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domenica 17 novembre 2019

Os canibais


Os canibais (I cannibali, 1988). Regia di Manoel de Oliveira. Tratto da un racconto di Alvaro de Carvalhal (1844-1868); adattamento e sceneggiatura di Manoel de Oliveira. Musica e libretto di Joao Paes. Fotografia di Mario Barroso. Scene di Luis Monteiro. Costumi di Jasmin de Matos.
Interpreti: Luis Miguel Cintra (con voce di Vaz de Carvalho), Diogo Doria (voce di Carlos Guilherme), Leonor Silveira (voce di Filomena Amaro), Oliveira Lopes (il presentatore), Pedro Teixeira da Silva (Paganini), Joel Costa (Urbano Solar, voce di Joel Costa), Rogerio Samora (Peralta, voce di Antonio Silva), Rogerio Vieira (il magistrato, voce di Carlos Fonseca), Antonio Loja Neves (il barone, voce di Luis Madureira), Gloria de Matos, Candido Ferreira, Jose Manuel Mendes, Teresa Corte Real, coro femminile dell'Orchestra Gulbenkian di Lisbona. Durata: 98 minuti.

E’ un’opera lirica vera e propria “Os canibais” (I cannibali) di Manoel de Oliveira, girato nel 1988. La musica è di João Paes, amico personale del regista portoghese, e rovistando su wikipedia ho scoperto che il film nasce da una scommessa fra i due amici, con Paes che dice “non saresti capace di fare un film partendo da un’opera nuova” e Oliveira che accetta la sfida, riservandosi comunque di scegliere l’argomento.
E qui, dopo aver visto il film dall’inizio, posso dire che cominciano le mie perplessità: amo molto il cinema di Manoel de Oliveira, ma “Os canibais”, pur essendo un film molto ben girato e molto ben recitato, è forse il suo film che mi ha lasciato più perplesso. I motivi sono principalmente due, e si tratta proprio della musica e del soggetto dell’opera.
La musica di Paes per “Os canibais” (è un musicista che non conoscevo), è fatta quasi completamente da recitativi sullo stile di molte opere del Novecento, da Malipiero fino a Britten passando per Mascagni; ma non mi è rimasto in mente nulla, e devo anzi dire che, pur essendo abituato ai film sottotitolati, ho fatto molta fatica a seguire tutto fino in fondo.


Il secondo problema è nel soggetto, che è tratto da un racconto ottocentesco di Alvaro de Carvalhal (1844-1868, morto giovanissimo per un aneurisma), non propriamente dei più felici. Siamo tra l’horror e il grottesco: in una città portoghese non identificata arriva un uomo molto ricco e molto affascinante, che fa innamorare ogni donna che lo incontra, ma che si dimostra molto schivo e riservato. Nasconde infatti un segreto, che rivelerà la prima notte di nozze con la ragazza che nonostante tutto ha voluto sposarlo, e che io mi permetto di scrivere qui perché immagino che saranno in pochi a leggere Carvalhal o a voler seguire fino in fondo “Os canibais”: quest’uomo è un automa, le uniche parti umane sono il cuore e il cervello. Il cannibalismo a cui fa riferimento il titolo nasce da un tragico equivoco (ovviamente la storia finisce in tragedia), ma anche volendo provare a dare al tutto un significato vagamente marxista (i parenti della sposa diventano definitivamente dei cannibali quando si rendono conto che dalla tragedia si possono ottenere molti soldi), è difficile appassionarsi alla vicenda. Insomma, l’idea era buona ma si poteva scegliere meglio; il film resta comunque da vedere, molte sequenze sono notevoli. Fra le idee buone c’è sicuramente la coppia formata dal narratore (tenore) e da un violinista giovane che appare alle sue spalle, e che rappresenta Paganini eseguendo alcune delle sue musiche più famose; i protagonisti sono interpretati da attori doppiati da cantanti, ed è un doppiaggio molto ben fatto, sembra davvero che ci siano dei cantanti davanti alla cinepresa. Per chi conosce il cinema di Oliveira è invece un’impressione strana, perché gli attori sono molto noti: Luis Miguel Cintra, Leonor Silveira e Diogo Doria appaiono in quasi tutti i film del maestro portoghese. Un po’ come se da noi qualcuno avesse girato un film d’opera con Nino Manfredi e Claudia Cardinale doppiati da cantanti d’opera veri, insomma. I nomi dei cantanti veri sono riportati nei titoli di coda, sono tutti molto bravi ma poco conosciuti.
 

Questo film mi ha spinto a guardare finalmente la filmografia di Oliveira: che è quella di un regista "normale" fino al 1986, l'anno di Mon cas; Os canibais è del 1988, No è del 1991, poi seguono tutti gli altri. E' precedente Le soulier de satin, 1985; nasce quindi in questi anni, 1985-86, la svolta nel lavoro di Manoel de Oliveira. E' da notare che fino al 1985 circa Oliveira prende molte pause, anche di anni; dalla fine degli anni 80 in poi girerà un film all'anno.

 
 
 

giovedì 26 settembre 2019

Mon cas (Manoel de Oliveira)

 

Mon cas (1986) Regia di Manoel de Oliveira. Soggetto di Josè Règio. Estratti da Samuel Beckett e dal Libro di Giobbe. Adattamento e sceneggiatura di Manoel de Oliveira. Fotografia di Mario Barroso. Musiche di Joao Paes. Scenografia di Maria Josè Branco e Luis Monteiro. Costumi di Jasmim de Matos. Interpreti: Luis Miguel Cintra (l'intruso e Giobbe), Bulle Ogier (la prima attrice e la moglie di Giobbe), Axel Bougousslavsky (l'inserviente del teatro e Elifaz); Fred Personne (l'autore e Bildad), Wladimir Ivanovskij (lo spettatore e Zofar), Gregoire Ostermann (il proiezionista e Eliu), Heloise Mignot (la seconda attrice), Henri Serre (voce off), e molti altri. Durata: 87 minuti.
 
