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domenica 26 luglio 2020

Disagio


Questo blog si ferma qui, per la seconda volta dopo la precedente pausa durata sette anni; non so dire se e quando ricomincerò, perché le cose sono cambiate e di molto. In parte perché ho già scritto tanto, direi anche troppo, e l'età comincia a pesare; ma in gran parte mi fermo perché ho difficoltà ad andare avanti, e la convinzione che il cinema come lo abbiamo sempre pensato sia morto e sepolto si fa in me sempre più certa e profonda.
Leggo da una ventina d'anni di entusiasmi per Tarantino, Kitano, Sorrentino, Garrone... non sono mai riuscito a finire un loro film, e dopo un po' ho perso di interesse. Per intenderci, di sparatorie e di divise naziste alla Tarantino ne ho già viste fin troppe, e se nella sua maturità un regista sceglie un soggetto come "Il giovane papa" mi cascano le braccia.
Lo stesso discorso mi tocca fare per registi osannati come Christopher Nolan ( ho esaurito il mio interesse per Batman fin dagli anni '60), o Paul Thomas Anderson; e, dato che Batman e i fumetti Marvel non mi interessano, non so cosa farmene nemmeno di "Joker" e dei super eroi. Non ci sono altri soggetti, in giro? Il mondo non offre idee migliori, sia nel presente che nel passato?
Non vado meglio con i vecchi, quelli con cui sono cresciuto: gli ultimi film di Peter Weir e di Jim Jarmusch mi sono sembrati cose da poco. Riguardo a Weir, autore che ho amato moltissimo, se "Master and commander" poteva essere considerato un ottimo esercizio di stile, non sono riuscito a riconoscere l'autore che amavo in "The way back", che ho trovato molto simile, troppo simile, a tanti altri film visti in passato. In "The way back" non ho trovato nulla di quello che mi affascinava in Weir, è solo la storia di una marcia nel freddo, con personaggi un po' troppo stereotipati.
Può darsi che Weir torni a sorprendermi, ma vedo invece male Jim Jarmusch: se l'autore di "Dead man" decide di girare prima un film sui vampiri e poi uno sugli zombies, l'impressione che non abbia più niente da dire ma che stia comunque cercando di rimanere nel giro diventa sempre più potente. Magari a voi questi film sono piaciuti, io ho deciso di non fidarmi più. La stessa cosa mi era capitata con l'ultimo film di Bernardo Bertolucci, "Io e te"; ero rimasto molto deluso, sapevo che era probabilmente l'ultimo di un grande regista, e che - potendo scegliere - abbia scelto proprio questo soggetto è stata un'altra delusione profonda.
Allo stesso modo, ho dovuto prendere le distanze da altri due autori che hanno segnato la mia vita, e non solo come appassionato di cinema: Werner Herzog gira ancora dei bei documentari, ma conosco documentaristi migliori di lui. Herzog si è liberato del "furore di Dio" che gli covava dentro agli inizi di carriera, e sono contento per lui se adesso sta meglio, ma i suoi ultimi film non mi sono sembrati memorabili - lo so che è una cosa brutta da dire, "eri meglio da giovane", ma non saprei cos'altro aggiungere. Più o meno lo stesso discorso per Wim Wenders: ho trovato tempo fa una sua intervista dove diceva che come docente di cinema pretende che i suoi studenti si presentino con sceneggiature dettagliatissime, cioè tutto l'opposto dei suoi film migliori. Forse la fortuna di Wenders, e di Herzog, è stata proprio quella di non avere avuto docenti. Si può davvero insegnare a fare cinema? Ragionando sulla storia del cinema (Chaplin, Capra, Fellini, Kubrick...), direi che dei docenti e delle scuole di cinema si può fare tranquillamente a meno, a meno che non si tratti di imparare nozioni tecniche pure e semplici. Per intenderci meglio, sono convinto da tempo che le scuole di sceneggiatura siano responsabili dell'appiattimento generale di ciò che vediamo oggi; queste scuole servono soprattutto per farsi conoscere e magari cooptare nell'ambiente (lontani i tempi in cui Luciano Vincenzoni, scrittore per molti film di Sergio Leone, si presentava con i suoi soggetti da Dino de Laurentiis...), e anche per mantenere un po' di "creativi" che altrimenti dovrebbero andare a lavorare.

Mi colpisce poi vedere registi come Sam Mendes (non è il solo) che a un certo punto della loro vita, quando sono già conosciuti e affermati, vanno a fare i film di James Bond. Capisco che i soldi contano, nella nostra vita, ma il percorso giusto è all'inverso: Sergio Leone comincia con "Il colosso di Rodi", Fellini con "Luci del varietà", poi cominciano i loro film personali, quelli d'autore, e con grande successo. La stessa cosa capita con Antonioni, che inizia a farsi conoscere con i film nell'ambiente della moda, e anche a Stanley Kubrick con "Spartacus". I tedeschi, Herzog Wenders Kluge, invece fondarono una loro casa di produzione per essere liberi di realizzare i loro progetti. Oggi invece si fanno i film personali all'esordio, poi si passa alla cassa; chiedo venia, ma la cosa mi interessa sempre meno.

Mi rifiuto di credere che non esistano più talenti come quelli con i quali sono cresciuto, c'è sempre stato un ricambio generazionale ed è impossibile che non ci sia ora; probabilmente la spiegazione della pochezza di oggi sta nei nuovi mezzi di produzione, una specie di censura preventiva (di natura soprattutto commerciale) che di fatto impedisce a chi ha una voce originale di esprimersi. Quello che vedo, per esempio ogni volta che provo a guardare un film italiano, è quasi sempre mediocrità: sia per la recitazione che per la scrittura che per la regia. Spiace doverlo dire, ma è così; un abbraccio a chi ha ancora idee e voglia di impegnarsi.
Delle serie tv "belle come al cinema" ho già parlato pochi giorni fa, non voglio ripetermi; quanto all'andare avanti con il blog, non posso non notare che le novità di Blogger e degli altri "editori" on line vadano sempre di più verso lo smartphone e verso altri mezzi, come Instagram, Facebook, Tiktok, eccetera. Insomma, dovrei ripensare il blog a dimensione di telefonino, e non me la sento proprio. La mia dimensione è questa, quella che avete visto fino ad oggi, ed è più che probabile che il blog come l'abbiamo conosciuto fin qui sia destinato a scomparire a breve, magari proprio cancellandone dal "cloud" ogni traccia. Anche perché, ormai è sempre più evidente, c'è il rischio di essere denunciati per furto d'immagine: non dagli eredi di Fellini o di Tarkovskij ma da parte di qualcuno che ha messo il suo nome su immagini di pubblico dominio. Perciò ribadisco: questo blog non ha fini di lucro, caso mai ci ho rimesso del mio; e le immagini che ho messo servono per far conoscere, per far ricordare, per non perdere la memoria dei capolavori. Dei capolavori del passato, mi viene da dire; ed è proprio così, infatti, il cinema è morto da tempo e del cinema bisogna abituarsi a parlare al passato. Quello che state guardando adesso, quello che stanno girando adesso, è tutt'altra cosa e bisognerebbe dargli un altro nome. (24 luglio 2020)

- Oggi però le facce sono cambiate, tendono a omologarsi; Pasolini in "Lettere luterane" diceva che in Italia è in atto una mutazione antropologica visibile sulle facce della gente...
- Oggi hanno tutti facce da merendine, si vede la differenza quando in televisione compaiono le espressioni rubate alle persone dei cosiddetti paesi sottosviluppati, quelle persone hanno volti straordinari mentre le nostre facce non hanno più identità. (...)
(da "I volti e le mani" a cura di Benedetta Tobagi, ed. Feltrinelli; pag.77, intervista di Ermanno Olmi con Sergio Toffetti)

PS: questo è l'unico post senza immagini, mi sembra chiaro il perché.

lunedì 13 luglio 2020

Le serie tv, "belle come al cinema"


