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venerdì 19 agosto 2011

Robert Bresson ( I )

Bresson è un regista che presenta enormi difficoltà, ma di grandissimo fascino. La parola che ricorre di più nei miei appunti è “capolavoro”: mi pare significativo. I film di Bresson che ho già portato nel blog sono: Au hasard, Balthazar (1966) Il diavolo, probabilmente (1977) Lancillotto e Ginevra (Lancelot du lac, 1974 )
I film di Bresson che ho visto :
Les dames du Bois de Boulogne (1945. M.Casares, E.Labourdette, L.Bogaert) ****
Diario di un curato di campagna (1951, C.Laydu, J.Riviere, A.Guibert) ****
Pickpocket (1959, M.Lassalle, M.Green, P.Laymerie) ****
Giovanna d’Arco (1960, F.Carrez, JC Fourneau, R.Honoret) ****
Au hasard, Balthazar (1966, A.Wiazemsky, F.Lafarge) ****
Mouchette (1967, Nadine Nortier, JC Guilbert) ****
Une femme douce (1968, D.Sanda, G.Frangin) ***
Quattro notti di un sognatore (1971, I.Weingarten, G.des Forets) ****
Il diavolo, probabilmente (1977, A.Mohnier, T.Irissari, H. de Maublanc) ****
Lancillotto e Ginevra (Lancelot du lac, 1974, L.Simon, H.Balsam )
L'argent (1982, C.Risterucci, C.Patey, C.Lang) ****
Les dames du Bois de Boulogne (1945)
E’ un Bresson del 1945, da un racconto di Diderot (tratto da Jacques le fataliste): una storia “spinta” che può sorprendere nel percorso di Bresson, ma è bene dubitare dei luoghi comuni e del resto Bresson, come Olmi, riserva sempre molte sorprese e non si tira indietro anche quando ci sono da affrontare discorsi molto espliciti. E’ un autentico capolavoro, anche se qui Bresson somiglia più ad Ophuls che a se stesso. Ma tutta la storia è trattata magnificamente, e la protagonista (Helene, Maria Casares), che per una vendetta d’amore si trasforma in deus ex machina, ha un fascino “nero” eccezionale. Molto ben scelte anche Agnes, la ballerina (Elina Labourdette) e la di lei madre. La prima volta che l’ho visto ho iniziato a vedere questo film dopo circa un quarto d’ora dall’inizio, proprio dalla danza in frac di Agnes, e ho capito subito che era il film di un grande maestro anche se non sapevo ancora di cosa si trattava. In seguito sono riuscito a registrarlo e a vederlo con calma. Tra gli attori, meno convincente il protagonista maschile, che necessitava di un po’ più di fascino per essere credibile come oggetto d’amore della “furia fredda” di Helene. Il titolo del distributore italiano è “Perfidia”. (dicembre 1999)
Diario di un curato di campagna
Curato di Torcy: Io mi chiedo che cosa avete nelle vene. Oggi voi siete dei giovani preti...ai miei tempi si tiravano su uomini di chiesa, capi parrocchia, dei maestri, ecco. Adesso i seminari ci mandano dei sacrestani, dei piccoli mocciosi che vredono di lavorare più degli altri perché non riescono a concludere nulla. Al primo ostacolo, col pretesto che il loro ministero li costringe all’umiltà, rinunciano a tutto.
Il giovane prete: Io non rinuncio a niente, ve l’assicuro!
Curato di Torcy: Avete l’idea di sterminare il demonio ed essere amati, amati per voi stessi, s’intende. Un vero prete non è mai amato, ricordatene, e la chiesa se ne infischia, ragazzo mio, che siate amati. Prima di tutto rispettati, e ubbiditi; e poi che mettiate ordine nelle cose, ognuno con la coscienza che l’indomani troverete di nuovo il disordine, perché questo è giustamente nell’ordine naturale delle cose, che la notte mandi all’aria il lavoro del giorno prima.
...
Prete: Non si mercanteggia con Dio! Ci si arrende a Lui, senza condizioni. Quello che posso dire soltanto è che non esiste un regno dei vivi e un regno dei morti, non c’è che il regno di Dio, e noi ne facciamo parte.
Contessa: Sapete che cosa mi dicevo un istante fa? Non dovrei dirvelo...ebbene, io mi dicevo: se esiste da qualche parte, in quetso mondo o nell’altro, un luogo dove Dio non sia e non operi, dovessi soffrire mille morti, ad ogni secondo, eternamente, vi porterei mio figlio e direi a Dio: saziati, schiacciaci! Vi sembra orribile, non è vero?
Prete: No.
Contessa: Come, no?
Prete: Perché anche a me, signora, accade talvolta. (...) Ma, vedete, se il nostro Dio fosse quello dei pagani o dei filosofi, potrebbe anche rifugiarsi nel più alto dei cieli, che la nostra miseria lo precipiterebbe. Ma voi sapere che il nostro Dio è disceso fra noi: voi potete mostrargli i pugni, sputargli in faccia, batterlo con le verghe, e finalmente inchiodarlo ad una Croce. Che importa...è già stato fatto.
...
Curato di Torcy: La gente non odia la vostra semplicità, se ne difende. E’ come una specie di fuoco che brucia.
...
Prete: Avevo veduto senza saperlo sulla sua fronte (della contessa) il riflesso della pace dei morti...Si pagano, queste cose.
...
Prete: Che importa...Tutto è grazia.
(dialoghi da “Diario di un curato di campagna” di Bresson)
Nonostante il suo discorso iniziale, il curato di Torcy chiederà al prete giovane di essere benedetto:
Prete giovane: Beneditemi.
Curato di Torcy: No, adesso tocca a voi.
La contessa aveva perso un figlio (ma ha un’altra figlia, Chantal) e ne è rimasta duramente segnata, fino ad incattivirsi. Ritroverà la fede dopo il colloquio col giovane prete, ma morirà poco tempo dopo. L’ultima battuta, “Tutto è grazia”, è detta in punto di morte.
Il paese intero di Ambricourt rimprovera al prete di essere un beone: il giovane prete aveva deciso di limitare il suo pasto a un po’ di pane inzuppato nel vino, e viene da chiedersi se sia una cosa possibile, se davvero qualcuno ha potuto seguire seriamente una dieta simile. Anche se c’è tutto il discorso sull’alcolismo “di noi contadini”, il curato di Torcy, e il dottore suicida che parla “di chi vi ha fatto bere alcool prima di nascere”. Vedendo il film, viene da pensare anche al “Pelleas et Melisande” di Debussy, per l’atmosfera generale.
Un film tratto dal libro di Bernanos, e forse il soggetto verte più sull’alcolismo che sulle questioni di fede, ma bisognerebbe decidersi a leggere Bernanos per avere indicazioni più precise. Film rigoroso, cupo, ma non sono sicuro che si tratti di un capolavoro. Il prete protagonista era Claude Laydu, il dottore era Belpetré, il curato di Torcy André Guibert, Chantal era Nicole Ladmiral, Séraphite era Martine Lemaire, la contessa era Marie Monique Arkell. (novembre 1990)
(continua)

