venerdì 20 settembre 2019

Shakespeare in love


Shakespeare in love (1998) Regia di John Madden. Scritto da Tom Stoppard. Sceneggiatura di Tom Stoppard e Marc Norman. Fotografia di Richard Greatrex Musiche di Stephen Warbeck Interpreti: Gwyneth Paltrow (Viola), Joseph Fiennes (Shakespeare), Judi Dench (la Regina), Geoffrey Rush (Philip Henslowe), Tom Wilkinson (Hugh Fennyman), Martin Clunes (Richard Burbage), Sandra Reinton (Rosaline), Simon Callow (Tilney), Imelda Staunton (balia di Viola), Colin Firth (lord Wessex), Ben Affleck (Mercuzio- Edward Alleyn), Rupert Everett (Christopher Marlowe) e molti altri. Durata: 120 minuti

"Shakespeare in love" è scritto da Tom Stoppard, come "Rosencrantz e Guildenstern sono morti"; per la precisione, "Rosencrantz e Guildenstern " è del 1990, "Shakespeare in love" è stato scritto nel 1996. La sceneggiatura è dello stesso Stoppard, con Marc Norman; la regia di John Madden. La maggior parte dei dialoghi viene da "Romeo e Giulietta", con alcune battute dall'Amleto ("dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova": Amleto atto II scena 2). Ci sono molti riferimenti anche a "La dodicesima notte" , soprattutto per il personaggio di Viola: però "La dodicesima notte" è del 1601, cioè sette anni dopo "Romeo e Giulietta". Il personaggio di Wessex è ispirato al Paride promesso sposo di Giulietta; Henslowe è ispirato al capocomico a cui dobbiamo molte delle notizie che abbiamo sul vero William Shakespeare, scritte su un brogliaccio che fu pubblicato intorno al 1850, non un diario ma un resoconto degli spettacoli. Come nel film sui due personaggi minori dell'Amleto, che aveva la regia dello stesso Stoppard, anche "Shakespeare in love" è un divertimento su temi originali; il risultato è sempre piacevole, più leggero di "Rosencrantz e Guildenstern" (che era più buffonesco ma anche più tragico), e con più attenzione al botteghino, il che non guasta. Ben fatta comunque la ricostruzione d'epoca, molto credibili gli spettacoli, si divertono anche gli attori ed è sempre bello quando succede.



Nel film ci si immagina un giovane e aitante William Shakespeare che si trova quasi senza volerlo a innamorarsi della giovane Viola, figlia di nobili con la passione per il teatro; per i nobili occuparsi di teatro era considerato sconveniente, e inoltre al tempo in cui viveva Shakespeare era proibito portare le donne sul palcoscenico. Il personaggio di Viola, interpretata da Gwyneth Paltrow, gioca sul travestimento: la giovane donna che si fa passare per uomo, come accade in molte opere di Shakespeare (quello vero, non quello del film). "Shakespeare in love" è da vedere più che da raccontare, molti dettagli sono originali o interessanti; ed è curiosa l'invenzione sull'omicidio di Christopher Marlowe: Will Shakespeare per evitare guai dice di chiamarsi come l'amico Marlowe, e lord Wessex (promesso sposo di Viola) manda dei sicari a uccidere proprio Christopher Marlowe. Il vero Marlowe fu effettivamente ucciso, ma le cause di questo omicidio non furono mai chiarite, e ancora se ne discute.

Molte le "strizzatine d'occhio" alla realtà del nostro tempo: c'è una specie di psicoanalista (con clessidra per misurare la durata della seduta), le barche sul Tamigi sono come i taxi e gli autisti-barcaioli chiacchierano con i clienti come a New York, eccetera. Anche la scena che aveva fatto sbuffare Giorgio Melchiori, uno dei nostri maggiori esperti di teatro elisabettiano, con William Shakespeare in crisi d'ispirazione che butta via la carta appallottolandola (la carta era costosissima e preziosa, se ne usava ogni minimo frammento) va inserita in questo contesto.

"Shakespeare in love" è ancora più divertente dopo aver letto "Romeo e Giulietta" e magari dopo aver visto "Romeo e Giulietta" di Zeffirelli (e altre versioni), perché si riesce a capire bene il lavoro di Stoppard. C'è anche da dire che a tratti "Shakespeare in love" sembra proprio un calco del film di Zeffirelli: i costumi, la balia, le scene al balcone, si assomigliano molto.
 

Judi Dench è la regina Elisabetta: appare in due sole scene di cinque minuti l'una, ma vale da sola la visione del film. Viola di Lesseps è Gwyneth Paltrow, molto bella e molto brava (siamo in zona "Sliding doors", uscito nello stesso anno) che è la vera star del film. Joseph Fiennes è William Shakespeare-Romeo, a me è sembrato un po' incolore ma sarà piaciuto alle ragazze. Geoffrey Rush è Henslowe, Tom Wilkinson è Fennyman, l'attore e impresario Burbage è Martin Clunes: i tre personaggi sono tre nomi reali, che si trovano sulle locandine degli spettacoli del vero William Shakespeare. Sandra Reinton è Rosaline, personaggio preso direttamente da "Romeo e Giulietta" ma che in "Romeo e Giulietta" è poco più di un nome buttato lì da Romeo; le spettano scene di sesso molto esplicite con l'impresario Burbage. Per chi avesse visto in tv "Doc Martin", l'interprete del dottore inglese è Martin Clunes, che qui vediamo esattamente vent'anni prima di quei telefilm. Simon Callow è Tilney, "master of the Revels", una specie di ministro dello spettacolo che riferisce direttamente alla regina e può aprire o far chiudere i teatri, fare censura, far arrestare.

Anche qui, prima che in "Anonymous" (2012, regia di Roland Emmerich), la regina Elisabetta è presentata come appassionata di teatro e delle feste, quindi in contrasto con i puritani. La nurse di Viola è Imelda Staunton; la nurse di Giulietta a teatro è invece un attore-clown. Lord Wessex è Colin Firth, non nuovo ai ruoli di principe azzurro bello ma antipatico o noioso. L'attore Edward Alleyn che fu il primo Mercuzio è affidato a Ben Affleck; Christopher Marlowe è Rupert Everett. Anche qui, come poi sarà in "Anonymous", Marlowe è presentato come rivale affermato ma anche come punto di riferimento, e come amico e suggeritore di idee. Sullo sfondo, a Londra, un'epidemia di peste che fa paura e porta anch'essa alla chiusura dei teatri e dei luoghi pubblici.

