Visualizzazione post con etichetta cartoons. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cartoons. Mostra tutti i post

martedì 23 novembre 2010

Allegro non troppo

Allegro non troppo (1977) Regia di Bruno Bozzetto Sceneggiatura di Bruno Bozzetto, Guido Manuli, Maurizio Nichetti  Film di animazione con attori e parti filmate. Interpreti: Marialuisa Giovannini, Néstor Garay, Maurizio Micheli, Maurizio Nichetti, Mirella Falco, Osvaldo Salvi, Jolanda Cappi, Franca Mantelli Musica: Ravel, Debussy, Dvorak, Sibelius, Stravinsky, Vivaldi, Franco Godi Fotografia: Luciano Marzetti, Mario Masini (85 minuti)

Alla sua uscita, nel 1977, “Allegro non troppo” fu definito (dai soliti fantasiosi addetti ai lavori) come “la risposta italiana a Fantasia di Walt Disney”. In realtà è un’altra cosa, anche se le analogie sono molte; e la diversità principale sta proprio nel fatto che Bozzetto non è Walt Disney, i suoi personaggi e il suo humour sono di un altro tipo. Sotto l’apparenza innocente, Bozzetto affronta problemi e tematiche importanti; e poi non sono così sicuro che faccia film per bambini. O, quantomeno, sappiate che se guardate questo film insieme ai bambini, poi i bambini verranno a farvi qualche domanda...
Il film è composto da una serie di episodi, collegati da un piccolo film girato a Bergamo nel Teatro Donizetti, con attori veri. Gli attori principali sono quattro. Maurizio Micheli, il presentatore, a un primo sguardo sembra vestito da torero; poi ci accorge che quella è la sua giacca, una giacca normale (beh, quasi...). Maurizio Nichetti è il disegnatore dei cartoons, schiavizzato dal direttore d’orchestra Nestor Garay: grasso, grosso, autoritario, con un enorme sigaro tra i denti (ma, alla fine, sarà il Disegnatore a trionfare). Poi c’è la Ragazza, gentile e graziosa (molto graziosa: si chiama Maria Luisa Giovannini) che s’involerà nel finale con il Disegnatore, sotto le vesti di Principessa e di Principe, lasciando da solo il presentatore sempre più impacciato.
La musica (e i cartoons):
1- Debussy, il Pomeriggio di un Fauno. Il fauno è piccolo, bruttino, anzianotto; corre dietro a ragazze bellissime e irraggiungibili. Un fauno simpatico, ma molto triste.
2- Dvorak, Danza slava n.7 . Un buffo omino scende dalle caverne e si costruisce una casa; subito tutti gli altri lo imitano, e la pianura diventa in breve un’enorme città di cemento. Stufo di essere imitato, l’omino si inventa un truce piano diabolico; ma il finale sarà a sorpresa (ohibò!).
3- Pausa. Gli attori nel teatro fanno un veloce pasto, solo al Disegnatore tutto è questo è negato; e dunque prova a mandare il Signor Rossi (proprio lui!) a prendere qualcosa da mangiare, ma l’impresa è destinata a finire molto male...
4- Ravel, il Bolero. La marcia dell’Evoluzione, a partire dal liquido contenuto in una bottiglia di cocacola buttata via dal Maestro. Una marcia inarrestabile, che porta agli anfibi, ai dinosauri, ai mammiferi, e infine all’Uomo, enorme e minaccioso. Ma anche l’Uomo si trasforma in qualcosa, anzi si rompe e si sbriciola: dai cocci rinasce, ghignante, la Scimmia.
5- Sibelius, Valzer triste. Un gatto dagli occhi grandi e dolci, che ripensa al suo passato felice in una bella casa calda e accogliente. Ma la casa è ormai circondata da enormi palazzi, e sta per essere demolita.
A questo punto il Maestro si ribella: basta storie tristi! Che il Disegnatore gli dia qualcosa di divertente, oppure... Il Presentatore media: troviamogli una femmina, forse è per questo che è così triste, sempre da solo. A dire il vero, il Disegnatore una ragazza l’aveva già trovata, gentile e carina; ma comunque non si sottrae all’offerta di una professionista, anche se ne uscirà un po’ malconcio. Quello che segue è un pezzo davvero divertente:
6- Vivaldi, Concerto in do maggiore (non meglio identificato: necessiterebbe di una ricerca, ma la produzione di Vivaldi è immensa). Un’ape casalinga, paciosa e pacifica, molto ordinata, è intenta a passare un momento di relax su un bel prato verde, intorno a un fiore; viene però disturbata da due enormi mostri, un Uomo e una Donna, che hanno intenzione di sdraiarsi proprio lì dove è lei. E l’ape, pacifica e paciosa, per un po’ sopporta, ma poi quando è troppo è troppo.
7- Stravinskij, L’uccello di fuoco. Ci sono Adamo, Eva, e il Serpente. Dico subito che il Serpente vale da solo la visione del film, è uno dei personaggi più divertenti che abbia mai disegnato Bozzetto: più biscia che serpente, buffo e un po’ imbranato, offre la mela ma i due se ne vanno senza nemmeno toccarla. Che fare? Il Serpente se la mangia, e si addormenta. Ma ecco sorgere, al posto del Mago della favola musicata da Stravinskij, un diavolaccio orrendo che gli scatena contro un incubo spaventoso: d’ora in poi il Serpente subirà il destino dell’Uomo, farà la guerra, andrà a lavorare, vivrà in una casa di cemento, avrà orari da rispettare... Stravolto e distrutto dal sogno terribile, il Serpente sputa fuori la mela, che appare come nuova. La mette giù e se ne va via brontolando: che se la sbrighino da soli, Adamo ed Eva.
8- Finale. O meglio: tutti i finali possibili, il “ribattere sulla dominante” dei manuali di armonia, con una dozzina di esempi campionati da opere famose (per orchestra, per pianoforte, per voce di tenore...). Un magazziniere un po’ tonto, che sembra tolto di peso dai cartoons di Robert Crumb, li visiona per noi tirandoli fuori dalla cantina dove sono archiviati: l’accoppiata tra la musica e il cartoon è quasi sempre irresistibile, ed è divertente cercare di riconoscere i finali famosi.
9- Il numero nove lo merita Franco Godi, collaboratore abituale di Bozzetto: ci sono anche le sue musiche, e suo è il medley finale sui titoli di coda, realizzato come al solito con gusto eccellente ed ottimo stile.
(Le musiche sono tratte da varie edizioni discografiche, senza indicazione degli interpreti)

