezzo di legno perché vuole fare un burattino. La scena è molto buffa e giustamente famosa.
Nel capitolo 3, Geppetto inizia a fabbricare il burattino; e arrivano subito i primi dispetti. Pinocchio corre via non appena ha le gambe, e verrà fermato dai carabinieri; ma Geppetto li convince a lasciar lì “il ragazzo” e a portare via lui, il padre, che è il vero responsabile del disordine causato da Pinocchio.
In Disney non c’è Maestro Ciliegia, come abbiamo visto; e Geppetto, che ha gli occhi azzurri e somiglia molto ad Albert Einstein, è un simpatico costruttore di giocattoli molto raffinati e ingegnosi. Soprattutto, non ci sono la povertà e la miseria descritte da Collodi; e l’ambiente non è rurale ma cittadino.
Vediamo anche dei nuovi personaggi, che in Collodi mancano: un gattino (Figaro) e un pesce rosso, anzi una pesciolina (di colore dorato: si chiama Cleo).
Il Grillo in Collodi non l’abbiamo ancora incontrato, ma qui c’è fin dall’inizio: anzi, è lui il Narratore. Ha perfino un nome: Jimmy Cricket (dove “cricket” non è il gioco di squadra amato dagli inglesi, ma è proprio la parola che traduce “grillo”), e un abito di scena, all’inizio molto consunto. Il Grillo di Disney è vestito come W.C.Fields, o come i personaggi dei fumetti d’inizio secolo, Arcibaldo e Petronilla.
Nel film, il Grillo è una presenza costante e rappresenta il tutore di Pinocchio, la sua coscienza; ma va ricordato che nel libro di Collodi il ruolo di “coscienza” non è solamente del Grillo, ma è distribuito tra diversi personaggi: un merlo (cap.XII), un pappagallo (cap. XIX), una lucciola (cap.XXI), un granchio (cap.XXVII), Inoltre, in Collodi compare un altro Grillo parlante, ed è uno dei tre medici a casa della Fatina, nel cap. XVI.
Il film inizia con il Grillo che apre il libro e inizia a raccontare la storia: è subito una canzone, dove si racconta come al principio il Grillo dubitasse dell’esistenza delle Fate che esaudiscono i desideri, ma poi ha dovuto ricredersi. “Lasciate che vi racconti come ho cambiato idea”.
E questa è un’altra differenza fondamentale con Pinocchio, dove la Fata non ha niente a che vedere con l’approvazione dei desideri, ma appare per conto suo e agisce di sua iniziativa. In Collodi, la Fata è chiamata in diversi modi: la Bambina dai Capelli Turchini, ma anche sorellina (sulla lapide del cap. XXII) e anche mammina (cap.XXV). Solo da metà libro in avanti verrà chiamata apertamente “Fatina”.
E’ diverso anche il posto dove è ambientata la storia: niente Toscana, ma paesaggi vagamente tirolesi o svizzeri, montagne e paesini ben ordinati e puliti, con le strade lastricate. All’inizio il Grillo è malvestito e lacero, ed entra nella casa di Geppetto solo per scaldarsi.
La casa è piccola ma molto bella e ben arredata, piena di orologi e carillon, giocattoli e burattini; e c’è anche un bambino di legno con gli occhi azzurri.
