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martedì 21 dicembre 2010

L'invenzione di Morel ( I )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Scenografie di Xavier Darmanin. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

"Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?" (...) L'eternità rotatoria può sembrare atroce ad uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come se fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti. Inoltre, per via delle interruzioni dovute al regime delle maree, la ripetizione non è implacabile. Abituato a vedere una vita che si ripete, trovo la mia irrimediabilmente casuale. I propositi di ammenda sono vani: per me, non c'è prossima volta, ogni istante è unico, diverso, e parecchi vanno perduti per disattenzione. E' vero che neanche per le immagini c'è prossima volta: tutte le volte sono identiche alla prima. "
Adolfo Bioy Casares, argentino, fu amico e collaboratore di Borges: insieme scrissero parecchi libri e la loro collaborazione durò per decenni. Bioy Casares era molto più giovane di Borges, e lo scrittore anziano, anche per questo una volta ebbe a dire, in un’intervista, che invidiava al giovane amico il suo grande successo con le donne.
Bioy Casares ricorda molto Borges, ma non è Borges: ha scritto romanzi molto belli e molto interessanti, oggi quasi tutti fuori catalogo, almeno qui da noi, ma che sono stati regolarmente pubblicati man mano che uscivano. Il più famoso, e forse il più inquietante, è questo: “L’invenzione di Morel”. Ma ugualmente bello e inquietante è “Piano di evasione”, così come “Il sogno degli eroi”; e decisamente d’attualità è “Diario della guerra al maiale”, una società dove i giovani eliminano fisicamente i vecchi.
Non si tratta di fantascienza, e anche se personalmente ho trovato qualche punto in comune con Philip K. Dick siamo piuttosto nel campo del racconto filosofico, ma ben inserito nella nostra vita quotidiana.
Dal romanzo di Adolfo Bioy Casares fu tratto un film italiano, ad opera di Emidio Greco: lo vidi a 15 anni in uno dei rarissimi cineforum che mi è capitato di frequentare (per chi abita in provincia e lavora a turni, il cineforum è una cosa impossibile da frequentare, per via degli orari), e ne ho riportato l’esperienza in questo breve pezzo che fu messo on line dall’amico Solimano nel 2003:
«Questo è il film più noioso che io ricordi: l'ho visto almeno dieci volte, e ve lo posso dire con sicurezza. L'ho registrato una ventina d'anni fa, dopo averlo visto quand'era uscito; ogni tanto tiro fuori la cassetta e me lo riguardo. Vi sembrerà un atteggiamento strano, ma ho i miei motivi e sono motivi validi. Per cominciare, Emidio Greco è un ottimo regista; e vi recita un grande Giulio Brogi. Poi c'è l'ambientazione: gli esterni a Malta, girati in modo da farla sembrare un luogo selvaggio e inospitale; all'inizio si intravedono i templi megalitici di Mnajdra. Gli interni sono realizzati in una villa, o in un osservatorio, che non ho mai capito bene dove si trova ed è uno dei luoghi più memorabili di tutta la storia del cinema. Ma il vero punto di interesse è la storia, opera di Adolfo Bioy Casares, argentino, amico e collaboratore di Borges. Un perseguitato politico fugge dal regime dittatoriale che lo ricerca. Fa naufragio, e su una piccola barca arriva a un'isola fuori dalle consuete rotte. Dopo qualche tempo passato nella paura di essere catturato, scopre che è arida e disabitata; però vi sono costruzioni lussuose e recenti, come una grande villa che ribattezza "il Museo" a causa della sua insolita architettura. Quando ormai il naufrago si sente al sicuro, dopo molti giorni, scopre d'improvviso l'isola piena di gente: persone ricche ed eleganti, col loro seguito. Da dove sono arrivati? Il naufrago torna a nascondersi, ma presto gli ospiti spariscono così come erano arrivati. Col tempo, il naufrago scoprirà il mistero, che però ne contiene un altro: gli ospiti sono proiezioni tridimensionali, secondo l'invenzione originale di Morel, che è uno di loro. Le proiezioni ripetono un'unica settimana, sempre uguale; e sono le maree, molto potenti sull'isola, a dare l'energia per mettere in moto i proiettori situati nei cantieri della villa. Il naufrago prende confidenza con gli ospiti, ne impara movimenti e battute, si chiede se sia possibile interagire con loro. Soprattutto, riesce finalmente ad ascoltare le parole di Morel mentre spiega dettagliatamente cosa è successo: "Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?" (...) L'eternità rotatoria può sembrare atroce ad uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come se fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti. Inoltre, per via delle interruzioni dovute al regime delle maree, la ripetizione non è implacabile. Abituato a vedere una vita che si ripete, trovo la mia irrimediabilmente casuale. I propositi di ammenda sono vani: per me, non c'è prossima volta, ogni istante è unico, diverso, e parecchi vanno perduti per disattenzione. E' vero che neanche per le immagini c'è prossima volta: tutte le volte sono identiche alla prima. "
Un film metafisico, particolarissimo, come nello stile di Bioy Casares, uno scrittore che sapeva mescolare i grandi temi filosofici con la nostra vita quotidiana. La noia di cui parlavo all'inizio è dovuta ad una certa mancanza di coraggio da parte del regista, che si adatta un po' troppo allo stile di Godard (soprattutto nei suoi difetti) e che non ha saputo cogliere lo scarto dalla pagina stampata al cinema; e forse anche al taglio della parte iniziale del romanzo, che si svolge nella città dove il protagonista deve sfuggire alla repressione e che avrebbe aiutato meglio a capire cosa succede.» (2003 e 2007, Giuliano su altri blog)
(continua)

L'invenzione di Morel ( II )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

Un uomo, su una piccola barca, raggiunge un’isola deserta. Sta fuggendo; teme di essere inseguito, raggiunto e ripreso. Sappiamo che è un perseguitato politico, ce lo ha raccontato lui stesso all’inizio del libro. La sua fuga è stata precipitosa, adesso arriva in quest’isola lontana e sperduta senza niente da mangiare e da bere, e la barca è molto malridotta. Che fare?