lunedì 22 novembre 2010

Vip - mio fratello superuomo

Vip, mio fratello superuomo (1968) Regia di Bruno Bozzetto Film di animazione. Sceneggiatura di Bruno Bozzetto, Attilio Giovannini, Stearn Robinson  Musica: Franco Godi, Johnny Gregory Fotografia: Luciano Marzetti (79 minuti)

Il Vip è un parente stretto di Superman, però non viene dal pianeta Krypton: veste di rosso ed è di natura assolutamente terrestre. Per il resto, non c’è una gran differenza tra Superman e il Vip: da generazioni e generazioni, dall’inizio della Storia e fors’anche prima, c’è sempre stato un Vip a difendere i deboli dai soprusi dei forti. Però adesso c’è una novità: i Vip sono due, due fratelli figli di un Superuomo e di una cassiera del Supermarket (un tragico equivoco, ma l’amore fa di questi scherzi).
Supervip è un vero Vip: giovane, bello, atletico, invulnerabile. Suo fratello Minivip somiglia a Woody Allen (che però non era ancora famoso quando Bozzetto disegnò il cartone): piccolo, bruttino, imbranato, non vola e non ha poteri, ma veste lo stesso il costume rosso dei Vip, ed è – a parte questi difetti - un Vip a tutti gli effetti.
All’inizio del film, una torma di psicoanalisti lo convincono che non è un eroe, e lui si rassegna; per consolarsi si imbarca su una nave da crociera, ma sappiamo bene che non si può contraddire il nostro destino, e questo è solo l’inizio di una serie di avventure alla fine delle quali Minivip e Supervip (insieme) sconfiggeranno i cattivi, ed entrambi troveranno l’anima gemella.
E’ un musical, e le canzoni sono simpatiche e divertenti. La musica è opera di Franco Godi, abituale collaboratore di Bozzetto, autore di un’infinità di jingles e di canzoncine divertenti e originali. La mia opinione è che Franco Godi merita un posto non secondario nella storia della Musica italiana del Novecento, i suoi jingles e le sue canzoni sono sempre appropriati, divertenti e mai banali; al contrario di quello che capita con i divi strapagati ed esaltati dai fans e dai mass media.
Aiutano Bozzetto nell’impresa i suoi storici collaboratori, tra i quali abili cartoonists come Guido Manuli e Giuseppe Laganà, poi diventati famosi in proprio. Le canzoni sono interpretate da Herbert Pagani, un cantante famoso negli anni ’60 che in molti ricordiamo ancora volentieri, e dai 4+4 di Nora Orlandi.
Molto belli i disegni: non tanto i due Vip, quanto la miriade di personaggi e personaggini che fanno loro da contorno, dai pesci ai pappagallini; tra i protagonisti anche un leone molto grazioso, che in realtà è una ragazza, e una donnina piccolina fatta su misura per Minivip.
Profetico il personaggio di Happy Betty, che è il personaggio negativo da sconfiggere. E’ ricalcata sui cattivi di James Bond, e come loro vuole conquistare il mondo: e sta per riuscirci, ma con la pubblicità. Quando ho visto “Vip” per la prima volta, fine anni ’60, questo particolare mi sembrava molto esagerato e lo avevo giudicato il punto debole del film; ma avevo dieci anni, e rivedendolo oggi le considerazioni sono diventate altre. Ad esempio, penso che nel 1995 c’è stato un referendum per avere meno pubblicità in tv, e gli italiani hanno votato compatti per averne di più (c’è ancora qualcuno che se lo ricorda?), e mi viene da dire che forse i missili di Happy Betty sono arrivati a destinazione da tempo, e che non c’è stato né un Vip né un Minivip che sia venuto a salvarci. Forse, avremmo dovuto salvarci da soli; ma nel frattempo mi sono reso conto, con orrore, che in questo 2007, una perfetta sosia di Happy Betty ha fatto davvero la sua comparsa, in carne e ossa, nel nostro mondo reale; e che gli italiani si apprestano a mandarla al potere.