Robert Bresson ( II )

Pickpocket
Un capolavoro.La storia narrata è abbastanza inusuale, anche se ricorda un po’ Delitto e castigo, ma è naturalmente lo stile di Bresson nel raccontarla ad incantare. E anche un po’ ad annoiare, va detto ma sarebbe un discorso lungo, forse inutile e forse no... Attori eccellenti: Martin La Salle è il protagonista, l’ispettore è Jean Pelegri, l’amico è Pierre Lemaire, la madre Dolly Scal, il vero ladro è Kassagi e l’incantevole Marika Green è Jeanne-Dunja. Musiche di Lully. (giugno 1994)
L'argent
Fuori di ogni dubbio, un grande film; e non sono d’accordo con chi sostiene che è “cerebralismo” mostrare il prima e il dopo di una rapina, ma non la rapina mentre viene svolta: oppure mostrare un tornero cavalleresco inquadrando gli zoccoli dei cavalli. Piuttosto, visto che il film è del 1982, si tratta di un salutare provvedimento contro le sgommate e le brutalità gratuite (sempre girate allo stesso modo, perciò noiosissime) dei film e dei telefilm che ci vengono dagli Usa, la cosiddetta “fiction”. Difetto principale del film è, però, che spesso diventa difficile seguire gli avvenimenti; anche perché i due protagonisti, Yvon e Lucien, si somigliano moltissimo (non a caso, direi). Si può parlare di cerebralismo, invece, quando si è davanti ad un film che è troppo costruito e tutto sommato non perfettamente riuscito. E’ il primo Bresson che vedo, e perciò dovrò rimandare un mio giudizio. La prima impressione è però molto buona. (ottobre 1989)
Quattro notti di un sognatore
E’ il remake di “Le notti bianche” di Dostoevskij, ed è un film straordinario anche per i suoi difetti. Infatti, nonostante una attualizzazione un po’ goffa (al 1971...) e gli attori un po’ improbabili (meno la ragazza, che è quasi perfetta: è Isabelle Weingarten, che girerà poi “Lo stato delle cose” con Wenders) è davvero un film dostoevskijano: l’aria che si respira è proprio quella dei romanzi di Dostoevskij, e il film è davvero fedele nello spirito e nei fatti a “Le notti bianche”. Anche le piccole goffaggini sono condotte con mano partecipe e gentile, il tocco di Bresson è davvero magico, e anche i brani musicali sono inseriti con una grazia rarissima a vedersi. Tutto il film scorre via con una delicatezza tale che pare percorso da angeli e non da attori: vi è davvero l’aura che cercava Zolla, quella che ritiene perduta. Paragone con Visconti? Sono due film “gemelli” ma molto diversi. Visconti non aveva goffaggini, gli attori erano professionisti formidabili (nonché angelici a loro volta, come capitava spesso a Mastroianni...), il suo film era di impianto teatrale (cosa che a me piace moltissimo), più favolistico che realista, ma sempre in sintonia con Dostoevskij. Bresson è e rimane sempre un maestro, soprattutto nel filmare il “non filmabile”, come Tarkovskij. (gennaio 1997)
intervista ad Anne Wiazemsky
"Ma quello era il cinema, un' avventura affascinante che era cominciata assolutamente per caso".
- Con Robert Bresson.
"Si' . Florence Delay, l' attrice che aveva interpretato Giovanna d' Arco per lui, mi conobbe e gli disse che aveva trovato la ragazza giusta per il ruolo di Marie in Au hasard Balthazar".
- In famiglia che cosa dissero? "Bresson era il regista del Processo di Giovanna d' Arco e del Diario di un curato di campagna, naturale che nella famiglia Mauriac fosse visto di buon occhio. Anche se credo che non colsero appieno il fondo nero di quel film".
moglie di Godard, attrice per Bresson(26 marzo 2000) - Corriere della Sera
(Anne Wiazemsky: il nonno materno era François Mauriac, da parte paterna invece discendeva da una famiglia di principi russi emigrati, sposa Godard a 17 anni, quindi poco tempo dopo il film di Bresson).
(continua)

Robert Bresson ( III )

