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venerdì 10 luglio 2020

Non toccare la donna bianca



Non toccare la donna bianca (1974) Regia di Marco Ferreri. Scritto da Marco Ferreri e Rafael Azcona. Fotografia di Etienne Becker. Musiche di Philippe Sarde, con citazione dal "Gianni Schicchi" di Puccini. Interpreti: Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Michel Piccoli, Henri Piccoli, Alain Cuny, Serge Reggiani, Catherine Deneuve, Monique Chaumette, Paolo Villaggio, Franco Fabrizi, Danny Cowl, Franca Bettoia, Marco Ferreri, Francine Custer, Gianmarco Tognazzi, e molti altri. Durata: 1h45'

"Non toccare la donna bianca" esce nel 1974, subito dopo "La grande abbuffata" e subito prima di "L'ultima donna"; è il periodo di maggior successo per Marco Ferreri, che può contare su attori amici e complici, tutti di grandi qualità e di grande popolarità. Il punto di partenza è il western classico, e più precisamente uno dei grandi momenti dell'epica americana, la battaglia di Little Big Horn con Toro Seduto, il generale Custer e il Settimo Cavalleggeri, ma tutto rivisitato in una maniera a metà strada fra la satira politica e il puro divertimento, come se autori e attori fossero tornati bambini e volessero giocare ai cowboys e agli indiani.


Visto da oggi, dopo più di quarant'anni, la prima impressione è che il divertimento venga prima di ogni altra cosa: il film è divertente e tutti i partecipanti vi appaiono molto divertiti, è un bel gioco e si gioca. Dietro ci sono discorsi seri e profondi: gli indiani, Custer, la proprietà privata, bisognerebbe riparametrarsi a quel 1974 e non è sempre facile anche se alcuni temi si colgono ancora, come il personaggio collegato alla CIA (interpretato da Paolo Villaggio) che fa pensare a Henry Kissinger, al colpo di Stato in Cile del 1973, a Piazza Fontana (1969), e prima ancora a Mossadeq in Iran (anni '50), alla morte di Enrico Mattei, e a tanto altro ancora. Tutto però è volto in gioco, in scherzo, e penso che sia quasi impossibile per una persona che ha meno di trent'anni riuscire a capire bene cosa succede in "Non toccare la donna bianca"; e probabilmente anche chi ha più di quarant'anni avrà perso la memoria su cosa succedeva in quegli anni, e che purtroppo continua a succedere ancora (non da noi, per ora, per nostra fortuna).


Per divertirsi con "Non toccare la donna bianca", inoltre, bisogna aver visto tanti western, ma proprio tanti, e di quelli veri; per mia fortuna, ho l'età giusta per poter capire e gustare le molte citazioni presenti nella sceneggiatura, ma non è detto che sia così per tutti. Un titolo di riferimento, quasi d'obbligo, è "Il massacro di Fort Apache" di John Ford, del 1948, con Henry Fonda e John Wayne, dove il nome di Custer non viene mai fatto ma dove i riferimenti a Custer sono molti e molto evidenti; e magari anche "Piccolo grande uomo" di Arthur Penn (1968), ma va detto che i film americani su Custer e sul Settimo Cavalleggeri sono molti e l'elenco sarebbe molto lungo. Gli indiani di Ferreri sono rifatti sui modelli presenti in quei film, non c'è razzismo in "Non toccare la donna bianca" ma solo citazione, parodia, voglia di giocare; alla fine, inoltre, sono proprio gli indiani a vincere.

"Non toccare la donna bianca" è stato girato all'interno del grande cantiere parigino presente all'inizio degli anni '70 sull'area dove c'erano Les Halles e oggi c'è il Beaubourg; per maggiori dettagli metto qui un link molto utile. 
Gli attori sono tanti, e tutti meriterebbero una citazione ma proprio perché sono tanti si rischierebbe di fare confusione, perciò mi limito ai personaggi principali cominciando dagli indiani: Alain Cuny è Toro Seduto, Serge Reggiani è il Matto (profetico e nudo, alla fine capo politico che porta alla vittoria i suoi), Henri Piccoli è il padre di Toro Seduto, che ucciderà Custer; nella vita reale era il padre di Michel Piccoli e questo è il suo unico film.
Mastroianni è Custer, Noiret è il generale Terry (sarebbe il capo di Custer, ma la gente reclama Custer, molto più popolare). Tognazzi è Mitch il meticcio, guida indiana di Custer: è a lui che Custer si rivolge con la frase del titolo, più di una volta. Mitch ha per moglie Franca Bettoia (moglie di Tognazzi nella vita reale) e per figlio Gianmarco Tognazzi (ancora bambino). Franco Fabrizi è il fratello di Custer, che gli tiene in ordine i conti; Danny Cowl è il maggiore Archibald, che impaglia i cadaveri usando carta di giornale, e Michel Piccoli è Buffalo Bill. Catherine Deneuve e Monique Chaumette sono le dame di carità e infermiere, Paolo Villaggio è un sedicente antropologo in realtà membro della CIA (riferimenti a Kissinger, al Cile...). Marco Ferreri è un giornalista e fotografo, Francine Custer (sic) è la figlia del generale Terry.
Molti attori non italiani parlano con la loro voce, come Reggiani e la Deneuve, altri sono doppiati (Piccoli, Noiret, Cuny). Le musiche sono di Philippe Sarde, e comprendono anche una citazione da Puccini, l'aria famosa "O mio babbino caro" dall'opera "Gianni Schicchi".




