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domenica 5 luglio 2020

I recuperanti



I recuperanti (1969) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Mario Rigoni Stern, Tullio Kezich, Ermanno Olmi. Fotografia di Ermanno Olmi. Musiche e canzoni tradizionali, musica aggiuntiva di Gianni Ferrio. Interpreti: Antonio Lunardi, Andreino Carli, Alessandra Micheletto, e molti altri (tutti non professionisti). Durata: 95 minuti

Siamo nel 1945: il giovane Gianni, reduce dall'Armir, torna finalmente a casa sull'altipiano di Asiago. E' stata dura, ma la guerra è finita e Gianni è tra quelli che se la sono cavata. Bisogna dunque ricominciare là da dove la vita si è interrotta; e non è facile. Il lavoro è poco e mal pagato, la sua ragazza lo ha aspettato ma non ci sono abbastanza soldi per sposarsi. Il padre, vedovo, si è risposato con una donna molto giovane; il fratello minore sta per emigrare in Australia e gli propone di partire con lui. Partire però significherebbe lasciare la fidanzata, rimandare il matrimonio di almeno cinque o dieci anni... Gianni si rivolge all'ufficio di collocamento, ma gli spiegano che è dura per tutti; prova a inserirsi in una cooperativa che vuole riattivare la segheria, ma tutto viene bloccato dalle autorità locali. Così, anche per curiosità, Gianni finisce per accettare le proposte di un bizzarro vecchio che circola ogni tanto per il paese. Il vecchio è un "recuperante": ha bisogno di un aiutante e gli mostra un bel mazzo di banconote, è il guadagno ottenuto andando a cercare residuati bellici sulle montagne. I luoghi sono quelli dove si è svolta la Grande Guerra, la prima guerra mondiale, e vi si trovano ancora trincee, casematte, nascondigli per arsenali, bombe esplose e anche inesplose, in posti ormai nascosti dalla vegetazione o dal riempimento naturale di ciò che era stato scavato. Ci sono molte cose preziose, che rendono denaro: metalli, materiali di ogni tipo, perfino esplosivi ancora intatti. Può sembrare strano, ma è un sistema che funziona ancora oggi: è cronaca di questi giorni, per esempio c'è gente che cerca di far soldi con il rame, prendendolo (rubandolo) da ogni posto possibile, perfino dai cavi della corrente elettrica per le ferrovie e dai vasi per i fiori dei cimiteri; ma qui non si tratta di furto, nessuno ha reclamato quei cimeli e anzi è un bene se c'è qualcuno che fa pulizia, anche se la pratica del recuperante non è del tutto legale. Guardando il film, viene da pensare a chi, come F.T. Marinetti, dichiarò "la guerra come igiene del mondo" : i veleni lasciati dalla guerra rimangono intatti per decenni, magari anche per cent'anni: in Belgio si trovano ancora i gas asfissianti, l'iprite, intatti dopo cent'anni; ed è recentissimo il caso dei proiettili all'uranio impoverito, utilizzati in Jugoslavia negli anni '90, che sono stati e sono ancora causa di morti devastanti arrivate dopo lunghe malattie. E le bombe inesplose, scoperte sui cantieri di strade e metropolitane, bloccano spesso la vita delle grandi città, in attesa del lavoro degli artificieri. Insomma, chi ha detto e chi ripete ancora oggi che la guerra è l'igiene del mondo è un perfetto cretino - ma qui mi fermo, e ritorno al film di Ermanno Olmi.


Dopo le prime esplorazioni nel vecchio sistema, "a naso", ma comunque con ritrovamenti consistenti, Gianni comincia a capire che davvero si possono fare soldi con questo sistema; procurerà al vecchio Du un cercamine, antenato del metal detector, e i risultati non tarderanno a giungere. I soldi, dunque, sono arrivati: ma Gianni lascerà il mestiere di recuperante dopo un grave incidente che ha coinvolto tre recuperanti esperti (due morti, uno ferito grave) e dopo aver trovato con il cercamine una trincea ricca di materiale che porterà tanti soldi, ma con ancora i cadaveri dei soldati dentro.
Nel finale, vediamo Gianni mentre fa il muratore; Du passa dal cantiere, ubriaco, e lo rimprovera dandogli dello schiavo e della pecora. Per Du conta l'essere libero. In precedenza, Gianni gli aveva chiesto come mai continuava a fare il recuperante, visto che non gli mancavano i soldi ed era anziano: ma è proprio la libertà, l'essere indipendente e senza padroni, che fa sopravvivere il vecchio e lo rende, a suo modo, felice.


"I recuperanti" è un film molto bello, scritto da Olmi con Rigoni Stern e Tullio Kezich, e girato ad Asiago; gli attori sono tutti non professionisti, scelti tra la gente del posto. In particolare, l'interprete del vecchio Du, Antonio Lunardi, è stato trovato in un'osteria, ed è una scelta particolarmente felice. Di questo film mi dispiace solo una cosa, il doppiaggio. E' fatto bene, s'intende, ma il doppiatore di Du rende solo in parte l'idea di cosa potesse essere la voce del vecchio cercatore, cioè di Antonio Lunardi. Insomma, io la voce vera di Lunardi la volevo ascoltare: chissà se esiste ancora in qualche documento d'archivio...