L’uomo si guarda in giro con circospezione, ma l’isola è completamente disabitata. Eppure ci sono grandi costruzioni, recenti. C’è una grande piscina, semivuota e piena di alghe; e c’è un grande acquario, pieno di pesci morti e di acqua putrida. Quest’isola è stata abitata e adesso non c’è più nessuno; quantomeno, è possibile riattivare le condutture dell’acqua potabile. Ma, per precauzione, l’uomo torna a rifugiarsi lontano dalla casa.
Dopo qualche giorno nella più completa solitudine, si sveglia d’improvviso: c’è musica, ci sono persone, come può essere successo? Spaventato, corre a nascondersi e osserva, di lontano, persone eleganti danzare e fare il bagno nella piscina. Stranamente, quelle persone non sembrano far caso a lui. Sembra quasi che lui sia invisibile. Tra di loro, una donna che lo colpisce molto: si chiama Faustine.
Dopo qualche giorno, gli intrusi scompaiono: d’improvviso, così come sono venuti, misteriosamente. Il fenomeno si ripete, l’uomo può osservarlo con più calma. Le apparizioni avvengono quando c’è la marea, una marea molto forte in quell’isola. E quando avvengono le apparizioni c’è anche un calore insolito: in cielo appaiono due Soli, uno più debole dell’altro.
da “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares:
(...) Stiamo vivendo le prime notti con due lune. Ma si sono già visti due soli. Lo dice Cicerone nel «De Natura Deorum»: “Tum sole quod ut e patre audivi Tuditano et Aquilio consulibus evenerat.”
Credo di non avere citato male. M. Lobre, dell'Istituto Miranda, ci fece imparare a memoria le prime cinque pagine del Libro Secondo e le ultime tre del Libro Terzo. Non conosco nient'altro de «La natura degli dei».
Gli intrusi non sono venuti a cercarmi. Li vedo apparire e scomparire sui bordi del colle. Forse a causa di qualche imperfezione dell'anima (e dell'infinità di zanzare), ho avuto nostalgia del giorno precedente, di quando cioè vivevo senza speranza di Faustine e non con questa angoscia. Ho avuto nostalgia di quel momento in cui mi sentii, di nuovo, di casa nel museo, padrone della subordinata solitudine.
Adesso ricordo quel che pensavo l'altra notte, in quella stanza insistentemente illuminata. La natura degli intrusi, dei rapporti che finora ho avuto con gli intrusi. Provai diverse spiegazioni: che io abbia la famosa peste; i suoi effetti sull'immaginazione: la gente, la musica, Faustine; sul corpo: forse lesioni orrende, segni della morte, che gli effetti precedenti non mi permettono di vedere. Che l'aria perversa dei bassi e una deficiente alimentazione mi abbiano reso invisibile. Gli intrusi non mi hanno visto (oppure sfoggiano una disciplina sovrumana; segretamente eliminai, con la soddisfazione di agire abilmente, ogni sospetto di finzione organizzata, poliziesca). Obiezioni: non sono invisibile per gli uccelli, lucertole, per i topi e per le zanzare.
Mi venne l'idea (precaria) che potesse trattarsi di esseri di diversa natura, di un altro pianeta, con occhi che non servono a vedere, con orecchie che non servono a sentire. Ricordai che parlavano un corretto francese. Ampliai la mostruosità precedente: che quella lingua fosse un attributo parallelo fra i nostri mondi, destinato a scopi diversi. Sono arrivato alla quarta ipotesi spinto dall'aberrazione di raccontare sogni. La notte scorsa sognai questo: ero in un manicomio. Dopo una lunga visita (il processo?) del medico, la mia famiglia mi aveva portato lì. Morel era il direttore. A tratti, sapevo di essere nell'isola; a tratti, credevo di essere nel manicomio; a tratti, ero il direttore del manicomio. Credo che non è indispensabile prendere un sogno per realtà, né la realtà per follia.
Quinta ipotesi: gli intrusi sarebbero un gruppo di morti amici; io, un viaggiatore, come Dante o Swedenborg, oppure un altro morto, di una altra casta, in un momento diverso della sua metamorfosi; quest'isola, purgatorio oppure cielo di quei morti (qui enuncio la possibilità di parecchi cieli; se ce ne fosse uno e tutti fossero lì e ci aspettasse un incantevole matrimonio con i suoi mercoledì letterari, già molti di noi avrebbero smesso di morire).
Ora capivo perché i romanzieri propongono fantasmi lamentosi. I morti continuano a stare tra i vivi. A loro costa molto cambiare di abitudini, rinunciare al tabacco, al prestigio di violentatori di donne. Mi ispirava orrore (pensai con teatralità interiore) l'idea di essere invisibile; anche l'idea che Faustine, così vicina, stesse in un altro pianeta (il nome di Faustine mi immalinconì); ma io sono morto, sono irraggiungibile (vedrò Faustine, la vedrò andar via, e i miei gesti, le mie suppliche, i miei agguati, non la raggiungeranno); quelle soluzioni orribili sono speranze frustrate.