domenica 21 novembre 2010

West and soda

West and Soda (1965) Regia di Bruno Bozzetto Film di animazione. Sceneggiatura di Bruno Bozzetto, Sergio Crivellaro, Attilio Giovannini  Musica: Giampiero Boneschi Fotografia: Luciano Marzetti, Roberto Scarpa (86 minuti)

Un film di Bruno Bozzetto lo si guarda sempre volentieri. Basta anche un’immagine sola per mettere di buon umore: che sia il signor Rossi, il cane Gastone, MiniVip, o qualche altro omino o donnina, il segno di Bozzetto lo si riconosce subito ed è sempre una bella compagnia, anche solo per l’attimo in cui si guarda una vignetta sul giornale.
“West and soda” esce insieme ai grandi successi di Sergio Leone, nello stesso anno di “Per un pugno di dollari”; il cowboy pistolero protagonista è vestito di nero e malinconico come Henry Fonda, ed è silenzioso e infallibile come Clint Eastwood, che però Bozzetto non ha ancora visto quando il cartoon è in lavorazione.
Non c’è molto da dire sulla storia in sè, questo è un cartone animato e non ha molto senso raccontare le gag e i disegni; magari si può perdere un po’ di tempo a pensare a quale film stava pensando Bozzetto in questa o quella scena, ma la sua funzione principale, il suo scopo o la sua missione (fate voi) è divertire: e ci riesce benissimo. E dunque preferisco cedere la parola a Bozzetto stesso, anche perché ho qui nel cassetto una sua intervista e posso farlo comodamente.
«Una volta c'era solo Walt Disney. Se d'improvviso spuntava un cartoon italiano, era un avvenimento. È stato il caso dei Pagot con “I fratelli Dinamite” nel '49. E successo di nuovo nel '65 col mio “West and Soda”. Oggi il cinema d'animazione è un arcipelago di tecniche e stili, dal Giappone all'Europa. Negli stessi Usa, la Disney è presa d'assedio dalla concorrenza. In una situazione del genere, ogni nuova avventura animata, specie in Italia, priva di qualsiasi strategia promozionale e distributiva, è a rischio d'estinzione immediata. Come s'è visto, purtroppo, nelle ultime stagioni. Paradossalmente, oggi, l'autore a matita sta peggio di ieri. Una volta, si passava dal silenzio all'evento nel giro di 24 ore: oggi, nel giro di 24 ore, si può passare dall'evento al silenzio. E al rischio dell'anonimato s'aggiunge un altro handicap: il costo altissimo di attrezzature e tecnologie».
- Alternative?
«Una è la via d'Oriente, seguita da molte società di produzione. Per abbattere i costi, specie in quelle catene di montaggio che sono le serie, si affida il grosso del lavoro a manodopera del terzo mondo. Un lungometraggio si può ancora realizzare in Europa, ma i costi non scendono mai sotto i 5 milioni di euro. Per il 3D, esiste, da poco, anche l'opzione India, paese emergente nella manodopera animata. Ma per chi preferisce il fai da te, esiste un'altra via, che non consiglierei a nessuno con velleità di guadagno, meno che mai ai giovani».
- Quale?
«Internet. E la computer animation. Ho cominciato sei anni fa con “Europe & Italy”, profetica previsione dell'eccezione tricolore in area UE, continuando a baloccarmi con invenzioni veloci tipo “To Bit or not to Bit“ o “Olympics”, una "paperissima" dei Giochi. I vantaggi sono due, entrambi straordinari: sei libero di fare quel che vuoi e non hai nemmeno bisogno di un distributore, perché in un attimo puoi raggiungere una platea infinita. C’è solo un piccolo problema: non guadagno una lira. Adesso posso permettermelo, perché sono ufficialmente pensionato; ma per un giovane che comincia è molto più complicato.»
- Davvero nessuno sbocco commerciale?
« Insistendo, sì. “I Cosi”, nati cinque anni fa per internet, diventano ora una serie animata per bambini con episodi di cinque minuti, che la Rai comincerà a trasmettere a fine anno.
- A Positano verrà festeggiato per i 40 anni di “West and Soda”, con un evento speciale.
«Sì, con un excursus su "Il West animato dagli italiani", insieme a Guido Manuli, all'epoca mio principale collaboratore, e forse Bud Spencer. Nell'occasione presenteremo i dvd dei tre lungometraggi - West and Soda, Vip e Allegro non troppo - restaurati dalla Cineteca Italiana.»
- Nel '65, “West and Soda” non ha solo fatto da stella cometa al made in Italy a matita, ma è stato pure, a colpi di gag, gemello di cartoon del cinema di Sergio Leone. Vi siete mai incontrati?
«Sono andato a trovarlo dopo il grande successo, nel '77, di “Allegro non troppo”, per chiedergli, invano, di produrmi il seguito, che avrei realizzato a partire da sette o otto racconti fantasy. “Per un pugno di dollari” aveva anticipato di un anno la mia parodia animata, che però avevo cominciato a progettare e disegnare molto prima. Il successo di Leone ha aiutato molto il cartoon, entrato d'ufficio tra i titoli pionieri dell'era-spaghetti. Sotto altri aspetti mi ha un po' bruciato: la parodia del becchino, per esempio, è divertente nel cartoon, ma nel cinema vero è esplosiva». (...)
Bruno Bozzetto, intervista a Mario Serenellini, La Repubblica 28 aprile 2005
(la foto qui sotto è stata pubblicata dal mensile Linus nel maggio 1966)

