lunedì 13 luglio 2020

Le serie tv, "belle come al cinema"


Quella sulle serie tv "belle come il cinema" è una frase che si è letta e ascoltata spesso negli ultimi anni, un po' in tutti i contesti (giornali,tv, radio, internet...). Io l'ho sempre considerata come uno slogan promozionale, soprattutto in orbita Netflix, e mi limitavo a un'alzata di spalle perché so da tempo che contano gli autori (attori, registi, sceneggiatori) più che il formato; ma ormai questa frase è obsoleta, quasi scomparsa dalla circolazione perchè si dà il fatto per scontato, "tutti guardano le serie tv" e la questione non esiste nemmeno più. Dato che io non faccio parte di quel "tutti" posso scrivere qualche riflessione in merito.
I nuovi canali tv, da Netflix a Tim Vision a Raiplay (fate voi), basano la loro campagna per gli abbonamenti quasi soltanto sulle serie tv; e mi sta bene, ma prima di spendere soldi per abbonarmi ho cercato di capire quali altri film avessero in archivio, Sky compresa, e non ci sono riuscito. Non si usa più fare un elenco per titolo o per autore, così che basti un motore di ricerca interno per vedere se nel catalogo c'è quello che sto cercando; ci sono le "promozioni" e le spiegazioni, un riassuntino della trama, un'immagine a caso, e soprattutto si dà per scontato che a tutti interessi solo quella data cosa e non altro. E' un po' la replica del sistema utilizzato dalle tv del digitale terrestre (Iris, RaiMovie, etc), in prima serata "quello che guardano tutti" e il resto, capolavori compresi, a notte fonda o alle sei del mattino, da usare come riempitivo. Eppure, anche con i film del passato si può fare audience e molti canali youtube lo dimostrano.
E' una mentalità diffusissima e invasiva, applicata anche al passato: facendo una ricerca su Raiplay trovo scritto cose come "Michelangelo prima serie", "Leonardo prima serie", "Vita di Dante prima serie", come se fosse Beautiful, cioè come se dopo aver raccontato la vita di Dante, Michelangelo e Raffaello i nostri eroi potessero continuare a vivere nuove avventure in un sequel. Viene da dire: magari ci fosse stata la possibilità di girare un seguito sulla vita di Leonardo...

Le serie tv, o i telefilm, chiamateli come volete - in realtà conta chi c'è dietro, se è un autore vero anche la soap opera o la telenovela o lo sceneggiato possono essere dei capolavori, dipende sempre da chi li fa - in verità ci sono sempre state, e i registi del cinema d'autore che hanno girato per la tv o in modo seriale film e sceneggiati sono molti, alcuni dei quali hanno realizzato autentici capolavori. Qualche titolo: "Heimat" di Edgar Reitz, "Decalogo" di Kieslowski, il Francesco Rosi di "Cristo si è fermato a Eboli", "I Clowns" e "Prova d'orchestra" di Fellini, "Padre padrone" dei Taviani, "L'albero degli zoccoli" e tutti i film di Ermanno Olmi, l'elenco è lunghissimo e parte da lontano, sicuramente dagli anni '70 in cui la Rai fece incetta di premi a Cannes e in tutti i principali festival del cinema nel mondo. Questi film uscivano al cinema, anche quelli di dodici ore, ma per la tv si è sempre lavorato e con ottimi risultati. Lavorare non su un film di un'ora e mezza ma su sei o dodici ore può essere un'ottima cosa, se vuoi fare Tolstoi per esempio, e anche questa non è una novità (la si spaccia per novità, ma così non è) ma devi avere delle idee e saperle portare avanti, e questo con le "serie tv" non sempre succede.