La pratica di queste idee mi dava una consistente euforia. Accumulai prove che mostravano le mie relazioni con gli intrusi come relazioni fra esseri su piani diversi. In quest'isola poteva essere successa una catastrofe non percettibile per i suoi morti (io e gli animali che la abitavano); poi erano arrivati gli intrusi.
Che io fossi morto! Come mi entusiasmò quest'idea (vanitosamente, letterariamente!). Ricapitolai la mia vita. L'infanzia, poco stimolante, con i pomeriggi nel Paseo del Paraìso, i giorni precedenti alla mia prigionia, quasi estranei; la mia lunga fuga; i mesi che ho passato nell'isola. La morte aveva due opportunità per inserirsi nella mia storia. Nei giorni che precedettero l'arrivo della polizia nella mia camera in quella pensione puzzolente e rosa, in via Ovest 11, dirimpetto alla Pastora (il processo si sarebbe svolto davanti ai giudici definitivi; la fuga e i viaggi, sarebbero stati il viaggio al cielo, all'inferno o al purgatorio a me accordato). L'altra occasione, per la morte, si presentò durante il viaggio in barca. Il sole mi fondeva il cranio, e anche se sono arrivato qui remando, devo aver perduto i sensi molto prima di arrivare. Di quei giorni tutti i ricordi sono vaghi; soltanto un riverbero infernale, un saliscendi e un rumore di acqua, una sofferenza maggiore di tutte le nostre riserve di vita.
Pensavo da un pezzo a queste cose, ormai mi avevano un poco stancato e proseguii con minor logica: non ero morto fino al momento in cui apparvero gli intrusi; nella solitudine è impossibile essere morti. Per risuscitare debbo sopprimere i testimoni. Sarà uno sterminio facile. Non esisto: non sospetteranno la loro distruzione. Stavo pensando ad altro: a un incredibile progetto di violenza privatissima, come di sogno, che solo per me avrebbe contato. In momenti di estrema angoscia ho immaginato queste spiegazioni ingiustificate e vane. L'uomo e la copula non sopportano lunghe intensità.
Questo è un inferno. I soli sono opprimenti. Non mi sento bene. Ho mangiato certi bulbi molto fibrosi, simili alle rape. I soli stavano sopra, uno più dell'altro, quando all'improvviso (credo di avere guardato il mare fino a quel momento) apparve una nave, molto vicino, tra gli scogli. Fu come se mi fossi addormentato (sotto questo sole doppio perfino le mosche volano addormentate) e mi fossi svegliato qualche secondo o qualche ora dopo, senza rendermi conto che avevo dormito e nemmeno che mi stavo svegliando. Era una nave da carico, bianca. “La mia sentenza”, pensai indignato. “Sicuramente vengono a sfruttare l'isola”. La ciminiera, gialla (come le navi della Royal Mail e della Pacific Line), altissima, fischiò tre volte. Gli intrusi accorsero sull'orlo del colle. Alcune donne salutarono con i fazzoletti.
Il mare non si muoveva. Dalla nave calarono una lancia. Ci misero quasi un'ora a far funzionare il motore. Un marinaio vestito da ufficiale o da capitano sbarcò nell'isola. Gli altri tornarono alla nave.
L'uomo salì sul colle. Ero molto incuriosito (…)
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag. 78-83)
Una nota di Adolfo Bioy Casares (che, senza dirlo apertamente, si finge curatore del manoscritto) avverte che la citazione ciceroniana è sbagliata:
“Sbaglia. Omette la parola più importante: “geminato” (da geminatus, raddoppiato, ripetuto. La frase è: “...tum sole geminato, quod, ut e patre audivi. Tuditano et Aquilio consulibus evenerat; quo quidem anno P. Africanus sol alter extinctus est”. La traduzione corrente è : « I due soli che, come ho sentito dire a mio padre, furono visti sotto il consolato di Tuditano e Aquilio; lo stesso anno in cui si estinse quell’altro sole di Publio Africano, 183 a.C.»
Nel film, la nave diventa un veliero; non è l’unica modifica fatta dal regista, ma bisogna dire che nel complesso il film è molto fedele al libro. Greco e Barbato tagliano tutta la parte iniziale, cominciando dall’arrivo della barca sull’isola (il film è girato a Malta), ed è una cosa che ci può stare, dato che nei film i tagli sono spesso obbligati per questioni di budget e di durata. L’unica differenza davvero importante è il finale, ne ho già parlato nel primo post dedicato al film.
(continua)

L'invenzione di Morel ( III )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

- ... credo che perdiamo l'immortalità perché la resistenza alla morte non ha subito alcuna evoluzione; ogni suo perfezionamento insiste sulla prima idea, rudimentale: mantenere vivo tutto il corpo. Bisognerebbe cercare soltanto la conservazione di ciò che interessa la coscienza.
(Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel. Traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag.32)
Nelle puntate precedenti abbiamo visto come il nostro naufrago, un profugo politico sbarcato su un’isola deserta e fuori dalla rotte navali, si trovi d’improvviso in mezzo a molte persone eleganti, sorte improvvisamente come dal nulla. Queste persone sembrano ignorare completamente il naufrago, come se fosse invisibile, come se appartenessero a un altro mondo; e spariscono improvvisamente, così come sono venute.