Mouchette
Forse il film più disperato tra quelli di Bresson, senza speranza. Il soggetto viene da un racconto di Bernanos, come nel “Diario di un curato di campagna”, e l’ambientazione è quasi identica al ”Balthazar”. Mouchette è un’adolescente, di famiglia molto povera; sua madre ha appena partorito ed è molto debole, non riesce ad alzarsi dal letto. La ragazza ha già un altro fratello, e un padre duro e manesco che le impedisce ogni contatto al di fuori della famiglia. In questo contesto, l’azione parte dal dissidio fra due uomini del paese, il guardacaccia Mathieu e il bracconiere Arsène, divisi anche dall’interesse per Louisa, una giovane donna del paese. Mouchette è testimone di un litigio notturno fra i due, nel bosco, che sembrerebbe terminare con la morte del guardacaccia.  Questo è l’inizio dell’azione, detto molto in breve: il film comincia proprio con il bracconiere che pone i suoi lacci e le tagliole, e con il guardacaccia che libera un uccello rimasto imprigionato. Una sequenza quasi documentaria, molto dettagliata, che deve molto a Jean Renoir e a “La regola del gioco”. Un’altra citazione diretta del film di Renoir avverrà più avanti, verso la fine, con la battuta di caccia e la lepre morente che viene osservata da Mouchette.
Altre note sparse: 1) Uno zoccolo perduto e ritrovato, gli zoccoli rumorosi a scuola, la “diversità” dei poveri: un mondo che, purtroppo per noi, sta già ritornando. 2) Mouchette non canta in coro, e per questo viene ripresa dall’insegnante; la canzone del coro palra di Cristoforo Colombo e della speranza, del continuare il cammino nonostante tutto. Mouchette la canterà più avanti nel film, da sola, nella notte davanti ad Arsène. 3) il macinino da caffè, che è anche un mio ricordo personale. 4) lunga sequenza all’autoscontro e alle giostre 5) lungo notturno, con il culmine nella crisi epilettica di Arsène. Una scena simile, quella con Klossowski, in Balthazar. 6) ancora il problema dell’alcolismo, che Bernanos aveva già messo al centro di “Diario di un curato di campagna”. 7) Nel finale Mouchette sembra pensare, come accade nel Woyzeck, che il peccato si veda sulle labbra; comunque sia, le donne del paese capiscono al volo che cosa è successo. 8) In paese comunque tentano di aiutarla. 9) La donna anziana le parla delle religioni antiche, del rapporto con la morte 10) è un film quasi muto, qualche parola comunque Mouchette la dice. 11) la barista bionda Louisa, all’origine senza volerlo del diverbio fra i due uomini. E’ una donna molto bella, ma oggi non siamo più abituati a vedere donne giovani così dimesse nel portamento. La bellezza è molto spesso, per l’appunto, questione di portamento; ma quando ancora la tv non faceva ancora da modello questo tipo di donna era molto comune. 12) Nei titoli di testa e di coda, frammenti da uno dei Magnificat di Claudio Monteverdi; il nome del musicista è scritto in una delle tante grafie a noi arrivate dai documenti dell’epoca, Monteverde. Pare che Claudio Monteverdi si firmasse proprio così, Monteverde. 13) l’attore che interpreta Arsène, Jean Claude Guilbert, era già nel “Balthazar”, in una parte molto simile.
(luglio 2011)
Une femme douce
Non mi sembra un Bresson dei più riusciti. Forse è l’effetto del tempo che passa: il suicidio con la sedia che dondola e la sciarpa che vola è stato più volte rifatto (copiato?) in seguito, anche da registi più dozzinali. Bellissima Dominique Sanda, mentre il protagonista maschile è espressivo come un pezzo di legno. Molto interessante l’Amleto che vedono in teatro, e mi è piaciuto quando lei dice, alla fine, “con tutto questo gridare... dunque non hanno letto cosa dice Amleto a proposito del teatro e della recitazione” Rimane comunque un film lento e funereo, anche se non mi sono né annoiato né depresso nel vederlo. Qui la Sanda appare più piena, più dolce, rispetto ad altri film. (giugno 1996)
«Nel cinema non bisogna preoccuparsi di fare belle immagini, ma immagini necessarie»
(Bresson a 89 anni, cds 25.9.1996)
«Nell’eros tutto ciò che non è bello è pornografico.»
Robert Bresson, citato sull’Espresso 19.3.1998
Bresson riceve la benedizione papale
Roma. Robert Bresson, il novantaduenne maestro del cinema francese, ha ricevuto la benedizione apostolica di Giovanni Paolo II. Lo rende noto la “Audiovisivi San Paolo”, specificando che è la prima volta che un così alto riconoscimento viene attribuito a un uomo di cinema. La benedizione papale vuole riconoscere pubblicamente gli alti valori morali delle cinematografia bressoniana. Il regista è lontano dal mondo del cinema dal 1983. (Corriere della Sera, 14 maggio 1999, trafiletto non firmato.)
(le ultime due immagini da "Un condannato a morte è fuggito" e da "Giovanna d'Arco", due film che non vedo da tempo immemorabile)

mercoledì 27 gennaio 2010

Il diavolo, probabilmente ( I )

Il diavolo, probabilmente (Le diable, probablement - 1977). Regia di Robert Bresson Fotografia di Pasqualino De Santis. Musica: nella sequenza della chiesa di Saint Remy, “Ego dormio, et cor meum vigilat” di Claudio Monteverdi . Musiche originali di Philippe Sarde. Con Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Laetita Carcano (Edwige), Henri de Maublanc (Michel), Geoffroy Gaussen (il libraio), Nicolas Deguin (Valentin), Regis Hanrion (lo psicoanalista). Durata: 95 minuti.

Si inizia con una notizia di cronaca, a Parigi: un giovane creduto suicida al Père Lachaise in realtà è stato ucciso. Se fosse il film di un altro regista, questo sarebbe un thriller in piena regola; e non si può dire che non lo sia, dato che solo alla fine sapremo tutta la verità. Ma questo è un film di Bresson, e il termine “thriller” o “giallo” lo si può usare solo nel modo in cui è stato usato, anche da critici importanti, per i romanzi di Dostoevskij. In fondo, anche “I fratelli Karamazov” è un thriller: chi ha ucciso il vecchio ricco ubriacone? Uno dei suoi figli, ma quale? Anche questo lo sapremo solo leggendo il libro.
Ho provato molte volte a leggere libri su Bresson, e sono sempre rimasto deluso. Forse Bresson è difficile da inquadrare, chissà. Si parla di cattolicesimo, di filosofia, si discute sul suo modo di girare un film e di raccontare una storia, e alla fine non rimane in tasca niente. Alle volte ho l’impressione che anche i critici più illustri non abbiano visto fino in fondo i film di Bresson, e non li biasimo perché sono film terribilmente difficili, e Bresson – che è un autore di enorme fascino - non fa assolutamente nulla per farsi piacere dal suo pubblico. Anzi, sono leggendarie, ormai una sintesi del suo stile, le sue riprese del torneo cavalleresco in “Lancillotto del lago”: che riguardano quasi esclusivamente gli zoccoli dei cavalli. Il torneo dei cavalieri c’è, non manca niente, ci sono le dame e i cavalieri, costumi e arredi sono megnifici e perfetti, ma noi vediamo quasi soltanto la terra calpestata dai cavalli, le zampe e gli zoccoli.
L’unica certezza che mi porto dietro, riguardo a Bresson, è Dostoevskij: per quanto riguarda questo film, soprattutto “L’idiota”, e soprattutto per le figure femminili: ma questo film è diversissimo dall’Idiota di Dostoevskij, che appare solo come un’eco, o un’ombra. Direi perciò che la cosa migliore da fare è provare a dare voce direttamente a Bresson, saltando i convenevoli e i riassunti e passando direttamente alla scena che dà il titolo a questo film, un titolo che colpisce: “Il diavolo, probabilmente.”
Trascrivo qui i dialoghi (siamo poco oltre la metà del film) con un’avvertenza: nei film di Bresson non si grida mai, si parla. Anche là dove io ho messo i punti esclamativi, la frase viene semplicemente detta, nel tono più neutro possibile.
La scena è questa: i due protagonisti maschili, molto giovani, stanno tornando a casa dopo aver assistito a una conferenza (o una lezione universitaria) sulla bomba atomica. Uno dei due, il maggiore, fa parte di un movimento ambientalista; molte sequenze del film sono già state dedicate all’inquinamento, alla fame nel mondo, ai nostri sprechi quotidiani (il film è di trent’anni fa, 1977: da allora le cose non sono migliorate, c’è stato qualche progresso ma nel complesso la situazione è ancora più drammatica).
Vediamo immagini di bombe atomiche, e di centrali nucleari. Una lezione universitaria, o forse una conferenza. Il relatore (giovane, sotto i trent’anni) spiega con termini tecnici precisi, poi dice che “ingegneri e tecnici ci stanno pensando”, e risponde alle domande con tono positivo e tranquillizzante.
- "Consoliamoci, saranno le generazioni future a pagare”, è il commento di Charles e Michel.
Poi, sul tram, i due tornano a casa e continuano a ragionare sulla conferenza e sulle parole del relatore. Bresson illustra il dialogo con sequenze quasi documentarie: i viaggiatori che salgono e scendono, le porte, l’obliteratrice, i gradini, gli specchietti, le manovre dell’autista. Tutto molto usato ma molto ordinato e pulito.
Charles: Per tranquillizzare la gente basta negare l’evidenza.
Michel: Quale evidenza? Siamo in pieno soprannaturale, niente è visibile. (...)
Charles: I governi hanno la vista corta.
Primo passeggero (un uomo tranquillo sui 40, voltandosi da davanti): Non prendetevela con i governi! In questo momento, in tutto il mondo, nessuno e nessun governo può vantarsi di governare. Sono le masse a determinare gli eventi, e forze oscure di cui è impossibile conoscere le leggi.
Voci di altri passeggeri (mentre è inquadrato lo specchietto retrovisore esterno del tram):
Voce femminile: La verità è che qualche cosa ci spinge contro quello che siamo.
Voce maschile: Bisogna starci, starci sempre.
Altra voce maschile: Se no passi per quello che protesta sempre.
Voce maschile: Ma chi è allora che si diverte a farsi beffe dell’umanità?
Altra voce: Già, chi ci manovra sotto sotto?
Primo passeggero (inquadrato): Il diavolo, probabilmente.
Frenata improvvisa, un incidente. Il conducente scende a controllare. Clacson, rumori di strada, inquadratura ferma sulla porta aperta e sull’estintore a lato guida.
Il bello è che questa scena si potrebbe tranquillamente tagliare: ai fini della storia che ci viene raccontata è del tutto ininfluente. Il passeggero che dice la battuta sul “diavolo, probabilmente” non lo avevamo visto prima e non lo vedremo più, Charles e Michel non fanno niente di particolare, stanno seduti, nessuno li disturba, sono come gli altri passeggeri del tram. Un tram dove si sale e si scende, come la nostra vita; un viaggio dove magari succedono delle cose, ma sono fuori, per strada, e non ci toccano: o almeno così crediamo. Possiamo passare tutta la nostra vita, dentro a quel tram, a chiacchierare dei massimi sistemi ignorando tutto quello che succede a due passi da noi.
In una scuola per sceneggiatori, nove volte su dieci la indicherebbero come un errore, una cosa inutile da togliere per non appesantire. Invece il senso del film sta qui, mettendo questi dialoghi e questa situazione l’autore ci invita a riflettere su quello che abbiamo visto e su quello che sta per succedere.