 

 

 

lunedì 16 settembre 2019

The athlete (Abebe Bikila)


 
The athlete (L'atleta, 2009). Regia di Rasselas Lakew e Davey Frankel. Scritto da Rasselas Lakew, Davey Frankel, Mikael Awake. Fotografia di Toby Moore, Philip Pfeiffer, Radoslav Spassov, Rodney Taylor. Musiche di Christian Meyer. Interpreti: Rasselas Lakew, Dag Malmberg, Ruta Gedmintas, Abba Waka Dessalegn, e molti altri. Durata: 92 minuti
 
"The athlete" è un film del 2009 su Abebe Bikila, due volte campione olimpico nella maratona (1960 e 1964, a Roma e a Tokyo). E' molto bello, quasi un road movie nella parte iniziale, con panorami di grande bellezza dell'altipiano etiopico, e ha anche il pregio, per noi italiani, di raccontare la Storia da un punto di vista diverso da quello della propaganda fascista, che purtroppo lavora ancora. La storia è questa: a 37 anni, Abebe Bikila dopo i successi a Roma e Tokyo e il ritiro alle Olimpiadi di Città del Messico (dove vinse un altro etiope) si sta preparando per Monaco di Baviera 1972. Siamo nel 1969 e Bikila sta tornando a casa, dove ha madre e un figlio, su una Volkswagen maggiolino. Sulla strada avrà un incidente, e rimarrà paralizzato alle gambe.

 
Durante il viaggio, prima dell'incidente, dà un passaggio a un prete cristiano ortodosso: non un missionario perché siamo in Etiopia, terra cristiana da duemila anni per chi non lo sapesse. Il prete lo rimprovera perché non va a Messa e si è dimenticato il Salmo di David, il Miserere, che recitano insieme. (Abbi pietà di me, Signore, secondo la tua misericordia... Libro dei Salmi n.50).
Al minuto 34 trovano in mezzo alla strada un cavallo di piccola taglia, di quelli usati dai contadini; il cavallo non si sposta e Bikila riconosce subito cosa è successo. Il cavallo è stato abbandonato dopo essere stato accecato, perché inabile al lavoro. Abebe Bikila prende la sua pistola d'ordinanza (è un militare) per finirlo ed evitargli altre sofferenze, ma il prete gli chiede di non farlo:
- Non è compito tuo. Lasciagli il tempo che gli resta da vivere.
- Lo uccideranno le iene - risponde Abebe, e si avvicina al cavallo ma poi ripone la pistola e lo lascia andare, accompagnandolo lontano dalla strada. Il prete lo loda per non averlo ucciso, e prega che trovi conforto presso dei contadini più umani.
 
 
Al minuto 30, dopo aver portato il prete a destinazione, Abebe Bikila si incontra con il suo allenatore, il finlandese Onni, che è suo grande amico. Onni gli dice che c'è molto scetticismo intorno a lui, Bikila ha 37 anni ed è considerato finito dopo i due ritiri consecutivi alle maratone di Città del Messico e di Boston. L'atleta si sta comunque allenando per le Olimpiadi del 1972, a Monaco di Baviera. Questo è il dialogo fra Onni e Bikila:
Onni: Stai ancora pensando a Boston e a Mexico?
Bikila: A Monaco.
Onni: Per Monaco dovranno passare tre anni...
Bikila: Sono solo sei raccolti.
Onni: (sorride) Monaco, come le nuvole dell'autunno, sarà lì ad aspettarti.
Bikila: Mentre venivo qui ho incontrato un'anima cieca sulla strada. Era alla fine dei suoi giorni, ma ho voluto che continuasse a vivere perché le sue gambe viaggiavano più lontano di quanto i suoi occhi potessero vedere. Monaco sarà la mia ultima gara. (...)
Onni: Allora attenderò con impazienza il settimo raccolto.
 
 
A Monaco di Baviera, nel 1972, Abebe Bikila avrebbe avuto 40 anni esatti; era cresciuto sotto l'occupazione italiana (fascista), e si era rifugiato sulle montagne con sua madre. I fascisti furono sconfitti nel 1941, dopo solo cinque anni; Abebe era un bambino essendo nato nel 1932. A Roma, correndo la maratona, era passato sotto la stele di Axum: "Cinquecentomila italiani per conquistare l'Etiopia, un solo etiope per conquistare Roma" fu il titolo dei giornali dell'epoca. Bikila fece notizia, nel 1960, anche perché corse la maratona scalzo; in seguito spiegò che gli avevano fornito scarpe difettose, che gli facevano male. In mancanza di ricambi validi, preferì correre senza scarpe. A Tokyo, nel 1964, vincerà correndo con le scarpe. Nel 1968, a Città del Messico, Bikila non terminò la gara: era la sua terza Olimpiade. Monaco di Baviera, 1972, era la sua occasione di riprendersi il posto che meritava. La preparazione per Monaco di Baviera fu però interrotta da un grave incidente, che vediamo nel film: l'automobile di Abebe Bikila esce di strada e si ribalta, Bikila rimane paralizzato.
Nel 1969, dopo l'incidente, Bikila fu ricoverato a lungo in Inghilterra per la riabilitazione, ma non recupererà l'uso delle gambe, e solo in parte l'uso delle mani. Durante la degenza imparò il tiro con l'arco e partecipò alle paralimpiadi di Heidelberg in quella specialità, con un buon piazzamento. Nel 1971 su invito del musicista norvegese ... (cieco) partecipò come conducente a una gara di cani da slitta in Norvegia, vincendola anche dopo essersi rovesciato, rialzandosi da solo. L'invito gli pervenne tramite Onni, l'amico finlandese suo allenatore. Da questa sequenza proviene l'immagine sulla locandina del film. Bikila fu comunque presente a Monaco 1972, dove fu premiato insieme a Jesse Owens. Morirà il 23 ottobre 1973, in Etiopia, per emorragia cerebrale.
 
 
Altri miei appunti presi durante la visione:
1) "Non si risolve una battaglia se prima non la si accetta", dice Abebe Bikila a 1h05' in una conferenza stampa dopo l'incidente e dopo le gare di tiro con l'arco, dove fece buona figura. 2) Il miele dell'altipiano, che Bikila sta portando a casa; a vederlo fa davvero gola. Più in là, il vino al miele nella scena della locanda con gli ufficiali etiopi. 3) Molto bella la sequenza iniziale con la proiezione al cinema, la pellicola, etc. 4) "macchina italiana?" chiede il prete ad Abebe Bikila, salendo sul maggiolino VW. "no, tedesca" risponde Bikila sorridendo. E' evidente il sottinteso.

"The athlete" è scritto, diretto e interpretato dall'ottimo Rasselas Lakew, purtroppo su imdb è menzionato solo questo film (in tutte e tre le mansioni) ed è impossibile trovare altre informazioni su di lui on line. Davey Frankel ha qualche titolo all'attivo, non molti (documentari, uno su Fidel Castro). Gli attori: Dag Malmberg interpreta Onni, allenatore di Abebe e suo amico; Onni era finlandese, cresciuto in Svezia in tempo di guerra, innamorato del sole dell'Etiopia. Ruta Gedmintas è l'infermiera della riabilitazione a Londra. Abba Waka Dessalegn è il prete a cui Bikila dà un passaggio in auto.
Manca, purtroppo, un apparato critico, soprattutto su Hailé Selassié e sulla storia dell'Etiopia; ma il film è comunque bello da vedere, ben recitato e intenso, con panorami mozzafiato, e con molti filmati originali. Siamo molto lontani dalla nostra banalità televisiva per le biografie di Coppi, di Bartali, del Torino 1949, eccetera. Questo è un film serio, ben diretto e ben interpretato.
Un altro appunto da fare al film è che mancano le figure femminili, ed è strano: perché Bikila viveva separato da moglie e figli? Al di là delle curiosità biografiche, dal punto di vista narrativo sarebbe stato utile almeno un accenno alla questione.