Il fenomeno si ripete molte volte, misteriosamente. Un po’ alla volta, l’uomo prende confidenza con le apparizioni, che sembrano ripetere gli stessi gesti e gli stessi percorsi. L’uomo è molto colpito da una giovane donna, Faustine; cerca di entrare in contatto con lei ma non ci riesce. Anche Faustine si comporta come gli altri, lo ignora completamente; è come se vivesse in un altro mondo, eppure è lì viva e presente. Cosa succede?
Per cercare di capire, il naufrago (interpretato da Giulio Brogi) segue Morel, l’uomo a cui tutti sembrano far riferimento. Dopo qualche tempo, finalmente arriva ad assistere alla riunione nella quale Morel spiega tutto ai suoi ospiti.
Dai dialoghi del film di Greco mi ero segnato, a suo tempo, questi appunti:
1- Morel: (...) una volta riuniti tutti i sensi, sorge anche l'anima?
2- Morel: (...) l'influenza del futuro sul passato (...)
3- Morel: (...) non dimentichiamoci che, nella nostra incapacità di vedere, i movimenti del prestigiatore si convertono in magia. Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?
4- Brogi, a Faustine: (...) Quando mi preoccupava la persecuzione poliziesca, le immagini di quest'isola si muovevano come i pezzi degli scacchi, seguendo un piano strategico per catturarmi... Devo convincermi che non ho bisogno di fuggire. Le immagini mi spaventano, ma mi proteggono.
Non potrò mai ripartire. Il viaggio è irripetibile, la mia barca è putrefatta e io non posso fabbricarne un'altra. Nessuna nave oltrepassa l'orizzonte, se non quella vostra: che non esiste...
Questi invece sono i dialoghi originali, dal libro di Adolfo Bioy Casares. Va detto che Morel viene descritto come un uomo con la barba; Greco invece lo affida John Steiner, un attore che è del tutto diverso dall’idea che ci si farebbe leggendo il libro.
- L'influenza del futuro sul passato, - disse Morel, con entusiasmo e quasi sottovoce.
(traduzione di Livio Bacchi Wilcock, edizione Bompiani 1974, pag.63)
Morel tese le braccia e disse con parole mozze:
- Debbo farvi una dichiarazione.
Sorrise nervosamente:
- Niente di grave. Per non cadere in inesattezze, ho deciso di leggere. Ascoltate, per favore. (...) Dovrete perdonarmi questa scena, prima fastidiosa, poi terribile. La dimenticheremo. Questo, nonché la buona settimana che abbia vissuto, finirà col toglierle importanza. Avevo pensato di non dirvi nulla. Vi avrei risparmiato un'inquietudine molto naturale. Avrei disposto di voi tutti, fino all'ultimo istante, senza ribellioni. Ma siccome siete miei amici, avete il diritto di sapere.
In silenzio muoveva gli occhi, sorrideva, tremava; poi continuò con impeto:
- Il mio abuso consiste nell'avervi fotografati senza il vostro permesso. E' chiaro che non si tratta di una fotografia come le altre; è la mia ultima invenzione. Noi vivremo in quella fotografia,sempre. Immaginatevi un palcoscenico nel quale venisse recitata, integralmente, la nostra vita durante questi sette giorni. Noi stiamo recitando. Tutti i nostri atti sono rimasti registrati.
- Che spudoratezza! - gridò un uomo con baffi neri e denti sporgenti.
- Spero che sia uno scherzo - disse Dora.
Faustine non sorrideva. Sembrava indignata.
- Avrei potuto dirvi, appena arrivati: “Vivremo per l'eternità”. Forse avremmo rovinato tutto, nello sforzo di mantenere una continua allegria. Ho pensato: qualunque sia la settimana che passeremo insieme, sarà piacevole soltanto se non ci sentiremo costretti a occupare bene il nostro tempo. Non è stato cosí? Allora vi ho dato un'eternità piacevole. E' vero che le opere degli uomini non sono perfette. Qui mancano alcuni dei nostri amici. Claude si è giustificato: sta lavorando all'ipotesi, sotto forma di romanzo e trattato teologico, di un disaccordo fra Dio e l'individuo; ipotesi che sembra efficace per rendersi immortale e che perciò non vuole interrompere. Madeleine non andava in montagna da due anni; deve pensare alla sua salute. Leclerc aveva promesso di accompagnare i Davies in Florida.-
Aggiunse:
- Il povero Charlie, naturalmente..."
Dal tono della voce, piú marcato su povero, dalla muta solennità, dai cambiamenti di posizione con rumore di sedie mosse, dedussi che quel Charlie era un morto; per essere piú esatto: un morto recente. Morel disse poi, quasi volesse consolare l'uditorio:
- Ma l'ho qui con me. Se qualcuno vederlo, posso mostrarglielo. Fu uno dei miei primi provini riusciti.
Si soffermò. Credo che si rese conto del cambiamento d'umore avvenuto nella sala, ( prima erano passati da una noia affabile all'afflizione, con una sfumatura di rimprovero per il cattivo gusto di introdurre un morto in mezzo scherzo; adesso erano tutti perplessi, quasi inorriditi).
Tornò in fretta ai fogli gialli:
- (...) Quando misi a punto la mia invenzione mi venne l'idea, prima come un semplice argomento sul quale esercitare l'immaginazione, poi come un incredibile progetto, di dare una realtà perpetua alla mia.fantasia sentimentale... Il fatto di credermi superiore, e la convinzione che sia piú facile conquistare una donna che fabbricare cieli, mi consigliarono di agire spontaneamente. Le speranze di conquistarla sono ormai un ricordo; non ho piú la sua fiduciosa amicizia; non ho piú il sostegno, il coraggio per affrontare la vita. Conveniva seguire una tattica. Fare dei piani.