Ho visto molti telefilm "a puntate": da bambino mi piaceva "Rin tin tin", poi "Forte Coraggio", che era divertente, uno dei miei preferiti; e molti altri telefilm sia da bambino che da adulto. C'era però una caratteristica costante: dopo le prime dieci puntate cominciavano ad essere meno belli. Gli autori, dopo aver bene impostato i personaggi, dopo un po' non sapevano più cosa fargli fare, e si vedeva. Un po' meglio andava con serie come Bonanza, che però a un certo punto dovette chiudere. Ho voluto rivedere di recente una serie molto famosa, oggi si direbbe un "cult", quella del "Prigioniero" con Patrick Mc Gowan, e ho ritrovato le stesse impressioni avute negli anni '60 e '70: tutto molto bello, l'idea originale, gli attori e le attrici, le scenografie, i colori originali, le location, però dopo la prima puntata tutto diventava molto ripetitivo e anche un tantino noioso. La serie del "Prigioniero", con il protagonista misteriosamente rapito e portato senza spiegazioni in un posto piacevole ma dal quale non si poteva fuggire, di fatto non ebbe mai un finale. Per essere più precisi: il finale esiste, ma è deludente e sembra appiccicato lì per esigenze di produzione. La stessa sensazione l'ho provata in anni recenti con "Lost": tutto bello, attori, location, idee di partenza (non siamo molto distanti dal "Prigioniero") ma a un certo punto mi sono chiesto se mi stavano prendevano in giro e ho lasciato perdere. Sensazioni simili le ho avute con i telefilm "Ufo" degli anni '70, e anche con "Star Trek" che ho sempre trovato molto ripetitivo (parlo dei telefilm). Insomma, personalmente preferisco che ci sia un inizio, uno svolgimento e una conclusione; e in questo avere un limite di tempo aiuta, a meno che non si tratti di Guerra e Pace e di altre storie che non si possono comprimere in un'ora e mezza. Ma qui siamo nel campo dei pareri personali, come è ovvio; liberi di farvi piacere le serie tv e di passare la vostre vite davanti al "Trono di spade", se a voi piace.

Intervistati, attori e registi importanti di cinema e di teatro dicono che sono felici di lavorare per la tv, che offre loro tante possibilità, eccetera: non so quanto siano sinceri. La realtà è che si tratta di lavoro, le nuove generazioni non vanno più al cinema, se vuoi fare l'attore il lavoro è questo qui, da qui arrivano i soldi: non dal teatro né dal cinema ma dalle serie tv. O fai le serie tv, o cambi mestiere, magari ti tocca anche di andare a lavorare. Se a Scorsese o ai fratelli Coen arrivano offerte da Netflix, cosa vuoi che facciano? Se Jude Law e Cate Blanchett ricevono ricche offerte per recitare in una serie tv, vuoi forse che si tirino indietro? La stessa cosa ho pensato di recente per la musica, con il violoncellista Mario Brunello che - unico tra i grandi concertisti - si è dichiarato favorevole allo streaming: lì per lì sono rimasto perplesso, da lui non me lo aspettavo, ma poi ho concluso che è lo streaming che ti dà i soldi, ormai, e che probabilmente è questa la ragione della presa di posizione di Brunello, così come dei Coen e di Scorsese nei loro rispettivi ambiti. Bisogna pur guadagnare, per andare avanti, a meno che non si sia ricchi di famiglia.