Ho visto "The athlete" due volte, uno sulla Tv Svizzera e poi su Telenova, non mi risulta sia mai passato sulla Rai o su altri canali a larga audience. "The athlete" è doppiato in italiano, ma l'impressione è che in Italia sia stato di fatto censurato, in parte perché è un film serio e ben fatto (e questo non piace, "l'argomento non fa audience") ma soprattutto, direi, per motivi di propaganda fascista ancora attiva. L'occupazione dell'Etiopia vista dalla parte degli etiopi, anche se non è al centro del film, evidentemente dà ancora fastidio a qualcuno. Una doppia censura, insomma.

 

venerdì 13 settembre 2019

Invincibile (Werner Herzog)


 
Invincibile (Invincible, 2001) Scritto e diretto Werner Herzog. Fotografia di Peter Zeitlinger. Musiche di Klaus Badelt e Hans Zimmer. Interpreti: Jouko Ahola, Tim Roth, Anna Gourari, Max Raabe, Jacob Wein, Gustav Peter Wöhler, Udo Kier, Herbert Golder, Gary Bart, Renate Kroessner. Durata: 133 minuti
 
"Invincibile" di Werner Herzog è del 2001 e racconta la storia del mago Hanussen (1889-1933) intrecciandola con quella di Siegmund "Zishe" Breitbart, un giovane ebreo polacco che si esibì con grande successo come "uomo forzuto" nei circhi e nei teatri di inizio Novecento. Breitbart però morì otto anni prima di Hanussen, essendo vissuto fra il 1883 e il 1925 (notizie da wikipedia), quindi ci sono alcune libertà nella narrazione; nella didascalia finale però Herzog dice che Zishe morì nel 1933.
La storia di Hanussen è famosa: ebbe molta influenza su Hitler e sui capi nazisti, si fingeva "nobile danese" ma si chiamava in realtà Herschel Steinschneider, ebreo cecoslovacco. Quando la verità si venne a sapere, fu rapito e ucciso e il suo corpo fu ritrovato sfigurato, come si vede nel film (wikipedia dice che la sua vicenda è narrata fedelmente). Sulla figura del mago e veggente sono stati girati diversi film come "Hanussen" del 1955, regia di Georg Marischka, e il più famoso "Hanussen" (stesso titolo) del 1988, regia di Istvan Szabò con Klaus Maria Brandauer ed Erland Josephson. Alla figura di Hanussen deve sicuramente molto anche "Il dottor Mabuse" di Fritz Lang, il cui primo episodio fu girato quando il mago era ancora in vita e molto influente.

 
Zishe Breitbart è un invece un giovane uomo molto forte fisicamente, figlio di un fabbro polacco, che divenne famoso come "il nuovo Sansone". Herzog lo affida a un culturista finlandese, Jouko Ahola, che pur non essendo un attore di professione è molto bravo nel renderlo giovane e sincero. (Herzog, come si sa, non è nuovo nell'affidare parti da protagonista a non professionisti).

 
"Invincibile" si guarda con piacere, ed è il primo film recitato dopo una decina d'anni di documentari da parte di Herzog. La storia comincia in Polonia, quando Zische grande e grosso viene scoperto da un impresario e parte dalla Polonia col fratellino Benjamin (Jacob Wein) per esibirsi nelle fiere e poi, con crescente successo, anche nei teatri. Ribattezzato "il nuovo Sansone", Zishe raggiungerà Vienna e i grandi teatri dove incontrerà anche il mago Hanussen. Hanussen è Tim Roth, come sempre molto bravo. Bella la ricostruzione storica, il tavolo di Hanussen è identico a quello del Mabuse di Lang, le canzoni anni '20 sono cantate da Max Raabe, che è anche fra gli interpreti del film. Anna Gourari, pianista, suona veramente Beethoven (Concerto n.3 secondo movimento, orchestra Beethoven Halle di Bonn direttore Anthony Bramall). Rudolph Herzog è il prestidigitatore che si vede all'arrivo di Zishe nel teatro di Hanussen. Udo Kier è un nobile tedesco.

 
Il film è recitato in inglese, girato in Lituania e Lettonia; le meduse sono dell'acquario di Monterey Bay, i granchi rossi del sogno di Zishe erano già nel film su Bokassa e vengono dall'Isola di Natale. Tra questi granchi Herzog ambienta anche il finale, col volo finale del fratellino Benjamin, in stile Chagall: una visione di Zishe morente per l'infezione conseguente alla ferita di un chiodo, che si direbbe ispirata al Gargantua di Rabelais e invece è verità.
Max Raabe canta con la sua Palast Orchestra; i tre brani di Haendel nelle incisioni del 1927 di Emmi Leisner sono due arie dal Giulio Cesare e dal Serse; "Dank sei dir Herr" viene da una della Cantate (non è indicato il numero d'opera, la definizione è "Cantata con stromenti").
 


"Invincibile" si apre con questa storia raccontata da dal piccolo Benjamin al fratello Zische, al minuto 3, nello shtetl polacco dove vivono:
- In un paese lontano, non so bene quale, comunque una terra lontana, un principe impazzì e si convinse di essere un gallo. Si nascondeva sotto il tavolo, stava nudo e mangiava solo grano. Il Re suo padre chiamò per guarirlo dottori e stregoni, ma invano. Un giorno arrivò a corte un saggio che nessuno conosceva; si spogliò e andò sotto il tavolo con il principe, dicendo che era anche lui un gallo; e alla fine lo convinse a vestirsi e a sedersi a tavola con gli altri. «Ma non crediate - disse il saggio - che solo perché mangia seduto a tavola con gli altri un gallo smetta di essere tale. » Qualunque cosa tu faccia con gli uomini, o per gli uomini, rimani sempre il gallo che eri prima.
Questa storia verrà ripresa nel finale, quando Zishe nel delirio dell'infezione dice al fratellino di vedere un gallo nella stanza.
 
 
A 1h15 dall'inizio, seduto al tavolo "di Mabuse" Hanussen (Tim Roth) spiega a Himmler cos'è la "clairvoyance":
- Come può la chiaroveggenza conciliarsi con il principio di causa ed effetto, e con le leggi di natura?
- La natura non si cura di come noi la interpretiamo, né delle leggi che le attribuiamo. In realtà, la chiaroveggenza non esiste, perché a mio avviso il futuro non esiste.
- Cosa significa?
- Il futuro non esiste, esistono solo gli eventi. Non si può pensare che l'universo sia stato oggetto di trasformazione, né che continuerà ad esserlo. Gli eventi sono immobili, solo l'uomo va avanti. Immagini che il tempo sia un dado, e che i vari momenti (time sections) siano le facce del dado. Un uomo normale vede solo una faccia, quella che ha davanti a sè: quello è il presente. Il chiaroveggente, invece, quando è in stato di trance cammina intorno al dado e lo vede anche da dietro (back): quella è la faccia del futuro, che poi diventerà presente.