(Morel cambiò voce, come se volesse cancellare la gravità che avevano diffuso le sue parole)
- In principio pensai alla convenienza di venircene qui da soli (impossibile: non l'ho piú vista sola da quando le ho confessato i miei sentimenti) o di rapirla (saremmo rimasti a litigare eternamente). Si noti che, questa volta, non vi è alcuna esagerazione nella parola eternamente.
Lesse molto diversamente questo paragrafo. Disse - mi sembra - che aveva pensato di rapirla e provò a fare qualche scherzo.
- Adesso vi spiegherò la mia invenzione.
(continua)

L'invenzione di Morel ( IV )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

Avevamo lasciato Morel intento a spiegare la sua invenzione, davanti al pubblico dei suoi amici, invitati per un soggiorno lussuoso nell’isola disabitata. Tra il pubblico, il protagonista del libro: il naufrago finito per caso sull’isola, un uomo in fuga, un estraneo a tutti gli effetti. Perché Morel e i suoi amici sono solo proiezioni, un film incredibilmente vero, più vero del vero, tridimensionale. Le proiezioni nascono da un motore azionato dalle maree, e si ripetono ad intervalli più o meno regolari, secondo le fasi di luna; e sono così vere che il protagonista, l’uomo che ci racconta la storia, le ha scambiate per persone autentiche e se ne è spaventato; in seguito ha creduto che fossero fantasmi; ha cercato di interagire con essi, in particolare con Faustine (che non lo ha degnato di uno sguardo). Infine, ha capito la natura delle apparizioni e adesso sta finalmente ascoltando la rivelazione completa.
(...) " Qual è la funzione della radiotelefonia? Sopprimere, per quel che riguarda l'udito, un'assenza speciale: avvalendoci di emittenti e di ricevitori possiamo riunirci in conversazione con Madeleine, in questa stanza, sebbene essa si trovi a piú di ventimila chilometri, nei dintorni di Quebec. La televisione fa la stessa cosa per quel che riguarda la vista. Raggiungere vibrazioni più rapide o piú lente significherà pervenire agli altri sensi; a tutti gli altri sensi. (...) la scienza, fino a poco tempo fa, si era limitata ad annullare, per l'udito e per la vista, assenze spaziali e temporali. Il merito della prima parte dei miei lavori consiste nell'aver interrotto una negligenza che aveva ormai il peso di una tradizione, e nell'aver continuato, con logica, e per strade quasi parallele, il ragionamento e gli insegnamenti degli scienziati che migliorarono il mondo con le invenzioni sopra menzionate. Voglio sottolineare la mia gratitudine nei confronti degli industriali i quali, sia in Francia (Société Clunie), che in Svizzera (Schwachter, di san Gallo), capirono l'importanza delle mie investigazioni e mi aprirono i loro laboratori. (...) Da allora lavorai solo.
Mi misi a cercare onde e vibrazioni mai raggiunte, a ideare strumenti per captarle e per trasmetterle. Ottenni, con relativa facilità, le sensazioni olfattive; quelle termiche e tattili propriamente dette richiesero tutta la mia perseveranza. Bisognava, inoltre, perfezionare i mezzi già esistenti. I migliori risultati onoravano i fabbricanti di dischi fonografici. Da molto tempo era possibile affermare che, per quel che riguarda la voce, la morte non ci faceva piú paura. Le immagini erano state archiviate, molto imperfettamente, dalla fotografia e dal cinematografo. Indirizzai questa parte del mio lavoro verso la ritenzione delle immagini che si formano negli specchi.
Una persona, un animale o una cosa, sono, davanti ai miei apparecchi, come la stazione che trasmette il concerto che voi ascoltate. Se aprite il ricevitore di onde olfattive, sentirete il profumo dei gelsomini appuntati sul seno di Madeleine, senza vederla. Se aprite il settore di onde tattili, potrete accarezzare i suoi capelli, morbidi e invisibili, e imparare, come i ciechi, a conoscere le cose con le mani. Ma se aprite tutto il complesso di ricevitori, appare Madeleine completa, riprodotta, identica; non dovete dimenticare che si tratta di immagini estratte dagli specchi, con i suoni, la resistenza al tatto, il sapore, gli odori, la temperatura, perfettamente sincronizzati.
Nessun testimone riconoscerà che sono delle immagini. E se ora appaiono le nostre, voi stessi non mi crederete. Vi riuscirà più facile pensare che ho ingaggiato una compagnia di attori, di sosia inverosimili.
Questa è la prima parte della macchina; la seconda registra; la terza proietta. Non ha bisogno di schermi né di fogli di carta; le sue proiezioni sono bene accolte da tutto lo spazio, e non importa che sia di giorno o di notte. In omaggio alla chiarezza oserò paragonare le parti della macchina con: l'apparecchio televisivo che mostra le immagini da emittenti piú o meno lontane; la cinepresa che riprende le immagini, portate dall'apparecchio televisivo; il proiettore cinematografico.
Avevo pensato di coordinare i miei diversi apparecchi e riprendere alcune scene della nostra vita: una sera con Faustine, brani di conversazione con voi; avrei cosí messo insieme un album di presenze molto nitide e durevoli, che sarebbe stato un lascito di certi momenti ad altri momenti, gradito ai figli, agli amici e alle generazioni che vivranno usanze diverse. Infatti, immaginavo che, sebbene le riproduzioni di oggetti sarebbero stati oggetti – come una fotografia di una casa è un oggetto che ne rappresenta un altro - , le riproduzioni di animali e di piante non sarebbero state né animali né piante. Ero sicuro che i miei simulacri di persone non avrebbero avuto alcuna coscienza di sé (come i personaggi di un film).