mercoledì 27 ottobre 2010

Fellini Little Nemo

Sulle fonti di Fellini si è discusso molto, a suo tempo; e molto ci ha detto Fellini stesso. Una di queste fonti, una di quelle su cui Fellini tende a sorvolare (forse dandola per scontata) diventa però certissima non appena si prova a confrontare alcuni fermo immagine dall’inizio di “I Clowns” (1970) con le storie di Little Nemo. Lo scrupolo con il quale Fellini ha ricostruito la camera di Nemo è esemplare: non c’è una cosa fuori posto, bambino compreso.

“Little Nemo” ha cent’anni. Il suo autore, l’americano Winsor McCay (1871-1934), lo ha disegnato per parecchi anni, più o meno dal 1905 al 1910, non per una galleria d’arte ma per un quotidiano, il New York Herald. La storia, in tanti episodi che si esauriscono sempre in una tavola, è quella di un bambino che dorme e sogna; e che dal sogno si sveglia sempre nell’ultima vignetta, spesso cadendo dal letto o comunque in modo buffo, o nel modo in cui anche noi ci svegliamo dai nostri sogni.

Sono sogni spettacolari, disegnati da un artista che definire grande è davvero riduttivo. Davanti alle tavole di Winsor Mc Cay si rimane ancora oggi senza aggettivi perché i superlativi finiscono subito. (ricordo per chi non lo sapesse che facendo clic sull'immagine la si può vedere ingrandita).
Vanno sottolineate ancora due cose: che al mondo dei sogni era già dedicata la serie di tavole precedenti a Little Nemo (“Dreams of the rarebit fiend”: sogni e incubi derivati dall’aver mangiato troppo, con personaggi sempre diversi), e che negli stessi anni (per l’esattezza, l’anno 1900), a Vienna, Siegmund Freud dava alle stampe “L’interpretazione dei sogni”.

Winsor Mc Cay ha anche un legame strettissimo con il cinema: suo è infatti uno dei primi cortometraggi a cartoni animati, il dinosauro Gertie (una femmina, dolce e gentilissima) che risale al 1914; ma in precedenza, un paio d’anni prima, anche Little Nemo fu portato sullo schermo dei cinema. Del 1918 è invece “The sinking of the Lusitania”, sempre con tecniche d’animazione. (tutti i film di Winsor McCay, realizzati dal 1912 al 1922 circa, sono visibili facilmente su youtube).


giovedì 14 ottobre 2010

Charlie Brown al cinema

La situazione tipica è questa: Charlie Brown in fila, davanti alla biglietteria del cinema. Una fila ordinatissima, sono tutti bambini molto educati, l’unico elemento di disordine di solito è Snoopy (ma Snoopy è poi un bambino?).