Altre note prese durante la visione:
1) I protagonisti di "I recuperanti" sono ispirati a personaggi reali, conosciuti e frequentati da Mario Rigoni Stern che ha scritto il film insieme a Tullio Kezich e allo stesso Olmi. 2) "Qui sotto c'è roba per duemila anni", risponde il vecchio all'osservazione di Gianni "non pensavo che ci fossero ancora recuperanti, che si potesse ancora ricavrne qualcosa" 3) Du canta diverse canzoni, la prima è "il 9 giugno del 1924", una canzone su Matteotti dove si maledice "la peste fascista", l'altra non identificabile (non da me, se qualcuno mi aiuta ringrazio fin d'ora). 4) Du è di fondo un anarchico, ma non ha idee politiche; difficile pensare che abbia fatto il partigiano, sulle montagne avrà sicuramente fatto i suoi incontri, e probabilmente ha fatto anche la guerra, trent'anni prima, proprio in quegli stessi posti dove adesso scava. Conosce anche l'iprite, il gas che uccise o rovinò la salute di migliaia di soldati, e ne mette in guardia Gianni. 5) "un mestiere da disperati" dice la fidanzata di Gianni quando viene a sapere da dove vengono i soldi che il ragazzo le chiede di mettere da parte, rifiutandoli; ed è vero, ma è un lavoro che richiede grande competenza, e vediamo che il vecchio Du ne ha molta, sa cosa sta facendo, sa dove sono i pericoli e come smontarli. 6) Olmi riprenderà il tema della Grande Guerra in "Torneranno i prati", il suo ultimo film.


Sul web c'è molto riguardo a questo film e più in generale alla storia dei recuperanti; dal sito https://www.lagrandeguerra.net   prendo un estratto dall'intervista con Andreino Carli, interprete di Gianni. L'intervista è molto bella e la consiglio a chi fosse interessato.
- Ci racconta qualche particolare curioso?
“Con il vecchio Lunardi io avevo anche mansioni di interprete, l’anziano montanaro non comprendeva bene le direttive del regista, dovevo quindi tradurre le battute in dialetto, e confesso che il compito non fu dei più facili. Era un uomo introverso ma buono, pareva un bambino nel paese dei balocchi. Non aveva ben realizzato che si stava girando un film e in cuor suo sperava che le riprese non finissero mai. Credeva di aver trovato l’America. “Ah! Sti bisi dei foresti – diceva – non potevano venirmi a cercare 40 anni fa, quando ero più giovane e forte”. Un altro fatto che ricordo bene è legato all’esplosione avvenuta a Forte Corbìn. Si stava simulando la disgrazia occorsa a dei recuperanti intenti a scaricare una bomba, gli artificieri fecero la carica un tantino “pesante”, così che la deflagrazione fece sobbalzare tutta la troupe, ci spaventammo da morire, pareva fosse tornata davvero la guerra. Di tutte quelle sensazioni ed esperienze oggi mi rimane solo un bel ricordo, come è giusto che sia”.
https://www.lagrandeguerra.net/Images/trincea9.jpg







sabato 30 maggio 2020

Il tempo si è fermato



Il tempo si è fermato (1959) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi e Carlo Bellero. Fotografia di Lamberto Caimi. Interpreti: Natale Rossi, Roberto Seveso, Paolo Quadrubbi. Durata: 100 minuti

Siamo in montagna, sul cantiere di una diga; è inverno, c'è neve dappertutto e non si può lavorare. A controllare i lavori rimangono solo due persone, due operai, praticamente isolati dal mondo se non fosse per un telefono, una teleferica e una radio. L'anno è il 1958, la montagna è sull'Adamello, diga del Venerocolo. Uno dei due operai, due montanari esperti, ha finito il suo turno e sta tornando a casa; si salutano e quello che rimane si dispone ad aspettare l'arrivo del turnista subentrante, il Pedrazzini. Ma c'è una sorpresa: il Pedrazzini non c'è perché sua moglie ha avuto un bambino, e al suo posto arriva un ragazzo molto giovane, uno studente lavoratore, uno di città. Questo film di Ermanno Olmi, che segnerà il suo debutto nel cinema importante con un lungometraggio, racconta dell'incontro fra il "vecchio" montanaro e il giovane cittadino: ma è meglio lasciar parlare lo stesso Olmi, che racconta la nascita del film in una bella intervista disponibile qui on line:
Conversazione con Ermanno Olmi, di Tatti Sanguineti
Olmi: (....avevo girato) tanti documentari, tutti ambientati nel mondo del lavoro, e naturalmente poi l'interesse si focalizzò soprattutto sulla presenza degli uomini nelle attività lavorative (...) la scoperta del mondo di queste valli che erano rimaste isolate, direi da secoli, rispetto ai grandi centri dove avveniva tutto ciò che si considerava progresso; improvvisamente in queste valli incominciarono a suonare sirene e a rombare motori, e arrivarono le attrezzature per costruire questi monumenti giganteschi, ciclopici, che erano le dighe che sbarravano l'intera valle (...) Gli abitanti di queste valli si sono sentiti improvvisamente investire dal progresso, lì dove per secoli non si era mosso nulla. Quell'umanità conservava in quegli anni un dato distintivo rispetto all'umanità delle città. Direi che nelle valli vedevi l'uomo nella sua accezione più alta, l'uomo in rapporto con la Natura, l'uomo in rapporto con i problemi della sopravvivenza (...) lì si aveva bisogno solo dell'essenziale. Nelle città del dopoguerra, a Milano, c'era già il boom economico (...) Volevo rappresentare l'uomo come era prima che avvenissero tutti questi grandi cambiamenti (...) mettevo vicino queste due generazioni perché avvertivo, allora forse inconsapevolmente o non con la consapevolezza di oggi, che quella era una linea storica di demarcazione: finiva un'era dell'uomo e ne cominciava una nuova. Direi che addirittura il mondo industriale, cominciato con il Ballo Excelsior all'inizio del secolo, non ha segnato così il processo di mutamento storico della società a venire. Nell'ultimo dopoguerra è finito l'Ottocento ed è cominciato il Duemila. (...) sento che quella è proprio una data di nascita, di questo nuovo mondo che oggi vediamo poi esprimersi attraverso tecnologie di immensa raffinatezza, allora assolutamente inimmaginabili (...)
(Conversazione con Ermanno Olmi, a cura di Tatti Sanguineti, Cineteca di Bologna)