Torna Geppetto con il gattino, prende il bambino di legno e finisce l’opera; quindi lo muove come una marionetta qualsiasi, usando i fili, da provetto burattinaio. E’ il secondo numero musicale, molto bello, dove si esibiscono la pesciolina e il gattino, e dove il Grillo è protagonista con molte gags insieme alle figurine dei giocattoli e dei carillon. Dettagli numerosi e molto belli, soprattutto si insiste sul carillon tirolese.
Infine, tutti gli orologi suonano l’ora, con dettagli molto divertenti; ed è tardi, ora di andare a letto. Geppetto mette via la marionetta, e va a dormire: in queste sequenze è protagonista il gattino Figaro, che ha un suo lettino proprio come i bambini, e che da bambino si comporta. Prima di dormire, Geppetto vede una stella cadente ed esprime un desiderio: vorrebbe tanto che la sua nuova marionetta fosse un bambino vero.
Dalla finestra (aperta poco prima dal gattino) entrerà nella notte la Fata, “The Blue Fairy”: l’unico a vederla sarà il Grillo, rimasto sveglio a causa del russare di Geppetto e del ticchettio degli orologi (un’altra sequenza molto bella e ricca di dettagli: anche la graziosa pesciolina sta russando!).
La Fata è bionda coi capelli lunghi e ha l’abito di stelle; è visibilmente ricalcata su un’attrice vera, ed è molto bella. Esaudisce il desiderio di Geppetto e Pinocchio comincia a muoversi, ma è ancora una marionetta: «Mi muovo! So parlare! Cammino!».
Come tutti i bambini, Pinocchio ha subito un sacco di “perché” da chiedere. Ma la Fata gli dice subito che se vuole diventare un bambino vero dovrà essere “bravo, coraggioso e disinteressato” (come nel Flauto Magico di Mozart?), e saper distinguere il bene dal male.
Il Grillo ne approfitta e comincia a spiegare a Pinocchio che cos’è la coscienza; la Fata vedendolo molto in parte gli dà un’investitura ufficiale: coscienza di Pinocchio, con tanto di abito nuovo ed elegantissimo.
La Fata Azzurra se ne va, e il Grillo insegna l’etica e la morale al burattino, o almeno ci prova: è il duetto “impara a fischiettar” (“quando sei in difficoltà e hai bisogno di me, fai un fischio!”). Pinocchio cerca di imitare i passi di danza del Grillo, ma è ancora molto goffo e fa cadere tutto. Il rumore sveglia Geppetto.
Danza di Geppetto con Pinocchio, altri carillon, altre gags del Grillo con i giocattoli, tutto molto bello e da rivedere. Qui c’è un piccolissimo rimando a Collodi: nel giocare, Pinocchio si brucia un dito, e il dito verrà spento nella vaschetta di Cleo. In Collodi, la scena in cui Pinocchio brucia una parte di se stesso è molto più dura e drammatica.
Infine, tutti a letto: ma Pinocchio non sa dormire, che cos’è dormire? Nascono un sacco di “perché”, e Geppetto decide che l’indomani il bimbo nuovo andrà a scuola, come tutti i bambini.
(continua)
I disegni di Attilio Mussino vengono dalla mia copia personale di “Pinocchio”, cioè l’edizione Bemporad-Marzocco del 1961 (“dodicesima ristampa”) (copia personale, ma - è d'obbligo dirlo - è una proprietà che condivido con mia sorella) .