Ebbi una sorpresa: dopo molto lavoro, quando radunai quei dati armonicamente, mi trovai davanti agli occhi delle persone ricostituite, le quali scomparivano se disinnestavo il proiettore: esse vivevano soltanto i momenti vissuti mentre riprendevo la scena, e una volta finiti, questi si ripetevano di nuovo, come brani di un disco o di una pellicola che, arrivati alla fine, ricominciassero da capo; però nessuno avrebbe potuto distinguerle dalle persone vere (sembrano muoversi in un altro mondo, fortuitamente abbordato dal nostro).
Se accordiamo la coscienza, e tutto ciò che ci distingue dagli oggetti, alle persone che ci circondano, non possiamo non fare lo stesso con quelle create dai miei apparecchi; nessun argomento valido ed esclusivo lo vieta. Una volta riuniti tutti i sensi, sorge l'anima. C'era da aspettarselo. Madeleine c'era per la vista, Madeleine c'era per l'udito, Madeleine c'era per il gusto, Madeleine c'era per l'odorato, Madeleine c'era per il tatto: ormai c'era Madeleine."
(...) " Vi costa fatica ammettere un sistema di riproduzione della vita, cosí meccanico e artificiale? Ricordate che nella nostra incapacità di vedere, i movimenti del prestigiatore si convertono in magia. Per fare riproduzioni vive, ho bisogno di emittenti vivi. Non creo la vita. Non dovremmo chiamare vita ciò che è latente in un disco, ciò che si rivela quando funziona la macchina del fonografo, appena muovo un interruttore? Dovrò insistere sul fatto che tutte le vite, come i mandarini cinesi, dipendono da pulsanti che certi esseri sconosciuti possono premere? E voi stessi, quante volte avrete interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: Dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché Dio non ci comanda di nascere? Non percepite un parallelismo fra i destini degli uomini e quelli delle immagini?
L'ipotesi che le immagini abbiano un'anima sembra confermata dagli effetti della mia macchina sulle persone, sugli animali e sui vegetali emittenti. Naturalmente, non raggiunsi questi risultati se non dopo molti insuccessi parziali. Ricordo che feci i primi esperimenti con alcuni impiegati della ditta Schwachter. Senza preavviso, aprivo le macchine e li riprendevo mentre lavoravano. C'erano ancora delle lacune nel ricevitore; non riuniva armonicamente i suoi dati: in alcuni casi, per esempio, l'immagine non coincideva con la resistenza al tatto: a volte gli errori sono impercettibili per testimoni poco specializzati, altre volte, la divergenza è notevole."
Stoever domandò:
" Puoi farci vedere quelle prime immagini?"
" Se voi me lo chiedete, perché no? però vi avverto che ci sono fantasmi leggermente mostruosi," rispose Morel.
" Benissimo, " disse Dora. " Ce li faccia vedere. Un po' di svago non fa mai male. "
" Io voglio vederli," continuò Stoever, " perché ricordo che ci furono alcuni decessi inspiegabili nella ditta Schwachter. (…)
(Adolfo Bioy Casares, L'invenzione di Morel; trad. Livio Bacchi Wilcock, ed.Bompiani pag.105)
(continua)

L'invenzione di Morel ( V )

- L’invenzione di Morel, romanzo di Adolfo Bioy Casares (1940, Buenos Aires)
- L'invenzione di Morel, film del 1974. Regia di Emidio Greco. Sceneggiatura di Emidio Greco e Andrea Barbato, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Fotografia di Silvano Ippoliti. Musica di Nicola Piovani. Costumi di Gitt Magrini. Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano. Durata: 90’

(…) E un giorno ci sarà un apparecchio più completo. Quel che viene pensato o sentito nella vita - o nei momenti della ripresa – sarà come un alfabeto, mediante il quale l'immagine continuerà a capire tutto (come noi, che con le lettere dell'alfabeto possiamo capire e comporre tutte le parole). La vita diventerà, cosí, un magazzino della morte. Ma nemmeno allora l'immagine sarà viva; oggetti essenzialmente nuovi non esisteranno per lei. Conoscerà tutto ciò che ha sentito o pensato, o le combinazioni ulteriori di ciò che ha sentito o pensato.
Il fatto che non possiamo capire nulla fuori del tempo e dello spazio, sta forse a suggerire che la nostra vita non è sostanzialmente diversa dalla sopravvivenza che si otterrebbe con un tale apparecchio. Quando intelletti meno rozzi di quello di Morel si occuperanno dell'invenzione, l'uomo sceglierà un luogo appartato, piacevole, vi starà insieme con le persone che più ama e rimarrà perpetuamente in un intimo paradiso. Uno stesso giardino, se le scene da perpetuare sono prese in momenti diversi, alloggerà innumerevoli paradisi, le cui società, ignorandosi a vicenda, funzioneranno simultaneamente, senza urti, quasi negli stessi luoghi. Saranno, purtroppo, paradisi vulnerabili, poiché le immagini non potranno vedere gli uomini, e gli uomini, se non danno ascolto a Malthus, avranno bisogno, un giorno, della terra anche del più piccolo di quei paradisi, e distruggeranno i suoi inermi abitanti, oppure li rinchiuderanno nella possibilità inutile delle loro macchine disinnestate. (…)
pag. 119 (Adolfo Bioy Casares, "L'invenzione di Morel", traduzione Livio Bacchi Wilcock, ed.Bompiani)
(…) L'eternità rotatoria può sembrare atroce ad uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come se fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti. Inoltre, per via delle interruzioni dovute al regime delle maree, la ripetizione non è implacabile.

