lunedì 23 marzo 2020

Buñuel e la Tavola del Re Salomone


 
Buñuel e la Tavola del Re Salomone (Buñuel y la Mesa del Rey Salomòn, 2001) Regia di Carlos Saura. Scritto da Carlos Saura e Agustin Sanchez Vidal. Fotografia di Josè Luis Lopez Linares. Musiche di Brahms (quarta sinfonia), Wagner (Tristano e Isotta), Federico Garcia Lorca (Los cuatro muleros). Musiche per il film di Roque Baños. Interpreti: El Gran Wyoming, Pere Arguillue, Ernesto Alterio, Adrià Collado, Amira Casar, Valeria Marini, Jean Claude Carrière, Juan Luis Galiardo, Armando De Razza, Eusebio Lazaro, Martin Murjica, Estrella Morente, Farid Fatmi, e molti altri. Durata: 1h35'

"Buñuel e la Tavola del Re Salomone" è una fantasia che parte dall'amicizia reale e storica fra Lusi Buñuel, Salvador Dalì e Federico Garcia Lorca, che frequentarono la stessa scuola; Buñuel e Dalì girarono insieme due film che hanno fatto la storia del cinema, "L'age d'or" e "Un chien andalou". Il soggetto è dello stesso regista Carlos Saura, scritto insieme ad Agustin Sanchez Vidal.
Nel film si immagina che i tre, un po' alla Indiana Jones, vengano incaricati di cercare la Tavola di Re Salomone che è nascosta a Toledo e la cui storia viene narrata all'inizio del film, "seconda per importanza solo all'Arca dell'Alleanza": una specie di specchio che racconta passato, presente e futuro, e che si trovava in origine nel Tempio di Gerusalemme.

 
Riassumere la trama è davvero complicato, ci provo meglio che posso anche perché cercare di capire cosa succede in questo film è divertente, anche se non tutto è di alto livello. Per cominciare, bisogna dire che Luis Buñuel è interpretato da due attori, uno più anziano che dal suo studio immagina e sogna il film, e uno più giovane che partecipa all'azione. I tre si vedono anche da bambini. Buñuel è sordastro e gira con l'apparecchio acustico, lo tiene nell'orecchio e in tasca. Lorca e Dalì sono giovani e aitanti, Dalì più caricaturale (nel film è il classico buffo e imbranato), Lorca è molto semplificato ed è poco più di un bel ragazzo elegante. Si mischiano elementi d'epoca con altri d'attualità: il paesaggio urbano odierno, il lettore cd e altri gadgets, eccetera. Si mischiano ricordi di varie epoche, per esempio Buñuel giovane rimprovera al Dalì ventenne di averlo denunciato, cosa che sarebbe successa diversi anni dopo. Insomma un gioco complesso e divertente che avrebbe meritato un regista più folle di Saura, che è bravo e diligente ma poco più, forse un altro regista avrebbe girato meglio questo soggetto, è un peccato che sia finito proprio a Saura e non a Jeunet, Gilliam, Ruiz, Jodorowski (fate voi). Però il soggetto è proprio di Saura ed è quindi naturale che il film lo abbia girato lui. Saura gioca probabilmente sulle varie lingue, accenti e pronunce iberiche, il catalano di Dalì, gli arabi, il messicano per Buñuel, eccetera; tutto questo nella versione italiana si perde, ma va detto che seguire il film senza doppiaggio sarebbe impossibile, a meno di non essere perfettamente in grado di padroneggiare le lingue iberiche. In genere, bruttine le musiche, melense e banali anche quando riprendono originali di alto livello; fa eccezione l'arabo Farid Fatmi, nel negozio dell'antiquario, gran chitarrista che fa blues in arabo, quasi Hendrix anche nell'aspetto.

 
Si comincia con Buñuel giovane, forse trentenne, al ristorante, apparecchio acustico all'orecchio, che ascolta la proposta di un tizio (Mr. Goldman, interpretato da Jean Claude Carrière) che vuole pagarlo per ritrovare la Tavola di Salomone, così descritta:
- E' una Tavola che fa vedere passato, presente e futuro; era l'oggetto più prezioso del Tempio di Salomone insieme all'Arca dell'Alleanza. Quando Tito saccheggiò il Tempio, nell'anno 70 dC, la portò a Roma dove rimase fino al sacco di Roma del 410 ad opera di Alarico re dei Goti. Nel 507 i Goti la trasferirono a Toledo, che era la loro capitale. Quando gli arabi conquistarono Toledo, il re Moussa ne rimane sbalordito, e nasconde subito la Tavola. Il suo luogotenente Tarik prende però una delle sue 365 zampe, mettendone una falsa al suo posto, e questo gli frutta duecentomila dinari. La Tavola è uno specchio di metallo di lega speciale, a curvatura variabile, con meccanismo ignoto. Nelle Mille e Una Notte si dice che fu uno specchio in cui si poteva vedere l'Universo intero e i volti di tutte le generazioni a partire da Abramo fino alle Trombe del Giudizio.
- Una ricerca interiore?
- Per Fritz Lang la Tavola aveva la capacità di far emergere nelle persone i lati nascosti, la chiamano l'acchiappasogni.
Si spiega cos'è l'acchiappasogni: una retina intrecciata a forma di labirinto che si mette sopra la culla dei neonati allo scopo di intrappolare i sogni più brutti e far arrivare loro solo i sogni piacevoli. Il riferimento a Fritz Lang è forse per uno dei suoi film; Lang ha girato diversi film con argomenti "magici", ma al momento non riesco a ricordare precisamente a cosa ci si riferisca.
 