giovedì 24 dicembre 2009

Pinocchio tra Disney e Collodi ( II )

- Le avventure di Pinocchio, libro di Carlo Collodi (1826-1890), pubblicato nel 1880.
- Pinocchio, film a disegni animati, produzione Walt Disney del 1940. Diretto da Hamilton Luske e Ben Sharpsteen sceneggiato da Ted Sears, Otto Englander, Webb Smith, William Cottrell, Joseph Sabo, Erdman Penner, Aurelius Battaglia. Musica di Leigh Harline & Paul J. Smith Durata 88 minuti

In Disney, Pinocchio va subito a scuola, e lo vediamo allegramente dirigersi in paese ben vestito e con un bel libro nelle mani; molto bella la panoramica sul paesino, che sembra ripresa dai film di René Clair (penso a “Il milione” e “Sotto i tetti di Parigi”).
Nel libro di Collodi, le cose vanno meno bene: Pinocchio appena nato combina subito guai, e Geppetto è stato portato via dai Carabinieri.
Nel capitolo IV, Pinocchio è rimasto da solo in casa; qui incontra il Grillo, ma Pinocchio si stanca subito di ascoltarlo e lo spiaccica contro il muro. Nel capitolo V, Pinocchio ha fame ma trova in casa soltanto un uovo; prova a cucinarlo ma quando lo rompe ne vola fuori un pulcino. Nel capitolo VI, Pinocchio si addormenta vicino al fuoco e si brucia i piedi; essendo fatto di legno non se ne accorge. Nel capitolo VII, torna a casa Geppetto, che dà a Pinocchio la sua colazione: tre pere. Pinocchio vuole che siano sbucciate, ma poi ha ancora fame e mangerà anche le bucce e i torsoli; Geppetto invece resterà senza nulla da mangiare. Nel capitolo VIII, Geppetto rifà i piedi a Pinocchio; quindi vende la sua giacca per comperargli il libro di scuola, il famoso “Abbecedario”.

Qui Collodi ha appena cominciato, ma in Disney quando Pinocchio va a scuola siamo già a un terzo della durata complessiva del film. Pinocchio versione Disney è ben vestito ed elegante (nel libro ha una giacchetta di carta e un berretto di midolla di pane), Geppetto gli dà una mela “da offrire al maestro”. Ma a scuola Pinocchio non ci arriva: trova subito il Gatto e la Volpe, che sono due attori di teatro e sembrano usciti da un romanzo di Dickens, magari “Il circolo Pickwick”.

A questo punto devo ammettere di aver rinunciato al parallelo capitolo per capitolo, perché i tagli e le differenze sono davvero tanti. L’incontro con il Gatto e la Volpe, in Collodi, ha un taglio decisamente più drammatico, addirittura oscuro: ricorderò solo che alla fine Pinocchio verrà impiccato, che l’impiccagione è descritta nei dettagli, e che si salverà perchè – essendo di legno – non può morire; sarà comunque la Fata a salvarlo e riportarlo in salute.
Tutto questo era evidentemente troppo per un cartone animato, e viene saltato o cambiato. Per esempio, il Gatto in Disney è molto simpatico ed è un evidente ricalco di Harpo Marx, così come era stato per il Cucciolo dei sette nani di Biancaneve. Niente a che vedere quindi con l’inquietante, sporco, e decisamente malavitoso Gatto del libro.
Oltretutto, in Collodi il Gatto si mangia un merlo, proprio come farebbe un gatto vero: il merlo è un’altra parte della coscienza di Pinocchio, qui interamente affidata al Grillo. E va ricordato che a questo punto, in Collodi, il Grillo è già morto: tornerà, ma come fantasma. Anche questo dettaglio, in un cartoon Disney, era sicuramente troppo forte; e poi Jimmy Cricket è troppo simpatico, mica si può farlo morire così...
Il cartoon Disney salta quindi completamente tutta la storia degli zecchini d’oro, di Melampo, della permanenza di Pinocchio in prigione; salta tutta la scena a casa della Fata, con i tre medici, i becchini, le bugie e i confetti col rosolio.
Quello che succede nel film è questo: il Gatto e la Volpe avvicinano Pinocchio perché è una marionetta semovente, quindi un’attrazione, qualcosa che si può rubare e vendere a un burattinaio: che però si chiama Stromboli e non Mangiafoco. Lo si vede bene anche nella versione italiana, dove però il doppiaggio dice “Mangiafuoco”: il pubblico italiano conosceva bene tutta la storia, e un Mangiafoco con un altro nome non era ammissibile (ma nei manifesti dello spettacolo il nome “Stromboli” è ancora ben visibile).
Ma, prima, c’è un bel numero musicale: un duetto di Pinocchio con la Volpe (il Gatto è muto, come Harpo Marx, mentre in Collodi ripete sempre l’ultima sillaba di quello che dice la Volpe). La canzone è sul mestiere dell’attore, e viene eseguita con una danza che prosegue per tutta la strada. Invano il Grillo cerca di recuperare Pinocchio alla retta via.
Il Volpone si mangia la mela destinata al maestro (è quasi identico al Luigi Proietti del “Circolo Pickwick” televisivo) e dice a Pinocchio che “ci sono vie più facili verso il successo” rispetto alla scuola, così noiosa.
Il Grillo decide che non andrà a raccontare tutto a Geppetto: in fin dei conti, si è preso un impegno con la Fata, è lui la Coscienza Ufficiale di Pinocchio e tocca a lui rimediare.
L’incontro con Mangiafoco, nel libro, è simile ma molto diverso nella sostanza; e il Gatto e la Volpe non c’entrano. Infatti vediamo Pinocchio vendere il libro di scuola per comperarsi i biglietti per lo spettacolo dei burattini; allo spettacolo i burattini accolgono Pinocchio come un fratello, poi però arriva Mangiafoco e si corrono momenti terribili. Ma, alla fine, Mangiafoco non sarà così terribile: anzi, regala a Pinocchio le cinque monete d’oro che poi saranno protagoniste della scena più cupa del libro, quella degli assassini. Dunque, per Collodi è solo dopo l’incontro con Mangiafoco che Pinocchio conoscerà il Gatto e la Volpe.
Mangiafoco: Che mestiere fa tuo padre?
Pinocchio: Il povero.
Mangiafoco: E guadagna molto?
(capitolo XII)