E' un'intervista molto bella, dura 23 minuti e Olmi continua raccontando il silenzio dopo il fermo del cantiere, l'enorme quantità di neve, l'immobilità, le figure minime degli uomini nel cantiere deserto. Un film sulla pausa, dopo i rumori delle macchine e l'andirivieni dei lavoratori dei mesi precedenti; ed è nella pausa che emergono le differenze prima non avvertibili. C'erano tutti i motivi per cui queste due persone non si conoscessero: d'estate, con il cantiere aperto, non si sarebbero nemmeno parlati, ma ora i due cominciano a scoprirsi e a riconoscersi. Olmi dice ancora che "il tratto preciso del film è che pur nella diversità ci si può intendere" e sottolinea la presenza di uno studente lavoratore, figura tipica degli anni '50 e '60: molti figli di operai si sono laureati così, perché altrimenti non avrebbero potuto pagarsi gli studi. E' molto bello anche il discorso sulle pellicole cinematografiche e sul montaggio cinematografico; alla fine Olmi decide di girare in Cinemascope, cioè nel formato dei kolossal, per dare il giusto risalto al panorama e alla diga e anche perché all'inizio pensava di fare un documentario, ma si era accorto che il piccolo formato dei documentari, nelle sale cinematografiche, veniva penalizzato nella proiezione. Dopo il Duemila, girando "Cantando dietro i paraventi", Olmi si dichiarerà entusiasta delle nuove tecnologie e anche questa può essere una sorpresa per chi non conosce Ermanno Olmi se non attraverso luoghi comuni e stereotipi nati dalla pigrizia di chi scrive di cinema con superficialità. Per quanto mi riguarda, trovo l'analisi di Olmi sul Novecento molto migliore di quelle del tipo "il secolo breve", che si occupano solo di guerre e di ideologie: Olmi coglie il momento vero del cambiamento (nei primi anni '60 arrivano anche le materie plastiche e l'elettronica), e indica un altro cambiamento epocale che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Sta scomparendo il lavoro manuale, sempre meno persone sono in grado di fare lavori con le proprie mani, e ce ne accorgiamo quando c'è bisogno di un idraulico o di un muratore; e stanno scomparendo anche le persone, un lavoratore vale ormai pochissimo in termini economici, le macchine hanno tolto spazio e lavoro agli umani, e stiamo facendo di tutto per non vederlo.


In anni passati mi ero segnato queste righe di appunti su "Il tempo si è fermato":
- Un Olmi del 1959, un film che avrei voluto scrivere io. Anche se può apparire ormai datato, è un film che apre il cuore; bisogna proprio dirlo, Olmi non è un regista come tanti altri, è un poeta del dettaglio e la sua grandezza va cercata nei particolari minimi, e nella scelta dei luoghi e degli attori. Natale Rossi, per esempio, me lo ricorderò, anche perché di persone così belle e semplici ne ho conosciute anch’io, e mi dispiace che siano di una razza in via d’estinzione. (maggio 1993)
- "Il tempo si è fermato" racconta di neve e solitudine, ma non è "Shining": è il mondo del lavoro e delle persone buone e semplici, dei lavoratori; sono le persone che mandano avanti il mondo in cui viviamo, in silenzio, anche con sacrifici personali, mentre gli altri si mettono in vista e non fanno niente, o fanno solo confusione. E' grazie alle persone come Natale Rossi (il "vecchio" del film) se viviamo in un mondo confortevole, ma purtroppo di Natale Rossi ne sono rimasti ormai pochissimi. Visto dopo tanti anni, è sempre molto bello; sembra a tratti un film di Disney degli anni '50, dove il cucciolo chiassoso irrompe nella vita dell'uomo maturo, l'uomo silenzioso, il montanaro paterno e un po' bambino ancora nell'anima, in soggezione verso il ragazzo "che ha studiato" e che veste abiti di marca, non fatti in casa. Ricorda un po', quindi, anche il "Balthasar" di Robert Bresson, dove c'è l'irruzione della radiolina nel silenzio del tempo di Pan, il rumore elettronico (qui è un disco di Celentano) che interrompe una quiete ancestrale, però questo è un film buono con una storia positiva. Mi sono divertito anche nel vedere Natale Rossi, nell'attesa che arrivi il Pedrazzini (non arriverà, gli è nato un figlio) giocare schizzando acqua sulla stufa, come facevo anch'io quando avevamo in casa una stufa simile (un gesto ritrovato, dimenticato da tempo). Per un ragazzo di città, sulla neve si va per sciare; per un montanaro gli sci servono per spostarsi nella neve; ed anche questa è una differenza notevole, della quale abbiamo dimenticato tutto. Film da conservare con cura, molto amato, della mia stessa età, girato sull'Adamello, diga del Venerocolo. (anno 2014)




martedì 5 maggio 2020

Così è andata - Gente di montagna


Così è andata - Gente di montagna (Rai, 1987) Regia di Ermanno Olmi, Toni De Gregorio, Maurizio Ricci. Fotografia: Fabio Olmi, Maurizio Zaccaro, Fabrizio Borelli. Testi di Mario Rigoni Stern, Emilio Lussu, Piero Jahier, Filippo Sacchi, Alberto Fumagalli, Nuto Revelli. Durata: 40' circa

"Così è andata - Gente di montagna" è un documentario del 1987, a colori, firmato da Ermanno Olmi con Toni De Gregorio e Maurizio Ricci. Si parte da Rigoni Stern e dal suo libro "Il bosco degli urogalli": Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: "mah, così è andata.” (Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi 1962.)

"Così è andata" è un documentario realizzato con immagini di archivio e fotografie alternate a riprese filmate recenti; il montaggio di questi materiali è eccellente, le musiche sono ben scelte ed è ottima la scelta dei testi, presi da Mario Rigoni Stern, Emilio Lussu, Piero Jahier, Filippo Sacchi, Nuto Revelli. Non ho trovato indicazioni sulla voce che legge i testi fuori campo, ed è un peccato.
E' una breve storia della vita in montagna: per secoli un lungo isolamento, con la gente che vi abitava quasi ignorata, poi il trauma della prima guerra mondiale, che rese famosi i nomi di molte località: Pasubio, Ortigara, Adamello, Monte Grappa. A tratti sembra di vedere uno dei documentari che resero celebre Werner Herzog, con immagini di Natura, terra, acqua, con l'organo in sottofondo a rendere tutto lievemente ipnotico.