(le immagini vengono dal sito www.imdb.com, 
il poster qui sopra è opera di Moebius, 
che nel 1974 si firmava ancora con il suo vero nome, Jean Giraud)


venerdì 10 gennaio 2020

Come sono buoni i bianchi


Come sono buoni i bianchi! (1988) Regia di Marco Ferreri. Scritto da Rafael Azcona, Marco Ferreri, Evelyne Pieiller, Cheik Doukouré. Fotografia di Angel Luis Fernandez Musiche di Mozart, Verdi, ritmi e musiche africane (vedi lista) Interpreti: Michele Placido, Maruschka Detmers, Sotigui Kouyaté, Nicoletta Braschi, Michel Piccoli, Jean François Stevenin, Juan Diego, Katoucha Niane, e molti altri. Durata: 98 minuti
 
"Come sono buoni i bianchi" di Marco Ferreri è del 1988, e vede un gruppo di cinque camion partire per il Sahel carico di beni alimentari per i bambini africani, pasta e pomodoro soprattutto. Un'ottima idea, ma l'organizzazione non è delle migliori e i collaboratori locali (bianchi e neri, europei e africani) si rivelano inaffidabili. Inoltratisi nel deserto, da un certo momento quasi perduti ma sempre in contatto radio con il campo base, incontrano già la guerriglia islamica, i Fratelli Musulmani che stanno arrivando anche nelle residue zone animiste, ma in qualche modo riescono sempre a cavarsela, anche se la missione umanitaria difficilmente andrà a buon fine. Non sappiamo se il carico dei camion arriverà a destinazione, ma assistiamo alla lenta e contrastata nascita di un amore, quello tra un camionista (Michele Placido) e una giovane donna del gruppo (Maruschka Detmers). L'inizio è dei peggiori: la ragazza olandese si trova in mezzo ad entusiasmi "pasoliniani", molto rustici (del tipo di quelli che si vedono nei film di Pasolini sui borgatari romani: "ahò, ci sono le donne!"), però poi il viaggio è lungo e le difficoltà uniranno la coppia. "Come sono buoni i bianchi" è però stretto parente di "Il seme dell'uomo" (sempre Ferreri, nel 1969): quando la coppia nasce e si intravvede un futuro, ecco la catastrofe beffarda.
 

La carovana dei benintenzionati, tutti un po' fessi, è la perfetta rappresentazione non del 1988 ma dell'oggi: non abbiamo una percezione reale dei nostri bisogni, pensiamo che siano importanti cose che non lo sono affatto, e non siamo pronti alla rivelazione dell'inutilità di gran parte degli oggetti e delle usanze quotidiane che ci portiamo dietro. E non è l'Africa il luogo, Ferreri ci stava depistando: è qui da noi il deserto, navighiamo nel nulla. Il Sahel è solo un pretesto, una metafora. Non ci sono più punti di riferimento, non sappiamo cosa stiamo facendo (solo i neofascisti lo sanno bene, e credono perfino di essere furbi) e quale è la nostra meta; si va avanti pieni di buone intenzioni, ma questo non basta. Il carico dei cinque camion che vediamo nel film potrebbe essere la religione, la cultura, la musica, la morale, il lavoro... ma tutto è perduto a causa della nostra insipienza. L'attore mediocre che impersona il principe azzurro potrebbe essere il simbolo di tutta l'impresa, una rappresentazione molto realistica dell'odierna classe dirigente, dei pubblicitari e dei venditori al governo: una cazzata, come avrebbe detto lo stesso Ferreri, ed è a tutti gli effetti una cazzata quella che ci rappresenta, nel film, davanti agli africani. In questo contesto, la cultura occidentale (o quel che ne resta) verrà spazzata via, mangiata, fagocitata, ridotta in cenere e in merda; ne rimarrà solo un filmino. Abbiamo ancora speranze di raddrizzare la situazione, ma non è facile: i rischi principali sono due, la perdita della memoria storica (vedi il risorgere di nazifascismo e razzismo) e l'uso della violenza, guerra inclusa.
 

Gli attori: protagonisti Michele Placido e Maruschka Detmers, attrice olandese all'epoca molto famosa anche per motivi non precisamente artistici. Nel film avrebbe dovuto recitare Roberto Benigni, che però non fu disponibile durante il tempo delle riprese in Marocco; ed è facile pensare che il suo ruolo sarebbe stato quello del "principe", che in effetti ha mantenuto una scena con Nicoletta Braschi. Il capo della spedizione è Juan Diego, l'esploratore Peter è Jean François Stevenin; Katoucha, top model guineana, è la modella che ha un flirt con Michele Placido. Nel cast ci sono molti attori spagnoli e africani, più o meno tutti scelti da con cura da Ferreri per sembrare quasi incolori, inconsistenti, figurine disegnate e ritagliate e non veri personaggi. Lo si capisce bene quando arriva in scena, nel finale, Sotigui Kouyaté: che invece è un vero e grande attore, una presenza che non passa inosservata. Sotigui Kouyaté (1936-2010) di origini maliane e bourkinabé, è stato un grande attore di teatro, attivo in Francia soprattutto con Peter Brook, che lo scelse per ruoli importanti nel Mahabharata e nella Tempesta di Shakespeare. Ferreri sceglie proprio lui, grande attore di teatro e grande presenza scenica, perché Kouyaté è un Capo, un vero capo, una presenza vera e di grande spessore. Non è un negro qualsiasi quello che ci fa trovare Ferreri alla fine del viaggio, non è un cannibale da filmetto, è una figura imponente e tragica, e questo deve far pensare.


Nel cast c'è anche Michel Piccoli, che interpreta un frate missionario senza speranza, che pensa solo di tornare in Europa (in Bretagna) ed è lui l'altra chiave del film, la nostra religione perduta, una sconfitta che arriva dalla superficialità e dall'ignoranza: non del frate, ma di chi avrebbe dovuto aiutarlo e assisterlo. Molto più facile, rispetto al Cristo in croce, seguire ideali di guerra e conquista; ed è quello che incontrano i nostri protagonisti nel corso del film, africani guerrieri e islamisti armati, e un capotribù che lascia via libera nei suoi territori dopo il dono di pile per ascoltare la radio: è un animista, ma con la radio vuole ascoltare la propaganda dei Fratelli Musulmani, è solo per quello che la usa ed è facile prevedere che presto entrerà anche lui in guerra. Nel cortile della sua città, tre europei in catene: sono drogati o trafficanti di droga, uno è già morto.