Quella sulle serie tv "belle come il cinema" è una frase che si è letta e ascoltata spesso negli ultimi anni, un po' in tutti i contesti (giornali,tv, radio, internet...). Io l'ho sempre considerata come uno slogan promozionale, soprattutto in orbita Netflix, e mi limitavo a un'alzata di spalle perché so da tempo che contano gli autori (attori, registi, sceneggiatori) più che il formato; ma ormai questa frase è obsoleta, quasi scomparsa dalla circolazione perchè si dà il fatto per scontato, "tutti guardano le serie tv" e la questione non esiste nemmeno più. Dato che io non faccio parte di quel "tutti" posso scrivere qualche riflessione in merito.
I nuovi canali tv, da Netflix a Tim Vision a Raiplay (fate voi), basano la loro campagna per gli abbonamenti quasi soltanto sulle serie tv; e mi sta bene, ma prima di spendere soldi per abbonarmi ho cercato di capire quali altri film avessero in archivio, Sky compresa, e non ci sono riuscito. Non si usa più fare un elenco per titolo o per autore, così che basti un motore di ricerca interno per vedere se nel catalogo c'è quello che sto cercando; ci sono le "promozioni" e le spiegazioni, un riassuntino della trama, un'immagine a caso, e soprattutto si dà per scontato che a tutti interessi solo quella data cosa e non altro. E' un po' la replica del sistema utilizzato dalle tv del digitale terrestre (Iris, RaiMovie, etc), in prima serata "quello che guardano tutti" e il resto, capolavori compresi, a notte fonda o alle sei del mattino, da usare come riempitivo. Eppure, anche con i film del passato si può fare audience e molti canali youtube lo dimostrano.
E' una mentalità diffusissima e invasiva, applicata anche al passato: facendo una ricerca su Raiplay trovo scritto cose come "Michelangelo prima serie", "Leonardo prima serie", "Vita di Dante prima serie", come se fosse Beautiful, cioè come se dopo aver raccontato la vita di Dante, Michelangelo e Raffaello i nostri eroi potessero continuare a vivere nuove avventure in un sequel. Viene da dire: magari ci fosse stata la possibilità di girare un seguito sulla vita di Leonardo...

Le serie tv, o i telefilm, chiamateli come volete - in realtà conta chi c'è dietro, se è un autore vero anche la soap opera o la telenovela o lo sceneggiato possono essere dei capolavori, dipende sempre da chi li fa - in verità ci sono sempre state, e i registi del cinema d'autore che hanno girato per la tv o in modo seriale film e sceneggiati sono molti, alcuni dei quali hanno realizzato autentici capolavori. Qualche titolo: "Heimat" di Edgar Reitz, "Decalogo" di Kieslowski, il Francesco Rosi di "Cristo si è fermato a Eboli", "I Clowns" e "Prova d'orchestra" di Fellini, "Padre padrone" dei Taviani, "L'albero degli zoccoli" e tutti i film di Ermanno Olmi, l'elenco è lunghissimo e parte da lontano, sicuramente dagli anni '70 in cui la Rai fece incetta di premi a Cannes e in tutti i principali festival del cinema nel mondo. Questi film uscivano al cinema, anche quelli di dodici ore, ma per la tv si è sempre lavorato e con ottimi risultati. Lavorare non su un film di un'ora e mezza ma su sei o dodici ore può essere un'ottima cosa, se vuoi fare Tolstoi per esempio, e anche questa non è una novità (la si spaccia per novità, ma così non è) ma devi avere delle idee e saperle portare avanti, e questo con le "serie tv" non sempre succede.

Ho visto molti telefilm "a puntate": da bambino mi piaceva "Rin tin tin", poi "Forte Coraggio", che era divertente, uno dei miei preferiti; e molti altri telefilm sia da bambino che da adulto. C'era però una caratteristica costante: dopo le prime dieci puntate cominciavano ad essere meno belli. Gli autori, dopo aver bene impostato i personaggi, dopo un po' non sapevano più cosa fargli fare, e si vedeva. Un po' meglio andava con serie come Bonanza, che però a un certo punto dovette chiudere. Ho voluto rivedere di recente una serie molto famosa, oggi si direbbe un "cult", quella del "Prigioniero" con Patrick Mc Gowan, e ho ritrovato le stesse impressioni avute negli anni '60 e '70: tutto molto bello, l'idea originale, gli attori e le attrici, le scenografie, i colori originali, le location, però dopo la prima puntata tutto diventava molto ripetitivo e anche un tantino noioso. La serie del "Prigioniero", con il protagonista misteriosamente rapito e portato senza spiegazioni in un posto piacevole ma dal quale non si poteva fuggire, di fatto non ebbe mai un finale. Per essere più precisi: il finale esiste, ma è deludente e sembra appiccicato lì per esigenze di produzione. La stessa sensazione l'ho provata in anni recenti con "Lost": tutto bello, attori, location, idee di partenza (non siamo molto distanti dal "Prigioniero") ma a un certo punto mi sono chiesto se mi stavano prendevano in giro e ho lasciato perdere. Sensazioni simili le ho avute con i telefilm "Ufo" degli anni '70, e anche con "Star Trek" che ho sempre trovato molto ripetitivo (parlo dei telefilm). Insomma, personalmente preferisco che ci sia un inizio, uno svolgimento e una conclusione; e in questo avere un limite di tempo aiuta, a meno che non si tratti di Guerra e Pace e di altre storie che non si possono comprimere in un'ora e mezza. Ma qui siamo nel campo dei pareri personali, come è ovvio; liberi di farvi piacere le serie tv e di passare la vostre vite davanti al "Trono di spade", se a voi piace.

Intervistati, attori e registi importanti di cinema e di teatro dicono che sono felici di lavorare per la tv, che offre loro tante possibilità, eccetera: non so quanto siano sinceri. La realtà è che si tratta di lavoro, le nuove generazioni non vanno più al cinema, se vuoi fare l'attore il lavoro è questo qui, da qui arrivano i soldi: non dal teatro né dal cinema ma dalle serie tv. O fai le serie tv, o cambi mestiere, magari ti tocca anche di andare a lavorare. Se a Scorsese o ai fratelli Coen arrivano offerte da Netflix, cosa vuoi che facciano? Se Jude Law e Cate Blanchett ricevono ricche offerte per recitare in una serie tv, vuoi forse che si tirino indietro? La stessa cosa ho pensato di recente per la musica, con il violoncellista Mario Brunello che - unico tra i grandi concertisti - si è dichiarato favorevole allo streaming: lì per lì sono rimasto perplesso, da lui non me lo aspettavo, ma poi ho concluso che è lo streaming che ti dà i soldi, ormai, e che probabilmente è questa la ragione della presa di posizione di Brunello, così come dei Coen e di Scorsese nei loro rispettivi ambiti. Bisogna pur guadagnare, per andare avanti, a meno che non si sia ricchi di famiglia.

Concludo con alcuni estratti da un'intervista recente con un'esperta del genere, che mi sembrano significativi; questa intervista mette in evidenza la mancanza di una vera critica, sostituita da fans militanti e da uffici stampa. C'è da fidarsi? Io direi di no, e anche se so di lasciare qualcosa di bello per strada, non ho voglia di perdere tempo con queste cose. Prima di chiudere ricordo per un istante "Beautiful" e "Un posto al sole", che guardavo per fare compagnia a mia mamma, dove mi toccava constatare con sgomento che da un giorno con l'altro i bambini diventavano ventenni e i loro genitori passavano da ventenni a quarantenni e poi subito nonni. Letteralmente, da una puntata all'altra, come se fosse una cosa normale. Per il resto, "Friends", "Happy Days"... se vi piace guardateli pure, io vado a fare qualcos'altro.
Intervista con Emily Nussbaum
di Riccardo Staglianò, La Repubblica 29 maggio 2020
La televisione era spazzatura. Peggio, era «gomma da masticare per gli occhi», secondo la definizione splendidamente feroce del critico teatrale John Mason Brown. Intrattenimento sempre, arte mai. Un ingombrante pezzo di mobilio. Un medium senza speranza dove «la volgarità è innalzata a potere. Il potere viene abbassato verso la volgarità» sentenziava nel 1980 sul NewYorker George W.S. Trow. Epperò insidioso: «Un additivo sospetto che le aziende avevano aggiunto all'acqua corrente della cultura, un elemento in grado di indebolire la spina dorsale dello spirito» ricorda oggi Emily Nussbaum, che della medesima rivista è stata a lungo critica televisiva, premio Pulitzer e autrice degli articoli di intelligenza pirotecnica raccolti in "Mi piace guardare" (minimum fax). Poi sono successe delle cose. Era il 1999 ed è arrivata I Soprano, «una serie per adulti, qualcosa di cui vantarsi e non scusarsi. E fu quella che definì il modello di “televisione di qualità". (...) « I Soprano enfatizzava l’immaginario più che l'azione, i personaggi più che la trama, attraverso linee narrative spesso lasciate in sospeso a vantaggio della costruzione della storia. Dava l'impressione di un romanzo e sembrava un film».
(mio commento personalissimo: "I Soprano" mi è sempre sembrato una sequenza di luoghi comuni e rimasticature; questo può essere un mio parere discutibile come tutti i pareri, ma quelle della Nussbaum sono definizioni da ultrà, da fan sfegatati, senza riscontri e senza analisi; un "ipse dixit", anch'esse personalissime opinioni più che discutibili).