Torniamo indietro a sei mesi prima, all’inizio del film.
I protagonisti sono quattro, due ragazzi e due ragazze. Il personaggio principale è Charles, le due ragazze sono Alberta ed Edvige; tutte e due sono legate a Charles. Il quarto è Michel, elegante, ambientalista. Sono tutti volti rohmeriani, facce pulite, bei volti, eleganti. L’unico che appare un po’ trasandato è Charles, ma a Bresson il trasandato vero non riesce, Charles somiglia più a un Cristo giovane che a un hippy, nonstante i capelli lunghi e il borsone di tela a fiori. Sono tutti giovani dall’aspetto pulito, virginale, quasi angelico; gonne e golfini per le ragazze, ben pettinati e vestiti con cura anche i ragazzi.
Una delle ragazze (lo vedremo più avanti) ha una relazione con un libraio poco più vecchio dei quattro, sui trent’anni, che la paga per stare con lui. Il libraio è una presenza un po’ mefistofelica: non tanto nell’aspetto quanto nei suoi comportamenti.
Un sesto protagonista appare verso la fine: è Valentin, amico di Charles. Valentin si droga, Charles cerca di aiutarlo ma si metterà nei guai per aiutarlo. Nel finale, sarà Valentin a dare “l’aiuto da antico romano” all’amico.
(continua)

martedì 26 gennaio 2010

Il diavolo, probabilmente ( II )

Il diavolo, probabilmente (Le diable, probablement - 1977). Regia di Robert Bresson Fotografia di Pasqualino De Santis. Musica: nella sequenza della chiesa di Saint Remy, “Ego dormio, et cor meum vigilat” di Claudio Monteverdi . Musiche originali di Philippe Sarde. Con Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Laetita Carcano (Edwige), Henri de Maublanc (Michel), Geoffroy Gaussen (il libraio), Nicolas Deguin (Valentin), Regis Hanrion (lo psicoanalista). Durata: 95 minuti.
La prima sequenza è il controllo delle suole delle scarpe. Da come è consumata la suola, Charles decide: tu non sai camminare, tu nemmeno, tu sì (l’unica “che sa camminare” è una ragazza).
Poi il gruppo degli amici va ad un comizio studentesco, forse all’università.
L’oratore: Proclamo la distruzione! Tutti possono servire a distruggere! E’ facile. Si possono tenere in pugno migliaia di persone, con gli slogan.
(grida di “bravo!” e applausi)
Charles: Distruggere chi, e come?
Un ragazzo vicino a lui: Sempre domande! E’ per questo che non si fa mai niente.
Altro ragazzo: E che cosa ci sarà, dopo?
Ragazza: Qualsiasi cosa sarà sempre meglio di adesso.
Terzo ragazzo: Se ci facciamo rompere la testa adesso, è meglio sapere a che cosa servirà, se possibile.
Charles: A che cosa servirà? A niente. La nostra sola forza... (ci pensa un attimo, poi ripete alzando la voce) La nostra sola forza...
Ragazza (che è con lui): Lascia perdere.
(Charles viene insultato; se ne va con la ragazza e con gli altri del suo gruppo).