 
"Mon cas" è un film stupefacente, divertente e profondo, che lascia senza parole. Girato da un vero Maestro del cinema, termina con un finale magnifico, una delle sequenze più belle e più grandi nella storia del cinema, dove la scenografia ricostruisce il dipinto della Città Ideale conservato a Urbino (1480 circa, autore ignoto).
Si inizia in teatro, con un uomo (Luis Miguel Cintra) che fa irruzione sul palcoscenico vuoto, trafelato, scomposto, elegante ma con una giacca troppo grande per lui, dentro una scenografia liberty molto ben fatta, e si rivolge a noi (al pubblico) con queste parole:
« Signore e signori, il mio ingresso vi avrà sorpresi e avete ragione perché io non faccio parte della pièce. Ora vi spiego, in due parole, non c'è tempo da perdere. Ho saputo che il palcoscenico sarebbe rinasto deserto, sono riuscito a entrare dando uno spintone al guardiano (...) Come ben sapete, signore e signori, a teatro tutto è falso (...) tutto è commedia, tutto è teatro, sguazziamo nell'illusione come pesci nell'acqua (...) tutto è provvisorio, tutto è paccottiglia. Ed è qui che ha inizio il mio caso (...) »
 
Il suo caso , spiega, è importantissimo e riguarda tutti noi, dice che bastano due parole per raccontarlo ma poi parla d'altro, divaga, perde tempo, e viene infine raggiunto dal guardiano del teatro che cerca di portarlo via, perché la commedia sta per iniziare. Segue un alterco fra i due, interrotto dall'arrivo della prima attrice (Bulle Ogier), che avevamo già ascoltato in voce nei minuti iniziali del film, prima che facesse irruzione lo sconosciuto. La voce fuori campo diceva "m'ama, non m'ama", e ora prosegue sullo stesso tono perché sta preparando il suo monologo che fa parte di una commedia leggera, qualcosa tra Feydeau e Labiche. Intanto, l'inserviente e lo sconosciuto stanno ancora litigando: l'inserviente ha raccontato il suo caso, la moglie malata e i figli da mantenere, e ora rischia di essere licenziato per aver fatto entrare un intruso in teatro, e lo sconosciuto gli ribatte che è un caso banale, banalissimo, mentre il suo, il suo, invece...

 
Anche l'attrice entra nella discussione, che rischia di degenerare; arrivano poi l'autore della pièce, gli altri attori, infine uno spettatore, tutti parlano, tutti intenti a dire "io, io, io" nelle mille variazioni possibili del narcisismo quotidiano; alla fine cala il sipario. Cos'altro fare?

 
Cala il sipario, vediamo le due maschere del teatro greco (la tragedia e la commedia), si ricomincia da un secondo ciak dopo quello iniziale. Quello che vediamo è esattamente la stessa scena, ma in bianco e nero e senza sonoro. Si riparte da capo ma come se fosse un film muto in bianco e nero, gli stessi vaniloqui ma solo bocche e corpi che si agitano, resi ridicoli da una leggera accelerazione che evidenzia la mancanza di senso di ciò che fanno e dicono. Una voce fuori campo (Henri Serre) legge il testo di Samuel Beckett, tratto da "Pour finir encore et autres foirades":
Ho rinunciato prima di nascere. Non è possibile altrimenti. Doveva tuttavia nascere. Fu lui. Io ero dentro. E' così che io vedo la cosa. Ho rinunciato prima di nascere. Non è possibile altrimenti. (ripete) (qui musica e voci tipo Ligeti o Nono) E' così che io vedo la cosa. E' lui che ha gridato. E' lui che ha visto il giorno. Io non ho gridato. io non ho visto il giorno. E' impossibile che io abbia una voce. E' impossibile che io abbia dei pensieri. E parlo e penso. Faccio l'impossibile. Non è possibile altrimenti. (ripete) E' lui che ha vissuto. Io non ho vissuto. Ha vissuto male per causa mia. Lo racconterò, racconterò la sua morte. Mano a mano. Al presente. (ripete) La sua morte da sola non basterebbe. Non mi basterebbe. Se brontola, è lui che brontolerà, io non brontolerò. E' lui che morirà, io non morirò. Lo seppelliranno forse, se lo trovano. Io sarò dentro. (ripete) Marcirà. Io non marcirò. Resteranno solo le ossa. Io sarò dentro. Sarà solo polvere. Io sarò dentro. E' impossibile altrimenti. E' così che vedo la cosa. La fine della sua vita e la sua morte. Come farà a finire? E' impossibile che io lo sappia. Lo saprò a mano a mano. E' impossibile che io lo dica. (ripete)

 
E' impossibile che io lo dica. Lo dirò al presente. Non si tratterà più di me. Solo di lui, della fine della sua vita e della sua morte. Dei funerali, se lo trovano. E' là che finirà. (ripete) Non parlerò di vermi, di acqua e di polvere, non interessa a nessuno. A meno che io non mi annoi nella sua polvere. Mi stupirebbe, tanto quanto nella sua pelle. Qui, un lungo silenzio. Annegherà, forse. Voleva annegare. (ripete) Non voleva che lo trovassimo. Un'acqua profonda o una pietra al collo. Slancio spento come gli altri. Non voleva che lo trovassimo. Non può più volere niente. Ma un tempo voleva annegare. (ripete) Ma perché un giorno a sinistra? Perché non in un'altra direzione? Qui, un lungo silenzio. (ripete) Non ci sarà più "io". Non dirà mai più "io". Non dirà mai più niente. Non parlerà con nessuno. Nessuno gli parlerà. Non parlerà da solo. Non penserà. Andrà. Io sarò dentro. Si lascerà cadere per dormire. Ma non ovunque. (ripete) Dormirà male per causa mia. Si alzerà per andare più lontano. Starà male per causa mia. Non potrà più stare al suo posto per causa mia. Non c'è più niente nella sua testa. Ci metterò il necessario. Si lascerà cadere per dormire. Ma non ovunque. Dormirà male per causa mia. Si alzerà per andare più lontano. Starà male per causa mia.

 

Siamo al minuto 43, la sequenza di prima è stata leggermente accelerata. Qui cala il sipario, rivediamo le due maschere, poi c'è il terzo ciak e tutto ricomincia come nella prima sequenza, tornata a colori e con il sonoro. Stessa scena, da capo, ma i dialoghi sono su un nastro alla rovescia, incomprensibili e senza senso. Stavolta però sul palcoscenico, dopo cinque minuti, arriva un servo di scena che monta uno schermo cinematografico su cui viene proiettata la vera tragedia, quella reale. Non il nostro io, non il narcisismo o il solipsismo quotidiano ma la guerra e la morte, la malattia, l'inquinamento ambientale, lo spreco della Terra, il disprezzo del mondo che ci è stato affidato. Stavolta, tutti si fermano e guardano. La proiezione finisce con Guernica di Picasso; la musica è una pianola vaudeville, la stessa che avevamo ascoltato nel primo ciak. La proiezione non ha però smosso più di quel tanto i personaggi, che ricominciano con i loro vaniloqui alla rovescia. Si finisce ancora con lo spettatore, come le altre due.


 
Al minuto 50 comincia la sequenza del Libro di Giobbe; sul sipario non ci sono più le due maschere ma solo quella tragica, che diventa enorme nel primo piano. Dentro una scenografia tra De Chirico e Finale di partita (Beckett), sullo sfondo di una discarica e auto rottamate, vediamo Giobbe e sua moglie interpretati dallo sconosciuto e dalla prima attrice. Il testo è quello della Bibbia, il Libro di Giobbe; Giobbe mostra il volto orribilmente segnato dalla malattia, come è indicato nel Libro. Altri tre attori della prima parte interpretano i tre amici che parlano a Giobbe, la voce di Dio nel finale è un altoparlante (un vecchio trucco di teatro, dai tempi del Deus ex machina, ma funziona: Manoel de Oliveira gli dedica un primo piano).