« (...) cruciale è stato il passaggio dal modello pubblicitario a quello degli abbonamenti. Finché i soldi si facevano solo con gli spot servivano programmi che garantissero un pubblico sufficientemente vasto affinché chi produceva corn flakes o auto ritenesse vantaggioso spendere una fortuna per raggiungerlo. Non si poteva osare troppo, perché servivano numeri importanti. Quando invece si è cominciato a pagare direttamente i canali con gli show si è potuto pensare di fare anche una mini-serie per una nicchia. Perché il plurale di nicchie fa comunque pubblico».
(a me sembra l'elogio della Rai anni 50-70, ma anche dei giornali come L'Espresso o il Manifesto, del cinema, dei giornali dell'Ottocento, eccetera; e comunque si può ricordare che molti registi di cinema per ottenere questa libertà decisero di fondare proprie case di produzione, da Charlie Chaplin a Wim Wenders, la lista è lunga e ormai più che centenaria)

- E' troppo dire che quel passaggio ha coinciso con quello da protagonisti positivi ad anti-eroi?
« Una vecchia regola tra gli sceneggiatori era di non creare mai personaggi che non avremmo voluto far entrare in casa nostra. Autori come David Chase (Soprano) sono cresciuti odiando quelle regole e la tv che ne derivava. Ora quella generazione ha vinto e lo spettro di personaggi che ci piace vedere si è allargato a dismisura. Carrie Bradshaw (Sex & the City) è stata la prima anti-eroina televisiva femminile. Tony Soprano,WalterWhite di Breaking Bad, le spie di The Americans sono tutte persone che, a cose normali, starebbero in prigione e non nel nostro salotto. E invece li facciamo accomodare e gli offriamo anche da bere».
(mie osservazioni: queste cose c'erano già nel cinema degli anni '30, storie di gangsters e di banditi si sono sempre fatte, anche in tv; e, soprattutto: ma questi cosa leggono, cosa studiano, quante ore passano davanti a scemenze, come si fa a vivere di sole cose come queste...)
- Lei scrive che un altro agente di cambiamento è stato il pulsante "pausa" sul telecomando, che ha
trasformato lo spettacolo da un flusso a un testo...
« E' così. Prima c'erano stati i videoregistratori ma era tutto molto laborioso. Quando è stato facile fermare le immagini, risentire un passaggio, magari cercare su internet un riferimento, di colpo nessuna storia è diventata troppo complessa o audace da far digerire. I dialoghi pensati da David Simon per The Wire erano così densi che non sarebbero stati concepibili senza la possibilità di fermarsi un attimo. E no, vi assicuro, non è una cosa che fanno solo i critici o i fan ossessivi. Da onanistica qual era, guardare la tv é diventata una pratica molto più sociale».
(ripeto: ma da dove vengono, dove vivono, cosa fanno, quanti anni hanno? con le vhs e con i dvd era già possibile tornare indietro e mettere in pausa un film già trent'anni fa...sembra che stiano dicendo che oggi "anche un cretino può farlo") (e io che guardavo Bergman e Kurosawa e Tarkovskij al cinema, in sala, al buio, senza la possibilità di fermarsi e rivedere: forse oggi manca la capacità di capire un film dall'inizio alla fine, manca la concentrazione necessaria, non si riesce a stare attenti più di dieci minuti di fila, è questo che stanno dicendo?...)


(...)
- E com'è possibile allora che dalla raccolta sia rimasto fuori Breaking Bad? E il suo prequel Better Call Saul?
«Ahahaha! Un po' rimpiango di non averla inclusa. Avevo cominciato a scriverne quando poi mi è venuta un'idea per un saggio su Archie Bunker, protagonista di una grandiosa vecchia serie, che mi ha dato modo di affrontare il tema dei "bad fan", i"fan cattivi", ovvero quelli che tifano spudoratamente perché il protagonista continui a fare cose riprovevoli, come per White vendere metanfetamina. E non volevo ripetermi! A dire tutta la verità, ho un problema con il finale della serie: è come se gli autori si fossero innamorati troppo della loro creatura, in una sorta di transfert psicoanalitico che non mi ha convinto. Per non dire dell'altro problema con Skylar, la moglie. Insomma, riconosco che è una grande serie, ma con alcune riserve. Quanto a BCS, non ho amato la prima stagione e mi sono arenata. Poi mi è capitato di sentire amici che mi invitavano a riprovare, dicendo che avevano anche risolto alcuni dei punti critici di BB, incluso migliorare lo spessore dei personaggi femminili. Se me lo dice anche lei magari ci riproverò!».
(mi viene da dire: "ma, e andare a lavorare?". La maggior parte della gente lavora, ha una vita oltre la tv, ma questa qui non sa cos'è una fabbrica...) (sono sorpreso che un bravo giornalista come Staglianò si presti a queste cose, e se questa è davvero Emily Nussbaum significa che il livello della critica è davvero infimo, e se danno poi il Pulitzer a una così...) (mamma mia)


(nelle immagini, dall'alto: un fotogramma da "Good morning" di Yasujiro Ozu, 1959; "The prisoner" con Patrick Mc Gowan; Larry Storch e Melodie Patterson in "Forte Coraggio"; Bonanza; Get Smart; Fame-Saranno famosi; dell'ultima non ricordo il titolo italiano, è un antenato di "Friends" che ebbe molte riprese e molto successo)

mercoledì 10 giugno 2020

Musical


Il musical ha una gran quantità di fans, giustamente; io ho le mie perplessità, un po' perché sono abituato a scrivere sui film uno per uno, e un po' perché non mi piace ragionare per generi ("Mezzogiorno di fuoco" è un western? Lo considerate uguale a quelli di Sergio Leone e a quelli con John Wayne?) ma soprattutto perchè quello dei musical è un insieme molto eterogeneo, ci sono i capolavori e le mezze misure, ci sono film musicali di tutto divertimento e altri ricchi di significato (penso a Cabaret), ce ne sono di scadenti e di sopravvalutati, e ci sono capolavori nascosti o dimenticati che meriterebbero di essere citati più spesso. In più, dagli elenchi dei musical fatti dagli entusiasti o dai giornalisti mancano sempre film di livello alto o altissimo, e sono sempre quei pochi titoli quelli di cui si parla. Come mi capita spesso, viene da chiedersi se i film siano stati visti per davvero oppure se se ne parli per luoghi comuni o per citazioni di citazioni. Insomma, si fa in fretta a dire musical: sul mio piano personale, se penso a "Singing in the rain" va tutto bene, idem con Busby Berkeley ("Gold diggers of 1935" è un capolavoro sia per la musica che per le immagini) o con Fred Astaire ("Top hat" è uno dei miei film preferiti in assoluto), ma poi mi fermo e comincio a pensare.