 
Altri appunti presi durante la visione: 1) un film come "Le miniere di re Salomone", ma alla rovescia 2) "Il tè nel deserto" di Bertolucci, per la scena di Placido con il drogato incatenato e il villaggio nel deserto. 3) "Il seme dell'uomo" di Ferreri, ma con un finale ancora più pessimista 4) i guerrieri islamisti, c'erano già trent'anni fa. 5) il re (padre della modella) vuole le pile per la radio: vuole ascoltare i Fratelli Musulmani, è stanco dell'animismo 6) il missionario stanco riceve minacce e percosse perché è cristiano, la madre del ragazzo morto gli impedisce di benedire la salma 7) Michele Placido ha una videocassetta con un film di antichi romani, forse Ben Hur, e si commuove a una scena d'amore. 8) nel corso del film, quasi tutti arrivano a chiedersi "ma io cosa ci faccio qui", e a sperare in un rapido ritorno a casa. I bambini che dovevano essere destinatari dei doni non si vedono, lo scenario che hanno davanti è tutt'altro. 9) il capo tribù, all'arrivo nell'oasi, chiede ai due rimasti perché hanno sporcato l'acqua. L'acqua è preziosa, nel deserto. 10) Come nel "seme dell'uomo", davanti alla balena spiaggiata, anche stavolta Ferreri mette in evidenza la fragilità delle nostre nozioni, crediamo di sapere ma invece non abbiamo esperienza reale della vita. Il pensiero corre, oggi come nel 1988, a chi invece va ad operare come volontario in zone di guerra e di malattia, e sa bene cosa sta facendo. A tutti loro la mia stima e la mia solidarietà, probabilmente loro capiranno il fastidio di Ferreri davanti a questi nostri discorsi sul nulla.
 

Le musiche del film: Maruschka Detmers sul camion ascolta Mozart, nei titoli di coda si accenna a due quartetti, in re e in la, con Severino Gazzelloni al flauto; probabilmente si tratta di uno dei K285 e del K370. Come nel "Seme dell'uomo" Ferreri mette Verdi, il coro dall'atto terzo del Nabucco: i componenti della spedizione cantano "Va' pensiero", o meglio ci provano, quando arrivano all'oasi.
Le altre musiche, prese dai titoli di coda: Ritmi flokloristici marocchini (Tisnit); Antro Padre (A. Castillo); Tam tams - ritmi africani (Cisse Fode); Mudaa matchang (Jacob Diboum); Lion child (A.A. Tamba Kyata); Burnin' fire is burnin' my soul (Guy Eyoum)




mercoledì 13 novembre 2019

Il seme dell'uomo

 
Il seme dell'uomo (1969) Regia Marco Ferreri. Soggetto Marco Ferreri. Sceneggiatura Marco Ferreri e Sergio Bazzini. Fotografia Mario Vulpiani. Musiche e canzoni di Teo Usuelli; coro atto terzo dal Nabucco di Giuseppe Verdi. Interpreti: Anne Wiazemsky (Dora), Marco/Marzio Margine (Cino), Annie Girardot (la straniera), Rada Rassimov (donna bionda a seguito del Maggiore), Maria Teresa Piaggio (donna riccia a seguito del Maggiore), Milvia Frosini (il prete-Maggiore), Angela Pagano (la suora-militare), Adriano Aprà (il giornalista televisivo), Mario Vulpiani (elicotterista), Vittorio Armentano (il tecnico scienziato bruno), Luciano Odorisio (il tecnico scienziato biondo), Sergio Giussani (l'elicotterista con la bottiglia di whisky), Mario Bagnato (il militare spagnolo), Marco Ferreri (il padrone di casa, morto). Durata 113 min
 
"Il seme dell'uomo" è uno dei film più difficili di Ferreri, che spiega bene anche il pessimismo di "Dillinger è morto", uscito l'anno prima e citato indirettamente con l'apparizione per pochi istanti della colt verniciata da Michel Piccoli. La presunzione e l'ignoranza dell'uomo portano a una catastrofe, e due dei sopravvissuti (Marzio Margine e Anne Wyazemsky), una coppia, non potendo più continuare il loro viaggio, e costretti a fermarsi nel luogo dove sono rimasti bloccati, iniziano a costruire un museo degli oggetti del passato; è soprattutto lui che ci tiene, ed è lui che vorrebbe anche avere dei figli, cioè vorrebbe la prosecuzione della razza umana. La donna, invece, è disponibile al sesso ma si rifiuta di procreare.Quando alla fine l'uomo riesce a fecondarla, dopo averla narcotizzata (lui ha nozioni di erboristeria), ecco che un'esplosione, forse una mina residua, li uccide entrambi. Il seme dell'uomo, quindi, va perduto; la presunzione umana, ancora una volta, è soggetta ai capricci (o al disegno) della Natura. Quasi un'operetta morale di Leopardi, però con molto divertimento e con bei colori, dovuti all'arredamento e soprattutto alla bellissima fotografia di Mario Vulpiani, che qui compare brevemente anche come attore, pochi secondi. E' ottima anche la scelta delle musiche e delle canzoni, magari non belle ma sempre molto appropriate; si ascolta anche il coro atto terzo dal Nabucco di Giuseppe Verdi.
 