Concludo con alcuni estratti da un'intervista recente con un'esperta del genere, che mi sembrano significativi; questa intervista mette in evidenza la mancanza di una vera critica, sostituita da fans militanti e da uffici stampa. C'è da fidarsi? Io direi di no, e anche se so di lasciare qualcosa di bello per strada, non ho voglia di perdere tempo con queste cose. Prima di chiudere ricordo per un istante "Beautiful" e "Un posto al sole", che guardavo per fare compagnia a mia mamma, dove mi toccava constatare con sgomento che da un giorno con l'altro i bambini diventavano ventenni e i loro genitori passavano da ventenni a quarantenni e poi subito nonni. Letteralmente, da una puntata all'altra, come se fosse una cosa normale. Per il resto, "Friends", "Happy Days"... se vi piace guardateli pure, io vado a fare qualcos'altro.
Intervista con Emily Nussbaum
di Riccardo Staglianò, La Repubblica 29 maggio 2020
La televisione era spazzatura. Peggio, era «gomma da masticare per gli occhi», secondo la definizione splendidamente feroce del critico teatrale John Mason Brown. Intrattenimento sempre, arte mai. Un ingombrante pezzo di mobilio. Un medium senza speranza dove «la volgarità è innalzata a potere. Il potere viene abbassato verso la volgarità» sentenziava nel 1980 sul NewYorker George W.S. Trow. Epperò insidioso: «Un additivo sospetto che le aziende avevano aggiunto all'acqua corrente della cultura, un elemento in grado di indebolire la spina dorsale dello spirito» ricorda oggi Emily Nussbaum, che della medesima rivista è stata a lungo critica televisiva, premio Pulitzer e autrice degli articoli di intelligenza pirotecnica raccolti in "Mi piace guardare" (minimum fax). Poi sono successe delle cose. Era il 1999 ed è arrivata I Soprano, «una serie per adulti, qualcosa di cui vantarsi e non scusarsi. E fu quella che definì il modello di “televisione di qualità". (...) « I Soprano enfatizzava l’immaginario più che l'azione, i personaggi più che la trama, attraverso linee narrative spesso lasciate in sospeso a vantaggio della costruzione della storia. Dava l'impressione di un romanzo e sembrava un film».
(mio commento personalissimo: "I Soprano" mi è sempre sembrato una sequenza di luoghi comuni e rimasticature; questo può essere un mio parere discutibile come tutti i pareri, ma quelle della Nussbaum sono definizioni da ultrà, da fan sfegatati, senza riscontri e senza analisi; un "ipse dixit", anch'esse personalissime opinioni più che discutibili).

« (...) cruciale è stato il passaggio dal modello pubblicitario a quello degli abbonamenti. Finché i soldi si facevano solo con gli spot servivano programmi che garantissero un pubblico sufficientemente vasto affinché chi produceva corn flakes o auto ritenesse vantaggioso spendere una fortuna per raggiungerlo. Non si poteva osare troppo, perché servivano numeri importanti. Quando invece si è cominciato a pagare direttamente i canali con gli show si è potuto pensare di fare anche una mini-serie per una nicchia. Perché il plurale di nicchie fa comunque pubblico».
(a me sembra l'elogio della Rai anni 50-70, ma anche dei giornali come L'Espresso o il Manifesto, del cinema, dei giornali dell'Ottocento, eccetera; e comunque si può ricordare che molti registi di cinema per ottenere questa libertà decisero di fondare proprie case di produzione, da Charlie Chaplin a Wim Wenders, la lista è lunga e ormai più che centenaria)

- E' troppo dire che quel passaggio ha coinciso con quello da protagonisti positivi ad anti-eroi?
« Una vecchia regola tra gli sceneggiatori era di non creare mai personaggi che non avremmo voluto far entrare in casa nostra. Autori come David Chase (Soprano) sono cresciuti odiando quelle regole e la tv che ne derivava. Ora quella generazione ha vinto e lo spettro di personaggi che ci piace vedere si è allargato a dismisura. Carrie Bradshaw (Sex & the City) è stata la prima anti-eroina televisiva femminile. Tony Soprano,WalterWhite di Breaking Bad, le spie di The Americans sono tutte persone che, a cose normali, starebbero in prigione e non nel nostro salotto. E invece li facciamo accomodare e gli offriamo anche da bere».
(mie osservazioni: queste cose c'erano già nel cinema degli anni '30, storie di gangsters e di banditi si sono sempre fatte, anche in tv; e, soprattutto: ma questi cosa leggono, cosa studiano, quante ore passano davanti a scemenze, come si fa a vivere di sole cose come queste...)
- Lei scrive che un altro agente di cambiamento è stato il pulsante "pausa" sul telecomando, che ha
trasformato lo spettacolo da un flusso a un testo...
« E' così. Prima c'erano stati i videoregistratori ma era tutto molto laborioso. Quando è stato facile fermare le immagini, risentire un passaggio, magari cercare su internet un riferimento, di colpo nessuna storia è diventata troppo complessa o audace da far digerire. I dialoghi pensati da David Simon per The Wire erano così densi che non sarebbero stati concepibili senza la possibilità di fermarsi un attimo. E no, vi assicuro, non è una cosa che fanno solo i critici o i fan ossessivi. Da onanistica qual era, guardare la tv é diventata una pratica molto più sociale».
(ripeto: ma da dove vengono, dove vivono, cosa fanno, quanti anni hanno? con le vhs e con i dvd era già possibile tornare indietro e mettere in pausa un film già trent'anni fa...sembra che stiano dicendo che oggi "anche un cretino può farlo") (e io che guardavo Bergman e Kurosawa e Tarkovskij al cinema, in sala, al buio, senza la possibilità di fermarsi e rivedere: forse oggi manca la capacità di capire un film dall'inizio alla fine, manca la concentrazione necessaria, non si riesce a stare attenti più di dieci minuti di fila, è questo che stanno dicendo?...)