 
A 1h24 vediamo Giobbe risanato, accanto a sua moglie, dentro una scenografia che ricostruisce la Città Ideale, tra gente serena e felice, fanciulle che gettano fiori. Non più tragedie, non più recriminazioni, la perfezione divina. Le fanciulle portano anche la Gioconda di Leonardo, che chiuderà il film. Siamo in teatro, ma in platea c'è una troupe che riprende il tutto, e che viene a sua volta ripresa da un'altra troupe (o da Dio?). La Gioconda è nel monitor in platea, Oliveira le dedica un primo piano che chiude il film, sul suo sorriso enigmatico.
 

Altri miei appunti presi durante la visione:
1) La prima parte è ispirata da un testo del portoghese Josè Regio, "O meu caso", che immagino introvabile in Italia. Seguono Beckett e il Libro di Giobbe. 2) nella prima parte, tutti si rivolgono verso la platea, ma in platea non c'è nessuno e Oliveira ce lo mostra apertamente. 3) bisogna fare attenzione a quando la prima attrice dice "en rat!" all'inserviente: le stesse parole le troveremo nel Libro di Giobbe 4) Probabilmente l'ispirazione per i discorsi "alla rovescia" nasce sempre da Samuel Beckett: in "Watt", parte III, a pagina 172 dell'edizione Sugarco 1994, quando Watt parla a rovescio. 5) Sul libro del "Castoro Cinema" dedicato a Manoel de Oliveira l'autrice Mariolina Diana cita Pirandello, a me è venuto in mente Slawomir Mrozek. 6) Sempre Mariolina Diana nel libro citato parla dei tre sguardi differenti: teatro, tv, video. 7) il film è tutto recitato in francese 8) l'intruso sconosciuto, oltre che scomposto ed elegante, è anche "incazzato nero" come il personaggio del comico italiano Gioele Dix di qualche anno fa. A lui fa da pendant, nel finale lo spettatore "cittadino qualunque" che vuole esprimere la sua opinione (il suo caso, anche lui!) 9) tutti gli attori sono molto bravi, spendo una parola per Bulle Ogier che non immaginavo così brava, dai film che ha recitato non l'avevo mai capito ma evidentemente il teatro era la sua dimensione, più del cinema. 10) nella prima parte, gli attori inciampano nel tappeto: un'altra gag da cinema muto. 11) il pianoforte che suona da solo (qui una pianola a rullo) rimanda a "La regola del gioco" di Jean Renoir. Luis Miguel Cintra, l'intruso sconosciuto, rimanda anche a un altro film di Renoir, "Le docteur Cordelier" (cioè Dr Jekyll e Mr. Hyde) 12) il dipinto che si vede nella scenografia liberty della prima parte (una donna sdraiata) è di Felix Vallotton. 13) la musica nel finale sembra di Erik Satie 14) il sorriso della Gioconda, come il primo piano della bocca della maschera tragica? 15) Un sorriso lo ha strappato anche a me, perché in scena c'è l'Autore, poi lo Spettatore in platea, eccetera (ma non è Trivio, e neanche Mrozek). (Quest'ultimo punto, per chi fosse interessato, rappresenta il "mio" caso. Ovviamente, non potevo tirarmi indietro - I beg your pardon...)

PS: l'abbinamento fra Beckett e il Libro di Giobbe è presente già in "Shakespeare nostro contemporaneo" di Jan Kott (pagina 111 dell'edizione italiana disponibile negli anni '80). In particolare, Jan Kott parla di "Atto senza parole". E' un libro famoso, più che probabile che Manoel de Oliveira lo abbia letto.
 


 

 
 

venerdì 6 settembre 2019

Inquietudine


Inquietudine (Inquietude, 1998). Regia di Manoel de Oliveira, Tre episodi tratti da "Os imortais" di Helder Prista Monteiro, "Suzy" di Antonio Patricio, "A mâe de um rio" di Agustina Bessa-Luis; adattamenti e sceneggiatura di Manoel de Oliveira. Fotografia di Renato Berta. Scene e costumi di Isabel Branco. Musica: Rachmaninov, Bruant (musiche del varietà, ballabili), musica liturgica greca e canzoni popolari greche.  Interpreti: primo episodio, Luis Miguel Cintra (figlio), Josè Pinto (padre) Isabel Ruth (Marta) secondo episodio: Diogo Doria (il dandy), David Cardoso (amico del dandy), Leonor Silveira (Suzy), Rita Blanco (Gabi). terzo episodio: Leonor Baldaque (Fisalina), Ricardo Trepa (l'innamorato), Irene Papas (madre di un fiume)  Durata totale: 110 minuti

"Inquietudine" di Manoel de Oliveira è formato da tre episodi molto ben collegati fra di loro; dato che questo non è spiegato con chiarezza all'inizio, la visione risulta un tantino problematica, anche perché i primi due episodi sono piuttosto criptici o lenti, e solo il terzo (quindi dopo un'ora e mezzo) è davvero un capolavoro.
Il primo episodio è "Os imortais", "Gli immortali", tratto da un racconto di Helder Prista Monteiro. Lo interpretano Luis Miguel Cintra (che è il figlio) e Josè Pinto (il padre); il figlio è sui sessanta, il padre di vent'anni più anziano, entrambi professori universitari. Il padre si è convinto che morendo si eviti la "divisione in due" del nostro essere, e quindi il raggiungimento dell'immortalità; cerca dunque di convincere il figlio ad ammazzarsi, e alla fine lo fa cascare dalla finestra col pretesto di sistemare una tenda. Il padre ha cercato di far pubblicare questa sua teoria, a più riprese; ci è perfino riuscito, ma la gente (chissà perché) si è invece convinta che sia arteriosclerosi. Nel cast anche Isabel Ruth, l'ex allieva di cui entrambi sono innamorati (ma ormai siamo tutti e due troppo vecchi, dice il padre). L'episodio, e quindi tutto il film, si apre su una meravigliosa stanza con lavagna, libri, scrivania (forse dentro l'università?) e con il padre che dice al figlio "màtete"; e termina con il suicidio del vecchio, deciso anch'esso a divenire immortale e ad evitare la "scissione in due parti" del suo essere.
Però poi si scopre che era una recita in teatro, tutti gli attori arrivano in palcoscenico a salutare e a prendere gli applausi, e cala il sipario. Tra gli spettatori ci sono Diogo Doria e David Cardoso, e da qui inizia il secondo episodio, "Suzy", scritto da Antonio Patricio.