Penso che Charles Schulz si divertisse un mondo, a mettere in fila tutti i suoi bambini; penso anche che amasse molto il cinema, perché nelle sue strisce il cinema c’è sempre, ed è stato difficile scegliere quattro storie da portare qui, perché le vignette sono tante e tutte divertenti (confesso, per sceglierle ho fatto la conta...).
Sono anche vignette (purtroppo) ormai datate, e molto americane; non ho mai visto bambini così educatamente in fila, in Italia. Quelle biglietterie lì però c’erano anche da noi, ma c’erano una volta: oggi nei paesi piccoli il cinema è solo un vago ricordo, e nelle grandi città comperare un biglietto è diventato sempre più complicato, e del resto oggi nessun genitore manderebbe dei bambini di sei anni da soli al cinema.
Al cinema vanno anche gli altri bambini: soprattutto Sally, con la sua logica ineffabile, e Snoopy, che ovviamente (se lo lasciano entrare) quando torna a casa imbastisce sontuose ricostruzioni.
Di libri con Charlie Brown ce ne sono tanti, non so se ne esista uno dedicato specificamente al cinema: se non c’è, mi permetto di suggerire all’editore che sarebbe il caso di farlo (so che ne esiste uno per Schroeder e per la musica, lo cerco da tempo ma mi sfugge sempre).
L’ultima vignetta me la sono tenuta per Sally: il mio rapporto con la pubblicità è esattamente lo stesso della sorellina di Charlie Brown. Personalmente, considero gli spot al cinema e in tv una vera disgrazia. Lo so che non è di moda dirlo, so anche che è forse vietato dirlo (i “creativi” sono permalosissimi), ma penso sempre a Federico Fellini, quando – ormai un quarto di secolo fa – si trovò i suoi film scempiati e tagliuzzati su Canale5. Adesso non ne parla più nemmeno il buon Veltroni (caro vecchio Veltroni...) che ai bei tempi coniò uno slogan bellissimo: “Non si interrompe un’emozione”. Adesso sappiamo invece che le emozioni invece si possono interrompere, anzi si deve farlo, è giusto, è bello, ed è obbligatorio; critici illustri ci hanno spiegato che il film lo si può spezzettare come si vuole, e che anzi così è più bbello; ma io sto al fianco di Sally Brown, e quasi quasi fondo un partito contro gli spot, chissà mai che qualcuno mi segua (sento già un rumore di folla in avvicinamento: vengono per arrestarmi, oppure è la volta buona?).
PS: facendo clic sulle immagini si vede tutto molto meglio.

domenica 5 settembre 2010

Oche, anatre, paperi

Che differenza c’è tra un’oca e un’anatra? Facile, avrebbero detto i nostri nonni: le oche hanno il collo lungo e le anatre no. E’ un ottimo criterio, basato sull’osservazione e sulla pratica quotidiana; ma in realtà i naturalisti non fanno una distinzione così netta. Si sa, gli scienziati sono persone serie, e come tutte le persone serie non si basano sulla prima impressione ma spaccano il capello in quattro: mettono oche, anatre e cigni tutti nello stesso ordine degli anseriformi e nella famiglia degli anatidi, e poi si mettono a distinguere oca da oca, anatra da anatra, cigno da cigno: perché di anatre (“nädra”, “näder”, come dicono a Parma) ce ne sono tante, tantissime, una meraviglia. Ogni volta che prendo in mano un libro sulle oche e sulle anatre mi fermo sempre estasiato a rimirare la diversità e la somiglianza delle varie specie. Le oche e le anatre sono come le farfalle, sempre uguali e sempre diverse, un’infinità di variazioni sullo stesso disegno di base.
A me piacciono soprattutto le oche, quelle bianche non hanno niente da invidiare ai cigni in quanto a bellezza. Sono bestie molto robuste, quando s’arrabbiano soffiano come i gatti e se ti vengono contro sanno far paura, perché sono grosse e se beccano fanno male.
L’ordine degli Anseriformi, uccelli acquatici e buoni volatori, è costituito da due famiglie, animidi e anatidi. Le caratteristiche che li accomunano (copio e incollo dal mio vecchio Brehm) sono il becco largo e provvisto di lamelle trasversali atte a filtrare l’acqua alla ricerca di cibo, le zampe palmate che fendono vigorosamente l’acqua, le ali grandi, e il piumaggio fitto reso impermeabile da un’apposita ghiandola. Gli animidi comprendono due soli generi, anhima e chauna; la Palamedea Cornuta (anhima cornuta) vive in Sud America. Si tratta di animali esteriormente più simili alle galline che ai paperi: penso che si tratti della convergenza evolutiva, quel fenomeno per cui animali diversi assumono forme uguali perché vivono nello stesso ambiente: l’esempio tipico sono i pesci e i delfini. Sembrano galline perché non volano, vivono a terra e raspano, beccano e cercano vermi. Comunque sia, di animidi nei film me ne ricordo pochi, magari ci sono ma non ci ho mai fatto caso (provvederò quanto prima).
Grande successo al cinema ha invece la famiglia degli Anatidi, che vanta un’enorme varietà di specie, circa 150. Il cigno selvatico si chiama cygnus cygnus, il cigno nero (australiano di origine e ignoto da noi fino al ‘700) chenoys atrata. Ma i cigni avranno una puntata tutta per loro.
Del genere anser fanno parte l’oca selvatica (anser anser) e l’oca domestica, che deriva da incroci con l’ anser anser e l’oca cignoide cygnopsis cygnoides. Del genere branta fanno parte l’oca colombaccio e l’oca del Canada (branta bernicla e branta canadensis); del genere anas il germano reale (anas platyrynchos, l’anatra selvatica) e l’anatra domestica sua discendente. Ma di anatre ce ne sono tante, come il mestolone, genere spatula (un nome che parla da solo), lo smergo (mergus merganser), l’anatra mandarina, eccetera.
Va detto che a contare tutte le oche che si trovano nei film non si finirebbe più, e che questo mio post è da considerarsi come l’inizio di una lunga serie (chissà).