Abituato a vedere una vita che si ripete, trovo la mia irrimediabilmente casuale. I propositi di ammenda sono vani: per me, non c'è prossima volta, ogni istante è unico, diverso, e parecchi vanno perduti per disattenzione. E' vero che neanche per le immagini c'è prossima volta ( tutte le volte sono identiche alla prima).
Si può pensare che la nostra vita è come una settimana di queste immagini e che torna a ripetersi in mondi attigui.
Senza concedere nulla alla mia debolezza, posso immaginare l'arrivo commovente in casa di Faustine, come la interesseranno i miei racconti, l'amicizia che queste circostanze contribuiranno a stabilire. Chissà se non sto davvero percorrendo il lungo e difficile cammino verso Faustine, verso il necessario riposo della mia vita. Ma, dove abita Faustine? L'ho seguita per settimane. Parla del Canadà. Non so altro. Ma c'è un'altra domanda che si può ascoltare – con orrore -: Faustine è viva?

Forse perché l'idea mi sembra cosí poeticamente straziante - cercare una persona senza sapere dove vive, senza sapere se è viva – Faustine mi importa più della mia vita.
Esiste una qualche possibilità di fare il viaggio? La barca si è putrefatta. Gli alberi sono marci, non sono un falegname tanto bravo da fabbricarne una seconda con altro legno (…)
pag.122 Adolfo Bioy Casares, L'invenzione di Morel, ed. Bompiani

Lentamente nella mia coscienza , ma puntuali nella realtà, le parole e i movimenti di Faustine e del barbuto coincisero esattamente con le loro parole e i loro movimenti di otto giorni prima. L'atroce eterno ritorno. Incompleto: il mio giardinetto, l'altro giorno mutilato dai piedi di Morel, è oggi un luogo confuso, con resti di fiori morti, schiacciati contro la terra. (…) Come a teatro, le scene si ripetono.
pag.64 (Adolfo Bioy Casares, "L'invenzione di Morel", traduzione Livio Bacchi Wilcock, ed.Bompiani)
(...) Dora gridò a Morel:
"Haynes sta dormendo nella camera di Faustine. Nessuno riuscirà a tirarlo fuori. "
Stavano dunque parlando di Haynes? Non pensai che ci potesse essere qualche relazione tra le parole di Dora e la conversazione di Morel con gli uomini. Dicevano di star cercando qualcuno e io ero spaventato, pronto a scorgere dappertutto allusioni e minacce. Ora sospetto che forse questa gente non si è mai occupata di me... Anzi: ora so che non possono cercarmi.
Ne sono certo? Un uomo di buon senso darebbe credito a ciò che ho sentito dire ieri notte, a ciò che immagino di sapere? Mi consiglierebbe di dimenticare l'incubo che mi fa vedere in ogni cosa una macchinazione tendente a catturarmi?
E se fosse una macchinazione tendente a catturarmi, perché così complessa? Perché non arrestarmi direttamente? Non sarebbe una pazzia tutta questa laboriosa rappresentazione?
Le nostre abitudini presuppongono un certo ordine degli eventi, una vaga coerenza del mondo. Adesso la realtà mi si propone cambiata, irreale. (bardo thodol?) Quando un uomo si sveglia oppure muore, impiega un po' di tempo a disfarsi dei terrori del sogno, delle preoccupazioni e delle manie della vita. Non mi sarà facile perdere l'abitudine di temere questa gente.
Morel aveva alcuni fogli di carta sottile, gialli, scritti a macchina. Li aveva presi da un recipiente piatto di legno sul tavolo. In questo piatto c'erano moltissime lettere appuntate con spilli e ritagli di annunci delle riviste Yachting e Motorboating. Vi si.chiedevano i prezzi di navi vecchie, condizioni di vendita, come e dove andarle a vedere. Ne vidi alcune (delle lettere).
"Haynes rimanga pure a dormire", disse Morel. – E' molto pesante e se dobbiamo andare a prenderlo non incominceremo mai."
(Adolfo Bioy Casares, "L'invenzione di Morel", traduzione Livio Bacchi Wilcock, ed.Bompiani)
Entrare in un mondo che non è il tuo, tentare di farlo non avendo i vestiti giusti, e magari con la barba incolta, stracciato, quasi scalzo. E’ questo che cerca di fare il naufrago in “L’invenzione di Morel”? Forse è davvero questa la chiave di lettura del libro. Spera di diventare uno scrittore, di entrare nel mondo dorato del cinema? Una speranza da illusi, in quel mondo non ti vedranno neanche, non sarai mai accettato, meglio spaccare tutto come indica Greco o accettare la consunzione come dice Bioy? Un mondo che non è il tuo e dove non ti vedono proprio: Bioy ha scritto questo romanzo quando era molto giovane, forse la chiave di lettura è proprio questa.
L’immortalità è la pubblicazione di un libro, o la realizzazione di un film: ma anche questa è illusione. Forse, oggi l’immortale settimana è finire su youtube? E per entrare nel mondo dorato di Faustine c’è chi prova ad ammazzare più persone possibile, come è successo in Virginia l’altro ieri? Fin qui pensavo a Platone, oggi sono sceso molto più sotto, magari a Plutone e all’inferno – e mi trovo costretto a chiedere scusa al caro Bioy...  (una variazione su questo tema è anche La rosa purpurea di Woody Allen, però sul fantastico e non sul quotidiano e sul reale, come invece è abile a fare Bioy Casares.)