(...)
- E com'è possibile allora che dalla raccolta sia rimasto fuori Breaking Bad? E il suo prequel Better Call Saul?
«Ahahaha! Un po' rimpiango di non averla inclusa. Avevo cominciato a scriverne quando poi mi è venuta un'idea per un saggio su Archie Bunker, protagonista di una grandiosa vecchia serie, che mi ha dato modo di affrontare il tema dei "bad fan", i"fan cattivi", ovvero quelli che tifano spudoratamente perché il protagonista continui a fare cose riprovevoli, come per White vendere metanfetamina. E non volevo ripetermi! A dire tutta la verità, ho un problema con il finale della serie: è come se gli autori si fossero innamorati troppo della loro creatura, in una sorta di transfert psicoanalitico che non mi ha convinto. Per non dire dell'altro problema con Skylar, la moglie. Insomma, riconosco che è una grande serie, ma con alcune riserve. Quanto a BCS, non ho amato la prima stagione e mi sono arenata. Poi mi è capitato di sentire amici che mi invitavano a riprovare, dicendo che avevano anche risolto alcuni dei punti critici di BB, incluso migliorare lo spessore dei personaggi femminili. Se me lo dice anche lei magari ci riproverò!».
(mi viene da dire: "ma, e andare a lavorare?". La maggior parte della gente lavora, ha una vita oltre la tv, ma questa qui non sa cos'è una fabbrica...) (sono sorpreso che un bravo giornalista come Staglianò si presti a queste cose, e se questa è davvero Emily Nussbaum significa che il livello della critica è davvero infimo, e se danno poi il Pulitzer a una così...) (mamma mia)


(nelle immagini, dall'alto: un fotogramma da "Good morning" di Yasujiro Ozu, 1959; "The prisoner" con Patrick Mc Gowan; Larry Storch e Melodie Patterson in "Forte Coraggio"; Bonanza; Get Smart; Fame-Saranno famosi; dell'ultima non ricordo il titolo italiano, è un antenato di "Friends" che ebbe molte riprese e molto successo)

venerdì 10 luglio 2020

Non toccare la donna bianca



Non toccare la donna bianca (1974) Regia di Marco Ferreri. Scritto da Marco Ferreri e Rafael Azcona. Fotografia di Etienne Becker. Musiche di Philippe Sarde, con citazione dal "Gianni Schicchi" di Puccini. Interpreti: Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Michel Piccoli, Henri Piccoli, Alain Cuny, Serge Reggiani, Catherine Deneuve, Monique Chaumette, Paolo Villaggio, Franco Fabrizi, Danny Cowl, Franca Bettoia, Marco Ferreri, Francine Custer, Gianmarco Tognazzi, e molti altri. Durata: 1h45'

"Non toccare la donna bianca" esce nel 1974, subito dopo "La grande abbuffata" e subito prima di "L'ultima donna"; è il periodo di maggior successo per Marco Ferreri, che può contare su attori amici e complici, tutti di grandi qualità e di grande popolarità. Il punto di partenza è il western classico, e più precisamente uno dei grandi momenti dell'epica americana, la battaglia di Little Big Horn con Toro Seduto, il generale Custer e il Settimo Cavalleggeri, ma tutto rivisitato in una maniera a metà strada fra la satira politica e il puro divertimento, come se autori e attori fossero tornati bambini e volessero giocare ai cowboys e agli indiani.