In Disney va così: Pinocchio diventa l’attrazione principale dello spettacolo di Stromboli-Mangiafuoco, una marionetta senza fili! Pinocchio è goffo e impacciato, ma lo spettacolo (ben documentato dal film) è comunque un successone. Il Grillo se ne va, pensando di essersi sbagliato: se davvero Pinocchio vuole fare l’attore, che male c’è?
Molto bello il duetto di Pinocchio con l’olandesina, e la canzoncina che canta dice: «Io fili non ho più, eppur sto su!”. In Collodi, tra le marionette vediamo le maschere della Commedia dell’Arte, che riconoscono Pinocchio come uno di loro e gli fanno una gran festa. Sono Arlecchino, Pulcinella, Rosaura: ad Arlecchino tocca una scena molto drammatica. Nel film le maschere non ci sono: dopo l’olandesina, arrivano le ballerine francesi e poi cosacche e cosacchi.
“Cosa se ne fa un attore di una coscienza?” dice il Grillo, e considera chiusa la sua missione, sia pure a malincuore. Ma non sarà così. (continua...)
I disegni di Attilio Mussino vengono dalla mia copia personale di “Pinocchio”, cioè l’edizione Bemporad-Marzocco del 1961 (“dodicesima ristampa”) (miracolosamente conservata attraverso i decenni, ma ne valeva la pena).

mercoledì 23 dicembre 2009

Pinocchio tra Disney e Collodi ( III )

- Le avventure di Pinocchio, libro di Carlo Collodi (1826-1890), pubblicato nel 1880.
- Pinocchio, film a disegni animati, produzione Walt Disney del 1940. Diretto da Hamilton Luske e Ben Sharpsteen sceneggiato da Ted Sears, Otto Englander, Webb Smith, William Cottrell, Joseph Sabo, Erdman Penner, Aurelius Battaglia. Musica di Leigh Harline & Paul J. Smith Durata 88 minuti