Il secondo episodio è il meno interessante, anche se concerne l'origine dell'ispirazione poetica, la Musa. Che in questo caso è una prostituta d'alto bordo, bella ed elegante, Suzy (Leonor Silveira). Completa il cast Rita Blanco, che impersona un'amica di Suzy. Il personaggio affidato a Diogo Doria si innamorerà della giovane pur sapendo tutto di lei; è un diplomatico di professione ma si ritroverà suo malgrado, dopo questo incontro, a scrivere come un vero scrittore. Nel finale vediamo i due amici ancora insieme, mentre commentano la notizia della morte di Suzy a causa di un'operazione improvvisa.

 
E' a questo punto che il personaggio affidato a David Cardoso, sullo sfondo di una finestra con panorama molto bello (alberi e neve, ma vistosamente finto, disegnato) inizia a raccontare il terzo episodio, "Mâe de um rio", "Madre di un fiume", scritto da Agustina Bessa-Luis (un romanzo uscito nel 1971), che è molto bello ed è interpretato da Irene Papas, Leonor Baldaque e Ricardo Trepa.
Cardoso e Doria (i loro personaggi) davanti alla notizia della morte di Suzy concordano che "La vita è un mistero" e che "alla fine, tutto è legato". E' una riflessione su vita e morte, ma anche sulla creazione poetica e sull'immortalità; la morte e la poesia, la creazione del mondo, l'eterno ciclo di trasformazione della materia (e del pensiero?) che si svolge qui sulla Terra (e nell'universo intero?).
La morte è anche il motivo delle nostre riflessioni sull'aldilà, e da qui parte il racconto del personaggio affidato a Cardoso, una storia di immortalità (come nei due precedenti episodi, ma seria) e di stregoneria, o forse magia.
 

Siamo a Serra das Naves, in montagna, dove vive una ragazza detta Fisa, o Fisalina (Leonor Baldaque) che faceva sogni inspiegabili; l'immaginazione la tormentava, "sognava esseri dalle labbra di marmo che pronunciavano parole sconosciute" (il che mi rimanda al "Sogno degli eroi di Adolfo Bioy Casares).
Fisalina ha un ragazzo, interpretato da Ricardo Trepa, che però abita lontano; è il figlio del campanaro di un altro villaggio. Il ragazzo le dice che il suo paese (quello di Fisalina) è abitato da vecchi, che è fatto di pietra e che ci si perde dentro, e che i vecchi vanno in processione con la lanterna anche quando è giorno; e che vorrebbe tanto portarla via da lì. Fisalina lo ama molto, anche lei vorrebbe andar via, e stare con lui.
NARRATORE (voce fuori campo, minuto 6): Fisalina sapeva che nessuna ragazza se ne era mai andata, nessuna si era mai sposata fuori. Lei ora voleva sfidare quella vecchia legge, la sua anima aspirava a vincere e a trasgredire le leggi, anche quelle che non conosceva. Voleva trovare il modo di isolarsi. Provava collera, e l'amore le mozzava il respiro. Non sapeva se il suo amato sarebbe stato l'artefice della sua liberazione, o se lo aveva scelto come pretesto per trovare la forza di reagire.

 
Al minuto 12 (sui 37 totali di questo episodio) Fisalina si decide e va a trovare "la strega", cioè la "madre di un fiume". La strega è Irene Papas.
Irene Papas (recita in greco Esiodo, la Teogonia):
«Prima di tutto nacque il Caos,
poi la Terra dai larghi fianchi,
dimora sicura, offerta per sempre
a tutti i viventi. Da Baratro nacquero
Tenebre e Buia Notte. Dalla Notte (nikròs)
a sua volta nacquero Etere e Luce del Giorno.
Poi la Terra generò un essere uguale a lei,
capace di coprirla tutta intera: Cielo Stellato,
che doveva offrire agli dei felici
una dimora sicura per sempre.»
Esiodo, Teogonia. Ho usato la pronuncia moderna, quella antica si è perduta nei secoli; nessuno la ricorda, nemmeno io. Non canto più come un tempo, quando bevevo il succo dei corbezzoli; e i miei piedi non sentono più il mormorio della terra. Al villaggio mi hanno dimenticata, e io non conosco più i bambini delle nuove generazioni. I bambini, sono tutti uguali.
 

Fisalina: Che cosa vuoi da me?
Madre: Parla, non temere. Cosa devi dirmi?
Fisalina: Ho molte cose da dirti, Acqua Profonda. Ho sempre vissuto nel villaggio, sono ormai quasi vent'anni. Le vie mi seguono e si richiudono davanti a me, sono cresciute come spighe di pietra e ora non posso più uscirne. I muri sono cresciuti, le pietre si sono unite sempre di più. Come posso respirare, se non esco dai miei polmoni? Come posso vivere, senza smettere di sentire la terra sotto i piedi? Ascoltami, Madre di un fiume, io voglio camminare ma non so muovermi. Maledicimi, ma fammi essere libera.
Madre (a memoria, recitando): Il sole è fatto di fuoco e di sale. Chi è libero spegne il fuoco e disperde il sale, ma non ha più posto in questo mondo. (sospira profondamente) Come vorrei dimenticare! (poi, più dura) Tu chi sei? Cosa fai qui? E' tanto tempo che non vedo nessuno, non so più niente della gente, non ho più niente a che vedere con loro. (le si avvicina lievemente) I custodi della verità non sono eterni, devono essere sostituiti.
Fisalina: Va bene. Sono nata nel villaggio qui vicino, amo un ragazzo che ha dei bei denti, fremo quando mi cinge la vita, ma non so cosa fare per sposarlo. Non è mai accaduto da noi, mai (che una ragazza lasciasse il villaggio).
Madre (sorridendo): Lo so bene. Quando avevo la tua età mi piaceva stendermi nuda a contatto con la terra, e ascoltare il bisbigliare delle formiche che correvano tra i fili d'erba appena nati. La terra profumava di buono, i rospi si nascondevano nel fango dello stagno... (sorridono insieme)

 
Fisalina: In estate e in autunno mettevo nel mio grembiule delle pietre bianche, che usavo per proteggere le aiuole del giardino dove piantavo le genziane; ma la grandine le spazzava via. Non fa niente, non mi piacciono i fiori che durano troppo tempo. (si avvicina all'altra donna) O Acqua Profonda, perché sono sempre triste? (l'altra donna abbassa lo sguardo e tace) Anche quando posso mangiare un po' di carne, o quando vedo i passeri beccarsi i piedi al calore del sole, provo solo disperazione e una tenerezza mortale per tutto ciò che vive. E' forse amore? La presenza del mio amato non mi calma. Dimmi, come posso uscire dal villaggio, e fuggire col figlio del vecchio campanaro? La mia bocca sa dire solo menzogna.
Madre: (le mostra le sue dita d'oro, le avvicina alla candela)
Fisalina: O Acqua Profonda, scopri il mio cuore; io non posso farlo.
Madre: (si alza, la prende per mano, le indica il cunicolo che introduce alla grotta-labirinto): Va'.
Fisalina inizia il percorso iniziatico nel labirinto, che però noi vediamo come un semplice corridoio con candele accese sui due lati; poi l'acqua sgorga davanti a lei, è nato un fiume...)
Fisalina: E' dunque vero, Madre di un fiume? Mi hai liberata?
Si volta, ma l'altra, che la seguiva, adesso non c'è più. E' l'altra donna che è libera, Fisalina ha ormai preso il suo posto.
Al minuto 22, mentre scrive alla luce della candela, a casa sua, Fisalina si accorge di avere le dita d'oro.