Marzio Margine è un attore di teatro, poco presente al cinema; ascoltato in teatro ha una voce gradevole ma molto acuta e qui sembrerebbe doppiato, ma non ho trovato informazioni in proposito (manca anche il nome degli altri doppiatori). Una cosa curiosa è che sui titoli di testa c'è scritto Marco, e non Marzio; non saprei dire perché. Il suo personaggio si fa crescere la barba in modo da somigliare a Marco Ferreri, e finisce con il sembrare quasi identico a lui. Lo stesso Ferreri appare brevemente, alla Hitchcock: è il padrone della villa-museo, anche lui morto per l'epidemia. I due giovani lo seppelliranno e andranno a vivere nella sua casa, all'inizio del film.

 
Anne Wyazemsky, attrice per Bresson e per Godard (e per molto altro) appare meno magra, più piena e più bella; come terza protagonista c'è Annie Girardot nel ruolo della bella intrusa straniera che va a turbare l'intesa di coppia (la Wyazemsky le farà fare una brutta fine, ma era stata assalita).
Ci sono brevissime apparizioni di componenti della troupe, come Mario Vulpiani (presentato con il suo nome e cognome) e Luciano Odorisio; il critico Adriano Aprà appare come lettore dell'ultimo telegiornale. Nel cast anche personaggi curiosi come un prete che è anche un maggiore, la religione militarizzata: lo interpreta una donna doppiata con voce maschile (l'attrice si chiama Milvia Frosini). Il prete-maggiore, che arriva a cavallo insieme ai butteri maremmani (il film è girato a Capalbio) sembra molto rigido e severo, dice che adesso ogni donna deve essere fecondata per garantire la prosecuzione del genere umano, ma poi approva l'idea della casa-museo, nomina Cino come gestore e si mostra molto gentile prima di ripartire.
 

Notevole anche la balena, una grande carcassa spiaggiata che entusiasma lui, pieno di riferimenti letterari (Moby Dick, Pinocchio), e invece preoccupa lei: "tra poco qui non potremo più stare", dice Dora e così succederà. La donna ha colto al volo la realtà, l'uomo non ha capito cosa succede e gioca con fantasie e illusioni destinate a crollare nella vita quotidiana (è una nota di Ferreri per la prima proiezione del film alla Rai). Alla fine, della carcassa della balena divorata dai gabbiani rimarrà un grande scheletro, ma prima la putrefazione della grande massa spingerà i due a cercare un'altra casa (ma torneranno, nel finale).
 
 
"Il seme dell'uomo" ha immagini nitide e belle, molta luce, colori brillanti, tutto in contrasto con la sgradevolezza (cannibalismo compreso) tipica di Ferreri e del suo pessimismo, che qui appare molto attenuata. C'è un'emergenza, ma il tono del film è disteso e rilassato, quasi non sembra, anche i poliziotti sono gentili ed educati, quieti; curano i morenti meglio che possono, tolgono solo l'auto ai due protagonisti ma quasi sembra dispiacergli.
Il rapporto di coppia, la coppia lasciata sola a se stessa in un posto deserto, fa pensare a un altro film di Ferreri, "La cagna" (con Mastroianni e Catherine Deneuve, 1972), la grande balena spiaggiata rimanda alla grande scimmia di "Ciao maschio" (sempre Ferreri, 1978) anch'essa a suo modo "spiaggiata".

Altri appunti presi durante la visione: 1) le cascate, con i fanghi curativi, nel finale. 2) il "conteggio" davanti alla balena, nella scena a tre con la Girardot, serviva per calcolare il tempo necessario per lo sviluppo delle fotografie Polaroid, a sviluppo immediato. 3) i pupazzi di plastica, sempre nel finale, che poi Cino seppellisce in mare. 4) un'automobile ritrovata viene trascinata con i cavalli nella casa-museo: ormai l'automobile è del tutto inutile e servirà solo per il museo degli oggetti ritrovati dopo la catastrofe 5) il maggiore-prete usa una scatola per il trucco al posto dell'inchiostro, per scrivere; il pennello per il fard serve da penna. 6) ancora nel finale, Anne Wyazemsky truccata come la Primavera di Botticelli.

Nel film ci sono molte sequenze documentarie, che iniziano fin dalla sequenza sui titoli di testa. Le musiche sono di Teo Usuelli, collaboratore abituale di Ferreri; dal Nabucco di Giuseppe Verdi si ascolta il celebre "Va' pensiero" sulle immagini dell'ultimo telegiornale, una versione quasi integrale e in una registrazione che si direbbe piuttosto antica, ma sulla quale mancano indicazioni. Gli esterni sono a Capalbio, Forte Macchiatonda, e in un autogrill nelle sequenze iniziali.


Un film da rivedere e da ripensare, che è diventato nel frattempo (purtroppo) di grande attualità: non è un bel mondo quello in cui stiamo vivendo, con la riesumazione del nazifascismo e con la distruzione dell'ambiente in cui viviamo. La cosa più triste, però, è che di tutto questo la gente sembra non preoccuparsi; e il sorriso sempre sulle labbra di Cino (Marzio Margine) è il dettaglio che più mi è rimasto nella memoria alla fine della visione.











lunedì 10 ottobre 2011

Marco Ferreri ( I )