Innanzitutto, i musical andrebbero visti nella versione originale; se doppiati si percepisce lo stacco fastidioso fra parte parlata e parte cantata, un effetto forse inevitabile per la comprensione della storia narrata, ma che disturba molto la visione. Inoltre, molti musical sono stati doppiati anche nel canto; oggi non lo si fa quasi più, ma lo si è fatto per lungo tempo e non sempre con buoni risultati. E' piacevole "Mary Poppins", per esempio, anche nella versione italiana a cui siamo tutti affezionati; ma "My fair lady" e "The sound of music" ("Tutti insieme appassionatamente") sono stati per me due film insopportabili fino a quando non è arrivata la possibilità di ascoltarli nel sonoro originale, con il dvd o con il doppio canale audio in tv. Mi sono deciso a cercare "The sound of music" solo grazie a John Coltrane e alla sua versione di "My favourite things", altrimenti lo avrei considerato irrecuperabile; quanto a "My fair lady", i tentativi di rendere l'originale usando i nostri dialetti sono molto goffi, e anche la presenza di grandi attori nei nostri remake in teatro non è che abbia aiutato molto. Qualcosa di simile mi è successo anche con "Bulli e pupe" ("Guys and dolls") dove in più c'è anche l'equivoco sulla voce di Marlon Brando: è il doppiaggio che dà l'idea di una differenza tra la voce di Brando mentre recita e mentre canta, nell'originale è tutto più naturale. Anche Gigi Proietti ha fatto a suo tempo una battuta sulla voce di Brando in "Bulli e pupe", ma va evidentemente riferita al doppiaggio italiano. Tra l'altro, "Bulli e pupe" è un film curioso: un cantante famoso viene scritturato per recitare, e un attore non certo famoso per il canto ha invece le parti cantate più importanti.

Allo stesso modo, non ho mai guardato per intero "Sette spose per sette fratelli"; non ne amo molto la musica, e nemmeno il doppiaggio italiano. Non vado molto d'accordo con Gershwin (trovo lo swing irritante, non sempre ma quasi) e quindi ho apprezzato "Un americano a Parigi" ma solo fino a un certo punto. "A star is born" di Cukor ("E' nata una stella") per me è stato punitivo, l'ho voluto vedere fino in fondo per rispetto verso Cukor ma è stata veramente una sofferenza. Ho provato anche a guardare i remake successivi, realizzati cambiando anche la musica, ma preferirei sorvolare. Su altri film con Barbra Streisand, come "Funny girl", "Funny lady", "Hello Dolly" posso solo dire che ci sono dei bei momenti ma non me la sento di gridare al capolavoro come invece fanno in tanti.

Ci sono poi i musical che ho voglia di vedere o rivedere, perché ho in mente una canzone rimasta famosa, ma che poi a conti fatti mi lasciano un po' deluso: è il caso di "Il mago di Oz", dove l'unica canzone bella è "Over the rainbow" - ma solo la parte iniziale, perché poi quel ritornello "when you wish upon a star" a me ha sempre dato l'idea del "non so più come andare avanti e ci metto una toppa". Allo stesso modo considero il più recente "Hair", dove oltre alla citatissima "Aquarius" non ho trovato nient'altro che mi sia rimasto in memoria; è comunque un bel film, su un soggetto storico importante (la guerra in Vietnam, c'era ancora la visita di leva).

Ho un mio elenco di capolavori da continuare, dopo quelli che ho citato all'inizio metto "Stormy weather", "Alta società" (specialmente quando entra in scena Louis Armstrong), Cabaret, Taking off di Milos Forman; di molti di questi ho portato qui da tempo i miei appunti personali.

Sono invece rimasto deluso anche dai musical dell'epoca rock, come "Tommy" e "Quadrophenia" con musica dei Who (hanno fatto di meglio, salverei quasi soltanto "See me, feel me"...). A quattordici anni ero andato al cinema per "Jesus Christ Superstar", ero ancora poco smaliziato, venivo dalle canzonissime e dai festival di Sanremo in tv e il film mi era piaciuto, ma poi ho cominciato a conoscere la vera grande musica e ho lasciato perdere Andrew Lloyd-Webber. In seguito, ho ascoltato qualcosa da Evita, Cats, e altri musical di Lloyd-Webber (scopro che ha solo dieci anni più di me, non l'avrei mai creduto) e chiedo scusa agli appassionati del genere ma non riesco a credere che si valuti "Don't cry for me Argentina" come una grande canzone. A me sembra qualcosa che si trova facilmente sul pianoforte mentre si fanno gli esercizi, e quando avevo preso lezioni di musica (tanti anni fa, ormai mi sono dimenticato come si fa) mi era capitato di pensare che c'è più musica nel Czerny e nel Longo (gli esercizi per le cinque dita) che in Lloyd-Webber o in John Williams.

 
Sono rimasto del tutto estraneo a eventi come "Flashdance", "Grease", "La febbre del sabato sera": in quel periodo ascoltavo Nick Drake, Leonard Cohen, i Pentangle e Tim Buckley, e poi ho cominciato ad andare alla Scala per Claudio Abbado, Maurizio Pollini, Carlos Kleiber, Giuseppe Sinopoli, Wolfgang Sawallisch, Riccardo Muti, Leonard Bernstein... Di "Grease" mi disturbava anche che si riesumasse la brillantina, per la mia generazione "roba da vecchi", ma così vanno le mode. Non ho mai sopportato i Bee Gees con quei falsetti fastidiosi, li ricordavo con canzoni estive e simpatiche, trovarli ridotti in quel modo mi aveva fatto tristezza ma se a voi piace, che fare. Scrivendo, mi torna alla memoria anche una chiacchierata con un amico in loggione che faceva il commesso alla libreria Cortina: perchè dobbiamo occuparci di Madonna Ciccone, ci chiedevamo negli anni '80. Già, perché mai: e invece, eccoci ancora qui (la Ciccone ha la mia stessa età, detto en passant) a dover subire cose che non ci sono mai piaciute.

 
Ho una considerazione altissima per John Huston, ma ho trovato bruttino il musical "Annie" e non riesco a capire come mai se ne sia occupato: è proprio la musica che è brutta. Allo stesso modo non ho capito "Jersey boys" di Clint Eastwood, e deploro il fatto che il suo "Bird", su Charlie Parker, sia completamente uscito dalla programmazione. "Bird" è un capolavoro, ma nelle rassegne dedicate a Eastwood non c'è mai, non appare nemmeno oggi ai festeggiamenti per i suoi novant'anni.
Trovo belli e divertenti i film di Richard Lester con i Beatles, non tanto per le canzoni ma proprio perché sono divertenti; vedo malvolentieri i film con Frank Sinatra come cantante (non mi piace Sinatra) ma mi piace Bing Crosby; mi sono trovato distantissimo da "Alexander's ragtime band" (mah) e dal mondo di film come "Gigì", "Can can", o magari "Follie d'inverno" ("There's no business like show business"), e mi sono annoiato a morte con Resnais e Scola e i loro film sulle sale da ballo (Ballando ballando, etc) non per i film in sè ma per le musiche scelte.

 
Infine, i film con i cantanti degli anni '60, che vedevo arrivare nel cinema del mio paese da bambino e che ritrovo su RaiMovie all'ora di cena: oggi c'è chi li chiama "musicarelli", che brutta parola. Per quanto mi riguarda, a dodici anni ero già stanco di Albano, di Rita Pavone e di tutte quelle cose che passavano in tv e che ero obbligato ad ascoltare e vedere da bambino; ma oggi mi capita di fermarmi a vederne qualche sequenza perché ci sono tanti bravi attori nelle parti di fianco (Gino Bramieri, Raffaele Pisu, Aroldo Tieri, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia...) e perché si vedono le città come erano quando io ho cominciato a conoscerle. Molti di quei film sono incentrati sul servizio militare (Gianni Morandi era davvero in caserma quando girava "Non son degno di te") e penso sempre che bisognerebbe spiegare ai ventenni del Nuovo Millennio che cos'era il servizio di leva, e come mai è stato abolito. Un grosso favore che è stato loro regalato dalle generazioni precedenti, i primi a beneficiarne sono stati i nati nel 1986 se non ricordo male. Oggi chi fa il servizio militare lo fa da volontario, ma prima non era così, la cartolina precetto arrivava a tutti. Per cambiare, sono stati necessari molti decenni di lotte e di sacrifici; è una storia che andrebbe raccontata, ed in questo possono essere utili film come "Hair" di Milos Forman, e anche quelli del ventenne Gianni Morandi.
 
qui  e qui per alcune sequenze da "Gold diggers of 1935" di Busby Berkeley
qui per una sequenza da "Stormy weather"

 
(nelle immagini, dall'alto:
Fred Astaire con Audrey Hepburn, Eleanor Powell,
Rita Hayworth, Ginger Rogers, Dolores Del Rio; 
Louis Armstrong e Grace Kelly in "High society; 
due fotogrammi da "Bird" di Clint Eastwood)

martedì 12 maggio 2020

Ho camminato con uno zombie (1943)