Il film è girato in esterni a Malta, le musiche sono di Nicola Piovani, i costumi (molto belli, stile anni ‘20) sono di Gitt Magrini, che poco prima aveva collaborato a “Il conformista” di Bertolucci. Le costruzioni che vediamo sono opera di Xavier Darmanin: avrei voluto saperne di più, così come sugli arredi degli interni, molto accurati: ma non è facile trovare informazioni in rete.
Morel è John Steiner, non particolarmente espressivo; tra i suoi ospiti c' anche un giovane Roberto Herlitzka. Nel libro l'azione si svolge a "Isola di Capo Nero, luglio 1929"; e quel che dice Morel ricorda molto alcune cose di Gurdjeff, quando parla di onde, vibrazioni, maree, futuro e passato)
Nel 2005 riprendo in mano il libro, che risale agli anni '70, e mi accorgo che sta cadendo a pezzi: la colla che teneva insieme le pagine si è inesorabilmente seccata. Non tutte le colle reggono infatti all’usura del tempo, e il mio libro (l’edizione Bompiani con la copertina nera) oltretutto non è nemmeno cucito, solo un po’ di colla sul dorso. Dato che ho un po’ di nozioni su come restaurare i libri, posso mettermi all’opera; e il libro ritorna maneggiabile. Sono abbastanza soddisfatto del risultato (miracoli non se ne possono fare, ma sono stato molto bravo e me ne compiaccio), e posso dunque rivedere la mia vecchia vhs dove ho registrato il film (dalla TSI, nel 1988).
Dispiace vedere con la scansione veloce un film così ben curato, ma come si fa? Ci sono due o tre errori gravi, ma questo era il primo film di Greco, e poi era l'epoca di Godard e nouvelle vague e andava di moda girare i film così. Comunque sia: 1) che bello rivedere Malta dopo esserci stati! Si vede anche, all'inizio, qualcosa che potrebbe essere Hagar Qim coi suoi templi (o era Tarxien?); e Brogi sbarca nella zona dell'isolotto, se non sbaglio. 2) Grave errore essersi dimenticati del fatto che il libro è narrato in prima persona. Una voce narrante avrebbe aiutato molto a capire il film, e anche a guardarlo...(la prima mezz’ora è micidiale, anche se ha il suo fascino). 3) Personalmente, io avrei fatto cominciare il film in Venezuela, da Ombrellieri (magari chiamandolo Cartaphilus, come in Borges?), spiegando così meglio il personaggio del protagonista, un perseguitato politico in fuga. Insomma, un inizio come Blade runner (magari pescando dal mio sogno del perseguitato politico), un bel 15 minuti; per poi passare a un Robinson Crusoe ma appena accennato: dopodiché il film di Greco mi trova d'accordo. 4) Il film di Greco è però notevole, pur con tutti i suoi difetti. 5) Alcuni attori non mi piacciono. Brogi è in gran forma, ma gli altri volti (sopr. Steiner e la Karina) mi lasciano freddo o sono fisicamente sbagliati (“il barbuto e la zingara”?).E non si capisce perché mai Morel e i suoi debbano muoversi e recitare come manichini o come automi, rigidi e quasi senza emozioni 6) Della proiezione in sala, nel 1973, ricordo ancora le reazioni del pubblico pagante, in particolare le due ragazze davanti a me che erano costernate perché non riuscivano a capire come mai ritornassero sempre le stesse sequenze (“ma questo l’ho già visto prima!!!”): penso che avessero ragione e che sia stata una reazione legittima. Nel libro tutto è chiaro, nel film non si può usare lo stesso linguaggio e bisognava inventarsi qualcosa d’altro. Chissà come la pensa Greco, oggi: all’epoca era molto giovane, in seguito ha fatto film molto interessanti, come il recente “Il consiglio d’Egitto” (da Sciascia) dove c’è anche molto humour. Quanto a me, il film mi aveva lasciato perplesso ma ero corso subito a procurarmi il libro, che è ancora qui insieme a tutti gli altri di Bioy Casares che sono riuscito a trovare (nel 1973 era ancora possibile trovarne molti in libreria). 7) Sarebbe bello rifarlo oggi col computer, magari alla maniera dei primi corti di Zbig, con le sovrapposizioni del naufrago sulle proiezioni "vere"... (e magari sarebbe anche un film di successo, ma se penso a come sarebbe sconciato se finisse nelle mani di chi oggi comanda il cinema, forse è meglio lasciar perdere) (e rileggersi Bioy).
E alcune mie fantasie finali, leggendo Guénon e le sue storie su Agharti: anche la Faustine di Morel in realtà non era un film, ma una visione e una serie di visioni nella quale voleva entrare il naufrago; e io forse sono come l'isola di Morel, e le maree (e le fasi di Luna) mi rimettono in moto? I nostri sogni sono le proiezioni dei "dischi" di Morel? Loro trasmettono, proiettano, e io sono parte dell'apparato ricevente e/o del proiettore? Io sono in samadhi, e gli altri mi disturbano?
(ma su Morel e sulla sua invenzione, una volta cominciato a fantasticare e a ragionarci sopra, si rischia di non finire più...) (l’ultimo appunto, quello sul samadhi e sul rifugiarsi nell’altrove, è però riferito a un altro libro di Bioy Casares, “Piano di evasione”).