Il Pinocchio di Disney è un musical, e le canzoni portano via molto tempo: penso che sia questa la ragione principale dei tagli e della riscrittura (penso ai duetti di Pinocchio con la Volpe, o all’esibizione nel teatro delle marionette). Il film finisce anche per somigliare molto ai cartoons meravigliosi e leggendari degli anni ’30, i primi del sonoro, con molti numeri musicali e anche con l’esibizione degli oggetti animati; e a me piacciono molto queste sequenze, perché permettono un grande sfogo alla fantasia. In questo senso, notevolissime sono le sequenze dedicate ai giocattoli e agli orologi nel laboratorio di Geppetto.
Avevamo comunque lasciato Pinocchio al culmine del successo; lo vediamo ora in compagnia di Stromboli (cioè Mangiafoco) che, tutto contento, si gode l’incasso. Ma ora Pinocchio pensa al suo babbo, e vorrebbe tornare a casa; il burattinaio non ne vuole sapere e lo chiude in una gabbia da canarini. Qui Disney ha qualcosa della cupezza del libro, e i dettagli delle marionette morte nel carro di Stromboli è ben degno anche del famoso “lato oscuro” della Disney, presente fin da Biancaneve.
Qui torna il Grillo, che vorrebbe solo salutare l’amico e invece si trova a constatare quello che è successo. Cerca invano di aprire il lucchetto che chiude la gabbia (è un’altra scena molto buffa), ma se non arrivasse in soccorso la Fata non ci sarebbe nulla da fare.
Intanto, veniamo a sapere che Geppetto è partito per cercare Pinocchio.
Nella scena con la Fatina Azzurra, vediamo l’unico momento del film in cui il naso di Pinocchio si allunga a causa delle bugie: molto ben fatto e molto divertente. Il naso di Pinocchio fa anche i germogli, poi le foglie, poi diventa un ramo con un nido e degli uccellini...
“Alcune bugie hanno le game corte, altre hanno il naso lungo”: che è anche in Collodi, cap.XVII.
La Fata perdona Pinocchio, ma gli ricorda che “Se del perdono non sarai degno, tutta la vita sarai di legno”. La Fata sparisce, il Grillo e Pinocchio scappano via dal carro di Mangiafuoco.
A questo punto, Disney riprende l’Osteria del Gambero Rosso (“Red Lobster Inn”) e vi mette il Gatto e la Volpe (come nel libro, ma era il cap.XII) ma in compagnia del Postiglione, che è l’Omino di Burro di Collodi:
(...) Ma la cosa più singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da uomo di vacchetta bianca. E il conduttore del carro?...
Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di « Paese dei Balocchi ». (...) (Le avventure di Pinocchio, capitolo XXXI)
Il Postiglione cerca “ragazzi svogliati, disobbedienti che non vanno a scuola” e i due compari gli vendono Pinocchio. Il Postiglione a questo punto si trasforma in mostro spaventoso: “dal Paese dei Balocchi non tornano mai più, non come ragazzi!”
Seguono i buoni propositi di Pinocchio: “meglio istruito che attore!”, che però non durano: Pinocchio viene ripescato subito dal Gatto e dalla Volpe. La Volpe si finge dottore, il Gatto lo aiuta: ancora gags nello stile dei Fratelli Marx. Il medico-volpone trova Pinocchio esaurito e gli consiglia di andare nel Paese dei Balocchi. (Cartoon simili, sull’esaurimento e lo psicanalista, li troviamo anche con protagonista Paperino).
Poi arriva il Grillo che cerca Pinocchio, ma ormai è tardi.
Vediamo la carrozza con Lucignolo (che si chiama Gideon) e altri bambini, ma poi anche una nave a vapore, un portone enorme, un luna park che sembra Metropolis di Fritz Lang, una citazione dal Monello di Chaplin (il vilain di quel film diventa un grande pupazzo). Tabacco e sigarette sono protagonisti del Paese dei Balocchi: oggi forse ci sarebbero droghe e super alcolici. I bambini spaccano tutto, vediamo vetrate e specchi andare in frantumi; e sporcano la Gioconda, perché odiano i Musei e la cultura.
Arriva anche il Grillo e cerca subito Pinocchio, ma trova tutto deserto. Corre dappertutto e infine trova Pinocchio con Lucignolo al biliardo. Pinocchio non sa fumare, Lucignolo gli insegna: fumare è disgustoso, ma è figo. Il Grillo fa la morale anche a Lucignolo, ma non serve.
Il Grillo, deluso, se ne va; ma prima di andar via scopre i bambini che si trasformano in asini.
Ne vediamo la metamorfosi a vista, come in Jekyll e Hyde, come nell’Uomo Lupo... Di Lucignolo non sapremo più niente, Pinocchio fugge col Grillo prima che la metamorfosi sia compiuta, ma ha già coda e orecchie (come il bambino di “Jumanji”). C’è una citazione dal “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare: “Cosa si crede che io sia, un somaro?”(...) Rientra Puck con Bottom, che ha sulle spalle una testa d'asino.
BOTTOM: (continuando a recitare) «Se tale fossi, o Tisbi, al certo io tuo sarei...»
QUINCE: O mostruoso! o inusitato! siamo stregati! Compari, scappate tutti! Compari, aiuto!
(Exeunt Quince, Snug, Flute, Snout e Starveling.) (...)
BOTTOM Perché scappano via? dev'essere una qualche birberìa per mettermi spavento.
Rientra SNOUT.
SNOUT: O Bottom, come t'hanno cambiato! che cosa ti vedo addosso?
BOTTOM Che cosa vedi? vedi la tua propria testa di ciuchino, non è così?
Rientra QUINCE.
QUINCE Dio ti benedica, Bottom! Dio ti benedica! t'hanno tutto trasformato!
BOTTOM Ho capito la loro birberìa. Vogliono farmi passar da somaro. E vedere se riescano a spaventarmi. Ma io non mi muovo di qui, facciano pure quel che vogliono. Passeggerò su e giù qui intorno, e mi metterò anche a cantare per far vedere che non ho paura. [Canta.]
(William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, atto III scena prima, traduzione Gabriele Baldini)