 
I walked with a zombie (Ho camminato con uno zombi, 1943) Regia di Jacques Tourneur. Tratto da un romanzo di Inez Wallace. Sceneggiatura di Curt Siodmak e Ardel Wray Fotografia di J. Roy Hunt Musiche di Roy Webb Interpreti: Frances Dee, James Ellison,Tom Conway, Edith Barrett, Christine Gordon, Teresa Harris, Sir Lancelot, Darby Jones, Jeni Le Gon Durata: 1h10'

"I walked with a zombie", film del 1943, è più dramma psicologico che un horror come lo intendiamo oggi; la regia è di Jacques Tourneur, il suo film successivo a "Cat people".
Il soggetto è questo: una giovane infermiera trova un posto di lavoro ben pagato in un ambiente da favola, esotico; scoprirà che il malato che deve assistere è una donna giovane che però è come sonnambula, in catalessi, si alza e cammina ma è come se fosse senza volontà. I medici danno la colpa a una febbre tropicale che può lesionare anche il cervello, ma siamo in zona vudù e quindi il sospetto che ci sia sotto qualcosa d'altro è lecito. Dietro c'è il conflitto fra due fratelli, stessa madre ma cognomi diversi (la madre era rimasta vedova) entrambi innamorati della stessa donna che però si è sposata al maggiore dei due fratelli; questa donna è adesso la malata da assistere. La madre dei due, medico, è sul posto, e anche se è vedova di un missionario cristiano è in contatto stretto con i sacerdoti vudu, che ha iniziato a frequentare per farsi obbedire dai locali che non volevano seguire le norme igieniche più elementari e poi si è fatta sempre più coinvolgere.
Gli zombi e il vudu però restano sullo sfondo, forse settant'anni fa alcune scene potevano fare impressione ma comunque non ci sono scene davvero terrificanti e prevale il dramma psicologico. Il film andrebbe visto in lingua originale e dopo un buon restauro della pellicola, l'edizione che passa in Rai è un po' disastrata e troppo scura. Nel sonoro originale hanno parte importante canzoni e ballate qui rese quasi inintellegibili dal pessimo doppiaggio anni '80: belle le voci dei doppiatori, ma pessimo il sonoro nel suo complesso, tutto azzerato o appiattito.

 
Alcuni dettagli interessanti:
1) nel viaggio in nave si parla dei pesci volanti e della luminescenza del mare; il maggiore dei due fratelli spiega alla giovane infermiera che i pesci volano per sfuggire ai predatori, e che la luminescenza è dovuta a organismi in putrefazione. Ciò che sembra così bello è in realtà legato alla morte, e questo dialogo riporta alla citazione di John Donne in "Cat people" (Il bacio della pantera, sempre per la regia di Jacques Tourneur):
... but black sin hath betrayed to endless night
my world, both parts, and both parts must die.
(ma il nero peccato ha tradito ad una notte perpetua
entrambe le parti del mio mondo, ed entrambe dovranno morire)
Holy Sonnets, n.2, da “Divine poems” di John Donne (1572-1631)

 
2) nella casa dove abitano i due fratelli c'è la polena di una nave negriera, un San Sebastiano trafitto dalle frecce; siamo nella zona di Haiti, dove la tratta degli schiavi provenienti dall'Africa fu particolarmente feroce.
3) i locali, discendenti di schiavi, piangono quando nasce un bambino e fanno festa ai funerali: qui la vita è solo sofferenza, e c'è il ricordo delle navi negriere e delle condizioni di quei viaggi. La loro vita è per il resto normale, povertà e riti vudu a parte.
4) i testi delle ballate locali raccontano le storie di due fratelli rivali in amore, e di sortilegi
5) la sceneggiatura del film è un testo che si potrebbe recitare in teatro, senza cambiare una virgola.

 
Gli attori: Frances Dee è l'infermiera, James Ellison e Tom Conway sono i due fratelli, la madre medico è Edith Barrett, Christine Gordon è la moglie malata. Più difficile risalire agli attori afroamericani, come era d'uso a quel tempo la lista degli interpreti non è completa ed è difficile ricordarsi i nomi dei personaggi.
Il soggetto è di Inez Wallace, la sceneggiatura è di Curt Siodmak e Ardel Wray; il produttore è Val Lewton, a cui si devono molti film di fantascienza o horror di quel periodo. Si vede bene la mano del regista Jacques Tourneur, e ci sono diverse somiglianze con "Cat people" al di là del soggetto esotico. Il finale è tragico, però rende liberi i due innamorati, il fratello maggiore ormai vedovo e la giovane infermiera. Sul soprannaturale rimane solo qualche dubbio, la spiegazione medica è più che plausibile; molto bravo comunque l'attore che cammina nell'oscurità a occhi sbarrati, e che è l'unico effetto speciale di questo film.
 
Gli esperti, soprattutto i medici, spiegano che dietro agli zombies, quelli veri di Haiti, c'è una droga o un mix di droghe che spengono la volontà; sottoposti a quella droga gli esseri umani non hanno più coscienza di se stessi ma possono comunque lavorare, e come schiavi vengono impiegati. Non sono un esperto e non posso quindi aggiungere dettagli, ma questo è ciò che si vede nel film e corrisponde a ciò che si racconta da sempre sugli zombies, collegati alla religione voodoo (che in realtà è molto più complessa di come si vede nei film, non è solo magia nera). Il racconto degli zombies come cadaveri che escono dalla terra e mangiano carne umana è invece molto recente, e si è diffuso a partire dagli anni '70, con il film di George Romero; la confusione nasce probabilmente dalla definizione di "morti viventi" collegata alla parola zombie. Io c'ero negli anni '70, ero già appassionato di cinema ma non ho mai voluto guardare i film horror (Romero mi è bastato e avanzato); ho conosciuto di persona miei coetanei che facevano uso di droghe pesanti, e purtroppo in molti casi la definizione di "morti viventi" era molto vicina alla realtà. Con l'eroina, e con altre droghe simili, diventa perfino difficile riconoscere un amico, un'amica, una persona che si conosce. E' una cosa davvero triste, e forse per questo motivo, e per tanti altri, non ho mai amato il genere horror così come è diventato dagli anni '70 in su, non capisco cosa ci si possa trovare. Per queste cose, per impressionarsi o per spaventarsi, basta e avanza la realtà: provate a leggere la descrizione dei sintomi del virus Ebola, tanto per dirne una, e vi passerà la voglia di scherzare. O, magari, le cronache dalla ex Jugoslavia negli anni '90, o dal Ruanda nel 1994, o anche soltanto da un normale servizio di Pronto Soccorso in uno dei nostri sabato sera. Forse, bisogna essere molto giovani per aver voglia di spaventarsi con i film di zombie e di vampiri, con i serial killer e i morti ammazzati.
 


(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )

sabato 4 aprile 2020

VHS


 
Portarsi a casa un film da vedere e rivedere, come se fosse un libro, è stato il sogno di tutti gli appassionati, dal 1895 in poi. C'era chi poteva farlo, ma erano persone molto ricche o gente del mestiere, come Ingmar Bergman che aveva una sua sala di proiezione personale, con decine di pellicole; serviva comunque un proiettore da cinema, un locale ampio, il buio. C'è stato anche il super8, i filmini girati in famiglia; ma anche questi erano piuttosto costosi e pochi potevano permetterselo. Dagli anni '80, però, tutto questo divenne possibile e a un prezzo contenuto: ed è stato il grande merito storico delle videocassette, oggi dimenticatissime. Anche il dvd, che rese possibile la grande qualità delle immagini, è ormai visto come un oggetto sorpassato; ma su questo ci sarebbe molto da dire, o meglio: ci sarebbe molto da dire sulla qualità dell'editoria, e sulla professionalità di chi rende disponbili film e documentari. Per spiegare bene cosa intendo faccio un esempio: io ho in casa (si trovano ancora, hanno avuto successo e sono stati più volte ristampati) diversi libri della "Sansoniana straniera", una collana di libri dell'editore Sansoni che risale addirittura a cent'anni fa: testo a fronte, note di grandi studiosi, confezione accuratissima, rari e quasi inesistenti gli errori di stampa, testi di Shakespeare, Molière, Wagner, Ben Jonson, Spenser, Lope de Vega, Goethe, un catalogo enorme e molto accurato. Questo tipo di editoria accurata è stato poi ripreso dagli altri grandi editori italiani, fino a diventare un modello di riferimento.