 
NARRATORE (voce fuori campo): Fisalina si ricordò i versi di Esiodo che la Madre di un fiume le aveva letto, pronunciandoli con accento moderno perché quello vecchio si è perso. Aveva detto:«nessuno lo ricorda, neanche io». I versi così recitavano:
Dunque, per primo fu il Caos
e poi Gaia (la Terra, nell'originale portoghese)
dall'ampio petto e dalla forma mai vista prima.
Dal Caos nacquero Erebo e Nera Notte;
Notte, unita ad Erebo in amore, concepì Etere e Giorno.
Gaia per prima generò, simile a sè, Urano Stellato (o "cielo stellato")
che la avvolgeva tutta intorno.
Fisalina guardò la finestrella, e una strana sensazione le pervase il corpo, percepì una relazione complice tra le sue dita d'oro e le stelle del cielo.


Da qui in avanti, la ragazza dovrà nascondere le dita sotto i guanti, e stare molto attenta nei suoi comportamenti: disegnare per terra con un filo di paglia (Archimede?) è cosa che turba i suoi vicini (analfabeti?). Ora Fisalina non sente più l'urgenza di andar via dal villaggio, c'è qualcosa che la trattiene; e anche il fidanzato viene visto in maniera diversa, con sempre maggiore indifferenza.
Al minuto 28 c'è un incontro tra Fisalina e il fidanzato, durante il quale lui inizia in modo felice ma poi si rende conto della freddezza di lei.
FIDANZATO: ...anche nel mio villaggio c'è una cisterna; quando guardo il suo interno buio vedo l'acqua profonda scintillare; allora dico il tuo nome, e l'eco me lo ripete mille volte: Fisalina...
(il ragazzo è figlio di un campanaro, significa qualcosa?) (queste scene ricordano molto Raul Ruiz, il film è del 1998)

 
Infine, al villaggio c'è la Processione del Cristo Morto: che non è un'invenzione ma avviene realmente, il nome del paese è Alvite, in portoghese Alveus. (alveo, letto di un fiume, madre di un fiume?). Durante la processione, le donne si accorgono delle dita d'oro di Fisalina; lei si inginocchia davanti alla Croce, reverente, ma si segna con la sinistra; deve scappare. Le donne la inseguono gridando "a bruja", "la strega". (si pronuncia quasi come Bruges in francese, come se non ci fosse la a finale). A questa scena è presente anche il fidanzato; che ne è sconvolto e sale sul campanile, suonando insieme tutte le campane "come fece nel giorno in cui suo padre morì".
NARRATORE (minuto 33): Anche i custodi dello spirito umano devono essere sostituiti, e le acque della saggezza abitate da nuovi maestri. Fisalina, incauta e predestinata, ora vive ai piedi dell'Acqua Profonda. Lì aspetterà altri mille anni prima di scambiare il suo destino con qualcun altro. La gente di Alvite, il vecchio villaggio di Alveus, esiste ancora; ma non si conosce più questa storia. Le donne, tuttavia, d'inverno portano ancora guanti che lasciano scoperte le dita: dicono che sono più comode per filare la lana. Non sarà che forse temono le dita d'oro, e stanno attente?
Qui finisce il film. Diogo Doria e David Cardoso sono nella stanza dove era iniziato il racconto, "Inquietudine" di Manoel de Oliveira è finito, forse le tre storie sono la stessa storia.

 
La musica del film: nel primo episodio (Gli immortali) c'è il secondo concerto per pianoforte di Rachmaninov, nel secondo (Suzy) ci sono musiche del varietà, tango, tutti i titoli e gli esecutori sono indicati nei titoli di coda. In "Madre di un fiume" ascoltiamo canzoni popolari greche cantate da Irene Papas e - nei titoli di coda - rielaborate per pianoforte da Jean François Auger.
Nei primi due episodi si vedono il Teatro Sâo Paulo di Oporto e il Casinò di Madrid; il villaggio è probabilmente proprio Alvite.
Il dettaglio delle dita d'oro è nella fiaba "La figlia della Madonna" dei Grimm; le dita d'oro sono associate alla visione della Trinità (vedere)

 
 
 
 
 
  


venerdì 12 ottobre 2012

L'opera al cinema ( XIX)