Nella sala di un’associazione ambientalista due ragazzi e una ragazza proiettano un film sulle devastazioni ambientali. Sono in giacca e cravatta, eleganti. Dal proiettore (la ragazza prende appunti con una pila, non è ancora epoca di cassette e dvd) immagini di pesticidi, vapori tossici, lavaggio petroliere, traffico aereo, discariche, piccole foche massacrate. “Minacce di prigione e di morte non li fermerebbero.” “nessuno li ha mai minacciati”. “la Terra sempre più abitata sarà inabitabile. “ “ distruzione di intere specie per il profitto.”La ragazza (Edwige) lascia Michel (il ragazzo con la giacca) e gli dice che lo ama, ma andrà a vivere con Charles.
In chiesa, a Saint Sulpice. Il grande organo viene riparato, si fa manutenzione. Vediamo l’accordatore al lavoro, poi l’aspirapolvere sul tappeto rosso, gesti studiati e lenti, poi le sedie di legno, e i ragazzi che arrivano per ascoltare il giovane prete che tiene una conferenza, un dibattito.
Inquadrati i giovani sulle sedie di legno; fuori campo, voce di ragazza.
Ragazza (fuori campo) E’ perchè Lutero aveva detto che l’ostia si consacrava solo dopo essere stata inghiottita che voi la fate toccare da mani impure?
Prete (fuori campo): Impure?
Ragazza (fuori campo): Mani non consacrate dal sacerdozio.
Ragazzo con giacca di pelle (inquadrato): Montesquieu diceva che il cattolicesimo avrebbe distrutto il protestantesimo, e che poi i cattolici sarebbero diventati protestanti.
Voce maschile (fuori campo): Correte dietro ai protestanti a causa del libero arbitrio e della possibilità che vi dà di vivere e pensare come volete?
(Inquadrato l’aspirapolvere sul tappeto rosso.)
Altra voce maschile (fuori campo): Vogliamo fare entrare il cristianesimo nella vita di oggi.
Ragazzo con giacca e camicia aperta (inquadrato): E perché no la vita di oggi nel cristianesimo?
Terza voce maschile (più anziano, non inquadrato): Siamo stanchi delle vecchie formule.
(Inquadrato ancora l’aspirapolvere, poi l’organo in manutenzione)Prete (inquadrato): E’ una ricerca che portiamo avanti con i fedeli ogni giorno.
Voce maschile (fuori campo): Lasciateci in pace con le vostre ricerche.
Prete: (continua) ...facendo riunioni anche con i protestanti per preparare la chiesa di domani, costruire un cristianesimo più logico.
Nota d’organo.
Due ragazzi:
- Logico? Ma la religione non è logica..
- E proprio per questo, lo si voglia o no, il cristianesimo di domani non sarà una religione.
Due note d’organo. Inquadrato il grande organo di Saint Sulpice.Voce femminile: Bisogna evolversi, vivere il nostro tempo.
Ragazzo (inquadrato): Me ne frego del vostro tempo. (Charles?)
(l’inquadratura è su un ragazzo e una ragazza tra le sedie vuote)

Donna sui 40 (leggermente polemica): Siete tutti così civili e così colti, voi e i vostri vescovi!
Ragazza (a fianco del ragazzo con la giacca di pelle): E’ per questo che le vostre musiche sono insipide e i vostri canti gelidi.
Note acute e secche dall’organo. La ragazza ne è colta di sorpresa, salta via ma poi continua:Ragazza (come sopra): Tutti gesti e parole più o meno di vostra invenzione, umilianti in quanto insignificanti. Non è con la mediocrità che Dio si fa conoscere.
Arriva un’auto bianca sul sagrato.Ragazzo con giacca e camicia aperta (inquadrato): Visto che non credete più in niente di soprannaturale, fateci condividere non solo a parole la sorte dei poveri e degli oppressi. C’è una sofferenza immensa nel mondo. Ieri un prete di periferia mi ha detto: “mi annoio, mi annoio...”
Ragazzo (Charles): Anche noi, andiamocene.
(tutto il gruppo di Charles si allontana dalla chiesa).
Vediamo Charles in una libreria, mentre mette foto di donne nude dentro a testi sacri ed edificanti; lo farà anche in chiesa, lasciando altre foto sulle sedie di legno, tra i fogli per la Messa. Con lui, Edvige. Queste cose le fa per conto del misterioso libraio, in giacca e cravatta, che lo paga per farle. “E’ ignobile quello che lei mi fa fare”, gli dice. Il libraio è in una libreria molto ricca, appare dotato di molti mezzi e soldi; quando Charles se ne va, riprende a dettare a una dattilografa (molto carina, elegante) il suo programma:
- Accelerare il processo di disgregazione in corso, con i libri, con il cinema, con la droga.Edvige va da lui regolarmente, si appartano per un’ora, probabilmente lui la paga. Nella scena successiva la vediamo mentre viene accompagnata in una stanza dalla segretaria di lui, prendere l’ascensore, percorrere un corridoio, bussare alla porta. Poi la segretaria se ne va, lasciandoli soli.
Questo è il dialogo fra Edvige e il libraio (la ragazza gli dà del lei):
- Sa bene che sono venuta qui solo per un’ora. Che aspettiamo?Mentre Edvige sta con il libraio, per l’ora pattuita, Charles è in strada e aspetta che abbiano finito. Poi vediamo Edvige che si allaccia una scarpa, è tutto fatto. Il libraio è sul letto, legge Le Monde.
- Perché mi hai dato tanta felicità? – le chiede.
- Ora per piacere non faccia lo stupido.
- Ma come hai potuto ridurti così?
- Ma di che cosa si preoccupa? Non piangerà anche lei? Ha un’aria talmente comica che mi fa ridere. Riderò di lei per tutta la vita.
Edvige esce dalla stanza. La vedremo per strada, sottobraccio a Charles.
Una scena simile è in Balthasar, però l’uomo qui è giovane e l’ambiente è ricco e cittadino, non povero e rurale.
Edvige e Charles commentano il fatto.
Edvige: E’ soltanto un’idea borghese, un pregiudizio ormai superato.
Charles: Un pregiudizio non è mai superato.
Lunga pausa. I due camminano a fianco.Edvige: Mi annoio.(sembra una scena dall’Idiota di Dostoevskij).
Cambio scena. Tavolo di legno, canestro rustico per il pane, Alberta e Michel. Lui in giacca e cravatta, come al solito; lei in abito verde (quasi medievale, un’immagine virginale, trobadorica) con i capelli raccolti e la nuca scoperta. Lei ha trovato del cianuro nello zaino di Charles, e un libro di chimica.
Michel le dice di buttare via il cianuro, non importa se lui se ne accorgerà.
Poi entra Charles:
- Ora ti dirò tutto.
- Non dire niente.
Più che la casa degli amici di Charles, si direbbe che siamo di fronte ai suoi genitori. Non è così, ma l’impressione è forte (il contrasto antico-moderno, tipico di Bresson).
Sulle rive della Senna, Charles aiuta un ragazzo con i logaritmi; poi gli dice di non tornare più. Il ragazzo risale, incontra Michel, gli dice che Charles non vuol più far lezioni. Michel scende da Charles.
Michel: Ma non ci sono dei limiti a non far niente?
Charles: Sì, ma una volta che li superi provi una voluttà inaudita. (...)
Michel: Ti comporti in modo indegno.
Charles chiede a Michel: “Amo di più Edvige o Alberta?” e l’altro gli risponde: “Non ami nessuna delle due.”Poi vediamo Michel e Charles su una Citroen 2CV celeste, mentre vanno in campagna. Boscaioli abbattono gli alberi, immagini di motoseghe e alberi che cadono, una lunga sequenza. Michel paga i boscaioli.
- Ci fai la cellulosa per i tuoi libri?
- Dobbiamo tagliare per seminare.
Michel è un ambientalista convinto, scrive libri sull’argomento. Come nelle prime sequenze del film, lo vediamo al lavoro intento a far scorre immagini di inquinamento grave, come l’intossicazione da mercurio in Giappone. E’ una scena come quella all’inizio, con la ragazza che prende appunti con la pila.
Charles (che continua ad avere un aspetto quasi da bambino, al di là dei capelli lunghi e dello sguardo duro) dice che vuole dedicarsi al sesso sfrenato, fare eccessi.
- Non ci saranno più rivoluzioni, è troppo tardi.
Un concerto all’aperto, flauto e congas, di sera. Charles prende la pistola di un amico (che vorrebbe venderla), Michel e l’amico vanno a cercarlo e lo trovano che spara nell’acqua. Riprendono l’arma e tornano ad ascoltare la musica tutti insieme.
(continua)