Visto da oggi, dopo più di quarant'anni, la prima impressione è che il divertimento venga prima di ogni altra cosa: il film è divertente e tutti i partecipanti vi appaiono molto divertiti, è un bel gioco e si gioca. Dietro ci sono discorsi seri e profondi: gli indiani, Custer, la proprietà privata, bisognerebbe riparametrarsi a quel 1974 e non è sempre facile anche se alcuni temi si colgono ancora, come il personaggio collegato alla CIA (interpretato da Paolo Villaggio) che fa pensare a Henry Kissinger, al colpo di Stato in Cile del 1973, a Piazza Fontana (1969), e prima ancora a Mossadeq in Iran (anni '50), alla morte di Enrico Mattei, e a tanto altro ancora. Tutto però è volto in gioco, in scherzo, e penso che sia quasi impossibile per una persona che ha meno di trent'anni riuscire a capire bene cosa succede in "Non toccare la donna bianca"; e probabilmente anche chi ha più di quarant'anni avrà perso la memoria su cosa succedeva in quegli anni, e che purtroppo continua a succedere ancora (non da noi, per ora, per nostra fortuna).


Per divertirsi con "Non toccare la donna bianca", inoltre, bisogna aver visto tanti western, ma proprio tanti, e di quelli veri; per mia fortuna, ho l'età giusta per poter capire e gustare le molte citazioni presenti nella sceneggiatura, ma non è detto che sia così per tutti. Un titolo di riferimento, quasi d'obbligo, è "Il massacro di Fort Apache" di John Ford, del 1948, con Henry Fonda e John Wayne, dove il nome di Custer non viene mai fatto ma dove i riferimenti a Custer sono molti e molto evidenti; e magari anche "Piccolo grande uomo" di Arthur Penn (1968), ma va detto che i film americani su Custer e sul Settimo Cavalleggeri sono molti e l'elenco sarebbe molto lungo. Gli indiani di Ferreri sono rifatti sui modelli presenti in quei film, non c'è razzismo in "Non toccare la donna bianca" ma solo citazione, parodia, voglia di giocare; alla fine, inoltre, sono proprio gli indiani a vincere.

"Non toccare la donna bianca" è stato girato all'interno del grande cantiere parigino presente all'inizio degli anni '70 sull'area dove c'erano Les Halles e oggi c'è il Beaubourg; per maggiori dettagli metto qui un link molto utile. 
Gli attori sono tanti, e tutti meriterebbero una citazione ma proprio perché sono tanti si rischierebbe di fare confusione, perciò mi limito ai personaggi principali cominciando dagli indiani: Alain Cuny è Toro Seduto, Serge Reggiani è il Matto (profetico e nudo, alla fine capo politico che porta alla vittoria i suoi), Henri Piccoli è il padre di Toro Seduto, che ucciderà Custer; nella vita reale era il padre di Michel Piccoli e questo è il suo unico film.
Mastroianni è Custer, Noiret è il generale Terry (sarebbe il capo di Custer, ma la gente reclama Custer, molto più popolare). Tognazzi è Mitch il meticcio, guida indiana di Custer: è a lui che Custer si rivolge con la frase del titolo, più di una volta. Mitch ha per moglie Franca Bettoia (moglie di Tognazzi nella vita reale) e per figlio Gianmarco Tognazzi (ancora bambino). Franco Fabrizi è il fratello di Custer, che gli tiene in ordine i conti; Danny Cowl è il maggiore Archibald, che impaglia i cadaveri usando carta di giornale, e Michel Piccoli è Buffalo Bill. Catherine Deneuve e Monique Chaumette sono le dame di carità e infermiere, Paolo Villaggio è un sedicente antropologo in realtà membro della CIA (riferimenti a Kissinger, al Cile...). Marco Ferreri è un giornalista e fotografo, Francine Custer (sic) è la figlia del generale Terry.
Molti attori non italiani parlano con la loro voce, come Reggiani e la Deneuve, altri sono doppiati (Piccoli, Noiret, Cuny). Le musiche sono di Philippe Sarde, e comprendono anche una citazione da Puccini, l'aria famosa "O mio babbino caro" dall'opera "Gianni Schicchi".