L'oca da cui comincio (no, non questa qui sopra, che è un'anatra di Herzog) è in “Viaggio al centro della terra” (1959) di Henry Levin, tratto dal romanzo di Jules Verne. L’oca nel romanzo non c’è, e infatti non ho mai capito bene perché mai un’oca dovrebbe affrontare un viaggio nelle viscere di un vulcano, ma si tratta di una produzione Disney e gli animali sono d’obbligo. Si vede che quest’oca aveva raccomandazioni potenti, così come molte altre oche nostrane che siedono perfino in Parlamento. Però va detto che è molto bella la scena all’inizio, in cui l’oca becca del granturco sulla porta e James Mason con il suo assistente (il cantante Pat Boone), dall’altra parte della stanza, scambiano i colpi per segnali Morse e cercano di tirar fuori almeno una frase di senso compiuto da quelle che in realtà sono beccate sul legno. L’oca appartiene a un giovane islandese grande e grosso, che si chiama Hans e farà da guida alpina nella discesa sotto terra, dentro il vulcano dal quale parte l’avventura. Hans c’è anche nel libro, ma senza animali al seguito, e arriverà fino in fondo parlando poco e dimostrando il suo valore; il film è piuttosto improbabile ma molto divertente. Quanto all’oca, ho uno scoop clamoroso: al centro della terra l’oca non c’è mai arrivata, si tratta di un falso storico e se fate clic sull’immagine qui sotto sarete in grado di smascherare i falsari con i vostri occhi.

“Laughterhouse”, del 1984, diretto da Richard Eyre, è un film inglese che in italiano è stato tradotto come “Il giorno delle oche”, con Ian Holm protagonista. Racconta un fatto vero, la storia di un allevatore che fa camminare le sue cinquemila oche per cento miglia per portarle al mercato; se non ricordo male, c’era in corso uno sciopero dei camionisti che impediva il trasporto normale degli animali, e quell’allevatore doveva assolutamente andare a vendere le sue oche. Quando uscì vinse parecchi premi, ma non me lo ricordo come un grande film. Un tema molto originale un po’ sprecato dalla sceneggiatura, con un grande attore protagonista (per chi ha visto “Il signore degli anelli”, è da Ian Holm che comincia la saga degli hobbit). Ha anche un altro titolo, “Singleton’s Pluck”, ma tutto quello che sono riuscito a trovare sono le due locandine, ed è un peccato.
Le due immagini all'inizio vengono da “Cuore di vetro” di Werner Herzog, del 1974. Quest’anatra bellissima (un’anatra muta, se non sbaglio) prima cammina sulle carte da gioco della taverna, e poi fa compagnia al veggente Hias (l’attore è Joseph Bierbichler).Un’altra anatra Herzog la mette nel finale di “La ballata di Stroszek”: è un’anatra ammaestrata, si mette una moneta e lei suona il tamburo (ma non è una scena comica, come ben sa chi ha visto il film).
Ma poi bisogna aggiungere le oche della “Carica dei 101” (per oggi ne metto una sola, in apertura, come rappresentanza), e il titolo del film che in Italia è famoso come “La guerra lampo dei fratelli Marx” ma nell’originale è “Duck soup”, “minestra d’anatra”, un’espressione gergale che sta ad indicare qualcosa di bizzarro e senza senso, ripresa anche da Stan Laurel e Oliver Hardy in un loro film del periodo prima del sonoro.

Qui mi fermo, ma mi rimetto in osservazione e aspetto vostre segnalazioni. Come dice lo zio Gianfilippo (Gianfilippo Rameau: un prozio, per la precisione), le rappel des oiseaux è appena incominciato, e il bello deve ancora venire.
PS: “Leda e il papero” è opera di Albert Hurter, copyright Walt Disney.
PPS: Mi sorge un dubbio: avrò dimenticato di nominare qualcuno d’importante? E’ mezz’ora che ci penso, ma non so venire a capo del mio dubbio. Mah!

sabato 4 settembre 2010

Cicogne

Trovare le cicogne nel cinema non è facile, ma basta pensarci un po’ e i risultati arrivano. Per cominciare vado a prendere il mio vecchio Brehm, perché un po’ di precisione non guasta. L’oracolo, così consultato, alla voce “cicogna” risponde: Regno: Animale. Sottoregno: Metazoi. Tipo: Vertebrati. Classe: Uccelli. Sottoclasse: Neognati. Ordine: Ciconiformi.
La cicogna appartiene all’ordine dei Ciconiformi, che comprende anche aironi, spatole e fenicotteri, “uccelli più o meno legati agli ambienti acquatici ed eccellenti volatori”. Le caratteristiche fisiche più evidenti, tra quelle che accomunano questi Uccelli, sono: zampe lunghe, adatte a camminare nelle erbe dei prati o nelle acque poco profonde delle paludi, con tibie in parte prive di penne; dita generalmente palmate, in parte o completamente; ali possenti, larghe e rotonde; coda breve; collo lungo e mobile che, insieme con il becco opportunamente conformato, consente la ricerca di prede acquatiche senza bisogno di immergersi.
L’ordine dei ciconiformi comprende sette famiglie: ardeidi (airone, nitticora, tarabuso), coclearidi (becco a cucchiaio), baleniciptidi (becco a scarpa), scopidi (umbretta, che vive nell’Africa meridionale), ciconidi (cicogne e marabù africano), treschiornitidi (ibis sacro, spatola, mignattaio), fenicotteridi (fenicottero rosa o flamingo). Il nome scientifico della cicogna bianca è ciconia ciconia, l’airone cenerino è ardea cinerea. L’ibis sacro è treskiornis aethiopica, il fenicottero rosa è Phoenicopterus antiquorum.
Messe un po' in ordine le mie nozioni sulle cicogne, comincio la ricerca su internet. Nel nostro immaginario la cicogna è quella che porta i bambini, ed è da qui che parto. La prima sorpresa è che in inglese la cicogna è maschio: è infatti un Mister Stork quello che ho trovato nei cartoni animati, e di regola è un Mr. Stork ubriaco, che si sbaglia a consegnare i neonati.