lunedì 25 gennaio 2010

Il diavolo, probabilmente ( III )

Il diavolo, probabilmente (Le diable, probablement - 1977). Regia di Robert Bresson Fotografia di Pasqualino De Santis. Musica: nella sequenza della chiesa di Saint Remy, “Ego dormio, et cor meum vigilat” di Claudio Monteverdi . Musiche originali di Philippe Sarde. Con Antoine Monnier (Charles), Tina Irissari (Alberte), Laetita Carcano (Edwige), Henri de Maublanc (Michel), Geoffroy Gaussen (il libraio), Nicolas Deguin (Valentin), Regis Hanrion (lo psicoanalista). Durata: 95 minuti.
Siamo ancora in casa di Michel e Alberta: con gesti antichi, rituali, si apparecchia una tavola. Pane, sale, zucchero, piatti bianchi, tovaglia bianca. L’illusione di una casa, di un focolare; ma tutto è fermo, distante, cristallizzato. Candele, vino, pane: sembra l’ultima cena.
Alla fine, cicche sul tavolo, piatti sporchi, bicchieri di vino rosso semivuoti, come un’osteria.
Poi vediamo Charles a letto con Alberta: la situazione è di due che hanno fatto l’amore, ma è poco verosimile perché Charles continua a sembrare un efebo, o un bambino.
A questo punto segue la scena del tram, quella che dà il titolo al film e che ho già riportato nel primo post: “Il diavolo, probabilmente”, dice il passeggero riferendosi al male nel mondo, e a ciò che ci disturba nel nostro quieto vivere.
Immagini di bombe atomiche, e di centrali nucleari. Una lezione universitaria, o forse una conferenza. Il relatore (sempre uno giovane) spiega con termini tecnici precisi, poi dice che “ingegneri e tecnici ci stanno pensando”, e risponde alle domande con tono positivo e tranquillizzante.
- Consoliamoci, saranno le generazioni future a pagare”, è il commento di Charles e Michel.
Poi, sul tram, i due tornano a casa e continuano a ragionare sulla conferenza e sulle parole del relatore. Bresson illustra il dialogo con sequenze quasi documentarie, come già aveva fatto con il lavoro dell’accordatore dell’organo, ma sul tram: i viaggiatori che salgono e scendono, le porte, l’obliteratrice, i gradini, gli specchietti, le manovre dell’autista. Tutto molto ordinato e pulito.
Charles: Per tranquillizzare la gente basta negare l’evidenza.
Michel: Quale evidenza? Siamo in pieno soprannaturale, niente è visibile. (...)
Charles: I governi hanno la vista corta.
Primo passeggero (un uomo tranquillo sui 40, voltandosi da davanti): Non prendetevela con i governi! In questo momento, in tutto il mondo, nessuno e nessun governo può vantarsi di governare. Sono le masse a determinare gli eventi, e forze oscure di cui è impossibile conoscere le leggi.
Voci di altri passeggeri (mentre è inquadrato il retrovisore):
Voce femminile: La verità è che qualche cosa ci spinge contro quello che siamo.
Voce maschile: Bisogna starci, starci sempre.
Altra voce maschile: Se no passi per quello che protesta sempre.
Voce maschile: Ma chi è allora che si diverte a farsi beffe dell’umanità?
Altra voce: Già, chi ci manovra sotto sotto?
Primo passeggero (inquadrato): Il diavolo, probabilmente.
Frenata improvvisa, un incidente. Il conducente scende a controllare. Clacson, rumori di strada, inquadratura ferma sulla porta aperta e sull’estintore a lato guida.

Sulle rive del fiume, in un prato. Cartello in legno: “Baignade interdite”. Ragazzi e ragazze giovani, in costume da bagno. Charles e Michel ragionano sulle due ragazze.
- La trovi egoista?
- Mi lascia andare via ed è triste, è peggio che se non mi lasciasse andare.
Le due ragazze (in teoria, rivali) ragionano di Charles, sedute sotto un albero. Ancora Rohmer, e ancora Dostoevskij (L’Idiota) per il colloquio delle due donne.
Un pescatore addormentato viene attorniato dai ragazzi. Tutti attendiamo che il galleggiante affondi. Quando affonda, il pescatore continua a dormire; è Charles che tira fuori il pesciolino e lo butta sull’erba.
- Ha pescato un pesce vivo, - commentano i ragazzi. Bresson ne inquadra i piedi nudi, quasi a sottolinearne l’innocenza e la natura angelica, come nei quadri del Rinascimento; ma arriva la polizia e tutti si nascondono tra l’erba. (echi del Getsemani?)
“C’è un movimento strano”, dice il poliziotto nel walkie talkie, mentre perlustra l’erba in cerca dei giovani sediziosi.
Il libraio offre soldi e un buon lavoro a Edwige, tira fuori il libretto degli assegni, lei lo sbatte via.
- Non lo troverai mai più un amico come me – dice il libraio alla ragazza. (ancora L’idiota?)
Pavimenti, selciati, scale, porte, infissi, sedie.
Michel attende Alberte, lasciata da Charles che ha scelto Edwige, sedendosi sulle scale di casa. Vesti angeliche, quasi da Madonna, piedi nudi di lei: ancora immagini che evocano gli angeli nei dipinti del Rinascimento.

Valentin, amico di Charles, compie piccoli furti in un negozio. Charles lo vede fuggire, dice che è per la droga. Insieme a Edwige lo assistono, gli danno da mangiare, un letto in cui dormire. Poi Charles va anche a comperare la droga per Valentin, gli regala oggetti che può rivendere (a Charles i soldi non mancano mai, suo padre è benestante).
La casa è piena di libri. Charles apre un libro e lo legge a Valentin:
- Victor Hugo dice qui: “A proposito delle cattedrali, sono dei luoghi davvero santi. Una cattedrale, una chiesa, è il divino, c’è Dio, ma appena arriva un prete Dio non c’è più.” Esagera, non ti pare?
- Lo sai che a me Dio...
- Puoi venirci lo stesso (nella cattedrale), andiamoci insieme.
- A una condizione.
- D’accordo.
Si vede la siringa nel braccio di Valentin, dettaglio lungo e preciso.