(le immagini vengono dal sito www.imdb.com, 
il poster qui sopra è opera di Moebius, 
che nel 1974 si firmava ancora con il suo vero nome, Jean Giraud)


domenica 5 luglio 2020

I recuperanti



I recuperanti (1969) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Mario Rigoni Stern, Tullio Kezich, Ermanno Olmi. Fotografia di Ermanno Olmi. Musiche e canzoni tradizionali, musica aggiuntiva di Gianni Ferrio. Interpreti: Antonio Lunardi, Andreino Carli, Alessandra Micheletto, e molti altri (tutti non professionisti). Durata: 95 minuti

Siamo nel 1945: il giovane Gianni, reduce dall'Armir, torna finalmente a casa sull'altipiano di Asiago. E' stata dura, ma la guerra è finita e Gianni è tra quelli che se la sono cavata. Bisogna dunque ricominciare là da dove la vita si è interrotta; e non è facile. Il lavoro è poco e mal pagato, la sua ragazza lo ha aspettato ma non ci sono abbastanza soldi per sposarsi. Il padre, vedovo, si è risposato con una donna molto giovane; il fratello minore sta per emigrare in Australia e gli propone di partire con lui. Partire però significherebbe lasciare la fidanzata, rimandare il matrimonio di almeno cinque o dieci anni... Gianni si rivolge all'ufficio di collocamento, ma gli spiegano che è dura per tutti; prova a inserirsi in una cooperativa che vuole riattivare la segheria, ma tutto viene bloccato dalle autorità locali. Così, anche per curiosità, Gianni finisce per accettare le proposte di un bizzarro vecchio che circola ogni tanto per il paese. Il vecchio è un "recuperante": ha bisogno di un aiutante e gli mostra un bel mazzo di banconote, è il guadagno ottenuto andando a cercare residuati bellici sulle montagne. I luoghi sono quelli dove si è svolta la Grande Guerra, la prima guerra mondiale, e vi si trovano ancora trincee, casematte, nascondigli per arsenali, bombe esplose e anche inesplose, in posti ormai nascosti dalla vegetazione o dal riempimento naturale di ciò che era stato scavato. Ci sono molte cose preziose, che rendono denaro: metalli, materiali di ogni tipo, perfino esplosivi ancora intatti. Può sembrare strano, ma è un sistema che funziona ancora oggi: è cronaca di questi giorni, per esempio c'è gente che cerca di far soldi con il rame, prendendolo (rubandolo) da ogni posto possibile, perfino dai cavi della corrente elettrica per le ferrovie e dai vasi per i fiori dei cimiteri; ma qui non si tratta di furto, nessuno ha reclamato quei cimeli e anzi è un bene se c'è qualcuno che fa pulizia, anche se la pratica del recuperante non è del tutto legale. Guardando il film, viene da pensare a chi, come F.T. Marinetti, dichiarò "la guerra come igiene del mondo" : i veleni lasciati dalla guerra rimangono intatti per decenni, magari anche per cent'anni: in Belgio si trovano ancora i gas asfissianti, l'iprite, intatti dopo cent'anni; ed è recentissimo il caso dei proiettili all'uranio impoverito, utilizzati in Jugoslavia negli anni '90, che sono stati e sono ancora causa di morti devastanti arrivate dopo lunghe malattie. E le bombe inesplose, scoperte sui cantieri di strade e metropolitane, bloccano spesso la vita delle grandi città, in attesa del lavoro degli artificieri. Insomma, chi ha detto e chi ripete ancora oggi che la guerra è l'igiene del mondo è un perfetto cretino - ma qui mi fermo, e ritorno al film di Ermanno Olmi.