Walt Disney si serve almeno due volte di Mr.Stork: con Abele, l’agnel leone (un cartoon molto simpatico che però non ebbe seguito) e con Dumbo, molto più famoso. Ma anche a Bugs Bunny, sul versante Looney Tunes, capita di incappare in un Mr. Stork vistosamente fuori di zucca, che lo consegna a una mamma Gorilla con risultati decisamente demenziali (ne farà le spese papà Gorilla, che in quel piccolino lì proprio non ci si riconosce – ma Bunny si diverte un mondo, e in quell’errore ci sguazza da par suo). Non ho trovato le immagini di Bunny allevato dai gorilla, e me ne dispiace molto; anche con Dumbo e Abel mi sono dovuto arrangiare, però i disegni sono belli lo stesso, vengono da siti specializzati nei disegni tratti da cartoni animati, e volendo li si può stampare e colorare.
A New York era frequentatissimo un locale chiamato “Stork Club”, club della cicogna: vi sono ambientati molti film, nel vero locale o ina sua imitazione. Per esempio è allo Stork Club che Henry Fonda suona il contrabbasso in un gruppo jazz nel “Ladro” di Alfred Hitchcock (1955).
L’idea della cicogna mi è venuta guardando “L’enigma di Kaspar Hauser” di Werner Herzog, dove la cicogna interpreta se stessa, e a portare i bambini non ci pensa proprio. Vive nel giardino della casa del buon signore che ha adottato il trovatello Kaspar, ed è molto a suo agio. Herzog ha una mano particolarmente felice con gli animali, che nei suoi film recitano così bene che sembrano pagati; la nostra cicogna tedesca è così tranquilla che, senza scomporsi davanti alla cinepresa, trova una ranocchia in giardino e se la mangia. (Questa è la vera natura delle cicogne, cari lettori).

Nasce invece sotto un cavolo il bambino protagonista di “Miracolo a Milano”: è lì che lo trova la vecchina che lo alleverà come se fosse suo. Non ci sono dunque cicogne dunque nel capolavoro di De Sica e Zavattini, e me ne dispiace molto; in compenso ho trovato una bella foto di una cicogna in compagnia di Antonio Albanese. (Avevo dei dubbi, date le dimensioni pensavo ad un airone: ringrazio il lettore qui nei commenti, che mi spiega che si tratta di una cicogna, e che probabilmente il film è "E' già ieri" del regista Giulio Manfredonia, anno 2004)
E infine, cercando la cicogna in tutte le lingue, mi sono imbattuto in Larry Storch: “storch” è infatti il nome tedesco della cicogna, e io di Larry Storch (il caporale Agarn) ho un bel ricordo, legato ai Forti di Forte Coraggio, che era la mia serie tv preferita di quand’ero bambino. Accanto a lui c’è Melodie Patterson, altro personaggio del telefilm; mi mancano ancora il capitano Parmenter, il sergente O’Rourke e Gatto Matto, perciò adesso lascio volar via le cicogne e vado a cercarmeli.

venerdì 3 settembre 2010

Galline

C’è un rapporto profondo tra la gallina e la filosofia, e la poesia. Un rapporto profondo e inesplicabile, ma certo.
Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio,
torna il lavoro usato. (...)
(Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta)


Del resto, come dice l’altro Poeta (un Poeta forse orientale, visto l’accenno alla Ruota, di tradizione probabilmente buddhista):
Tutta la vita è una ruota
e la gallina seduta
sulla via
ripete, ripete,
il suo verso.
(attrib. inc., forse Kokusrenatus, attestato in Lombardia dalla seconda metà del sec. XX)
Va però notato che la figura della Ruota, la Ruota della Fortuna, è ben presente anche nella nostra tradizione, come testimoniano gli arcani dei Tarocchi.
Una terza metafora me la fornì un conoscente, parecchi anni or sono; ed è questa: «Un contadino va nell’aia con un sacco pieno di granturco, e lo butta a piena manciate. Le galline beccano contente, quiete e pacifiche, ognuna sul suo. Ma se il contadino arriva con il sacco vuoto, e butta solo una manciata di chicchi, le galline cominceranno a beccarsi e mangeranno soltanto le più forti e le più aggressive, nonché le più furbe.». Ecco una bella metafora dell’Economia, che fa il paio con le osservazioni sulle tortore di Konrad Lorenz: il grande etologo, premio Nobel per la Medicina nel 1973, ne parla diffusamente in “L’anello di Re Salomone”, uno dei libri più profondi e più piacevoli da leggere che io abbia mai incontrato.