Con Marco Ferreri ho avuto un rapporto iniziale molto difficile, difficoltà che a dire il vero dura tuttora: e bisogna dire che non è facile capire Ferreri, un grande autore che fa di tutto per depistare e mettere in difficoltà chi guarda i suoi film, a partire dal suo stesso aspetto fisico, che era più o meno quello di un orco. Mettere tutto in discussione, anche le cose più ovvie, e ragionare su qualsiasi concetto rovesciandolo e considerandolo come qualcosa di nuovo, è un metodo scolastico e filosofico molto importante e molto istruttivo, usato nelle scuole di pensiero di molte scuole filosofiche e religiose, dagli anitchi greci fino ai gesuiti e ai monaci buddisti. E’ un metodo per crescere, per imparare finalmente a pensare con la propria testa, ragionando anche per assurdo. Per esempio, chi mi assicura che Gesù sia veramente esistito, che Stalin sia stato comunista, che questa casa sia fatta di mattoni, e che io sia veramente Giuliano? Si può sorridere, si può sbuffare, si può detestare chi smonta con cura tutte le nostre certezze, ma poi qualcosa ti rimane dentro, e alla fine la visione del mondo può essere più chiara. Magari ci vogliono molti anni, ma è comunque qualcosa di utile.
La mia chiave di lettura per capire Ferreri è stata probabilmente questo: presentando un suo film in tv (forse “Il seme dell’uomo”, che non rivedo da moltissimi anni), Marco Ferreri ne spiegò un passaggio fondamentale: sulla spiaggia si arena e muore un’enorme balena, il ragazzo protagonista si mette a parlare di Moby Dick, la ragazza dice invece che se non si fa qualcosa tra un po’ bisognerà scappar via, per la puzza e per la materia in decomposizione. Il ragazzo ragionava di cose astratte, una cultura appresa sui libri; la ragazza aveva invece una cultura basata sulla realtà. Si può ancora aggiungere che è Melville stesso a parlare chiaramente e apertamente di decomposizione, in “Moby Dick”, e che forse il ragazzo non aveva letto il romanzo con la necessaria attenzione e spirito critico, fermandosi solo sui suoi aspetti più superficiali, su ciò che gli era piaciuto, senza considerarne l’insieme; ma qui si va già oltre Ferreri, che di queste immagini ne ha date molte, moltissime. Ferreri ci invita a ragionare, ad andare un po’ al di là di quello che vediamo, a non essere spettatori pigri e sottomessi; credo che sarebbe stato felice di veder ragionare a fondo sui suoi film, e che gran parte del suo apparente distacco sia dovuto invece proprio allla superficialità di molte osservazioni. Ovviamente, non è obbligatorio farsi piacere Ferreri: ma a me sembra un peccato perdere le occasioni che ci offre.
Questa è la lista dei suoi film come regista, presa da imdb: molti film non li ho mai visti, altri non li vedo da molto tempo, di altri ancora ho già parlato qui per esteso. Metto il cartello “lavori in corso”, e aggiungo qui sotto in fila anche i miei appunti raccolti più o meno al volo in tutti questi anni, ci vorrà ancora molto tempo per vedere tutto.
Los chicos (1959)
El pisito-L'appartamentino (1959)
El cochecito (1960, “La carrozzella”, Josè Isbert, Pedro Porcel, ML Ponte)
Le italiane e l'amore (1961, segmento "L’Infedeltà coniugale, con Riccardo Fellini)
L’ape regina – Una storia moderna (1963 U.Tognazzi, M. Vlady, R.Fellini)
Controsesso (1964, segmento "Il Professore”, con Ugo Tognazzi)
La donna scimmia (1964 U.Tognazzi, A.Girardot)
Marcia nuziale (1965 U.Tognazzi per quattro episodi)
Break up - L’uomo dei cinque palloni (1965, M.Mastroianni, C.Spaak, U.Tognazzi) 85minuti
L’uomo dei cinque palloni (1965, segmento di Oggi domani dopodomani) (versione ridotta)
Corrida! (1966, documentario)
L'harem (1967 Carroll Baker, G.Moschin)
Dillinger è morto (1968 M.Piccoli, A.Pallenberg, A.Girardot)
Il seme dell'uomo (1970 M.Margine, Anne Wyazemsky)
Perché pagare per essere felici? (1971) (documentario)
L’udienza (1972 E.Jannacci, C.Cardinale, U.Tognazzi, V.Gassman, M.Piccoli)
La cagna (1972 M.Mastroianni, C.Deneuve, M.Piccoli)
La grande abbuffata (1973 U.Tognazzi, Ph.Noiret, A.Ferreol, M.Mastroianni, M.Piccoli)
Non toccare la donna bianca (1974 Mastroianni, Tognazzi, Piccoli...)
L’ultima donna (1976 G.Depardieu, O.Muti, M.Piccoli, R.Salvatori)
Yerma (1968, TV movie) da Lorca, con Edmonda Aldini
Ciao maschio (1978 G.Depardieu, Gail Lawrence, M.Mastroianni)
Chiedo asilo (1979 R.Benigni, Luca Levi, C.Moretti, D.Laffin, F.De Sapio, C.Monni)
Storie di ordinaria follia (1981 B.Gazzara, O.Muti)
Storia di Piera (1983, Piera degli Esposti) (con I.Huppert, Mastroianni, H.Schygulla)
Il futuro è donna (1984, Dacia Maraini) (con O.Muti, H.Schygulla)
I love you (1986, C.Lambert, Eddy Mitchell)
Come sono buoni i bianchi (1988, Michele Placido, M.Detmers)
Il banchetto di Platone (1989, per la tv francese)
La casa del sorriso (1990 I.Thulin, D.Ruspoli, E.Cannavale)
La carne (1991, Francesca Dellera, S.Castellitto)
Faictz ce que vouldras (1995, film per la tv francese, su Rabelais)
Diario di un vizio (1993, Jerry Calà, S.Ferilli)
Nitrato d’argento (1996 film di montaggio con molti attori)
Ferreri ha inoltre partecipato a diversi film come attore, in parti piccole o piccolissime, nei film degli anni ’50: bisogna stare attenti, magari nei film di Totò o di Walter Chiari, e prima o poi Ferreri lo si scova. A me sembra che l’elenco di imdb su Ferreri come attore manchi di qualche film, ma obiettivamente non è facile scovarli tutti, e non so nemmeno quanto sia utile. Più note le sua apparizioni da attore quando era già un regista famoso, come nel “Circolo Pickwick” di Ugo Gregoretti (un capolavoro, detto en passant), in “Porcile” di Pasolini, e tanto altro ancora.
(continua)