Il Grillo e Pinocchio scappano dal Paese dei Balocchi prima che si compia la metamorfosi. Fuggono sulla montagna, poi in mare; tornano finalmente a casa, ma Geppetto non c’è e la casa è deserta e in rovina. Una colomba celeste porta il messaggio: Geppetto è stato ingoiato dalla Balena.
Ma la Balena in Collodi non c’è: c’è il Pesce-cane. E’ un’altra delle differenze fondamentali tra il libro e il film, e ne approfitto per tornare a Collodi.
Abbiamo saltato tutte queste cose: il merlo che avverte Pinocchio di non fidarsi di Gatto e Volpe ma che viene mangiato dal Gatto, l’oste del Gambero Rosso, l’ombra del Grillo parlante, tutta la scena del Campo dei Miracoli, gli assassini (cioè il gatto e la volpe, ma molto più inquietanti), la Quercia Grande a cui viene appeso Pinocchio; la Bambina dai capelli turchini che parla di morte nel cap.XV, uno dei momenti più inquietanti del libro.
E ancora: il falco che la Bambina invia in soccorso di Pinocchio impiccato (cap.XVI), il Can-barbone in livrea da cocchiere, i tre medici: Corvo, Civetta, Grillo Parlante.(cap.XVI) Nel cap. XVI la Bambina comincia ad essere chiamata Fata. Saltati via anche i becchini (quattro conigli neri: cap.XVII); sempre nel cap.XVII, altro allungamento di naso.
Nel cap.XVII tornano gatto e volpe, Pinocchio si fida ancora di loro e seppellisce gli zecchini.
Nel cap.XIX un pappagallo deride Pinocchio che scava per cercare i suoi zecchini; Pinocchio vuole denunciare il furto al giudice-scimmione (della razza dei Gorilla), e il Giudice dà la sua sentenza: «Quel povero diavolo è stato derubato dei suoi zecchini, pigliatelo dunque e mettetelo in prigione». I due giandarmi (scritto così, alla fiorentina) eseguono: sono due can-mastini. Poi l’Imperatore di Acchiappacitrulli fa un’amnistia, ma solo per i malandrini; siccome Pinocchio non è un malandrino non ha diritto ad essere liberato.
- Domando scusa, sono un malandrino anch’io.
- In questo caso avete mille ragioni. – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare.
I disegni di Attilio Mussino vengono dalla mia copia personale di “Pinocchio”, cioè l’edizione Bemporad-Marzocco del 1961 (“dodicesima ristampa”)(un consiglio: mai mettere il nastro adesivo per riparare i libri! poi quando invecchia lascia un segno che non va più via) .