E’ un’opera lirica vera e propria “Os canibais” (I cannibali) di Manoel de Oliveira, girato nel 1988. La musica è di João Paes, amico personale del regista portoghese, e rovistando su wikipedia ho scoperto che il film nasce da una scommessa fra i due amici, con Paes che dice “non saresti capace di fare un film partendo da un’opera nuova” e Oliveira che accetta la sfida, riservandosi comunque di scegliere l’argomento. E qui, dopo aver visto il film dall’inizio, posso dire che cominciano le mie perplessità: amo molto il cinema di Manoel de Oliveira, ma “Os canibais”, pur essendo un film molto ben girato e molto ben recitato, è forse il suo film che mi ha lasciato più perplesso. I motivi sono principalmente due, e si tratta proprio della musica e del soggetto dell’opera. La musica di Paes per “Os canibais” (è un musicista che non conoscevo), è fatta quasi completamente da recitativi sullo stile di molte opere del Novecento, da Malipiero fino a Britten passando per Mascagni; ma non mi è rimasto in mente nulla, e devo anzi dire che, pur essendo abituato ai film sottotitolati, ho fatto molta fatica a seguire tutto fino in fondo.
Il secondo problema è nel soggetto, che è tratto da un racconto ottocentesco di Alvaro de Carvalhal (1844-1868, morto giovanissimo per un aneurisma), non propriamente dei più felici. Siamo tra l’horror e il grottesco: in una città portoghese non identificata arriva un uomo molto ricco e molto affascinante, che fa innamorare ogni donna che lo incontra, ma che si dimostra molto schivo e riservato. Nasconde infatti un segreto, che rivelerà la prima notte di nozze con la ragazza che nonostante tutto ha voluto sposarlo, e che io mi permetto di scrivere qui perché immagino che saranno in pochi a leggere Carvalhal o a voler seguire fino in fondo “Os canibais”: quest’uomo è un automa, le uniche parti umane sono il cuore e il cervello.
Il cannibalismo a cui fa riferimento il titolo nasce da un tragico equivoco (ovviamente la storia finisce in tragedia), ma anche volendo provare a dare al tutto un significato vagamente marxista (i parenti della sposa diventano definitivamente dei cannibali quando si rendono conto che dalla tragedia si possono ottenere molti soldi), è difficile appassionarsi alla vicenda.
Insomma, l’idea era buona ma si poteva scegliere meglio; il film resta comunque da vedere, molte sequenze sono notevoli. Fra le idee buone c’è sicuramente la coppia formata dal narratore (tenore) e da un violinista giovane che appare alle sue spalle, e che rappresenta Paganini eseguendo alcune delle sue musiche più famose; i protagonisti sono interpretati da attori doppiati da cantanti, ed è un doppiaggio molto ben fatto, sembra davvero che ci siano dei cantanti davanti alla cinepresa. Per chi conosce il cinema di Oliveira è invece un’impressione strana, perché gli attori sono molto noti: Luis Miguel Cintra, Leonor Silveira e Diogo Doria appaiono in quasi tutti i film del maestro portoghese. Un po’ come se da noi qualcuno avesse girato un film d’opera con Nino Manfredi e Claudia Cardinale doppiati da cantanti d’opera veri, insomma. I nomi dei cantanti veri sono riportati nei titoli di coda, sono tutti molto bravi ma poco conosciuti.
Passando in rassegna i film girati da Ugo Tognazzi, man mano che li trovo nella programmazione televisiva, ho avuto la sorpresa di trovarmi davanti a Mario Del Monaco, in un’ottima prova di attore caratterista. Il film è “Primo amore”, anno 1978, regia di Dino Risi; Tognazzi vi interpreta la parte di un attore tra i cinquanta e i sessant’anni che si trova a passare un breve periodo in una casa di riposo per attori anziani. Si tratta di una collocazione temporanea, presto arriverà la somma cospicua che aspetta, e potrà tornare a progettare il suo futuro; ma per il momento deve scontrarsi con il militaresco e severissimo direttore della casa di riposo, che è per l’appunto Mario Del Monaco. In gran forma, viene da dire, e perfetto per la parte: i suoi “duelli” con Tognazzi sono la cosa migliore del film, che comincia bene ma poi si perde un po’ per strada, ed è un peccato. Nel cast ci sono anche Ornella Muti, molto giovane, e Caterina Boratto.
Mi sono quindi chiesto se Del Monaco abbia interpretato altri film come attore, e da una veloce ricerca su www.imdb.com ho ricavato questi titoli:
- L’uomo dal guanto grigio, 1948, regia di Camillo Mastrocinque (classificato come “crime”)
- Guai ai vinti, 1954, regia di Raffaello Matarazzo
- Schlussakkord, 1960, film tedesco con regia di Wolfgang Liebeneiner
e infine “Primo amore”, 1978, regia di Dino Risi. Sono molto più numerose le sue apparizioni come cantante. Tre di questi film non vanno dimenticati, e sono: 1) “Verdi” di Matarazzo, 1953, dove Giuseppe Verdi è Pierre Cressoy e Mario Del Monaco impersona il tenore Tamagno, primo interprete dell’Otello; 2) “Casa Ricordi” di Carmine Gallone, 1954 3) il “Puccini” tv del 1973, regia di Sandro Bolchi.
Mario Del Monaco nacque nel 1915, e morì nel 1982: “Primo amore” è dunque una delle sue ultime apparizioni in pubblico.
Scorrendo la lista degli interpreti di “Citizen Kane” di Orson Welles (1941, da noi conosciuto col titolo “Quarto potere”) ho trovato anche il nome di John McCormack; mi sono chiesto se fosse davvero il grande tenore irlandese oppure un suo omonimo, e la risposta è che si tratta proprio di lui. Nei titoli di testa il suo nome non c’è, ma nei libri è indicato che appare brevemente come “un uomo che canta alla festa per l’arrivo di Kane alla direzione dell’Inquirer”. Sono andato a controllare, ma non sono riuscito a individuare McCormack: si tratta di una festa con ballerine danzanti, c’è molta gente, non saprei dire. Welles fa un primo piano sull’uomo che conduce la danza, ma non credo che sia lui.
Sempre da www.imdb.com ho appreso che John McCormack ha un ruolo nel primo film americano a colori, “Song of my heart” del 1930, regia di Frank Borzage; sembrerebbe essere il protagonista del film, il nome del suo personaggio è Sean e con lui recitano Maureen O’Sullivan e Alice Joyce.
McCormack compare anche in “Wings of the morning” (Sangue gitano, 1937) accanto a Henry Fonda e all’attrice francese Annabella, e nel documentario “Cavalcade of Faith”, sempre del 1937. La lista degli “interpreti” di questo documentario è davvero curiosa: un papa, molti cardinali, ministri e capi di Stato incluso il buce. La spiegazione l’ho trovata su wikipedia in inglese: Mc Cormack ebbe il titolo di conte, non dalla regina d’Inghilterra ma dal papa, che era Pio XI; pare infatti che il tenore irlandese sia stato molto generoso in opere di carità. Si tratta probabilmente di un cinegiornale: accanto al papa e a John Mc Cormack c’è anche il cardinale Pacelli, che di lì a poco sarebbe diventato papa Pio XII.
Sempre in tema di attori, altre due curiosità: la madre di Sandra Bullock era una cantante d’opera; suo padre insegnava “educazione della voce“ ai cantanti d’opera (la fonte è un’intervista a L’Espresso del18.02.2010)
Il baritono inglese Thomas Allen canta la Marsigliese in “Lady Henderson presenta” di Stephen Frears, un film del 2005; mi ero chiesto chi era perché la cantava molto bene, così bella non l’avevo mai ascoltata. Il film racconta la storia vera di un teatro di vaudeville inglese negli anni ’40; è piacevole ma non memorabile, speravo in qualche bel brano di musica di cabaret ma non c’era niente di davvero bello.
(qui sotto, Sandra Bullock)
(continua)

domenica 8 gennaio 2012

Parola e utopia

Parola e Utopia (Palavra e utopia, 2000) Regia di Manoel de Oliveira. Fotografia di Renato Berta. Scenografia Rui Alves. Costumi Isabel Branco. Musiche originali di Carlos Paredes e Massimo Scapin. Con Luis Miguel Cintra, Ricardo Trepa, Lima Duarte (padre Vieira nelle tre diverse età), Renato De Carmine (padre Cattaneo), Miguel Gulherme (padre Soares), Diogo Doria (l’inquisitore), Leonor Silveira (regina Christina), Duarte de Almeida (papa Clemente X) Rogerio Vieira (re Joao IV) e molti altri. Girato a Roma, Londra, Parigi, Salvador de Bahia Durata: 130 minuti