Marco Ferreri ( II )

El cochecito
“El coche” in spagnolo (stessa etimologia di “cocchio, cocchiere”) è il carro, l’automobile: si parla dunque di una carrozzina, del tipo che usano gli handicappati per spostarsi. Il protagonista del film è anziano ma in buona salute, e benestante; però quando vede che un suo amico paralizzato si è comperato una bellissima carrozzella a motore (quasi una moto) muore d’invidia e ne vorrebbe una anche lui. Il figlio, un ricco avvocato, un po’ per tirchieria e un po’ per elementare buon senso (se non è malato, a cosa serve la carrozzella?), non gliela vuole comperare e da qui nascono molte conseguenze, alcune di puro divertimento altre che fanno molto riflettere. L’ho visto due volte, una molti anni fa e una di recente: la seconda volta, l’inverno scorso, appena finito di guardare il film sono andato sul balcone e ho visto passare una carrozzina molto simile a quella del film, anche se moderna. Dev’essere qualcuno che abita qui vicino, ho pensato: ma poi non l’ho più rivista...
«Un Ferreri di buona mano, di quando era giovane e diretto e non aveva smarrito la sua bella vena grottesca (forse si prendeva meno sul serio, chissà). Josè Isbert sembra il vecchietto dei fumetti di Lunari, il soggetto è di Rafael Azcona.» (settembre 1993)
«Rivedendo El cochecito, storia del vecchietto che vuole anche lui la carrozzina a motore anche se non è un handicappato, mi sono segnato un po’ di cose che, viste da oggi, fanno pensare: prima di tutto, il venditore che suggerisce al protagonista di “mettere suo figlio davanti al fatto compiuto” (il figlio, avvocato, era contrario alla spesa, oltretutto inutile); poi lo stesso venditore che dice “nel Duemila nessuno userà più le gambe, tutti andranno a motore”: una battuta che nel 1959 poteva essere spiritosa, oggi è agghiacciante. E forse questo venditore è proprio il diavolo, il Mefistofele del film: un altro tema di grande attualità, farti desiderare e venderti a caro prezzo qualcosa di cui in realtà non hai bisogno. Per il resto, film molto datato (va da sè) ma molto ben scritto da Rafael Azcona, e con un doppiaggio italiano eccellente, soprattutto per il protagonista (chi è il doppiatore?).» (febbraio 2011)
L’udienza
Uno dei miei film preferiti tra quelli di Ferreri, anche perché è un bel po’ stralunato, come Jannacci del resto. Non sono sicuro che sia un film perfettamente riuscito, ed ha anzi molti difetti, ma lo rivedo sempre volentieri. Oltretutto, mi fa sempre un gran piacere rivedere Papa Giovanni (quello vero, Angelo Roncalli, Giovanni XXIII e non le imitazioni): spero sempre che arrivi un Giovanni XXIV, e in casi come questi si può anche pregare che succeda. Per un ritorno di papa Roncalli anche io spero, e prego.
Di questo film ho già parlato per esteso, qui nel blog: nel 1993 mi ero segnato questo appunto: «Ha un Tognazzi “di spalla” strepitosamente bravo, una delle sue cose migliori. Il film parte bene ma poi s’impegola, della storia d’amore se ne poteva fare a meno (sembra messa lì solo perché c’era la Cardinale) o quantomeno tagliarla un po’. E dunque, o il film è troppo lungo o (visto che nel frattempo ci nasce un bambino) è troppo corto in rapporto al tempo “reale” al suo interno. Insomma, un film che litiga col tempo. Curioso il personaggio del sosia di Papa Giovanni. Gassman fa uno dei suoi personaggi “cialtroni” preferiti, il principe. Piccoli e Cuny sono due alti prelati, Jannacci e la Cardinale sono due protagonisti bravi ma un po’ sottotono, o forse sbiadiscono un po’ di fianco a tanti grandi attori.» (settembre 1993)
Marcia nuziale
E’ in quattro episodi, tutti con Tognazzi protagonista, ed è probabilmente il film più invecchiato tra quelli di Ferreri: l’unico ancora interessante è l’ultimo.
Nel primo episodio, due cani bassotto vengono “sposati” dai rispettivi proprietari, che ne parlano come se fossero loro figli; nel secondo, Tognazzi ha moglie e figlio e suocera, sta bene ed è contento ma in questa situazione da padre di famiglia non riesce più a fare sesso. Nel terzo si finge di essere in Usa, dove Tognazzi ha una moglie molto bella ed elegante che gli vuol bene ma che vede il sesso quasi come una pratica igienica, e che lo porta a sedute collettive gestite da un pastore protestante. A casa del pastore si parla di sesso in ambito matrimoniale, incontri studiati per migliorare la vita affettiva dei fedeli; qui Tognazzi finirà per farsi la moglie del pastore, che del resto è già per conto suo disponibilissima. Nel quarto episodio, ambientato nell’arcipelago toscano a Giannutri e che si immagina sia nel 1999 (cioè nel futuro) ci si sposa con automi-manichini, e il sesso in questo modo crea meno problemi, o almeno così parrebbe. Quest’ultimo episodio è interessante per come è stato realizzato, per la divagazione nel fantastico-fantascientifico, più che per l’argomento in sè; Tognazzi vi interpreta un teologo, sposato con un modello di automa ormai un po’ datato, fuori moda, che vuole “toccare” la giovane moglie (un altro manichino) di proprietà di un altro signore che si è appena sposato. Si constata tristemente che la sposa di Tognazzi è un modello B, mentre siamo ormai arrivati alla Z, che è molto ma molto meglio.
Insomma, non so come fosse nel 1964, visto oggi “Marcia nuziale” appare molto invecchiato. Le attrici del film sono tutte molto brave e molto belle, ma i loro nomi mi dicono poco o niente.
(continua)