La guerra è raccontata attraversi brani di "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu, un capolavoro ben noto a chiunque sia andato a scuola (almeno, lo spero). Segue un lungo estratto da un libro meno noto, di Piero Jahier, sempre sul tempo di guerra: il soldato Luigi Somacàl, dapprima deriso, si scopre ottimo tiratore e buon soldato: viene da pensare al Kubrick di "Full metal jacket", Somacàl come il soldato Pyle ma senza follia, né in lui né in chi gli sta intorno.
Piero Jahier, da "Con me e con gli alpini"
... il soldato Somacàl Luigi da Castiòn, recluta dell'84, terza categoria, era stato cretino dalla nascita, e manovale fino alla chiamata. Cretino vuol dire trascurato da piccolo, denutrito, inselvatichito. Manovale vuol dire servo, operaio, mestiere sprezzato. Il suo lavoro consiste in nulla essere, tutto fare: ne porta i segni il corpo presentato alla visita militare. Somacal ha offerto alla patria un mucchio d'ossa in posizione da manovale. Sporge in fuori l'osso dell'anca, che aiuta a camminare sciancati quando si deve equilibrare la secchia della calcina. Gli ingranaggi dei suoi ginocchi pesanti, gonfi di noccioline reumatiche, empiono i pantaloni. Il suo busto è una groppa che aspetta in eterno di ricevere pesi; la testa si rannicchia fra le spalle come cosa ingombrante perché, a un uomo che porta, la testa gli dà noia. Le sue mani di corame chiaro stringono sempre il badile; lo sguardo cerca terra per non inciampare. Questa è la posizione di manovale in cui Somacal si è presentato. Somacal deve stare sulla posizione di attenti, invece la posizione di attenti è la negazione della sua vita. Somacal vorrebbe essere un buon soldato: prova l'attenti, prova il saluto, ma quando gli par d'esser riuscito, la mano non resiste più a mantenersi tesa, le ginocchia cominciano a tremare, e quando il caporale arriva a lui tutto ha ceduto. E' tornata la posizione da manovale. Somacal in uniforme è un burattino, e ridono tanto i suoi paesani, cottimisti come lui per la Germania che era anche allora una macia (?) , ci vuole un carovana per sopportar la fatica. Somacal gli hanno impedito di imparare l'operaio perché era un così buon manovale; ora gli impediranno di imparare il soldato per serbarlo ridicolo. E' vero che Somacal s'infagotta, che si mette il cappello torto, ma se c'è una giacca macchiata alla vestizione finirà certo sulla groppa di Somacal Luigi; e la scarpa del gigante che nessuno ha voluto, e la borraccia che geme - ma appunto perché si sente un burattino diventare un soldato a modo è la gloria. C'è speranza. (...)(Piero Jahier, citato da Olmi in "Gente di montagna")
Piero Jahier (1884-1966), alpino dal 1916, sottotenente, alla fine della guerra da antifascista fu bastonato e imprigionato; in seguito lavorò come ferroviere, e collaborò a "La Voce" di Prezzolini.


Segue un brano di Filippo Sacchi, sui cinque alpini ritrovati sull'Adamello col disgelo; il titolo è "I cinque alpini", trovati ancora in ordine di marcia: "andarono alla guerra ma odiando la guerra".
Filippo Sacchi (1887-1971), giornalista del Corriere della Sera, dal 1914 inviato in tutto il mondo (Australia e Nuova Zelanda comprese), firma di punta del Corriere, fu antifascista e per questo cacciato dal giornale; gli amici lo aiutarono facendogli pubblicare sotto pseudonimo critiche cinematografiche, attività che continuò poi anche dopo la caduta del fascismo; fu direttore di "La Lettura".
Il testo successivo è di Nuto Revelli: "L'anello forte" sui contadini di montagna . Nuto Revelli (1919-2004) alpino, fu volontario nell'Armir, partigiano dopo l'8 settembre, autore di libri e inchieste sulla realtà contadina e sul mondo del lavoro. In queste pagine si parla dello spopolamento della montagna. Le pagine di Revelli sono abbinate a quelle di Alberto Fumagalli, da "La casa e il contadino": si parla del cibo scarso e povero, la polenta, le patate, il burro, niente carne. Le famiglie erano numerose, sul confine piemontese c'era una forte emigrazione in Francia (a Barcellonette); anche i bambini e le bambine (c'è la testimonianza di un'undicenne) venivano "affittati" per lavorare come pastori, sui pascoli. Le donne e le bambine vendevano i capelli: c'era un florido commercio e i capelli, per fare parrucche, erano ben pagati. Si parla poi della musica, del ballo, delle società mandolinistiche molto diffuse; il ballo era fondamentale per i fidanzamenti, la vita in montagna era poi molto dura sia per i mariti che per le mogli.

Arriva poi la seconda guerra mondiale, che stavolta si svolge in luoghi lontani: la Russia, l'Albania, l'Africa, la Grecia... Soprattutto la disfatta dell'Armir porterà segni profondi tra la gente di montagna. Dopo l'otto settembre del 1943 arriveranno sulle montagne i partigiani, la Resistenza che porterà alla democrazia e alla Repubblica.
Un documentario da vedere e da far conoscere, e che è disponibile anche su youtube.



giovedì 19 marzo 2020

I fidanzati



I fidanzati (1963) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi. Fotografia di Lamberto Caimi. Musiche di Gianni Ferrio. Interpreti: Carlo Cabrini, Anna Canzi, e molti altri. Durata: 81 minuti