 
Un terzo estratto lo prendo a 1h38 quando Zishe va a parlare con il rabbino in sinagoga: siamo verso la fine del film, Zishe si sente "clairvoyant" come Hanussen (che ormai è stato ucciso) ma la sua visione riguarda il popolo ebraico, "a horrible danger", "un pericolo che non capisco". Zishe è ormai molto popolare tra gli Ebrei, è "il nuovo Sansone" e non solo per la sua forza.
Rabbino: Sai una cosa, Zische? Da come parli, sembri uno dei Giusti.
Zishe: Cosa significa? Chi sono i Giusti?
Rabbino: Vedi, Zishe, per ogni generazione il popolo ebraico dà i natali a trentasei uomini prescelti da Dio per sopportare il peso della sofferenza umana, e per godere il privilegio del martirio. Il mondo poggia su questi trentasei Giusti (Just Men) che sono indistinguibili dai comuni mortali. Spesso, nemmeno loro sanno di esserlo. I più commoventi sono i Giusti che non scoprono la loro vera identità; quando sale in cielo un Giusto che non sa di esserlo, è così freddo (frozen) che Dio deve scaldarlo fra le sue dita per mille anni prima che la sua anima si apra al Paradiso. Succede anche che alcuni di loro rimangano talmente legati al dolore umano che neanche Dio riesce a scaldarli; così, di tanto in tanto, il Creatore (sia lodato il Suo nome) sposta la lancetta del Giudizio Universale un minuto più avanti.
Zishe cercherà di mettere gli Ebrei a conoscenza del pericolo, ma non verrà creduto: gli rispondono che i nazisti sono in Germania, ma qui siamo in Polonia e il pericolo vero sono i russi (i pogrom), la Polonia ha confini solidi... Zishe morirà come Gargantua, per la piccola ferita non di un granchio ma di un chiodo arrugginito (nel film, i granchi sulla spiaggia si spostano al suo passaggio)

 
Il film di Herzog lascia a tratti un po' perplessi, soprattutto per le molte libertà rispetto alla storia vera di Zishe, però l'ho visto con piacere e con molto interesse, dura due ore abbondanti ma quasi non me ne sono accorto. Non assomiglia ai film precedenti di Herzog, e lo si direbbe girato da un altro regista. Lo stile è molto diverso da "Kaspar Hauser" o da "Nosferatu", ai quali si apparenta per i costumi e per l'aspetto favolistico, e rispecchia già l'Herzog che verrà anche nel sonoro. Ho trovato qualcosa di Straub e Huillet in alcune sequenze. Gli interni rimandano un po' a "L'invenzione di Morel" di Emidio Greco, forse per la vicinanza temporale (gli anni '20). E' comunque un ottimo film, ben fatto e ben recitato, e su temi e storie importanti che è bello conoscere.

 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com)

martedì 10 settembre 2019

My darling Clementine (Sfida infernale)


 
My darling Clementine (Sfida infernale, 1946) Regia di John Ford. Scritto da Sam Hellman, Samuel Engel, Winston Miller, Stuart Lake. Fotografia di Joseph McDonald. Musiche di Cyril Mockridge. Interpreti: Henry Fonda (Wyatt Earp), Victor Mature (Doc Holliday), Linda Darnell (Chihuahua), Cathy Downs (Clementine Carter), Ward Bond, Tim Holt, Don Garner (fratelli di Earp), Walter Brennan (Clanton padre), Grant Withers, John Ireland (figli di Clanton), Alan Mowbray (l'attore), Ben Hall (barbiere), Frank Conlan (pianista), e molti altri. Durata: 97 minuti

Shakespeare nel Far West può sembrare strano, a meno che non sia fonte d'ispirazione più o meno mascherata per il soggetto: non è il caso di "My darling Clementine" (Sfida infernale, 1946) dove John Ford si prende il lusso (e il piacere) di fare una pausa, insieme ai suoi personaggi, per ascoltare un momento dall'Amleto. Non è l'unica pausa nella narrazione: c'è la scena dal barbiere, la danza davanti alla chiesa in costruzione. Divagazioni solo in apparenza, perché - ma bisogna saperlo fare, non è cosa da tutti - finiscono per diventare l'asse portante del film. E' divertente guardare "Sfida all'OK Corral" di John Sturges (1956, stesso soggetto, con Kirk Douglas e Burt Lancaster) per cogliere le differenze con il film di John Ford. Si tratta di due grandi film, con attori eccellenti in entrambi i casi, ma John Ford ha qualcosa in più che al film di Sturges manca. Il film di Sturges è "soltanto" un western, quello di Ford è qualcosa di più, e a tratti sembra quasi che a Ford non interessi più di quel tanto la realtà storica (Wyatt Earp e Doc Holliday sono due personaggi realmente esistiti) e forse nemmeno il famoso combattimento finale all'OK Corral (che nel film di John Sturges ha un rilievo molto maggiore). Non è un caso la scelta del monologo di Amleto: troppo spesso citato a vanvera, anche in tv e nei social, "essere o non essere" parla della nostra vita e pone le domande fondamentali. E' un testo disperato e molto lucido; Carlo Emilio Gadda ne diede una definizione fondamentale (qui per il testo completo) spiegando che è una stupidaggine definire Amleto come un indeciso o un dubbioso. Amleto sa che deve agire e sa come farlo, ma sa anche che le sue azioni porterebbero inevitabilmente a una tragedia, ed è questo che gli impedisce di agire, la lucidità e la presa di coscienza, e non il dubbio.

 
La scena che porto qui oggi comincia al minuto 25, quando un uomo visibilmente ubriaco entra nel saloon dove Wyatt Earp e Doc Holliday stanno facendo amicizia poco dopo essersi conosciuti. L'ubriaco è un attore di teatro, e si chiama Granville Thorndike; lo interpreta Alan Mowbray.
Thorndike non somiglia a nessuno dei presenti, ricorda il cappellaio matto di Lewis Carroll, oppure WC Fields, o Achille Majeroni nei "Vitelloni" di Fellini. L'attore viene dalla città, ha un accento diverso (Alan Mowbray è inglese), ha pretese di eleganza nel vestire, niente a che fare con la città dei cowboys e dei contadini in cui si svolge la storia. Insomma, un estraneo: che suscita interesse e curiosità perché comunque viene dal "bel mondo", quello a cui aspira di appartenere anche una città come Tombstone, ancora infestata da banditi e sparatorie.