Dopo le prime esplorazioni nel vecchio sistema, "a naso", ma comunque con ritrovamenti consistenti, Gianni comincia a capire che davvero si possono fare soldi con questo sistema; procurerà al vecchio Du un cercamine, antenato del metal detector, e i risultati non tarderanno a giungere. I soldi, dunque, sono arrivati: ma Gianni lascerà il mestiere di recuperante dopo un grave incidente che ha coinvolto tre recuperanti esperti (due morti, uno ferito grave) e dopo aver trovato con il cercamine una trincea ricca di materiale che porterà tanti soldi, ma con ancora i cadaveri dei soldati dentro.
Nel finale, vediamo Gianni mentre fa il muratore; Du passa dal cantiere, ubriaco, e lo rimprovera dandogli dello schiavo e della pecora. Per Du conta l'essere libero. In precedenza, Gianni gli aveva chiesto come mai continuava a fare il recuperante, visto che non gli mancavano i soldi ed era anziano: ma è proprio la libertà, l'essere indipendente e senza padroni, che fa sopravvivere il vecchio e lo rende, a suo modo, felice.


"I recuperanti" è un film molto bello, scritto da Olmi con Rigoni Stern e Tullio Kezich, e girato ad Asiago; gli attori sono tutti non professionisti, scelti tra la gente del posto. In particolare, l'interprete del vecchio Du, Antonio Lunardi, è stato trovato in un'osteria, ed è una scelta particolarmente felice. Di questo film mi dispiace solo una cosa, il doppiaggio. E' fatto bene, s'intende, ma il doppiatore di Du rende solo in parte l'idea di cosa potesse essere la voce del vecchio cercatore, cioè di Antonio Lunardi. Insomma, io la voce vera di Lunardi la volevo ascoltare: chissà se esiste ancora in qualche documento d'archivio...


Altre note prese durante la visione:
1) I protagonisti di "I recuperanti" sono ispirati a personaggi reali, conosciuti e frequentati da Mario Rigoni Stern che ha scritto il film insieme a Tullio Kezich e allo stesso Olmi. 2) "Qui sotto c'è roba per duemila anni", risponde il vecchio all'osservazione di Gianni "non pensavo che ci fossero ancora recuperanti, che si potesse ancora ricavrne qualcosa" 3) Du canta diverse canzoni, la prima è "il 9 giugno del 1924", una canzone su Matteotti dove si maledice "la peste fascista", l'altra non identificabile (non da me, se qualcuno mi aiuta ringrazio fin d'ora). 4) Du è di fondo un anarchico, ma non ha idee politiche; difficile pensare che abbia fatto il partigiano, sulle montagne avrà sicuramente fatto i suoi incontri, e probabilmente ha fatto anche la guerra, trent'anni prima, proprio in quegli stessi posti dove adesso scava. Conosce anche l'iprite, il gas che uccise o rovinò la salute di migliaia di soldati, e ne mette in guardia Gianni. 5) "un mestiere da disperati" dice la fidanzata di Gianni quando viene a sapere da dove vengono i soldi che il ragazzo le chiede di mettere da parte, rifiutandoli; ed è vero, ma è un lavoro che richiede grande competenza, e vediamo che il vecchio Du ne ha molta, sa cosa sta facendo, sa dove sono i pericoli e come smontarli. 6) Olmi riprenderà il tema della Grande Guerra in "Torneranno i prati", il suo ultimo film.