Marco Ferreri ( III )

Perché pagare per essere felici
Un film che dovrei rivedere con calma: nel ’93 mi ero segnato un breve appunto: «E’ un documentario su gente in USA che vuole vedere un concerto rock, ma senza pagare il biglietto. Non male, ma niente di davvero memorabile; un programma sperimentale della RAI, nel 1970. »(settembre 1993)
Break up – L’uomo dai cinque palloni
Non sono mai riuscito a vederlo come si deve, per una ragione o per l’altra. Esiste in due versioni, una molto breve all’interno di un film a episodi girato con altri registi (“Oggi domani e dopodomani”), e una versione come film a sè, di 85 minuti, uscita in America col titolo “Break up”. Nel 1993 mi ero segnato questo appunto: «Un film veramente curioso e insolito. A partire dalla pellicola, un bianco e nero sgranato e sbiadito, sfocato, e dalla musica di Teo Usuelli (“hé hé hé, che cosa hai fatto in tutte queste ore?”) e dal soggetto, che però è tipicamente di Ferreri. Si parla di Mastroianni, industriale delle caramelle, che impazzisce e si suicida perché non riesce a sapere esattamente quanta aria sta in un palloncino. Memorabile, anche se sembrava non finire mai...Mastroianni è ai suoi vertici, eccezionale; la Spaak è poco riconoscibile e molto brava, e c’è un impagabile Tognazzi nel finale (il suicida gli sfonda la macchina!), oltre a tanti attori eccellenti, con nota per l’uomo delle pulizie e per la sua famiglia.»(ottobre 1993)
Diario di un vizio
Inguardabile, soprattutto per la presenza di Jerry Calà (pessimo) e altri attori veramente scarsi, con in più Sabrina Ferilli (all'epoca ancora accettabile come attrice), eccetera, che erano però sulla cresta dell’onda, o lo erano stati ed erano in fase calante e necessitavano di un rilancio “serio” con un regista serio: uno schema visto e rivisto infinite volte. Ferreri doveva proprio essersi ridotto male, se per fare cinema doveva ricorrere a questi mezzucci, ai raccomandati della tv, mah. (febbraio 2011)
Storie di ordinaria follia
Mi crea almeno tre grossi problemi: 1) sono del tutto estraneo al mondo e alla poetica di Bukowski; 2) non mi è mai piaciuto Ben Gazzara; 3) non sembra di guardare un film di Ferreri. Anzi, a dirla tutta, “Storie di ordinaria follia” mi ha dato l’idea di un film accettato da Ferreri per motivi puramente “alimentari”, cioè per poter continuare a fare film. Un film commerciale, accettato su suggerimento del produttore. Se è andata così, Ferreri ha fatto benissimo a girarlo: il film non è brutto e i soldi fanno comodo. Ma è come se il Ferreri vero fosse andato a farsi un giro, lasciando la direzione del film a qualche suo assistente (magari Lodovico Gasparini, indicato in locandina come vice regista) e dando indicazioni precise solo in alcuni momenti, per esempio le due lunghissime inquadrature dei glutei di Ornella Muti, intendo (che mi hanno fatto pensare a M, più o meno le stesse misure). A questo proposito, momento notevolissimo intorno al minuto 58, la scena in cui Bukowski-Gazzara manda via un piccolo robot: subito dopo c’è un’inquadratura magnifica, da grande maestro della storia dell’arte, del bel corpo dell’attrice che interpreta la compagna storica di Bukowski (si chiama Tanya Lopart). Purtroppo, questa sequenza (schiena e andatura favolose) dura pochissimi istanti.
Ecco, questo è tutto quanto di bukowskiano posso avvicinare: di tutto il resto, soprattutto le tante bottiglie vuotate (e le lattine) ne faccio volentieri a meno, così come non sopporto le parole volgari che descrivono il sesso e i rapporti sessuali: non le ho mai usate, non le trovo eccitanti, e ho notato che anche le donne che ho frequentato erano del mio stesso parere, anche quelle più disincantate). La mia opinione è che non c’è niente di più noioso che leggere queste parole in un libro, o di ascoltarle mentre vengono pronunciate nel rapporto sessuale.  Ornella Muti è la bellissima Cass, ed è davvero la protagonista femminile: però è una parte brutta, da autolesionista, e non serve nemmeno una gran recitazione. Cass è però una conoscenza occasionale per Bukowski-Gazzara, la sua compagna storica, quasi una moglie, è interpretata da Tanya Lopart. Susan Tyrrell è la donna che Bukowski insegue sul tram e che poi lo fa finire in galera (poi ritirerà la denuncia); Judith Drake è la dirimpettaia grassa.  (aprile 2011)
(continua)

Marco Ferreri ( IV )

Rabelais
- Rabelais era di destra o di sinistra?
- Era un rompicoglioni. (...) La tv Arte (franco-tedesca) mi ha proposto carta bianca per fare un film su Rabelais. Io l’ho letto ma poi l’ho abbandonato, non ho certo fatto un film a gloria di Rabelais.
- E allora cos’ha fatto?
- Un film di ricerca. Il contrario del film archeologico che si fa oggi.
- Perché lo chiama archeologico?
- Perché è uguale a quello che si faceva quando è stato inventato il cinema. Allora, dato che non esistevano ancora gli scrittori e gli sceneggiatori, il cinema lo facevano quelli che scrivevano per il teatro e per l’opera. Oggi siamo ancora lì: per fare un film i registi hanno bisogno del libretto, anche se lo chiamano sceneggiatura. Aggiungiamo un po’ di effetti speciali, che è roba vecchia come il mondo, ed ecco il cinema dei nostri giorni.
Marco Ferreri, intervista a L’Espresso 21.10.1994: il film si chiama “Faictz ce que vouldras”, “fate quel che volete”, dura 52 minuti ed è per la tv (intervista di G. Invernizzi)
“Un film per ciechi, fatto solo di dialoghi” è la definizione di Marco Ferreri per un film allora appena uscito (L’albero di Antonia) (Marco Ferreri, citato sul corriere della sera 25 settembre 1996)