 
Appena dopo la sua battuta d'ingresso, Wyatt Earp e Doc Holliday capiscono che difficilmente l'attore ubriaco se la caverà da solo: "Sarà meglio accompagnarlo al teatro" dice Henry Fonda (Wyatt Earp) vedendolo brillo. Il teatro si chiama Golden Cage, "Gabbia d'oro" e l'attore si fa aiutare volentieri: "The show must go on, - dice Thorndike, - lead on!". Al minuto 27, dopo solo due minuti, Thorndike esce dal saloon. "E' da tanto tempo che non ascolto Shakespeare" dice Doc Holliday all'amico Earp, e insieme decidono di andare a teatro, ma Thorndike non è lì e il pubblico rumoreggia. In locandina non c'è Amleto ma "The convict's oath - a blood chilling drama", un dramma "che fa agghiacciare il sangue". L'apertura del sipario è preceduta da una tromba, che vorrebbe forse intonare "Marble Halls" di Balfe, poi esce l'impresario; in un palco ci sono Doc, Earp e Chihuahua (Linda Darnell). L'impresario deve spiegare che l'attore non si trova e lo spettacolo deve essere annullato; il pubblico vorrebbe legare l'impresario a una panca e portarlo in giro per la città, perché non è la prima volta che pagano per poi non vedere niente. Lo sceriffo Wyatt Earp dice che non è un'idea malvagia e che si può fare, però ha un'idea migliore, sa dov'è l'attore e si impegna a portarlo in venticinque minuti. Con Wyatt Earp va anche Doc Holliday.

 
Siamo al minuto 29, Thorndike è in un altro locale ed è impegnato con i Clanton (i cattivi del film); sta in piedi su un tavolo e i cowboys gli chiedono che cosa sa fare: "I have a large repertoire, sir", dice l'attore, e beve direttamente dalla bottiglia, ma appare più sobrio che nella scena precedente. Per risposta, i Clanton ridono e poi sparano alla bottiglia sul tavolo, ma Thorndike non si scompone più di quel tanto e anzi inizia il monologo di Amleto. Nell'edizione italiana si ascolta la voce di Carlo Romano, doppiatore di tantissimi film per più di trent'anni: la voce di Fernandel per don Camillo e di Eli Wallach nei film di Sergio Leone, per intenderci.
Thorndike chiede al pianista di suonare per accompagnare la recitazione; nell'originale è "Maestro, prego" e non "menestrello" come nella versione italiana. Qui arrivano Doc e Earp: si fermano un attimo sulla porta, poi entrano e si fanno largo.
Thorndike comincia:
To be, or not to be, that is the question :
whether 'tis noble in the mind to suffer
the slings and arrows of outrageous fortune,
or to take arms against a sea of troubles,
and by opposing end them ? To die, to sleep -
no more ; and by a sleep to say we end
the heartache and the thousand natural shocks
that flesh is heir to ; 'tis a consummation
devoutly to be wished. To die, to sleep -
to sleep, perchance to dream, ay there's the rub,
for in that sleep of death what dreams may come
when we have shuffled off this mortal coil,
Qui viene fermato dai Clanton: "non hai niente di più divertente, non sai ballare o cantare?" ma Doc Holliday (Victor Mature) li zittisce e dice a Thorndike di continuare.
Porto qui sotto la traduzione di Alessandro Serpieri (ed.Feltrinelli 1982):
Essere o non essere, questa è la domanda: se sia più nobile per la mente soffrire i colpi e le frecce dell'oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, finirli? Morire, dormire, nient'altro, e con un sonno dire fine alla stretta del cuore e ai mille tumulti naturali che eredita la carne. E' una consumazione da desiderare devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare; e qui è lo scoglio. Perché, in quel sonno di morte, quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale...

 
Thorndike riprende:
...when we have shuffled off this mortal coil,
must give us pause ; there's the respect
that makes calamity of so long life.
For who would bear the whips and scorns of time,
the oppressor's wrong, ht the proud man's contumely,
the pangs of despised love, the law's delay,
the insolence of office, and the spurns
that patient merit of the unworthy takes
when he himself might his quietus make
with a bare bodkin ? Who would fardels bear,
to grunt and sweat under a weary life,
Ma qui Thorndike comincia ad avere dei problemi di memoria e si ferma, stavolta da solo. Doc gli suggerisce il verso ma l'attore lo prega di continuare, lui non si ricorda più.
Questa la versione italiana di Alessandro Serpieri (ed. Feltrinelli 1982):
Perché, in quel sonno di morte, quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale, deve farci esitare. Ecco il motivo che dà alla sventura così lunga vita. Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto degli oppressori, l'offesa degli arroganti, gli spasmi dell'amore disprezzato, i ritardi della legge, l'insolenza delle cariche ufficiali, e gli insulti che il merito paziente riceve dagli indegni, quando da solo potrebbe darsi la sua quietanza con un semplice stilo? (qui Thorndike tira fuori il pugnale di scena). Chi vorrebbe portare pesi, per imprecare e sudare sotto una faticosa vita...

 
Doc Holliday continua il monologo di Amleto al posto di Thorndike:
... Who would fardels bear,
to grunt and sweat under a weary life,
but that the dread of something after death,
the undiscovered country from whose bourn
no traveller returns, puzzles the will,
and makes us rather bear those ills we have,
than fly to others that we know not of ?
Thus conscience does make cowards of us all,
Doc conosce l'Amleto a memoria, mancano solo pochi versi ma anche lui deve fermarsi: ha uno sbocco di tosse, è la tisi che lo perseguita. Esce dal saloon, mentre Wyatt Earp aiuta l'attore a scendere dal tavolo.
Questa è la versione italiana di Alessandro Serpieri (ed. Feltrinelli 1982):
Chi vorrebbe portare pesi, per imprecare e sudare sotto una faticosa vita, se non fosse il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dal cui confine nessun viaggiatore ritorna, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che volare ad altri che non conosciamo? Così la coscienza fa dei codardi di noi tutti...

 
Wyatt Earp convinece Thorndike ad uscire dal saloon, mettendo a tacere i Clanton anche con le cattive maniere:
Thorndike: Shakespeare non era pensato per le taverne... non per gli zotici
Ike Clanton: (trattenendo Thorndike per un braccio): Yorick rimane qui!
Wyatt Earp colpisce Clanton con il calcio della pistola sulla testa, e fa uscire Thorndike. Yorick, si può ricordare, è il buffone di corte che allietò l'infanzia di Amleto; nell'ultimo atto, Amleto ne ritrova il teschio mentre al cimitero si prepara la tomba di Ofelia. (Dunque anche gli zotici Clanton conoscevano l'Amleto a memoria?)
Siamo al minuto 32. La mattina dopo, l'attore andrà via di corsa sulla diligenza per evitare di pagare il conto, e non lo vedremo più.
Questa è la parte finale del monologo di Amleto, sempre nella traduzione di Serpieri:
Così la coscienza fa dei codardi di noi tutti, e così il colore naturale della risoluzione è contagiato dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento per questa causa deviano dal loro corso, e perdono il nome di azione.
Nei film di lingua inglese di quel periodo è molto facile trovare citazioni shakespeariane, con personaggi che sanno a memoria intere scene; ricordo per esempio "Le quattro piume" di Zoltan Korda (1939) con il grande Ralph Richardson (purtroppo da noi il film di Korda è quasi scomparso, circola solo il mediocre remake recente, che non vale molto - ma così va con i funzionari televisivi del Nuovo Millennio).