Nella mia ingenuità, ancora nel 1988, io pensavo che un lavoro simile sarebbe stato fatto anche per i film: ma non è andata così. Ricordo ancora la mia prima visita a un negozio di videocassette, dove i film si potevano anche noleggiare: i primi due titoli che stavo cercando erano "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman e "Rashomon" di Akira Kurosawa, ma il commesso (o forse il proprietario) non aveva la minima idea di cosa fossero, mai sentiti nominare. Così, ho sfogliato il catalogo e mi sono portato a casa "Ran", almeno quello c'era; ma dopo altri due o tre tentativi avevo lasciato perdere. Che io ricordi, con le vhs l'unica operazione editoriale veramente degna di questo nome fu fatta da Walter Veltroni quando era direttore de "L'Unità", con titoli molto ben scelti e spesso anche rari da trovare. Ho comperato pochissime vhs "ufficiali", rimanendo spesso deluso dalla loro qualità; di quelle poche ricordo ancora "Sacrificio" di Tarkovskij, conservata con tutte le attenzioni e quasi con devozione, ma ritrovata poi dopo pochi anni così sbiadita e inintellegibile che sono stato costretto a buttarla via. In compenso, le registrazioni casalinghe, anche con marche improbabili e con infinite riscritture, funzionavano benissimo anche dopo vent'anni; ed è un mistero che non sono ancora riuscito a decifrare. (La possibilità di scrivere su "Sacrificio", mai pubblicato su dvd, mi è stata data, a suo tempo, da Marisa Rainer e da suo figlio - "Tomobiki Märchenland" - , e li ringrazio ancora sentitamente: anche quella era una vhs registrata in casa).

Il dvd consentì di avere finalmente la qualità di immagini che con i nastri era preclusa in partenza; in più, c'era la possibilità di avere il sonoro originale, i sottotitoli per imparare le lingue, gli extra (interviste, spezzoni non montati, tante cose). Non tutti però ne approfittarono, molti dei dvd in commercio erano semplici riversamenti da vhs, meno accurati di quelli che avevamo fatto noi in casa. Un semplice cambio di supporto, cioè un'editoria di bassa lega e anche vagamente truffaldina. Oggi i videoregistratori non esistono più (non in commercio), anche trovare un lettore dvd sta diventando difficile, già sette anni fa il venditore di personal computer mi presentò come un vanto il fatto che nell'hardware non ci fosse il lettore cd/dvd. Oggi si va di smartphone e probabilmente chi ha meno di vent'anni non sa nemmeno che i film andrebbero visti su uno schermo grande, e che già il televisore, anche il più grande, penalizza capolavori come quelli di Stanley Kubrick, di Bernardo Bertolucci, di John Ford, pensati per il cinema.
Oggi guardo cosa succede, per esempio su Raiplay o su Youtube, e mi chiedo: ci sarà ancora spazio per un'editoria seria, come la Sansoniana di cent'anni fa? Così a occhio direi di no, il pubblico ha gusti molto grossolani e i dirigenti dei canali televisivi e dell'editoria in genere non mi sembrano molto attenti alla qualità (mai fatto caso alla quantità di errori di stampa sui libri, per esempio?). In più, la presenza di molte reti come Netflix, o Disney, con le loro esclusive, costringe l'appassionato a fare molti abbonamenti, o magari a inseguire la continuazione di ciò che stava vedendo da una rete all'altra: cosa che non era mai successa prima, perché quando si andava al cinema, o si entrava in una libreria o in un negozio di video, si cercava il titolo e non l'editore o il possessore dei diritti. Servirebbe, e spero che ci si arrivi, un programma apposito che dica dove posso trovare il film o il documentario che mi manca, e magari pagare qualcosa ma senza essere costretto ad abbonarsi e senza essere perseguitato da richieste successive o da pubblicità. Come in libreria, insomma: prendo il titolo che mi interessa, pago, e torno a casa senza essere disturbato.

Qualche tempo fa ho potuto vedere, sulla Tsi (Tv Svizzera Italiana), un documentario su VHS e Betamax, scritto e diretto da Dimitri Kourtchine per Arte France nel 2017. Si poteva fare meglio, ma è comunque divertente e dà le informazioni giuste. Gran parte del documentario è dedicata ai collezionisti, cioè alle persone che ancora oggi conservano centinaia di videocassette; ed è una carrellata divertente e simpatica. Viene però indicato, con molto autocompiacimento, anche quello che è stato il vero limite delle videocassette, cioè l'aver puntato tutto su prodotti molto commerciali, o ritenuti tali, se non addirittura mediocri. Non a caso, il grande successo delle VHS nasce dai film pornografici, finalmente visibili anche in casa propria e nell'anonimato. L'industria delle VHS è stata quasi sempre in mano a ignoranti di bocca buona (da noi, l'eccezione più importante fu sotto la direzione di Veltroni all'Unità) e il documentario pullula di titoli pessimi, titoli da cinema di terza visione (come da noi erano i film di Pierino con Alvaro Vitali), e successi commerciali piuttosto grossolani, da Rambo agli horror più triviali, fino ai musical come Flashdance o Grease.
E' interessante il capitolo sui Paesi dell'Est, un vero percorso storico e non solo per il cinema. In particolare si parla della Polonia dove "L'interrogatorio" di Ryszard Bugajski con Krystina Janda (nell'immagine qui a fianco) fu proibito nel 1982 (otto anni dopo fu proiettato a Cannes, dove la protagonista vinse il premio come miglior attrice) e potè circolare solo in VHS, clandestinamente; e questo è un esempio "alto". Però poi il documentario prosegue, e mostra che i polacchi e i cechi in cassetta cercavano le cose più commerciali, e le classifiche di vendite e noleggio parlavano chiaro. Insomma, noi dell'Ovest eravamo qui a cercare Kieslowski, Wajda e Jiri Menzel, loro in Polonia e Cecoslovacchia cercavano i film più dozzinali americani, Chuck Norris, Rambo, Travolta, perfino Fantozzi e Celentano avevano un loro mercato. La stessa cosa, va detto, accadeva qui da noi in quel periodo con tv e radio private, la prevalenza della banalità e del dozzinale sulla qualità e sull'informazione corretta. E' una riflessione triste, soprattutto se si pensa a cosa è oggi la Rai (servizio pubblico, per la quale paghiamo un canone), e a cos'era prima degli anni '80. Oggi, la Rai per pubblicizzare Raiplay usa Fiorello e il festival di Sanremo, e le sue produzioni migliori sono quasi tutte disponibili solo su youtube, ed è un altro mistero del quale però conosco benissimo l'origine, nomi e cognomi compresi.

 
« ...Wajda, Kieslowski, per esempio, da noi hanno sempre avuto un grande seguito di pubblico. Ma ormai non è più così: la gente ci ha lasciato. Ci eravamo illusi che fare cinema fosse una cosa molto importante: lo era per il regime, che ci ha dato una grande importanza proprio perseguitandoci e censurandoci, forse trasformandoci in qualcosa che non eravamo. Bastava fare un film coraggioso, e si parlava di noi in Comitato Centrale. Poi sono andata, siamo andati, ai festival occidentali: e anche lì siamo stati premiati e applauditi. Questo ci ha fatto pensare che i nostri film fossero conosciuti e popolari anche in Occidente. Poi, recentemente, sono stata a Parigi. E ho cercato, a Parigi, i film dell'Est: venivano una distribuzione talmente povera che rimanevano in cartellone sì e no tre giorni, e in sala a vederli c'erano tre persone. Così ho capito, all'improvviso, che abbiamo vissuto un'illusione: l'illusione di un rapporto col pubblico che non c'è e che forse non c'è mai stato.»
(Agnieszka Holland, da La Repubblica 11.10.1990)
La stessa cosa, viene da dire, è successa in Polonia con la fede cristiana e con il cattolicesimo, punto di forza negli anni '80 ai tempi di Solidarnosc e di papa Woytila. Oggi, trent'anni dopo, le chiese polacche sono più o meno come le nostre, semivuote; ma questa è tutta un'altra storia - o forse no.
 