Quando Ghezzi ha chiesto a Ferreri di intervenire, il regista ha obiettato: «Ho bisogno di un giorno di tempo per pensare e per capire cosa state dicendo.»
corriere della sera 28.12.1996, cronaca dal festival di Taormina.
«L’uomo non ama vedersi rappresentato così, gli piace apparire un altro: educato, lindo, corretto, nobile, razionale. Invece è una creatura che puzza, che rutta, che si ubriaca, che ha dei lati infidi e dei bassi istinti, che non ha voglia di faticare (...) »
Marco Ferreri sui suoi film, da L’Espresso 19 giugno 1997
Michel Piccoli ricorda l’amico regista
CARO FERRERI, GRANDE TIMIDO, TENERO E FEROCE
di mario serenellini, repubblica 3 gennaio 2008
«Marco Ferreri?Un gigante timido, un mostro di seduzione. Un uomo di tenerezza infinita. Il nostro primo incontro fu in un caffè, a Parigi. Mi diede dieci pagine da leggere. Non una sceneggiatura, ma un racconto senza dialoghi. Splendido».
Era “Dillinger è morto”, il film che la Cineteca Italiana proietta, in edizione restaurata, all'Oberdan, nel quadro della retrospettiva dedicata da domani al grande regista nato a Milano 80 fa e scomparso nell'adottiva Parigi nel `97. Michel Piccoli, suo attore-feticcio con Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni, non si sottrae all'emozione nel ricordare l'amico regista, da lui già celebrato a fine novembre al Torino Film Festival:
«Eravamo amicissimi senza parlarci. Formavamo una vera banda: lui, Philippe Noiret, Ugo, Marcello...» - rievoca l'interprete di Non toccare la donna bianca, Come sono buoni i bianchi, L'ultima donna «Ferreri è il regista che più ho amato, insieme a Bunuel, Godard e Sautet. Tra tutti, è Marco l'amico che mi manca di più. Senza questi affetti profondi non vale la pena di lavorare né di vivere».
La prima interpretazione di Piccoli in Italia è proprio, nel '68, Dillinger è morto:
«Ma l'esperienza più esaltante - precisa l'attore, 83 anni - è stata La grande abbuffata, che Marco ha potuto realizzare grazie a un produttore francese genialoide e pazzo. Mentre giravamo, eravamo convinti di interpretare una commedia brillante e ci siamo anche divertiti molto. Ma dopo averlo visto, abbiamo avuto paura. Era un film drammatico, il più grande di Ferreri».
Premiato l’estate scorsa a Locarno per la superba interpretazione in Sous les toits de Paris del giovane curdo iracheno Hiner Lemon, dov'è un ottantenne ammaccato ma sempre ricco di fascino, Piccoli assicura di avere un po' rivissuto nel nuovo film il suo personaggio di Dillinger è morto:
«Anche qui poco dialogo: trovo che oggi si parli troppo, nel cinema come nella vita quotidiana. E m'è toccato uno di quei personaggi-limite che, come attore, prediligo. Nella vita sono discreto, ma in scena e sul set mi piacciono gli estremi, la follia, il delirio. Detesto le commedie ritrosette, perbene. Certo, i gigioni non sono l'ingrediente migliore dello spettacolo, a meno che non si tratti di geni come Totò: il quale, comunque, nella vita quotidiana era uomo di grande pudore».
Attore per i registi più grandi, docile ma imperioso colosso del cinema e del teatro d'Oltralpe, amato in Italia per lo speciale charme d'interprete sobrio e insinuante, astutamente sotterraneo, Piccoli nutre a sua volta un'adorazione personale per l'Italia e i suoi attori: in particolare, per Milano e per Enzo Jannacci. Suo grande rimpianto, l'incontro mancato con Antonioni, con cui avrebbe voluto girare, nella Milano all'alba dei '60, a fianco di Jeanne Moreau, sull'onda jazz di Giorgio Gaslini, tra “comparse” eccellenti come Umberto Eco e Valentino Bompiani, La notte: «Michelangelo mi ha preferito Mastroianni, un amico, un gigione, un grande attore. Il mio più bel bacio sulla bocca al cinema l'ho dato a Marcello nella Grande abbuffata. Pur nella diversità, ci accomunava il distacco, l'ironia. Ma lui, con la sua leggerezza, le sue magie di seduttore, era una vera star. E tuttavia, non facevo che ripetere a Fellini: perché usi sempre quel vecchio attore italiano? Prendi me!».
Dall'alto dei suoi 150 film, Piccoli rivolge uno sguardo deluso all'Italia cinematografica d'oggi: «Avete rimosso Ferreri, uno dei pochi registi che hanno fatto da bandiera ai film italiani nel mondo. Un artista d'immensa intelligenza, con un amore sconfinato per il mare, la donna, i bambini. Un uomo dai grandi silenzi, tanto feroce quanto tenero: era il suo modo di proteggere sé stesso e gli altri. Le sue risate sembravano pianti. Era l'inquietudine per non sapere come vivere e come morire. I suoi film stupivano, come i suoi occhi blu, che chiudeva per ascoltare meglio, per imprigionare tutto, con o senza macchina da presa».
(le immagini vengono tutte dall'inizio di "Dillinger è morto"; il Gargantua di Rabelais è opera di Gustave Doré)