 
"My darling Clementine" è un film famoso, non mi dilungo sulla trama e non scrivo una recensione (ce ne sono tante di ottime e di ogni tipo, sia nei libri che su internet). Mi segno qualche appunto personale preso durante la visione:
1) Henry Fonda in questo film è una probabile ispirazione per i fumetti di Lucky Luke, insieme ai cowboys di James Stewart. 2) l'arrivo di Wyatt Earp a Tombstone, con la cattura dell'ubriaco pericoloso, potrebbe aver ispirato Akira Kurosawa per l'inizio "I sette samurai". 3) si comincia però con le mucche al pascolo: Wyatt Earp ha lasciato la sua carica di sceriffo per dedicarsi al commercio di bestiame, insieme ai suoi fratelli. L'assassinio del minore dei quattro Earp spingerà Wyatt Earp a riprendere la stella di sceriffo. 4) Gli storici del West ricordano che questo film si prende molte libertà, questa non è la storia vera di Wyatt Earp e Doc Holiday e ciò che si vede è in gran parte prodotto di fantasia. 5) il film è girato in un bianco e nero da leggenda, merito del direttore della fotografia Joseph Mc Donald. Chi ancora crede che il bianco e nero sia meno bello del colore, provi a guardare questo film. 6) la chiesa e la danza, poi ripresi e amplificati da Michael Cimino in "I cancelli del cielo". 7) la voce di Emilio Cigoli, nel doppiaggio italiano, è molto diversa da quella di Henry Fonda 8) il soggetto è forse più noto come "Sfida all'OK corral", che è il titolo italiano di un film di John Sturges, girato dieci anni dopo, con Burt Lancaster come Wyatt Earp e Kirk Douglas come Doc Holliday.
Infine:
O God, I could be bounded in a nutshell, and count myself a king of infinite space, were it not that I have bad dreams.
(Hamlet : atto 2 scena 2 )
 
 

lunedì 9 settembre 2019

La fortuna di Cookie


La fortuna di Cookie (Cookie's fortune, 1999) Regia di Robert Altman. Soggetto e sceneggiatura di Anne Rapp. Fotografia di Toyomichi Kurita. Musiche di David A. Stewart. Interpreti: Patricia Neal, Charles Dutton, Liv Tyler, Glenn Close, Julianne Moore, Chris O'Donnell, Ned Beatty, Courtney Vance, Donald Moffat, Lyle Lovett, Danny Darst, Matt Malloy, Niecy Nash, Randle Mell, Rufus Thomas, Ruby Wilson, Preston Strobel. Durata: 118 minuti

Ci sono film che nascono sotto una buona stella: gli attori si divertono, la storia scorre senza intoppi, la musica è quella giusta, tutto funziona alla perfezione. E' quello che succede con "Cookie's fortune" di Robert Altman. La storia raccontata è piuttosto complessa, e visto che c'è una componente di thriller evito di raccontarla per intero: siamo comunque nel sud degli Usa, a Holly Springs nel Mississippi. Una signora molto anziana, soprannominata Cookie (Patricia Neal), è molto amata da vicini e conoscenti; abita in una bella villa e ha due figlie quarantenni. C'è anche una nipote ventenne (Liv Tyler), che ha uno spirito molto indipendente e vive spesso lontana da casa, cercando l'indipendenza economica. Il rapporto della giovane con la madre e la zia è piuttosto problematico, ottimo invece quello con la nonna. Il film si apre in un locale dove si fa musica, con un'ottima cantante nera; nel locale facciamo la conoscenza di Willis (Charles S. Dutton), uno degli amici più cari di Cookie, un afroamericano sui quaranta o cinquant'anni. Per completare il quadro iniziale si può aggiungere che la sorella maggiore (Glenn Close) dirige il teatro della cittadina, e sta mettendo in scena la Salome di Oscar Wilde, protagonista sua sorella (Julianne Moore), un po' attempata per la parte della protagonista. Protagonista del film è anche la città di Holly Springs, che vediamo nei dettagli, e parte importante ha anche il suo mercato del pesce: il pesce gatto, che nel delta del Mississippi è il piatto tradizionale. Una mattina, Cookie viene trovata morta nel suo letto; le figlie non accettano la versione del suicidio e da qui iniziano le indagini della polizia locale. C'è anche la questione del testamento: a chi andrà la fortuna di Cookie? Non racconto quello che segue per non rovinare la visione del film; penso di aver detto più che abbastanza per iniziare la visione. il tono generale del film è comunque disteso, piacevole; c'è molto di sommerso, Altman nelle sue interviste su "La fortuna di Cookie" sorvola con leggerezza sul film e sul suo soggetto, ma i temi trattati sono profondi e meriterebbero un approfondimento che per ora non mi sento di fare.


"La fortuna di Cookie" è un film di attori, al di là della storia in sè è bello vedere gli attori all'opera, in primo luogo i duetti fra Patricia Neal e Charles Dutton, tutta la prima mezz'ora è piacevolissima e avrei voluto che durasse di più. Charles Dutton ha fatto pochi film interessanti, ha lavorato molto nei telefilm e nei film d'azione; è nato nel 1951. Patricia Neal, classe 1926, ha una lunga carriera alle spalle, con molti film di successo: tra le altre cose era la protagonista di "Ultimatum alla Terra" (The day the Earth stood still, 1951).
Molto belle le musiche. All'inizio e alla fine c'è la chitarra di Fred Sanders, blues lento, con la voce di Ruby Wilson, Jimmy Ellis alla batteria, Solomon McDaniel alle tastiere, Terris Tate bass guitar, nel locale dove inizia il film.


Nipoti di Cookie sono le due sorelle Glenn Close (tirannica) e Julianne Moore (sottomessa). Liv Tyler è la ragazza-hobo dai capelli corti, figlia di una delle due, con agnizione finale a sorpresa nei rapporti di parentela, Dutton incluso, nella cittadina dove si svolge il film, tra catfish e bevute di Wild Turkey. Glenn Close è regista in teatro della Salome di Oscar Wilde, dove sua sorella Julianne Moore interpreta Salome con tanto di accenno di danza sul palcoscenico. Nella Salome, al suicidio di Narraboth (interpretato dal giovane poliziotto che fa coppia con la "teppista" Liv Tyler) ci sono delle frasi sul suicidio che si pensava fossero cose da filosofi greci (Socrate), ed è infatti il suicidio di Cookie (pur felice) che verrà mascherato da omicidio dalla nipote Glenn Close, che fa da asse portante del film. Dettaglio non secondario, oltre al suicidio c'è sullo sfondo la Pasqua: morte e Resurrezione, la nostra vita non finisce qui.