 
(i fotogrammi vengono da "Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman
e "Rashomon" di Akira Kurosawa; le immagini pubblicitarie
erano disponibili in rete senza indicazioni)


martedì 17 marzo 2020

Bisturi la mafia bianca


 
Bisturi la mafia bianca (1973) Regia di Luigi Zampa. Scritto da Dino Maiuri e Massimo De Rita. Fotografia di Giuseppe Ruzzolini. Musiche di Riz Ortolani. Interpreti: Gabriele Ferzetti, Enrico Maria Salerno, Claudio Gora, Senta Berger, Enzo Garinei, Piera Degli Esposti, Antonella Steni, Vittorio Mezzogiorno, Tina Lattanzi, Luciano Salce, e molti altri Durata: 1h43'

Prima di cominciare, un ringraziamento a tutti i medici e gli infermieri del Servizio Sanitario Nazionale, e a tutti quelli che lavorano con loro e li aiutano in questi giorni drammatici.

Non è un capolavoro, "Bisturi la mafia bianca", ma vale comunque la pena di parlarne perché ha una sua importanza dal punto di vista storico: esce infatti poco dopo la riforma del Servizio Sanitario Nazionale, datata 1969, della quale si è appena ricordato il cinquantenario. E' una riforma che è stata in gran parte affossata da leggi più recenti, in primo luogo quella fortemente voluta in Lombardia dall'allora presidente Formigoni e dalla Lega Nord, che ha concesso ampio spazio di manovra ai privati. Quello che è successo negli ultimi due decenni è ben sintetizzato da un titolo recente: «Mancano 56mila medici, 50mila infermieri e sono stati soppressi 758 reparti in 5 anni. Per la ricerca solo lo 0,2 per cento degli investimenti. Così la politica ha dissanguato il sistema sanitario nazionale che ora viene chiamato alla guerra» (L'Espresso, febbraio 2020: la "guerra" è quella al corona virus).

 
Negli ultimi vent'anni c'è stata una proliferazione straordinaria di centri clinici privati, che di fatto incassano soldi pubblici perché sono stati equiparati alla Sanità pubblica e convenzionati con essa; Formigoni (che nel frattempo è stato condannato in via definitiva a cinque anni di carcere proprio per reati legati alla Sanità) l'ha portata come esempio di libertà, "possiamo scegliere dove curarci". Come conseguenza, gli ospedali e gli ambulatori pubblici sono stati chiusi o ridimensionati, chiusi i "piccoli ospedali", tutta una serie di tagli che ha, di fatto, portato all'intasamento del Pronto Soccorso un po' in ogni parte d'Italia. Per esempio, nel Comune dove vivo (ben servito dai mezzi pubblici) la locale Azienda Sanitaria del Servizio Pubblico è stata praticamente svuotata, resiste ancora ma fa poco più dei prelievi di sangue; quando io ero bambino c'erano nei suoi locali molti ambulatori, oggi anche solo per fare una radiografia o un'ecografia bisogna andare altrove. L'altrove in questione è a pochi chilometri di distanza, in un centro privato, in un altro Comune mal servito dai mezzi pubblici: un evidente non senso, che si spiega solo con una questione puramente - come dire - economica. Del resto, la Lombardia è stata teatro di clamorosi scandali (recenti e recentissimi) nella Sanità: dall'ospedale San Raffaele in giù, la lista di condanne e le indagini in corso sui soldi sperperati (uso un altro eufemismo) vanno a costituire un elenco praticamente senza fine.
 
"Bisturi la mafia bianca", non è un brutto film, ma neanche un film di Elio Petri come forse voleva essere; la denuncia si ferma un po' prima, direi per colpa degli sceneggiatori. E' interpretato da alcuni grandi attori del cinema italiano di quegli anni: Gabriele Ferzetti è un primario senza scrupoli, ma anche venerato come capace di "miracoli" e benefattore; Enrico Maria Salerno è il suo alter ego, ex collega d'università che affoga le crisi di coscienza nell'alcool. Difficile riparametrarsi a quasi cinquant'anni fa: si parla di una possibile riforma (di sinistra) che statalizzerebbe la Sanità togliendo soldi ai baroni come il protagonista di questo film e ad altri, come il personaggio interpretato da Claudio Gora, titolare di alcune cliniche concorrenti, e questo fa pensare ai cinquant'anni dalla riforma del Servizio Sanitario (1969-2019) e alle controriforme volute soprattutto da Formigoni e iniziate in Lombardia, delle quali il Ferzetti e il Gora di questo film sarebbero stati contentissimi (un sogno!). Così come l'eliminazione dal servizio pubblico di una macchina per il rene artificiale, che disturbava gli introiti della clinica di Gora, che vediamo imballata e pronta per essere trasferita altrove; nel frattempo, dato che questa macchina non è disponibile, vediamo morire un bambino arrivato dal Pronto Soccorso.

 
Il film è stato scritto da Dino Maiuri e Massimo De Rita; nel cast Senta Berger nel ruolo di una suora e infermiera, con un flirt mancato con Enrico Maria Salerno: oggi vedere una suora è diventato una rarità, anche negli ospedali, ormai le suore si trovano quasi solo in tv, nella fiction. Altri attori: Piera Degli Esposti è la moglie di un malato, Enzo Garinei è un medico, aiuto fidato di Ferzetti; Luciano Salce fa una macchietta inutile, che si poteva eliminare; Tina Lattanzi è la madre di Ferzetti, Vittorio Mezzogiorno ha una piccola parte, un giornalista; riconoscibile anche Antonella Steni. Il regista Luigi Zampa non è tra i migliori del cinema italiano, ha un suo nome conosciuto e una sua professionalità, ma non riesce ad andare fino in fondo nella denuncia e scivola spesso nel fotoromanzo; è responsabile anche di "Il medico della mutua" del 1968, con Alberto Sordi, film dichiaratamente comico. Scrivo queste parole perché ho esperienza di cos'era la Sanità lombarda prima delle riforme di Formigoni: nel maggio 1995 ho trascorso tre settimane nell'Istituto dei Tumori di Milano, da paziente, e posso garantire in prima persona che l'eccellenza lombarda esisteva già da prima che arrivassero i "miglioratori". Luigi Zampa ha buona stampa, ma i suoi film sono spesso superficiali e in questo caso particolare direi che la superficialità danneggia molto il risultato. Le musiche, piuttosto banali, sono di Riz Ortolani. Produttore è Roberto Loyola, pittore e occasionalmente finanziatore di film che finivano subito in terza visione, oggi più che dimenticati.
Questa superficialità di "Bisturi la mafia bianca" dispiace, perché l'argomento era importante e gli attori scritturati sono ottimi; è un film ormai più che dimenticato, anche se all'epoca fece scalpore, e tutto questo dispiace. Insomma, ci sarebbe molto da pensare anche con un film come questo, una volta fatta la tara sulla sceneggiatura e con lo sguardo rivolto a cosa è successo dopo. Le colpe sono anche degli elettori, mai dimenticarselo.


 
(le immagini sono tra le poche che ho trovato in rete;
ringrazio chi le ha rese disponibili)

lunedì 9 marzo 2020

Galileo (Joseph Losey, 1975)


Galileo (Life of Galileo, 1975) Regia di Joseph Losey. Tratto dal testo teatrale di Bertolt Brecht, nella versione di Charles Laughton. Sceneggiatura di Barbara Bray e Joseph Losey. Fotografia di Michael Reed. Musiche di Hanns Eisler e di Richard Harley. Interpreti: Chaim Topol, Tom Conti, John Gielgud, Edward Fox, Colin Blakely, Michael Gough, Michael Lonsdale, Patrick Magee, Mary Larkin, e molti altri. Durata: 2h20'

Il "Galileo" di Joseph Losey è tratto da Brecht, nella versione di Charles Laughton che lo portò in teatro negli anni '50, con l'approvazione dell'autore. Lo stesso Losey aveva messo in scena il "Galileo" di Brecht, in teatro, prima di girare il film. Protagonista è Chaim Topol, reduce dal successo del musical "Il violinista sul tetto" del 1971. Topol secondo me è un po' troppo leggero per il personaggio, saltellante e sorridente, più adatto forse a un musical. Si impegna e non dispiace, ma non mi sento di dire che sia stata una scelta giusta: penso allo stesso Laughton, a Tino Buazzelli, magari a Timothy Spall...
 