Valentin e Charles nella cattedrale di Saint Remy (?), tra le sedie di legno, dormono sul pavimento con il sacco a pelo. Charles ha portato un giradischi, che suona Monteverdi. La scelta di questo brano è molto particolare: si tratta di “Ego dormio et cor meo vigilat”, che non fa parte di nessuna delle raccolte principali di Monteverdi, e che è piuttosto difficile da trovare anche oggi: e nel 1977 le incisioni discografiche di Claudio Monteverdi erano una rarità.
Mentre Charles dorme, Valentin si alza e ruba dalle cassette delle elemosine. Si riempie di monete le tasche della giacca, ne lascia molte sul pavimento: sembra l’apertura del forziere del tesoro, o la scena di Aladino nelle Mille e una notte; Bresson ce la mostra con molta cura e con molte immagini. La mattina dopo, la polizia trova Charles ancora addormentato e lo arrestano. Charles se la cava perché c’erano due sacchi a pelo, ma deve rendere conto dei volantini che aveva in tasca (“erano nelle mie tasche appallottolati, se avessi voluto diffonderli mi sarei comportato diversamente”), e anche del giradischi (“se vi dicessi perché l’ho portato non mi credereste mai”).
Tornato a casa, Charles è sconvolto. Gli amici gli sono vicini, prendono un appuntamento con un famoso psicanalista. Ma poi lui sparisce, Michel Edwige e Alberte lo vanno a cercare. Ma Charles è andato davvero dallo psicoanalista.
Vediamo la lunga seduta. Charles non vuole partecipare alla società, lo psicoanalista gli dice che l’inazione è una scusa per la pigrizia.
- Forse, ma che cosa cambia? Se il mio scopo fosse il denaro e il profitto, sarei rispettato da tutti. (...)
- Constatare che ha ragione non la riconcilia con la vita?
- Perdendo la vita, ecco che cosa perderei: (prende di tasca un giornale appallottolato, legge un lungo elenco di cose più o meno quotidiane).- Lei è credente?
- Credo più che posso nella vita eterna, ma se mi suicido non posso pensare che sarà giudicato per non aver capito ciò che nessuno può capire.
- Da quando pensa alla morte?
Lungo silenzio. Il dottore telefona, sappiamo che avverte Edwige e gli altri che Charles è da lui.
Poi la conversazione continua. Lo psicoanalista gli chiede della sua famiglia, di suo padre (un ricco commerciante, o qualcosa del genere: Charles non lo sa di preciso).
- E sua madre?
- Più lui diventa ricco, più lei lo ama.
Charles rifiuta tutte le politiche, contesta il consumismo. Il dottore gli fissa un altro appuntamento.
- Dottore, io non sono malato. Non è una malattia vedere chiaro.
- Sì, sì. Duecento franchi a seduta.

Charles dice che lui non vuole morire, che gli fa orrore pensare che un momento ci siamo, e il momento dopo non ci siamo più. E’ a questo punto che il dottore si fa scappare una frase:
- E’ per questo che gli antichi romani chiedevano aiuto a uno schiavo, o a un amico.A casa, Charles cerca Edwige ma lei non è ancora tornata. Prende dei soldi (molti soldi) e va da Valentin:
- Ho bisogno di un favore da amico, da antico romano.

martedì 12 gennaio 2010

Lancillotto e Ginevra ( I )

Lancelot du Lac (Lancillotto e Ginevra, 1974) Scritto e diretto da Robert Bresson. Liberamente tratto da Chretien de Troyes. Fotografia di Pasqualino De Santis. Musica di Philippe Sarde. Con Luc Simon (Lancelot), Laura Duke Condominas (Ginevra), Humbert Balsan (Gauvain), Vladimir Antolek-Oresek (Re Artù), Patrick Bernhard (Mordred), Arthur de Montalembert (Lionel) Durata 85 minuti
Scatole di latta, armature, morti senza volto, scheletri appesi ai rami dentro l’armatura, uguali, indistinguibili gli uni dagli altri. Sangue che sgorga a fiotti, rosso come inchiostro; distruzione, violenza, fuoco: anche in chiesa. Musica di cornamuse e tamburi da battaglia.
Una didascalia riassume la ricerca del Graal: per molti Cavalieri divenne la ricerca di qualcosa per sè stessi e non per il bene comune, la ricerca di poteri magici e soprannaturali. Anche per questo, forse solo per questo, la ricerca del Graal è fallita e ci sono stati morti e violenze.
Una donna nel bosco raccoglie legna e la lega in fascine. Con lei una ragazza molto giovane, e un uomo: probabilmente la sua famiglia. La donna ha in testa un cappello sformato che le copre gli occhi, come se fosse una veggente (Tiresia?).
Nel bosco, rumore di zoccoli di cavalli. Passa un cavaliere, ben chiuso dentro la sua armatura.
Donna anziana: Colui che comparirà annunciato dal rumore dei suoi passi morirà durante la notte.
Ragazza: Anche se saranno i passi del suo cavallo?
Donna: Anche se saranno i passi del suo cavallo.
Ragazza: Lo hai detto anche per gli uomini che sono passati l’altro giorno.
Donna: Perché sono comparsi tutti col medesimo segno.
Arriva davanti a loro il cavaliere a cavallo.Cavaliere: Ho smarrito la strada. Dove sono?
Donna: Questo è Escalot. Vi indicherò io la via giusta.
Lo accompagna a piedi per un tratto.
A questo punto partono i titoli di testa, ritmati dalle cornamuse e dai tamburi militari.
Il Cavaliere perduto è Lancillotto. Lo vediamo, a notte fonda, accolto al campo da Galvano (Gauvain), poi dagli altri cavalieri della Tavola Rotonda. Galvano è molto giovane, Lancillotto è un uomo forte e magro sui trent’anni.
- Eri tra i primi e poi sei finito in coda a tutti.
- A Escalot ho perso la strada.
Nitriti lontani, movimenti nel campo. I nitriti dei cavalli saranno una costante del film, così come il rumore delle armature mentre i cavalieri camminano: nitriti e rumori di ferraglia sono forse la vera colonna sonora del film (una colonna sonora continua) ancora più delle musiche bretoni e delle cornamuse.
S’avanza Artù, che accoglie Lancillotto. I due hanno più o meno la stessa età, Artù ha una corta barba nera.
- Sire, non vi porto il Graal. Le mie mani sono vuote.
- Il Graal: quanto sangue versato invano. Tu almeno sei stato risparmiato.