 


venerdì 6 settembre 2019

Inquietudine


Inquietudine (Inquietude, 1998). Regia di Manoel de Oliveira, Tre episodi tratti da "Os imortais" di Helder Prista Monteiro, "Suzy" di Antonio Patricio, "A mâe de um rio" di Agustina Bessa-Luis; adattamenti e sceneggiatura di Manoel de Oliveira. Fotografia di Renato Berta. Scene e costumi di Isabel Branco. Musica: Rachmaninov, Bruant (musiche del varietà, ballabili), musica liturgica greca e canzoni popolari greche.  Interpreti: primo episodio, Luis Miguel Cintra (figlio), Josè Pinto (padre) Isabel Ruth (Marta) secondo episodio: Diogo Doria (il dandy), David Cardoso (amico del dandy), Leonor Silveira (Suzy), Rita Blanco (Gabi). terzo episodio: Leonor Baldaque (Fisalina), Ricardo Trepa (l'innamorato), Irene Papas (madre di un fiume)  Durata totale: 110 minuti

"Inquietudine" di Manoel de Oliveira è formato da tre episodi molto ben collegati fra di loro; dato che questo non è spiegato con chiarezza all'inizio, la visione risulta un tantino problematica, anche perché i primi due episodi sono piuttosto criptici o lenti, e solo il terzo (quindi dopo un'ora e mezzo) è davvero un capolavoro.
Il primo episodio è "Os imortais", "Gli immortali", tratto da un racconto di Helder Prista Monteiro. Lo interpretano Luis Miguel Cintra (che è il figlio) e Josè Pinto (il padre); il figlio è sui sessanta, il padre di vent'anni più anziano, entrambi professori universitari. Il padre si è convinto che morendo si eviti la "divisione in due" del nostro essere, e quindi il raggiungimento dell'immortalità; cerca dunque di convincere il figlio ad ammazzarsi, e alla fine lo fa cascare dalla finestra col pretesto di sistemare una tenda. Il padre ha cercato di far pubblicare questa sua teoria, a più riprese; ci è perfino riuscito, ma la gente (chissà perché) si è invece convinta che sia arteriosclerosi. Nel cast anche Isabel Ruth, l'ex allieva di cui entrambi sono innamorati (ma ormai siamo tutti e due troppo vecchi, dice il padre). L'episodio, e quindi tutto il film, si apre su una meravigliosa stanza con lavagna, libri, scrivania (forse dentro l'università?) e con il padre che dice al figlio "màtete"; e termina con il suicidio del vecchio, deciso anch'esso a divenire immortale e ad evitare la "scissione in due parti" del suo essere.
Però poi si scopre che era una recita in teatro, tutti gli attori arrivano in palcoscenico a salutare e a prendere gli applausi, e cala il sipario. Tra gli spettatori ci sono Diogo Doria e David Cardoso, e da qui inizia il secondo episodio, "Suzy", scritto da Antonio Patricio.


Il secondo episodio è il meno interessante, anche se concerne l'origine dell'ispirazione poetica, la Musa. Che in questo caso è una prostituta d'alto bordo, bella ed elegante, Suzy (Leonor Silveira). Completa il cast Rita Blanco, che impersona un'amica di Suzy. Il personaggio affidato a Diogo Doria si innamorerà della giovane pur sapendo tutto di lei; è un diplomatico di professione ma si ritroverà suo malgrado, dopo questo incontro, a scrivere come un vero scrittore. Nel finale vediamo i due amici ancora insieme, mentre commentano la notizia della morte di Suzy a causa di un'operazione improvvisa.

 
E' a questo punto che il personaggio affidato a David Cardoso, sullo sfondo di una finestra con panorama molto bello (alberi e neve, ma vistosamente finto, disegnato) inizia a raccontare il terzo episodio, "Mâe de um rio", "Madre di un fiume", scritto da Agustina Bessa-Luis (un romanzo uscito nel 1971), che è molto bello ed è interpretato da Irene Papas, Leonor Baldaque e Ricardo Trepa.
Cardoso e Doria (i loro personaggi) davanti alla notizia della morte di Suzy concordano che "La vita è un mistero" e che "alla fine, tutto è legato". E' una riflessione su vita e morte, ma anche sulla creazione poetica e sull'immortalità; la morte e la poesia, la creazione del mondo, l'eterno ciclo di trasformazione della materia (e del pensiero?) che si svolge qui sulla Terra (e nell'universo intero?).
La morte è anche il motivo delle nostre riflessioni sull'aldilà, e da qui parte il racconto del personaggio affidato a Cardoso, una storia di immortalità (come nei due precedenti episodi, ma seria) e di stregoneria, o forse magia.
 

Siamo a Serra das Naves, in montagna, dove vive una ragazza detta Fisa, o Fisalina (Leonor Baldaque) che faceva sogni inspiegabili; l'immaginazione la tormentava, "sognava esseri dalle labbra di marmo che pronunciavano parole sconosciute" (il che mi rimanda al "Sogno degli eroi di Adolfo Bioy Casares).
Fisalina ha un ragazzo, interpretato da Ricardo Trepa, che però abita lontano; è il figlio del campanaro di un altro villaggio. Il ragazzo le dice che il suo paese (quello di Fisalina) è abitato da vecchi, che è fatto di pietra e che ci si perde dentro, e che i vecchi vanno in processione con la lanterna anche quando è giorno; e che vorrebbe tanto portarla via da lì. Fisalina lo ama molto, anche lei vorrebbe andar via, e stare con lui.
NARRATORE (voce fuori campo, minuto 6): Fisalina sapeva che nessuna ragazza se ne era mai andata, nessuna si era mai sposata fuori. Lei ora voleva sfidare quella vecchia legge, la sua anima aspirava a vincere e a trasgredire le leggi, anche quelle che non conosceva. Voleva trovare il modo di isolarsi. Provava collera, e l'amore le mozzava il respiro. Non sapeva se il suo amato sarebbe stato l'artefice della sua liberazione, o se lo aveva scelto come pretesto per trovare la forza di reagire.

 
Al minuto 12 (sui 37 totali di questo episodio) Fisalina si decide e va a trovare "la strega", cioè la "madre di un fiume". La strega è Irene Papas.
Irene Papas (recita in greco Esiodo, la Teogonia):
«Prima di tutto nacque il Caos,
poi la Terra dai larghi fianchi,
dimora sicura, offerta per sempre
a tutti i viventi. Da Baratro nacquero
Tenebre e Buia Notte. Dalla Notte (nikròs)
a sua volta nacquero Etere e Luce del Giorno.
Poi la Terra generò un essere uguale a lei,
capace di coprirla tutta intera: Cielo Stellato,
che doveva offrire agli dei felici
una dimora sicura per sempre.»
Esiodo, Teogonia. Ho usato la pronuncia moderna, quella antica si è perduta nei secoli; nessuno la ricorda, nemmeno io. Non canto più come un tempo, quando bevevo il succo dei corbezzoli; e i miei piedi non sentono più il mormorio della terra. Al villaggio mi hanno dimenticata, e io non conosco più i bambini delle nuove generazioni. I bambini, sono tutti uguali.
 