Le galline si prestano alle metafore, anche se di per sè, come disse il Poeta – anzi: i Poeti, perché erano due, ora che mi ricordo: anche musici, forse cantastorie o trovieri – non la si direbbe un animale intelligente. La metafora qui sopra, che viene forse da Ambienti Universitari, significa che in tempo di ricchezza e prosperità (come negli anni ’60 e ’70) la gente si ricorda del suo prossimo, ci va d’accordo, ed è quindi ben disposta a votare a sinistra; nei tempi di difficoltà e di carestia, ognuno pensa per sè e il voto va a finire a destra.
Erano i tempi in cui destra e sinistra erano ancora ben distinguibili, e speriamo che non tornino se il prezzo da pagare è questo; però questa metafora da cortile ha come postulato che quando c’è una maggioranza troppo forte in Parlamento c’è da preoccuparsi. Sono segnali empirici, tipo “rosso di sera bel tempo si spera”, ma sono pur sempre segnali di cui tener conto, tanto più che il granturco e il grano duro (quello per gli spaghetti) ormai viene tutto dal Canada, via mare, anzi oceano. In Italia il grano duro non si coltiva più, e anche il granturco è stato ormai soppiantato, soprattutto nell’alacre Lombardia, da ampie piantagioni di cemento e asfalto, molto più redditizie.
Dal punto di vista scientifico, la Gallina fa parte dell’Ordine dei Galliformi, che comprende anche i fagiani, i pavoni, le quaglie e la pernice rossa (fasianidi), il gallo cedrone e la pernice bianca (tetraonidi), la faraona (numididi), il tacchino (meleagridi). Il genere “Gallus” fa parte della famiglia dei fasianidi.
La Gallina era una volta un animale comune, comunissimo. Oggi, temo che per molti bambini (e anche per molti ventenni o trentenni) sia più facile vedere un piccione che non una gallina, o magari un passero. Per vedere i piccioni, basta andare in Piazza del Duomo; per vedere una gallina non serve a molto nemmeno il supermercato, che ne espone in grande quantità ma solo nel loro aspetto, come dire, più carnale.
Al cinema, la Gallina (il Gallo si merita un post a parte, e l’avrà) è molto ben rappresentata, anche se di solito ha parti da comprimaria; e quindi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Merita però un posto di rilievo la Gallinella Saggia, “The wise little hen”, il cartoon in cui ascoltiamo le prime parole pronunciate da Paperino (“non posso, perché mi fa male il pancino”). Sempre nel campo dell’animazione, bisogna ricordare “Galline in fuga” un lungometraggio del grande Nick Park (bello, ma francamente preferisco “Wallace e Gromit”).

Le galline in gabbia che vedete qui sotto sono invece (una grande avventura? temo di no) in viaggio sul vagone di un treno che va a Mosca, e vengono da “Fine alla fine del mondo” di Wim Wenders (chi mi sa indicare il minuto esatto in cui appaiono vince una foto del mio gatto siamese).
L’elenco potrebbe continuare, e i suggerimenti sono – come sempre – molto ben accetti. Però, arrivato alla mia età e visto ormai come va il mondo, non riesco a non dedicare il post alla Gallina che chiude “La ballata di Stroszek” di Werner Herzog (1976). La “gallina danzante” viene da un parco di divertimenti nel North Carolina, in una riserva indiana: lì è andato a scovarla Werner Herzog. Funziona così: si mette una moneta e la gallina, debitamente ammaestrata, esce dalla sua gabbietta, entra in un piccolo teatro, tira una cordicella da una specie di juke box che fa partire la musica: una rumba, per la precisione. Finito il tempo concesso dalla monetina, la gallina smette di ballare e torna nel suo alloggio. Le fanno compagnia un coniglio pompiere, un papero che suona il tamburo, e un’altra gallina, che suona il piano con il becco e con le zampe. Sembrerebbe una cosa divertente, e forse l’intenzione di chi ha creato il parco era quella; Herzog usa questa sequenza come un ininterrotto loop finale, mentre il suo protagonista (Stroszek, interpretato dallo stesso attore di “Kaspar Hauser”) è impegnato in un altro tipo di danza, la stessa che balliamo anche noi ogni giorno. C’è chi se ne accorge, e chi no: e del resto, finché dura il becchime, la vita della gallina non è poi così male e non è nemmeno complicata. Pensare complica la vita, questo sembra dirci la nostra bellissima “dancing chicken”; meglio lasciare il mondo così come è, e non tentare di cambiarlo: potrebbe andare anche peggio.