Giorno. Cavalli abbeverati, scudieri al lavoro. Lancillotto esce dalla sua tenda, senza elmo ma con la cotta di maglia ancora addosso. Breve dialogo con lo stalliere, che lo informa che per la Messa c’è ancora tempo.
Lancillotto va quindi a trovare Ginevra; le bacia la veste. Il loro incontro avviene in un fienile, al piano superiore, di nascosto. Ginevra si siede su una panca di legno, in mezzo al fieno.
Ginevra: Adesso puoi parlare, puoi dirla quella parola.
Lancillotto: Ti amo, Ginevra.
Ginevra: Dillo ancora.
Ma Ginevra nota che Lancillotto non ha più l’anello che lei gli aveva donato; gliene chiede spiegazione.
Lancillotto: Il Graal, l’ho visto.
Ginevra: Il Graal...
- In una chiesa in rovina, dove andai a rifugiarmi una notte. Una voce mi accusò di furberia, doppiezza, viltà. Indietreggiai atterrito. Quella voce l’ho ancora nelle orecchie.
- Hai sognato.
- Non sarò più il tuo amante, Ginevra. Ho fatto il giuramento a Dio, sulla mia spada.
- Non può essere vero.
- Sì, è vero.
- Dio non può accettare un giuramento contrario a quello che tu hai fatto a me.
- Io ora ti domando di sciogliermi da quel giuramento, Ginevra.
- Ma io mi sono data a te, e tu mi hai presa.
Silenzio. Lancillotto abbassa il capo. Ginevra si alza e se ne va, in silenzio.
Lancillotto va a Messa, dove trova tutti, anche Ginevra.
Canti gregoriani, rumore d’armature, gambe, buio, volto di Ginevra. Dopo la Messa, Artù si ritrova nella sala della Tavola Rotonda con Galvano e Lancillotto. Il Castello, e anche la Tavola Rotonda, hanno un aspetto rustico, contadino.
Artù: Questa sala verrà chiusa.
Lancillotto: Perché chiusa? Non ci convocherete più?
Artù: Convocare chi? (elenca i nomi dei morti, toccando volta per volta la loro sedia).
Infine arriva Mordred, che ha una gran barba nera. Mordred è l’unico che non si è lanciato nella ricerca del Graal, ritenendola un’impresa vana; Galvano lo rimprovera per questo, con parole dure. Mordred si ritira per non dover rispondere a Galvano, ma lascia intendere che per lui è stato solo buon senso non partecipare alla ricerca del Graal.
Artù: Amici miei, sono angosciato. Abbiamo offeso Dio. Dobbiamo attribuire questi morti alla nostra colpa, al segno della Sua giustizia. E il silenzio di questo castello dice che Dio si è allontanato da noi e ci ha abbandonati.
Galvano: Riformiamo i nostri ranghi, zio.
Artù: Non mi sento l’animo di sostituire con gente raccolta frettolosamente tanti compagni così nobili e generosi. Bisogna attendere.
Galvano: A braccia incrociate? Attendere cosa?
Artù: Abbiamo subito un colpo terribile. Attendiamo che Dio ci faccia la grazia di ispirarci.
Lancillotto: E se non dovesse succedere?
Artù: Lasciamo la risposta a Lui. Esercitatevi. Restate uniti. Dimenticate le vostre liti, rinsaldate ora per ora la vostra amicizia.
Rimasti soli, i due cavalieri continuano la conversazione. “Avrei voluto perfezionarmi in altre cose, non nelle armi” dice Lancillotto a Galvano. Il giovane cavaliere gli confida invece le grandi speranze che tutti nutrono in lui, Lancillotto. Ma Lancillotto si defila.
Rumore di ferraglia, nitriti lontani. In una sala del castello, Galvano conversa con Ginevra.
- Lancillotto si sta facendo santo, tra poco avrà il nome sul calendario.
- Invece per vedere voi diventare santo bisognerà attendere molto, suppongo.
- Vado a messa e faccio la comunione a Pasqua, Dio non mi domanda di più e mi ha voluto così.
- Ti ha dato la vita perché la amassi.
- La amerei molto di più se non vedessi in giro certe facce.

Galvano incontra Artù, che è suo zio.
- Zio, voglio fare qualcosa. Datemi un compito.
- Te l’ho dato un compito. Prega, Galvano: bisogna pregare.
- Pregare!

Lancillotto e Ginevra ancora soli, nel fienile. Ginevra dice a Lancillotto che non c’è minaccia, sono solo loro fantasie; ma Lancillotto insiste per essere sciolto dal voto fatto a Ginevra.
- Orgoglio, peccate di orgoglio – gli dice Ginevra. – Avete ucciso, saccheggiato, incendiato, sempre in nome di Dio...E’ una lunga scena, che potrebbe stare anche in “Au hasard, Balthazar”.
- Dio non riuscirà a separarci – dice Ginevra alla fine dell’incontro. Nell’andarsene, dimentica uno scialle sulla panca di legno. Lo scialle verrà in seguito raccolto da Mordred.
Notte. Luna piena. Lancillotto nel suo giro (quasi come Enrico IV in Shakespeare) incontra Galvano e altri tre cavalieri che guardano le nuvole.
Lancillotto: Che fate là col naso in aria?
Galvano: Guardiamo la luna. Carmaduc dice che quella nuvoletta la sommerge come per annegarla, io dico invece che la stringe.
Lancillotto: E che cosa significa?
Galvano: Che finiremo tutti affogati se non prenderemo subito il largo.
Terzo cavaliere: Guarda, la nuvola se ne va.
Continua il giro notturno di Lancillotto per l’accampamento. Lancillotto va da Mordred: gli chiede di tornare ad essere amici, ma Mordred non vuole. Mordred ha lo scialle di Ginevra.
- Mordred, vi sto tendendo la mano: non rifiutate.Ma Mordred non si muove. Lancillotto ripiega il braccio teso, esce dalla tenda di Mordred.
Giorno, cavalli, scudieri. Galvano commenta con Lancillotto il rifiuto di Mordred: un tempo, per molto meno, ne sarebbe nato un duello.
- Dominarsi è una forza.
- Ma lui la prenderà come una debolezza. Dirà che sei fuggito, che ti senti colpevole.
- Colpevole di cosa?
- Non lo so, ma so che tutti stanno passando dalla sua parte. Ci stai perdendo uno per uno.
Lancillotto prende briglie e finimenti lussuosi, “che gli sono molto cari”, e ne fa dono a Galvano.
Lancillotto in chiesa, da solo davanti alla Croce, chiede a Dio di non abbandonarlo.
(continua)