Fisalina: Che cosa vuoi da me?
Madre: Parla, non temere. Cosa devi dirmi?
Fisalina: Ho molte cose da dirti, Acqua Profonda. Ho sempre vissuto nel villaggio, sono ormai quasi vent'anni. Le vie mi seguono e si richiudono davanti a me, sono cresciute come spighe di pietra e ora non posso più uscirne. I muri sono cresciuti, le pietre si sono unite sempre di più. Come posso respirare, se non esco dai miei polmoni? Come posso vivere, senza smettere di sentire la terra sotto i piedi? Ascoltami, Madre di un fiume, io voglio camminare ma non so muovermi. Maledicimi, ma fammi essere libera.
Madre (a memoria, recitando): Il sole è fatto di fuoco e di sale. Chi è libero spegne il fuoco e disperde il sale, ma non ha più posto in questo mondo. (sospira profondamente) Come vorrei dimenticare! (poi, più dura) Tu chi sei? Cosa fai qui? E' tanto tempo che non vedo nessuno, non so più niente della gente, non ho più niente a che vedere con loro. (le si avvicina lievemente) I custodi della verità non sono eterni, devono essere sostituiti.
Fisalina: Va bene. Sono nata nel villaggio qui vicino, amo un ragazzo che ha dei bei denti, fremo quando mi cinge la vita, ma non so cosa fare per sposarlo. Non è mai accaduto da noi, mai (che una ragazza lasciasse il villaggio).
Madre (sorridendo): Lo so bene. Quando avevo la tua età mi piaceva stendermi nuda a contatto con la terra, e ascoltare il bisbigliare delle formiche che correvano tra i fili d'erba appena nati. La terra profumava di buono, i rospi si nascondevano nel fango dello stagno... (sorridono insieme)

 
Fisalina: In estate e in autunno mettevo nel mio grembiule delle pietre bianche, che usavo per proteggere le aiuole del giardino dove piantavo le genziane; ma la grandine le spazzava via. Non fa niente, non mi piacciono i fiori che durano troppo tempo. (si avvicina all'altra donna) O Acqua Profonda, perché sono sempre triste? (l'altra donna abbassa lo sguardo e tace) Anche quando posso mangiare un po' di carne, o quando vedo i passeri beccarsi i piedi al calore del sole, provo solo disperazione e una tenerezza mortale per tutto ciò che vive. E' forse amore? La presenza del mio amato non mi calma. Dimmi, come posso uscire dal villaggio, e fuggire col figlio del vecchio campanaro? La mia bocca sa dire solo menzogna.
Madre: (le mostra le sue dita d'oro, le avvicina alla candela)
Fisalina: O Acqua Profonda, scopri il mio cuore; io non posso farlo.
Madre: (si alza, la prende per mano, le indica il cunicolo che introduce alla grotta-labirinto): Va'.
Fisalina inizia il percorso iniziatico nel labirinto, che però noi vediamo come un semplice corridoio con candele accese sui due lati; poi l'acqua sgorga davanti a lei, è nato un fiume...)
Fisalina: E' dunque vero, Madre di un fiume? Mi hai liberata?
Si volta, ma l'altra, che la seguiva, adesso non c'è più. E' l'altra donna che è libera, Fisalina ha ormai preso il suo posto.
Al minuto 22, mentre scrive alla luce della candela, a casa sua, Fisalina si accorge di avere le dita d'oro.

 
NARRATORE (voce fuori campo): Fisalina si ricordò i versi di Esiodo che la Madre di un fiume le aveva letto, pronunciandoli con accento moderno perché quello vecchio si è perso. Aveva detto:«nessuno lo ricorda, neanche io». I versi così recitavano:
Dunque, per primo fu il Caos
e poi Gaia (la Terra, nell'originale portoghese)
dall'ampio petto e dalla forma mai vista prima.
Dal Caos nacquero Erebo e Nera Notte;
Notte, unita ad Erebo in amore, concepì Etere e Giorno.
Gaia per prima generò, simile a sè, Urano Stellato (o "cielo stellato")
che la avvolgeva tutta intorno.
Fisalina guardò la finestrella, e una strana sensazione le pervase il corpo, percepì una relazione complice tra le sue dita d'oro e le stelle del cielo.


Da qui in avanti, la ragazza dovrà nascondere le dita sotto i guanti, e stare molto attenta nei suoi comportamenti: disegnare per terra con un filo di paglia (Archimede?) è cosa che turba i suoi vicini (analfabeti?). Ora Fisalina non sente più l'urgenza di andar via dal villaggio, c'è qualcosa che la trattiene; e anche il fidanzato viene visto in maniera diversa, con sempre maggiore indifferenza.
Al minuto 28 c'è un incontro tra Fisalina e il fidanzato, durante il quale lui inizia in modo felice ma poi si rende conto della freddezza di lei.
FIDANZATO: ...anche nel mio villaggio c'è una cisterna; quando guardo il suo interno buio vedo l'acqua profonda scintillare; allora dico il tuo nome, e l'eco me lo ripete mille volte: Fisalina...
(il ragazzo è figlio di un campanaro, significa qualcosa?) (queste scene ricordano molto Raul Ruiz, il film è del 1998)

 
Infine, al villaggio c'è la Processione del Cristo Morto: che non è un'invenzione ma avviene realmente, il nome del paese è Alvite, in portoghese Alveus. (alveo, letto di un fiume, madre di un fiume?). Durante la processione, le donne si accorgono delle dita d'oro di Fisalina; lei si inginocchia davanti alla Croce, reverente, ma si segna con la sinistra; deve scappare. Le donne la inseguono gridando "a bruja", "la strega". (si pronuncia quasi come Bruges in francese, come se non ci fosse la a finale). A questa scena è presente anche il fidanzato; che ne è sconvolto e sale sul campanile, suonando insieme tutte le campane "come fece nel giorno in cui suo padre morì".
NARRATORE (minuto 33): Anche i custodi dello spirito umano devono essere sostituiti, e le acque della saggezza abitate da nuovi maestri. Fisalina, incauta e predestinata, ora vive ai piedi dell'Acqua Profonda. Lì aspetterà altri mille anni prima di scambiare il suo destino con qualcun altro. La gente di Alvite, il vecchio villaggio di Alveus, esiste ancora; ma non si conosce più questa storia. Le donne, tuttavia, d'inverno portano ancora guanti che lasciano scoperte le dita: dicono che sono più comode per filare la lana. Non sarà che forse temono le dita d'oro, e stanno attente?
Qui finisce il film. Diogo Doria e David Cardoso sono nella stanza dove era iniziato il racconto, "Inquietudine" di Manoel de Oliveira è finito, forse le tre storie sono la stessa storia.

 
La musica del film: nel primo episodio (Gli immortali) c'è il secondo concerto per pianoforte di Rachmaninov, nel secondo (Suzy) ci sono musiche del varietà, tango, tutti i titoli e gli esecutori sono indicati nei titoli di coda. In "Madre di un fiume" ascoltiamo canzoni popolari greche cantate da Irene Papas e - nei titoli di coda - rielaborate per pianoforte da Jean François Auger.
Nei primi due episodi si vedono il Teatro Sâo Paulo di Oporto e il Casinò di Madrid; il villaggio è probabilmente proprio Alvite.
Il dettaglio delle dita d'oro è nella fiaba "La figlia della Madonna" dei Grimm; le dita d'oro sono associate alla visione della Trinità (vedere)