Buñuel ascolta la proposta, non vorrebbe accettare, però poi comincia a "vedere" il film (in bianco e nero) e a sognarlo, e nel suo studio inizia a scriverlo. Il film immaginato da Buñuel dopo questo incontro comincerà da Toledo nel 2002 (il film di Saura esce un anno prima, nel 2001). La prima cosa da fare è scegliere gli attori, che vediamo mentre prendono possesso dei loro personaggi: Dalì, Lorca, Buñuel da giovane. "Questi baffi all'insù mi vanno negli occhi", si dice riferendosi a Salvador Dalì. Siamo al minuto 15 e i tre sono al ristorante, una terrazza panoramica; c'è una serie di pessime battute forse vere (prese dai carteggi?), una anche sugli entomologi visti come dei pazzi secondo il più trito dei luoghi comuni. Detto en passant, è grazie agli entomologi se sappiamo curare le malattie più gravi, malaria e peste incluse, ma questo luogo comune e questa superficialità sono durissimi da eliminare e dispiace sempre ritrovarli.
Cercare la Tavola di Salomone è comunque una buona offerta, e i soldi servono sempre; mentre Buñuel e Mr. Goldman discutono arriva una bambina che porta un biglietto a Buñuel, è l'appuntamento da un antiquario che vediamo al minuto 19. Nel negozio dell'antiquario Buñuel (da solo) trova un magnifico chitarrista che canta e suona un blues in arabo, e che somiglia molto a Jimi Hendrix (l'attore si chiama Farid Fatmi); gli presenta "sua nipote Fatima", una giovane bellissima che si direbbe piuttosto sua sorella e che porta Buñuel nel retro, dove mette un cd con la Quarta Sinfonia di Brahms e gli mostra immagini proiettate di Mr.Goldman (che gli ha commissionato la ricerca) e di Anna Maria de Zayas, sua amante; in questa scena molte battute antisemite e Buñuel interessatissimo alla ragazza (Buñuel è visto da tutti come "famoso regista" anche quando è molto giovane).
Al minuto 26 i tre sono ancora insieme e visualizzano un bambino che diventa, a turno, ognuno di loro; Dalì solleva il mare come se fosse un lenzuolo e vi trova Lorca fucilato. Di seguito, al minuto 28, arriva un prete: è un vescovo mozarabico, cristiani che ebbero seri problemi con Roma per via di riti magici e islamizzanti. Discute con loro e li invita alla chiesa di sant'Eulalia a Toledo dove si terrà il loro rito.

Al minuto 30 c'è Buñuel anziano nel suo studio, che ripensa a quello che sta scrivendo nel soggetto; di seguito l'ospedale-manicomio dove un critico cinematografico (Galiardo, probabilmente lo stesso attore) aggredisce Buñuel giovane rimproverandogli i film dozzinali girati in Messico (compreso "Orgoglio e pregiudizio") prima del grande successo degli anni '60 e '70. Al minuto 34 arriva Anna Maria de Zayas (la interpreta Valeria Marini) che li accompagna; si fermano davanti a un dipinto di Jusepe de Ribera, la donna barbuta che allatta (si spiega: è un ritratto dal vero, la donna barbuta era di Napoli e nel quadro è col marito) poi li porta nel tempio di San Giovanni Battista dove c'è il sepolcro monumentale del cardinal Tavera (enorme, disteso in mezzo al locale vuoto).
Qui giunge Aasvero l'ebreo errante, che dà a Buñuel i suoi occhiali. Al minuto 38 Buñuel mette quegli occhiali (si direbbe un 3D, con montature stile Jules Verne) e legge delle scritte in ebraico sui muri dei palazzi di Toledo: "ma certo, gli anaglifi!"
I tre trascrivono quelle scritte e vanno in sinagoga, dove il rabbino giovane le tradurrà:
- Potrebbero appartenere al Libro dello Splendore, che è parte della Cabala. (...) la Tavola di Salomone, vi hanno detto che si trova qui? Voi cosa ne sapete? (...)
Legge e traduce: «Brilla il grande specchio senza mercurio e senza tempo, che concilia i volti delle generazioni... » A questo punto Lorca comincia a declamare dei versi, e il rabbino stupito li traduce subito in ebraico: «...su cui Adamo mangia formiche, il mare ricorda i suoi annegati, e un muro di brutti sogni mi separa dai morti...»
- Avevate detto di non conoscere l'ebraico, - dice stupito il rabbino; e Lorca gli risponde:
- Nemmeno una virgola, stavo recitando versi miei.
- Questo è impossibile, questi versi appartengono a un libro sacro.
L'interpretazione che ne dà il rabbino è questa: nei versi recitati si parla della Tavola di Salomone.