"I fidanzati" è un film sul lavoro: all'operaio interpretato da Carlo Cabrini, specializzato nella costruzione e manutenzione di impianti complessi, viene proposto un avanzamento di carriera: ma dovrà trasferirsi in Sicilia per insegnare agli operai del posto. E' il film successivo a "Il posto" e dal titolo ci si aspetterebbe qualcos'altro, magari proprio il seguito del film precedente, ma qui i due fidanzati sono vicini ai trent'anni, è un fidanzamento che dura da molto e questa separazione, la prima per loro, servirà a far capire ai due che si vogliono bene. Un altro tema importante è l'assistenza al padre anziano, che rimarrà in casa da solo; un altro problema non da poco per il protagonista del film.
Il film si svolge quasi tutto in Sicilia, tra gli impianti di un'industria chimica, dove bisogna iniziare con la ricerca di una stanza in affitto che gli operai devono però pagare con i loro soldi. L'impianto petrolchimico dovrebbe essere a Priolo, ma non ho trovato indicazioni precise in proposito; alcune scene sono girate a Paternò e a Siracusa. Ci sono molte belle sequenze nello stile di Olmi, con molto affetto come sempre verso i suoi personaggi e verso il mondo del lavoro. Si può ricordare, per chi non ne fosse a conoscenza, che Ermanno Olmi iniziò proprio girando cortometraggi per la Edison, brevi storie o documentari realizzati per mostrare ai potenziali clienti come si lavora nella ditta. L'inizio, con i due fidanzati nella sala da ballo, sembra già un anticipo di Bela Tarr; la scena della festa di paese in Sicilia, con maschere e coriandoli, rimanda un po' ai Vitelloni di Fellini (vedi minuto 46), ed è bella anche la scena dell'irruzione del cane in chiesa, molto delicata. Un incidente sul lavoro e l'arrivo dell'ambulanza mostrano anche l'altra faccia della realtà del mondo del lavoro, una realtà poco o per niente mostrata nei nostri film. Gli attori, quasi tutti non professionisti, sono tutti bravi: lei si chiama Anna Canzi, lui è Carlo Cabrini; gli altri interpreti non sono menzionati nei titoli di coda. Bruttine solo le musiche di Gianni Ferrio, peccato: si poteva scegliere qualcosa di meglio, in quel 1963.
La realtà dei lavoratori negli impianti, della costruzione degli impianti chimici e della loro manutenzione, è stata raccontata anche da Primo Levi, in "La chiave a stella"; è una realtà che anch'io ho conosciuto, non in prima persona ma tramite il racconto di amici e colleghi spesso mandati in luoghi lontani, non la Sicilia ma magari l'Iran, l'Africa, e oggi probabilmente anche la Cina. Per chi fosse interessato, si può guardare anche un bel documentario di Bernardo Bertolucci, "La via del petrolio" (che è già qui da tempo, su questo blog).



lunedì 6 gennaio 2020

De Gasperi secondo Olmi


Alcide de Gasperi (1974) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi. Consulenza storica di Gabriele De Rosa. Attori: Sergio Fantoni (De Gasperi), Anna Orso (Francesca De Gasperi), Leda Negroni (Maria Romana De Gasperi), Sandro Tuminelli, Francesco D'Adda, Michele Kalamera, Mario Milita, Aldo Barberito, Mario Chiocchio, Anna Canzi. Durata: tre puntate da 69, 63 67minuti

« ...Repubblica o monarchia? La domanda è posta male, troppo semplicisticamente. La domanda vera è questa: volete instaurare la repubblica? Cioè: vi sentite capaci di assumere su voi, popolo italiano, tutta la responsabilità, tutto il maggior sacrificio, tutta la maggiore partecipazione che esige un regime il quale fa dipendere tutto, anche il capo dello Stato, dalla vostra personale decisione espressa con la scheda elettorale? Se rispondete sì, vuol dire che prendete impegno solenne, definitivo, per voi e per i vostri figli, di essere più preoccupati della cosa pubblica di quello che non siete stati finora, d'aver consapevolezza che non è cosa vostra e solo vostra, di dedicarvi ore d'interessamento e di lavoro, ma soprattutto vorrà dire che avete coscienza di poter difendere con la vostra opera, nella Repubblica, la libertà: che è il bene supremo.»
Sono parole di Alcide de Gasperi, del primo dopoguerra. Rileggerle oggi, non può non colpire: oggi, cioè nel momento in cui abbiamo il peggior Parlamento eletto dopo il 1945, dove la maggioranza a difesa della Costituzione è così risicata da sembrare impalpabile, dove i corrotti e gli evasori fiscali vanno tranquillamente in tv a spiegare cosa fare per risollevare l'economia, dove il partito che ha guidato l'Italia e che sta ancora guidando molte Regioni è stato fondato da tre galeotti, dove gli ultras del calcio sono determinanti per portare rappresentanti in Parlamento. Questo è il momento storico in cui rialza la testa il fascismo, portato come esempio di lotta alla criminalità quando la realtà storica è invece questa: il fascismo mise in prigione De Gasperi e lasciò liberi e impuniti gli assassini veri. Non solo Alcide de Gasperi fu messo in prigione dai fascisti, ma fu imprigionata perfino sua moglie; solo l'intervento del Vaticano salvò lo statista trentino dal fare la stessa fine di Antonio Gramsci. Nel frattempo, i responsabili di scandali economici e bancari (peggiori di quelli dei nostri anni) facevano carriera indisturbati, e i responsabili della morte di Matteotti, di don Minzoni, di Piero Gobetti e di tanti altri (una lista lunghissima) facevano vita tranquilla altrettanto indisturbati.