E’ una biografia del gesuita padre Antonio Vieira, figura importante nella storia del Portogallo, nato nel 1608, amico degli indios e dei negri, grande predicatore. Il film è visivamente bellissimo, ricorda Paradzhanov nei suoi passaggi più visionari e fantastici, e Rossellini nei momenti storico-descrittivi; la luce è speso quella di Vermeer e di Rembrandt, il colore rosa del convento è stupendo. Vermeer, ma a volte Hopper: come la finestra a 1h22’. Insomma, un Manoel de Oliveira al quadrato, bello come “Le soulier de satin”. Le difficoltà vengono dall’argomento, che è strettamente legato alla storia del Portogallo (che io conosco pochissimo), e ai sermoni originali di padre Vieira, belli e spesso surreali (come la predica sul polipo) ma spesso assai difficili. Segnalo anche la grande bellezza dei crocifissi scelti da Oliveira per questo film, e le chiese e i pulpiti che fanno da sfondo alle prediche di Vieira.
Leggendo le recensioni su questo film (pochine e quasi tutte annoiate) viene da pensare una volta di più che fare il critico cinematografico di mestiere non è esattamente un piacere, non sempre almeno. Per fortuna, oggi il mestiere di critico (cinematografico, letterario, musicale, d’arte) è ormai quasi definitivamente estinto, soppiantato dal marketing e dalla pubblicità; e si parla quasi soltanto di film facili e commerciali; quindi si può anche evitare di raccontare i film belli e originali, a chi vuoi che importino. Per parte mia, sono invece contentissimo di aver visto questo film, e ringrazio Ghezzi e Raitre che lo hanno trasmesso, sia pure nottetempo (come si conviene ormai ai capolavori), e ringrazio anche l’invenzione degli apparecchi per registrare le immagini, altrimenti non sarei mai riuscito nemmeno a conoscere Manoel de Oliveira.
Nel frattempo, ho imparato qualcosa che non sapevo (altro grave difetto, visti i tempi che corrono). Questa breve biografia di padre Vieira viene da un sito di numismatica, “Numismatica e storia” http://numistoria.altervista.org/  da dove ho preso anche le immagini.
Padre António Vieira (Lisbona, 6 febbraio 1608 – Salvador de Bahia, 18 luglio 1697) è stato un gesuita, missionario e scrittore portoghese. Si tratta di uno dei personaggi più importanti del secolo XVII in campo politico, distinguendosi anche come missionario in Brasile. In questa veste difese infaticabilmente i diritti umani degli indigeni, combattendo le esplorazioni e la schiavitù. Veniva chiamato Paiaçu (Padre Grande). Nato da un copista della Inquisizione a Lisbona, all'età di sei anni, nel 1615, andò a raggiungere il padre che anni prima si era trasferito in Brasile, a Salvador de Bahia. Fu educato nell'unica scuola presente allora, il collegio gesuita di Bahia; entrò al noviziato gesuita nel 1623. A causa dell'invasione olandese in Brasile, António Vieira fu costretto a rifugiarsi nelle zone interne del paese; qui sentì la vocazione missionaria e nel 1625 pronunciò i primi voti. All'età di diciotto anni iniziò a studiare presso il collegio di Olinda, dove approfondì la retorica, la logica, la fisica, la matematica, l'economia e la teologia dogmatica. Nello stesso periodo scrisse le lettere annuali della provincia. Nel 1635 fu ordinato presbitero e iniziò presto a distinguersi come oratore: i tre sermoni patriottici che pronunciò a Bahia negli anni 1638-40 si connotano per la loro potenza di immaginazione e per la dignità del linguaggio. In partiocolare, il sermone per la vittoria del Portogallo sull'Olanda è stato commentato da Abbé Raynal come "il discorso più straordinario mai sentito da un pulpito cristiano". La sua opera ha ispirato il film Parola e utopia di Manoel de Oliveira. Nel gennaio 2011 la zecca del Portogallo ha emesso una moneta d'oro del valore di 1/4 di euro (25 centesimi) a lui dedicata. Essa fa parte della serie Portugal universal, composta da nove monete dedicate a importanti personaggi della storia portoghese. La moneta è in oro puro, pesa 1,56 grammi ed ha un diametro di 14 millimetri; la tiratura è di 10.000 pezzi.
All’inizio del film, il giovane Vieira prende i voti giurando fedeltà al Papa, ma promettendo a se stesso e a Dio di aiutare gli indios e i neri (l’impero coloniale portoghese, dall’Africa al Brasile), dei quali si dispone ad imparare le lingue. Inizia presto a predicare.
VIEIRA: ...si pensa che la maggiore preoccupazione dell’uomo sia il cibo. Guardatevi attorno, e vedrete come tutto si riduce nella ricerca di qualcosa da mangiare. Che cosa fa il contadino quando ara la terra, la scava, la irriga, la monda, la semina? Cerca il cibo. Che cosa fa il marinaio quando issa le vele, scandaglia il fondale, lotta contro le onde e contro i venti? Cerca il cibo. E lo studente quando prende appunti, scorre i libri, si rovina gli occhi per leggere? Cerca il cibo. Tutto si risolve nella ricerca del cibo, e tutte le energie vengono spese per trovarlo.  Non c’è terra più difficile da governare della propria patria, e non c’è ordine più mal tollerato e mal eseguito di quello dato da un nostro pari.
(minuto 20)
Vieira parla qui del potere temporale, dopo aver parlato del potere spirituale:
VIEIRA: ...lanciare fulmini, scuotere il mondo con i tuoni, assalire torri, saccheggiare case, ammazzare uomini: tutto è molto facile per chi ha il potere e abusa di esso.
Sullo sfondo, un grande crocifisso; dietro ancora, la Morte: un santo col teschio in mano, in una statua che sembra una vera figura umana. Alla fine di questo sermone, padre Antonio Vieira viene arrestato. Nella cappella vuota, una colomba vola cercando inutilmente di uscire.
Sono gli anni in cui Giovanni IV (Joao IV) separa il Portogallo dal Regno di Castiglia.