 
Siamo al minuto 43, e Buñuel giovane torna dove c'era l'antiquario, ma adesso lì c'è un macellaio alle prese con una gallina (pessimo l'attore che impersona il macellaio, non sa come si fa). Dal macellaio arriva il prete-vescovo mozarabico; gli danno la coda del toro, che poi mangerà con gusto davanti ai tre. Il vescovo li consiglia di abbandonare la ricerca e di fuggire da Toledo, perché le tre grandi religioni si contendono la Tavola, ed è meglio se resta nascosta. Ma i tre insistono, e il vescovo li avverte che per raggiungere lo scopo dovranno superare la notte toledana: è la purificazione che renderà limpide le loro menti.
Al minuto 46 Buñuel anziano è nel suo studio, dorme e sogna la notte toledana: dove i tre si separano, perché ognuno deve seguire il suo destino personale. Buñuel vede la ronda di notte (Goya?) poi trova la Marini (cioè Ana Maria) con la quale ha una notte d'amore che però termina con rabbini e attrezzi per la circoncisione (così mi sembra) e qui si risveglia Buñuel di nuovo anziano. Per Dalì invece la notte toledana è un incontro con il padre e la madre, da lui più volte derisi e offesi. Lorca viene portato a sentire musica, una gitana gli canta "Los cuatro muleros", cioè la seconda delle canzoni musicate da Lorca stesso (però l'arrangiamento è meno bello dell'originale).

 
Al minuto 60 Buñuel anziano è sveglio nel suo studio e pensa che così non va, nel film deve entrare l'amicizia altrimenti che senso ha mettere Salvador e Federico? Qui parte il Tristano di Wagner: l'amicizia può essere forte come la morte?
A 1h05 i tre partono insieme verso la prova finale, sul tipo quelle del "Flauto Magico" di Mozart, che inizia davanti al vescovo mozarabico qui con tutti i suoi paramenti, pastorale compreso, e non più vestito da semplice prete. Con la benedizione del vescovo, i tre vanno al buio, per cunicoli, sottoterra, sotto il fiume; manca l'aria, trovano muri che stillano sangue...
a 1h13 Lorca grida "è sangue!" Siamo sotto alla Plaza, le più grandi piazze di Spagna sono cariche di grida, celano sotto di loro un lago di sangue, una pozza agonizzante che batte come un cuore... (presagio della sua fucilazione). In un quadro che si direbbe di Dalì i tre trovano i cadaveri decomposti di Ana Maria e di Goldman, nell'atto dell'amplesso; poi scivolano fino a finire nella merda (sic) , arrivano a un incrocio, hanno la torcia accesa, e infine trovano l'eremita (lo stesso attore che impersonava Aasvero) col pastorale ma di legno (un ramo curvo) che spiega loro che sono arrivati fin lì perché sono purificati, altrimenti avrebbero fatto la fine di quelli (indica le pareti, fatte di ossa e di teschi); quindi possono continuare, e li fa scendere in un pozzo.
A 1h23 i tre incontrano un grande robot, tra Metropolis e Ultimatum alla Terra, che cerca di farli retrocedere: ma è solo l'ultimo ostacolo, ormai sono arrivati.
A 1h28 ecco lo Specchio, cioè la Tavola. I tre vedono il loro destino, la guerra, e altro ancora. Qui finisce il film, sul primo piano di Buñuel giovane che dice cose di cui mi sfugge il senso (a dire il vero ne ho abbastanza, e poi è giusto lasciare qualcosa in sospeso per chi passa di qui).

 
Un film complesso, tutto sommato ben girato, ma gli argomenti tirati in ballo meritavano maggiore profondità; si vede comunque volentieri, è piuttosto divertente e ben recitato nel complesso, Valeria Marini compresa. Gli attori: Buñuel anziano, cioè sui 50, è El Gran Wyoming, pseudonimo di un attore serio e misurato del quale ignoro ogni cosa. Buñuel giovane è Pere Arguillue, Dalì giovane è Ernesto Alterio, Lorca è Adrià Collado. Fatima è Amira Casar, Ana Maria de Zayas è Valeria Marini, David Goldman è Jean Claude Carrière, famoso sceneggiatore (anche per Buñuel). Il critico cinematografico è Juan Luis Galiardo; il vescovo mozarabico si chiama Avilo Avendaro ed è interpretato da Armando De Razza (amico di Arbore); il rabbino è Eusebio Lazaro, Aasvero e l'eremita sono affidati a Martin Murjica. La gitana che canta per Lorca è Estrella Morente, il chitarrista arabo è Farid Fatmi.


 
(le immagini sono quelle che ho trovato in rete,
ringrazio chi le ha rese disponibili)




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