"Alcide de Gasperi" di Ermanno Olmi, con consulenza storica di Gabriele de Rosa, è un ottimo film in tre puntate di un'ora e dieci ciascuna, in bianco e nero, che ripercorre la biografia di De Gasperi con attori che leggono discorsi e scritti di De Gasperi e con sequenze recitate dove mancano i filmati originali, cioè tutta la prima parte della sua vita fino al 1946. E' molto bello il "gioco" di mostrare attori e doppiatori che si alternano ai microfoni, davanti al leggio, ed è tutto ben recitato e ricostruito anche negli esterni, girati nei luoghi originari (Selva e Borgo Valsugana, la Biblioteca Vaticana, il Reichsrat di Vienna, eccetera). Nella prima puntata, sotto l'Austria per De Gasperi, si arriva fino alla Grande Guerra passando attraverso Cesare Battisti e l'elezione a deputato del Reichsrat (dove anche Battisti fu deputato) e l'incontro del 1905 in Trentino con Mussolini, allora socialista, definito in privato come arrogante e maleducato (Mussolini fu poi espulso dall'Austria). Nella seconda puntata c'è la lunga prigionia di De Gasperi sotto il fascismo, poi mitigata da interventi del Papa (è quasi certo, anche se mancano prove dirette) e dopo il 1929 l'assunzione alla Biblioteca Vaticana dove per anni compilò accurate schede di libri. Anche la moglie di De Gasperi fu arrestata e fece un periodo alle Mantellate. Nella terza parte c'è la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica. Come al solito, Olmi non si cura della somiglianza fisica ma sceglie attori in grado di rendere il carattere delle persone raccontate: Sergio Fantoni, Leda Negroni, Anna Orso, Sandro Tumminelli, Michele Kalamera... In colonna sonora, il canone Pachelbel nell'arrangiamento tipico degli anni '60 e la "Suite per piccola orchestra" di Stravinskij. Un altro film di notevole livello, del quale però si è dimenticato perfino Rai Storia: facile pensare a una censura interna, perfino una biografia di Alcide de Gasperi può dar fastidio a chi nega la verità storica e vuole falsificarla.

«Chi parla di politica agli abitanti delle valli trova subito nell'uditorio molta difficoltà: politica vuol dire, per i più, chiacchiere al vento, frasi senza costrutto, ciarlataneria. Chi rimase sempre lontano "dalla pentola" non capisce granché di postulati, crisi, soluzioni, ma se ne fa un'idea come come di un turbinio nel quale si possono alimentare tante ambizioni ma dal quale non verrà fuori nulla di positivo. I tempi, e un po' anche la politica di certi messeri del nostro paese, giustificano l'esistenza di un simile concetto. E, tuttavia, che cos'è la politica? La politica è l'arte di governare, di dirigere il Paese, lo Stato, gli enti pubblici (...) Da questo non si scappa: la politica o la si fa o la si subisce.»
Alcide De Gasperi nel 1905, in Trentino (Austria, all'epoca)

« ... la tragedia della vita umana sta nella sua brevità: la generazione che segue raccoglie appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l'uomo che decade. Così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino: per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. In parte si può rimediare con l'organizzazione sociale. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l'altra.»
Alcide de Gasperi, negli anni 1915-18

Alcide de Gasperi è stato il presidente del Consiglio che seguì l'Italia nella ricostruzione, riportandola alla considerazione internazionale dopo il disastro mussoliniano, e lavorando duramente per non perdere Trieste, perduta dai fascisti insieme all'Istria e a Fiume: può sembrare assurdo ricordarlo, soprattutto in un piccolo blog come questo, ma ogni giorno ci tocca ricordare (soprattutto dopo le elezioni) fino a che punto sono arrivate queste generazioni "millennial", senza memoria e senza morale, intente a guardarsi non tanto l'ombelico ma il palmo della mano, lo smartphone... Questo film è una lezione di Storia, firmata da un maestro vero come Ermanno Olmi.
Alla figura di de Gasperi è dedicato anche "Anno uno" di Roberto Rossellini, un altro film da non perdere.


 (di questo film non ho trovato immagini; me ne scuso
e provo a fare qualcosa usando le immagini prese da www.wikipedia.it )




lunedì 4 novembre 2019

Il mestiere delle armi ( I )


Il mestiere delle armi (2001) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi Fotografia di Fabio Olmi. Musiche di Fabio Vacchi. Interpreti: Omero Antonutti (voce del narratore), Hristo Jivkov (Giovanni de' Medici, voce di Giovanni Crippa), Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Fabio Giubbani, Sasa Vulicevic, Dessy Tenekedjieva, Sandra Ceccarelli, Giancarlo Belelli, Paolo Magagna, Nikolaus Moras, Claudio Tombini, Aldo Toscano, Michele Zattara, Vittorio Corcelli, Franco Palmieri, Paolo Roversi, Francesca Lonardelli Durata: 1h36'

1.
"Il mestiere delle armi" racconta gli ultimi giorni di vita di Giovanni dalle Bande Nere, cioè Giovanni de' Medici. Siamo nel novembre 1526, nei pressi di Mantova; Carlo V di Spagna, irritato dal Papa che ha aderito a una lega contro di lui, gli manda contro i lanzichenecchi guidati da Georg von Frundsberg ("Zorzo", cioè Giorgio, nei documenti italiani dell'epoca). Contro Frundsberg si muove Giovanni de' Medici, con un numero di cavalieri ridotto, compiendo azioni che oggi chiameremmo di guerriglia e miranti a colpire gli alemanni nei rifornimenti. Quello che Giovanni non sa è che il duca di Ferrara ha rifornito Frundsberg con l'artiglieria, quattro falconetti (piccoli cannoni molto precisi) che risulteranno decisivi. Lo scontro avviene a Governolo, nel mantovano, dove i lanzi fingono di ritirarsi ma in realtà attirano in trappola Giovanni; nascosti dietro i mattoni di una fornace ci sono i falconetti. Giovanni viene ferito gravemente a una gamba, e morirà pochi giorni dopo di setticemia, il 30 novembre 1526. Da qui in avanti, i lanzichenecchi avranno via libera e giungeranno a Roma in poche settimane, appena finito l'inverno.


Il soggetto è "la gran bontà dei cavalieri antichi": le armi moderne hanno reso nullo il valore individuale. Non erano una novità al tempo di Giovanni de' Medici (le prime armi da fuoco sono già documentate nel '300) ma erano ormai giunte a un grado di perfezione tecnica che le rendeva utilizzabili in battaglia. Olmi ci mostra la loro fusione, la fusione dei proiettili, la rifinitura, le prove contro le armature (che da qui in avanti diventeranno inutili). Il film è molto bello, direi un capolavoro, che si ispira a Paradzhanov in alcune scene, e alle battaglie del Mahabharata di Peter Brook per i lunghi pali distesi, appuntiti. C'è anche, sicuramente, il ricordo dei film storici di Roberto Rossellini; la precisione nei costumi, la ricostruzione delle scene di tecnica e di lavoro (inclusa la chirurgia), l'accurata ricerca di luoghi e scenografie. Molte sequenze ricordano il Mantegna; direi anche che è molto presente, nelle scene finali con l'agonia di Giovanni de' Medici, il "Cristo morto" di Hans Holbein. Questo è il periodo storico in cui a Parma c'era Correggio; Leonardo da Vinci era morto da pochi anni (1519), i conquistadores stavano già mandando merci e spezie dall'America. Nel maggio 1527 ci sarà il sacco di Roma ad opera dei lanzichenecchi; il papa era Clemente VII (settimo).