Al minuto 25, padre Antonio viene espulso dal suo Brasile. La predica seguente è letta mentre scorrono immagini di onde sul mare aperto (l’Oceano):
VIEIRA: ...ma già che siamo negli anfratti del mare, prima di uscirne fuori vi troviamo fratello polipo: a cui vengono rivolte lagnanze, e grandi. Il polipo, con quel suo cappello in testa, sembra un monaco; con quei raggi distesi, sembra una stella; con quel suo non avere né osso né spine sembra l’immagine della mitezza e della mansuetudine. E sotto quest’apparenza così modesta, questa ipocrisia così santa, testimoniano concordemente i due grandi dottori della Chiesa, il greco san Basilio e il latino sant’Ambrogio, che il suddetto polipo è il più grande traditore del mare. Oh grande lode veramente ai pesci, e grande ignominia e confusione agli uomini.
La nave fa naufragio, si capovolge e poi ritorna dritta; prima ancora era stata assaltata dai pirati olandesi. Don Antonio Vieira sbarca alle Azzorre, dopo il naufragio, prima di tornare in Portogallo, e ringrazia il Signore citando Giona.
A Coimbra, nel 1663, è sotto processo: è lì che inizia il film. Questa prima parte è in flashback, o quasi.
Il 23 dicembre 1667 Vieira viene condannato: gli si vieta di predicare e viene rinchiuso in un convento. Però il suo accusatore muore pochi giorni dopo, e il primo gennaio del 1668 viene deposto Alfonso VI. A giugno padre Antonio è libero, e nel 1669 viene mandato a Roma a perorare la beatificazione di Ignacio Acevedo e anche per precauzione. A Roma padre Antonio Vieira fa le sue prediche dalla Chiesa dei Portoghesi, e diventa presto celebre. Conosce e frequenta anche Cristina di Svezia.
Qualche notizia storica, presa dalla Garzantina:  Cristina di Svezia (1625-89) figlia di Gustavo Adolfo, regina di Svezia dal 1632 al 1654. Fu donna colta e sovrana illuminata; abdicò a favore di Carlo X Gustavo, e si convertì al cattolicesimo. Dopo aver abdicato si trasferì a Roma, e nel suo palazzo romano nacque l’Accademia Clementina (il papa era Clemente X), punto d’origine del movimento dell’Arcadia. Clemente X fu papa dal 1670 al 1676, il romano Emilio Bonaventura Altieri, eletto al soglio in età avanzata (era nato nel 1590). Prima di lui Clemente IX , il pistoiese Giulio Rospigliosi, papa per soli due anni. (nell'immagine qui sotto, la regina Cristina è con Cartesio)
Questo sermone parla del Portogallo: Vieira si riferisce a una leggenda sui 30 denari di Giuda, parte dei quali sarebbero stati spesi per una piccola terra, appunto il Portogallo.
VIEIRA: ...nascere piccolo e morire grande è arrivare ad essere uomini. Per questa ragione Dio ci ha concesso così poca terra per i nostri natali, e così tanta per la nostra sepoltura. Per nascere poca terra, per morire tutta la terra. (minuto 47)
Al minuto 50, davanti a Cristina di Svezia, due musici e due cantanti (un bambino e un tenore) terminano una Cantata su David.
VIEIRA: Mirabile fu David nell’arpa, e mirabile nella fionda. Con l’arpa cacciava i demoni, con la fionda ammazzava i giganti. Queste sono le due azioni o le due scene di questo nostro gran teatro. Arpa e fionda, coro e pergamo, musica e predica, ambedue per lo stesso fine. La musica è come l’arpa di Davide non è solo per ricreare i sentimenti e per cacciar via dal cuore di Saul lo spirito maligno che, come padre della discordia, ancor per antipatia naturale, è nemico della consonanza. La predica è come la fionda di Davide, non serve per gioco o per tirare all’aria ma è per ferire, per uccidere, per gettare ai piedi di Dio i suoi nemici, tanto più quanto più sono grandi.  Dividendo dunque il teatro, e cedendo a ciascuno lo strumento che gli appartiene, ai musici lascio io l’arpa, e per me prendo la fionda. Spiriti romani e generosi, se volete statue nel Campidoglio, o di questo o dell’altro mondo, sappiate che ognuno in capo suo porta la miniera dei metalli. Se vi conoscerete come corpo, tutta la statua sarà di creta; se vi conoscerete come anima, tutta la statua sarà d’oro. Conoscetevi nobilmente, e questo basta. (...)
Poi si fa scappare due parole in portoghese, e Cristina di Svezia ride; ma Vieira prosegue nel sermone, rivendicando il diritto a usare ogni lingua, pur nel rispetto per il latino. Nella scena seguente, sempre di fronte alla regina Cristina, disputa con Geronimo Cattaneo (interpretato da Renato De Carmine) su Democrito ed Eraclito, cioè sul riso e sul pianto: dice che il pianto è la ragione (ma prima aveva fatto scegliere a Cattaneo, e Cattaneo aveva scelto il riso).
Vieira viene benedetto da papa Clemente X, e poi gira l’Europa (Olanda e Francia) discutendo con calvinisti e rabbini. Torna anche in Spagna e in Portogallo, pur tenendo presente l’Inquisizione spagnola che ancora lo tiene sotto processo. Ha i primi problemi con la vista e comincia a portare gli occhiali, che non ama.
A 66 anni dice che sono già 35 volte che attraversa l’Oceano: «Che cosa sa chi ha visto il mare solo da terra?»
Conflitti fra il re del Portogallo e il Papa, che si lamenta di non ricevere gli atti dei processi dell’Inquisizione. Il re la ritiene un’ingerenza. A Roma, è amico di padre Giampaolo Oliva.
Nel 1681, a settant’anni passati, chiede al re di tornare in Brasile, e viene accontentato. In Brasile avrà ancora problemi, perché difende con toni accorati e veementi i negri e gli indios; verrà per questo nuovamente sospeso come tanti anni prima. «Né di vivere né di morire mi è accordato...» (a 1h54’)
Vieira si rivolge al suo superiore, il padre generale dei gesuiti, che gli “renderà” la voce di cui era stato privato: ma la lettera giunge quando padre Antonio Vieira è già morto. «Tutto è vento, tutto è fumo» sono le sue ultime parole.
Oltre ai sermoni, padre Vieira scrive libri come “La storia del futuro” (del Portogallo) e “Clavis prophetarum”: tra le cose che gli rimproverava l’Inquisizione c’era anche questa sua passione per i profeti e per le profezie.
Il film dura due ore e cinque minuti, poi c’è una serie di frammenti: una sequenza degna di Dreyer, impressionante, appare dopo la fine. Sul letto di morte, padre Antonio si rialza tre-quattro volte, per poi giacere definitivamente. «Non temo la morte, temo l’immortalità», dice la sua voce fuori campo, da un suo sermone. All’inizio e alla fine l’attore Lima Duarte legge brani di Vieira accompagnato da un sitar.
Duarte interpreta nel film padre Vieira da vecchio. Padre Vieira da ragazzo è Ricardo Trepa, nella parte centrale della sua vita l’interprete è Luis Miguel Cintra, mentre la regina Cristina è interpretata da Leonor Silveira. Nel film si cita anche «Sei stato pesato e sei stato trovato mancante», frase del profeta Daniele a re Baldassarre: è “mané, techel, farès”.