Più che un Brecht, nel complesso, sembra un film di Zeffirelli, sia in negativo che in positivo: luci, colori, costumi, scenografie e attori e attrici sembrano uscire da "La bisbetica domata" o da "Romeo e Giulietta", compreso John Gielgud nel ruolo (breve e molto caricaturale) di un anziano cardinale. La figlia suora di Galileo non si limita ad essere una suora, come in Liliana Cavani, ma ha un costume scelto tra i più vistosi e ingombranti; potrebbe essere un dettaglio storico accurato, ma finisce per sembrare la caricatura di una suora cattolica vista da un protestante. Trovo pesantini anche i siparietti con il trio di bambini cantori: è vero che sono previsti da Brecht, ma anche per i tre piccoli geni del Flauto Magico di Mozart, ragionando su voci di bambini o ragazzi, ho visto fare di meglio.
 All'inizio si perde uno dei momenti più belli, il "tutto è cominciato dalle navi", ed è grave; finisce per prevalere sul testo Topol che si lava le ascelle, e anche se la scena è presa da Laughton e Brecht la approvò direi che si poteva fare di meglio. L'idea, spiegava Brecht, è di mostrare Galileo come dedito ai piaceri della vita, da qui anche il mangiare e bere in compagnia, e dunque Galileo intento a mangiare e ai piaceri terreni è sì in Brecht, ma qui si esagera un tantino.


Le musiche sono di Hanns Eisler e di Richard Harley, nel complesso non memorabili. Lo spettacolo di piazza, nel finale, dove si satireggia sulle teorie di Galileo, è anch'esso in Brecht ma i due cantanti (lui e lei) e la coreografia lo rendono piuttosto pesante invece di alleggerire (dura una ventina di minuti).
Tra gli attori, Tom Conti è Andrea Sarti da adulto, Patrick Magee è Bellarmino (Magee era il "padrone di casa" in Arancia Meccanica), John Gielgud e Edward Fox sono due cardinali, Michael Lonsdale è il cardinal Barberini (poi papa Urbano VIII) e molti altri che non conoscevo, compresa la Virginia di Mary Larkin.

Nel complesso, non è un brutto film ma il confronto con il "Galileo" di Liliana Cavani è impari; è vero che nel testo di Brecht non c'è Giordano Bruno e non c'è la scena dell'abiura, ma proprio per questo bisognava dare un taglio diverso, non un film così colorato e quasi leggero. Sempre a mio livello personale, ho provato un bel po' di delusione: da Losey mi aspettavo di meglio.
In particolare dal punto di vista visivo, costumi recitazioni e scenografie, ho trovato molti luoghi comuni sui cattolici che saranno piaciuti ai protestanti, come la scena della vestizione del Papa, ma che fanno sfigurare il film quando si pensa a cosa sono stati capaci di fare, in questo ambito storico, registi come Giuliano Montaldo, Liliana Cavani, Gianni Amelio. In particolare, si rimpiange la mancanza di attori del livello di Gian Maria Volonté (il Giordano Bruno di Montaldo), o di Giulio Brogi (il Tommaso Campanella di "La città del sole" di Gianni Amelio, anno 1970). Anche Cyril Cusack nel film di Liliana Cavani del 1968 aveva una sua consistenza, che non trovo nel "Galileo" di Losey. Su tutto, il rimpianto di non poter più vedere lo storico spettacolo del 1960 al Piccolo Teatro di Milano, regia di Giorgio Strehler e Tino Buazzelli come protagonista.

 

 
(le immagini sono tra le poche che ho trovato in rete,
ringrazio chi le ha rese disponibili)
 
 

mercoledì 8 gennaio 2020

Alberto Sordi? No, grazie.


Quest'anno, 2020, ricorre il centenario dalla nascita di Alberto Sordi; sono già iniziate le celebrazioni e mi immagino cosa succederà da qui in avanti. Non si discute il valore come attore di Sordi, era bravo e divertiva; come molti altri attori, rifaceva sempre se stesso e tirava sempre i film dalla sua parte (per questo da un certo punto in avanti Federico Fellini non lo chiamò più) ma alla fine glielo si perdona. Detto questo, mi disturbano molto - da sempre, ancora da quando Sordi era in vita - i discorsi del tipo "Alberto Sordi un italiano come noi" e l'idea che tutti gli italiani fossero come quelli rappresentati dai personaggi interpretati da Sordi. No, l'Italia non era tutta così. Per fortuna, aggiungo.
Adesso ci si mette anche Rai Storia (Rai - Storia...) con una serie di commedie anni '50, '60 e '70 presentata nel lancio pubblicitario come specchio veritiero dell'Italia che fu. Siccome io c'ero, e molte persone le ho conosciute e frequentate, mi sento in diritto di dire che non era affatto così. Mio padre, i miei zii, i miei vicini di casa, le persone che ho conosciuto quando ho cominciato a lavorare, non assomigliavano affatto ai gaglioffoni più o meno simpatici messi in scena da Sordi, da Gassman, e da tanti altri attori di quel periodo. Non è solo la romanità che me li rende estranei, a me che non sono romano, ma proprio tutto il modo di comportarsi e di presentarsi.
Se voglio trovare nel cinema uno specchio dell'Italia che ho conosciuto, mi rivolgo piuttosto ai film di Pietro Germi, di Elio Petri, di Ermanno Olmi. Questa è l'Italia che ho conosciuto e frequentato: non sempre personaggi positivi, ma reali. Elio Petri spesso esagera, ma la sua fabbrica del 1968 di "La classe operaia va in paradiso" esisteva ancora dieci anni dopo, quando io ho cominciato a lavorare. Germi racconta anche personaggi negativi, il ferroviere che diventa violento, l'operaio che si incattivisce; ma il contesto è molto fedele alla realtà. Ermanno Olmi nei suoi film degli inizi, quelli girati per la Edison, "Il posto", "I fidanzati", racconta molto bene la condizione operaia e quella degli impiegati; e continuerà a farlo fino ai suoi ultimi film.

 
La grande scuola del neorealismo, insomma: molti ancora oggi ci scherzano sopra, ma Rossellini e Visconti hanno descritto molto bene la condizione operaia e il mondo del lavoro (penso a "Bellissima", ai personaggi di Rossellini nei suoi film più famosi e celebrati). Ci sono delle forzature dovute alla storia da raccontare, come capita sempre nel cinema e nei romanzi, ma ambienti e persone sono ben descritte, e consiglio di cominciare a far caso agli ambienti, alle comparse, ai personaggi minori. Se invece si vuole pensare ai professionisti e alla borghesia, i film di Antonioni ne contengono molte descrizioni, compreso il mondo della moda.

 
Uscendo dall'Italia, il rimando d'obbligo è per Ken Loach. Il mondo del lavoro è descritto con grande precisione da Ken Loach, e molti di quei caratteri sono simili a persone che ho conosciuto anch'io, nel bene come nel male. Uno dei miei dispiaceri, su questo blog, è che i film di Ken Loach siano tra i più trascurati, dimenticati. "The navigators", che in Italia ebbe un titolo cretino come "Paul Mick e gli altri", è lo specchio fedele di quello che poi sarebbe successo anche da noi nel mondo del lavoro, morti bianche comprese. Vi invito a vederlo, o a rivederlo: la fine delle tutele per i lavoratori, la precarietà, i lavori subaffittati, l'inevitabile tragedia subito dimenticata.
E tutto questo senza dimenticare Francesco Rosi, che alla storia recente italiana ha dedicato tutta la sua carriera, con pochissime eccezioni; ed Eduardo de Filippo, che soprattutto in teatro ha lasciato ritratti memorabili di personaggi presi dal vero.

 
Volete continuare a pensare all'Italia come al clacson del Sorpasso, o al gesto dell'ombrello di Sordi nei Vitelloni? Volete rimanere fermi al Marchese del Grillo? Padroni di farlo, ma quella non è affatto la realtà che ho conosciuto io. Restando sui grandi nomi, Dino Risi e Mario Monicelli soprattutto, i loro film migliori per capire la nostra storia recente sono "Una vita difficile" (qui recita anche Sordi), "La marcia su Roma", "In nome del popolo italiano", "La grande guerra" (ancora Sordi, con Gassman), "Vogliamo i colonnelli", "Le rose del deserto", "I compagni".




(Le immagini di questo post vengono tutte dai film di Ermanno Olmi;
 le prime sono degli anni alla Edison, le ultime tre da "Il posto")