Parte importante ha Curtatone, presso Mantova (luogo anche di una storica battaglia nel Risorgimento, anno 1848) alla cui porta Giovanni de' Medici rimane bloccato perché c'era l'ordine dei Gonzaga di non aprire mai di notte; si ritarda così l'incontro con i lanzi, con esito fatale. Dalla porta di Curtatone erano infatti già passati i lanzichenecchi, senza difficoltà. I Gonzaga qui si barcamenano: aprono il passo ai lanzi, ma scrivono a Roma che sono stati costretti a farlo; si lamentano con Frundsberg e questi gli risponde per lettera (tutto il film è basato su lettere e documenti d'epoca) che certe cose, compresi stupri e saccheggi, si sa che sono da sempre connesse alla guerra.

Altri miei appunti presi durante la visione: 1) Pietro Aretino legge a Giovanni un passo di Machiavelli dal "Principe", quello sui mercenari. In estrema sintesi, Machiavelli ne sconsiglia l'impiego dicendo che sono pericolosi perché corrono solo dietro ai soldi. 2) oltre all'Aretino nel film c'è Paolo Giovio, ma con minore evidenza. 3) Frundsberg non arrivò a Roma, fu costretto dalla malattia e dall'età avanzata a cedere il comando dei lanzichenecchi. 4) Giovanni de' Medici, ferito, viene ricoverato nel palazzo mantovano di Aloisio Gonzaga, dove verrà operato dal medico Abram Ariè, che gli amputerà una gamba nel tentativo di fermare la cancrena; ma è già passato troppo tempo e l'operazione si rivelerà inutile. 5) i soldati di Giovanni de' Medici, fermi nella notte gelida alla porta di Curtatone, per scaldarsi bruciano i banchi di una chiesa, e rompono le braccia a un Crocifisso di legno, "il Cristo dei poveretti" (Il Cristo dei poveretti, "di chi ha fame e di chi ha freddo": in dialetto c'è la rima, è un modo di dire proverbiale). Stanno per bruciare anche il Cristo ma il prete lo prenderà e lo porterà via così come è, senza braccia.


6) al minuto 11 questo dialogo: "Le nuove armi da fuoco cambiano la guerra, ma sono le guerre che cambiano il mondo". Oggi abbiamo i droni e i kalashnikov, sembra che la potenza distruttiva delle armi non basti mai. 7) Giovanni de' Medici vive fra il 1498 e il 1526, ed è quindi contemporaneo del Correggio, 1489-1534. Una piccola coincidenza mi fa vedere di seguito lo spettacolo di Fo sul Correggio e poi il film di Olmi; lo segnalo per chi fosse interessato ad approfondire questo periodo storico  8) siamo anche negli anni in cui nasce la stampa, Gutenberg; a Padova studia Copernico. Galileo e Giordano Bruno nasceranno una ventina d'anni più tardi. Nel 1521, cinque anni prima della morte di Giovanni de' Medici, Hernan Cortes conquista il Messico.   9) i luoghi del film: gli esterni per la battaglia sono stati girati in Bulgaria; a Mantova la Basilica di sant'Andrea; in provincia di Bergamo a Torre Pallavicina il Palazzo Barbò; a Soncino la Rocca Sforzesca, la Torre ed esterni (informazioni dal sito www.davinotti.com) 10) il dettaglio del cavallo macellato, per nutrire i soldati e lo stesso Giovanni de' Medici, può disturbare ma queste cose facevano parte della vita quotidiana, non solo militare, fino a pochi decenni fa. Oggi la macellazione è diventata invisibile, un tempo era parte della vita quotidiana. 11) "seguire la regola", per un soldato come per un sacerdote: lo dice Giovanni in punto di morte, al prete. 12) non è un film di facile visione, direi che è necessario vederlo più volte per capirlo bene, e questo non è sicuramente un difetto.




(1-continua)

Il mestiere delle armi ( II )


Il mestiere delle armi (2001) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi Fotografia di Fabio Olmi. Musiche di Fabio Vacchi. Interpreti: Omero Antonutti (voce del narratore), Hristo Jivkov (Giovanni de' Medici, voce di Giovanni Crippa), Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Fabio Giubbani, Sasa Vulicevic, Dessy Tenekedjieva, Sandra Ceccarelli, Giancarlo Belelli, Paolo Magagna, Nikolaus Moras, Claudio Tombini, Aldo Toscano, Michele Zattara, Vittorio Corcelli, Franco Palmieri, Paolo Roversi, Francesca Lonardelli Durata: 1h36'

2.
"Il mestiere delle armi" inizia con questa citazione:
« Chi fu il primo che inventò le spaventose armi? Da quel momento furono stragi, guerre... si aprì la via più breve alla crudele morte. Tuttavia il misero non ne ha colpa! Siamo noi che usiamo malamente quel che egli ci diede per difenderci dalle feroci belve.» (Tibullo, primo secolo aC)
 
Il film tratta dei fatti antecedenti il sacco di Roma del 1527 e della morte di Giovanni de Medici che spianò agli alemanni la via verso Roma. Giovanni dalle Bande Nere (1498-1526), famoso condottiero, figlio del fiorentino Giovanni de' Medici e di Caterina Sforza, fu battezzato come Ludovico, ma la madre gli cambiò il nome in Giovanni, come il padre. Rimasto orfano, crebbe nella Firenze di Lorenzo il Magnifico sotto la tutela di Jacopo Salviati; quando Salviati fu nominato ambasciatore a Roma, Giovanni lo seguì ed entrò nelle milizie pontificie. Giovanni, che fin da ragazzo era sempre stato molto turbolento e indisciplinato, si rivelò un ottimo comandante militare. Le "bande nere" arrivano nel 1521, le insegne listate a lutto per la morte di papa Leone X.
Se le battaglie del "Mestiere delle armi" sembrano far pensare, oltre che al "Mahabharata" di Peter Brook, ad Eisenstein per "Alexander Nevskij" (una battaglia nella nebbia, invece che sul ghiaccio) Olmi sembra più spesso rifarsi a Rossellini, i magnifici film storici girati negli anni '60 e '70 a fini didattici.
La battaglia di Governolo è vista con gli occhi di un bambino, almeno nel suo inizio; anche questa è una caratteristica di Olmi, che ai bambini dedica sempre molte attenzioni. Il bambino, figlio di contadini del luogo, vede gli eserciti schierati sulle rive opposte del fiume, poi la madre lo porta via. C'è anche un'altra bambina nel film, probabilmente figlia di Giovanni, nelle scene con Sandra Ceccarelli.  Sandra Ceccarelli interpreta una nobildonna di Mantova, anonima; Dessy Tenekedjieva interpreta invece Maria Salviati, moglie di Giovanni e madre di Cosimo de' Medici (figlio di Giovanni).
 
Su Giovanni dalle Bande Nere esistono altri due film italiani: uno diretto da Luis Trenker nel 1937 e intitolato "Condottieri", dove è lo stesso Trenker a interpretare Giovanni de' Medici, e uno del 1956 con protagonista Vittorio Gassman. Non conosco il film di Trenker, il "Giovanni dalle Bande Nere" del 1956 è diretto da Sergio Grieco ed è di buona fattura, anche se al centro del film c'è una storia d'amore fra Gassman e una nobile mantovana, con la morte di Giovanni provocata dal tradimento di un suo stretto collaboratore, eccetera. Un film d'azione senza molte pretese, che però ha il merito di spiegare bene gli antefatti della battaglia che portò a morte Giovanni: la precedente guerra contro i francesi, e poi l'alleanza proprio con i francesi contro le truppe alemanne guidate da Frundsberg.
 
Per capire il periodo storico in cui visse Giovanni de' Medici è utile la visione della lezione-spettacolo di Dario Fo sul Correggio, molto ricca di informazioni e spiegata in modo molto chiaro; non si parla solo di pittura ma anche dei Visconti, degli Sforza, di Urbino, del Mantegna.
 
Cercando informazioni sui luoghi dove è stato girato il film sono incappato in una recensione di Pino Farinotti che dice cose come "tanto rigoroso da essere arrogante" e aggiunge un parere non richiesto sui film storici di Roberto Rossellini: "dell'ultima età non più quella dell'oro". Sono poche righe, ma contengono informazioni fuorvianti e facilmente contestabili: quella di Farinotti è una recensione molto superficiale, viene da dubitare che abbia visto il film per intero. Soprattutto mi chiedo come si faccia a dare dell'arrogante a Ermanno Olmi, tanto più quando si parla di attenzione storica. Non è obbligatorio recensire proprio tutti i film, e se non si capisce cosa succede in un film meglio cambiar mestiere: a cosa serve un critico, se non a far capire i film meno facili, a far crescere il pubblico...
 
Va comunque detto che il film è molto bello, ben fatto e ben curato, ma può essere di difficile comprensione per lo spettatore comune abituato ai Vanzina e ai film d'azione tradizionali; è una scelta precisa da parte di Olmi, così come quella di far sussurrare tutti gli attori, scelta comprensibile e coraggiosa, rara in un film di guerra, coraggiosa visti i tempi grossolani in cui viviamo.
 
 
(...) i miei film sono come alberi. Piccoli misteri, tenaci curiosità che mi crescono dentro fino al punto di volerli condividere (...) Oggi la morte è invisibile, subdola. Si grida allo scandalo per un ragazzo che si spiaccica contro un albero all'uscita della discoteca. Sono le stesse madri che imbandiscono una tavola di veleni truccata da alimenti. (...) Non puoi essere un buon soldato di ventura avendo la consapevolezza della morte. La morte tende le sue trappole ai giovani, lusingandoli con l'illusione di essere invulnerabili. Con l'età finisci con l'accettare; ti predisponi. (...) (Nel cinema italiano) trovo, in generale, una buona qualità di fattura anche nei più giovani; ma sono gli slanci che mancano, i nostri slanci del dopoguerra. E' come se i sentimenti si contraessero. Si finisce per fare dei soliloqui, qualche volta a grandi livelli. Non parlerei di crisi, ma di una momentanea malattia, come un'anemia. Succede a volte che gli intellettuali vadano da una parte e il mondo dall'altra; artisti che celebrano valori e i valori correnti sono altri. Lo vedo anche nelle professioni: c'è una furbizia, un accodarsi nelle aree protette della tecnica e della routine. (...) Viviamo barricati nei nostri appartamenti, accettiamo contatti solo attraverso strumenti che ci garantiscono la chiusura. Le società avanzate producono molte occasioni d'incontro, a patto che questi incontri non avvengano mai. (...)
- Chi sono i lanzichenecchi di oggi?
- Quelli che partono per mettere l'officina dietro casa, ricavata nelle stalle, e poi, senza più guardare in faccia nessuno, fanno devastazione convinti di praticare il proprio diritto-dovere. Partono da ragioni condivisibili, che diventano via via perverse. Fino a vent'anni fa, prima di esplodere nella tracotanza di oggi, il Veneto era prevalentemente rurale e non consegnava i suoi vecchi alle istituzioni. Se li teneva in casa. Oggi nei ricoveri non si trova più posto. (...)
(Ermanno Olmi, intervista a L'Espresso del 3 maggio 2001, per l'uscita di "Il mestiere delle armi")



(Hans Holbein, Cristo morto)