Sul web c'è molto riguardo a questo film e più in generale alla storia dei recuperanti; dal sito https://www.lagrandeguerra.net   prendo un estratto dall'intervista con Andreino Carli, interprete di Gianni. L'intervista è molto bella e la consiglio a chi fosse interessato.
- Ci racconta qualche particolare curioso?
“Con il vecchio Lunardi io avevo anche mansioni di interprete, l’anziano montanaro non comprendeva bene le direttive del regista, dovevo quindi tradurre le battute in dialetto, e confesso che il compito non fu dei più facili. Era un uomo introverso ma buono, pareva un bambino nel paese dei balocchi. Non aveva ben realizzato che si stava girando un film e in cuor suo sperava che le riprese non finissero mai. Credeva di aver trovato l’America. “Ah! Sti bisi dei foresti – diceva – non potevano venirmi a cercare 40 anni fa, quando ero più giovane e forte”. Un altro fatto che ricordo bene è legato all’esplosione avvenuta a Forte Corbìn. Si stava simulando la disgrazia occorsa a dei recuperanti intenti a scaricare una bomba, gli artificieri fecero la carica un tantino “pesante”, così che la deflagrazione fece sobbalzare tutta la troupe, ci spaventammo da morire, pareva fosse tornata davvero la guerra. Di tutte quelle sensazioni ed esperienze oggi mi rimane solo un bel ricordo, come è giusto che sia”.
https://www.lagrandeguerra.net/Images/trincea9.jpg







lunedì 29 giugno 2020

Incontri con uomini straordinari


Meetings with remarkable people (1979) Regia di Peter Brook. Tratto dal libro omonimo di Gurdjieff. Sceneggiatura di Peter Brook e Jeanne de Salzmann. Fotografia di Gilbert Taylor. Musiche di Interpreti: Dragan Maksimovic, Terence Stamp, Athol Fugard, Natasha Parry, Colin Blakely, Bruce Myers, Colin Blakely, Gregoire Aslan, Warren Mitchell, Tom Fleming, Bruce Purchase, Fabian Sovagovic. Durata 1h44'

"Incontri con uomini straordinari" è stato, e forse lo è ancora, un libro molto letto e molto citato; l'autore è Georges Gurdjieff (1872 circa -1949), figura ambigua e affascinante, per alcuni un maestro, per altri qualcosa di più simile a un venditore di fumo. In ogni caso, "Incontri con uomini straordinari" è un libro molto bello, ricco di notizie e di informazioni, che si può leggere anche soltanto come un libro d'avventure; la fedeltà all'originale è assicurata anche dalla partecipazione alla sceneggiatura del film da parte di Jeanne de Salzmann, principale allieva di Gurdjieff in Europa e sua esecutrice testamentaria.
Il film che ne trasse Peter Brook nel 1979 è dunque molto fedele al libro, sia pur nei limiti di una riduzione cinematografica, ed è bello da vedere ancora oggi, anche se non raggiunge la magia del "Mahabharata" che il grande regista inglese girerà dieci anni dopo. Se il "Mahabharata" nasce in teatro, e anche al cinema mantiene un'impostazione teatrale, "Incontri con uomini straordinari" è invece girato nei luoghi in cui visse Gurdjieff, o comunque molto vicino a quei luoghi, più esattamente tra l'Afghanistan (l'Afghanistan degli anni '70, prima dell'invasione sovietica e dei talebani) e gli studi inglesi di Pinewood.

Un film "about the search and the searcher" , sulla ricerca e su chi la compie, dice Peter Brook in un'intervista (reperibile su youtube), ed è proprio così, i personaggi sono alla ricerca di se stessi o di qualcosa che dia senso alla vita, e alle volte lo trovano. Un amico di Gurdjieff sceglierà di fare il meccanico sulle navi, il principe russo diventerà un monaco, l'archeologo si fermerà in un altro monastero, e Gurdjieff continuerà a cercare la sua confraternita antichissima e misteriosa. Nel film si vedono con dovizia di particolari le danze descritte da Gurdjieff nei suoi libri, con le musiche trascritte da Thomas de Hartmann che fu suo discepolo; le danze dei dervisci, soprattutto, che Gurdjieff insegnò anche in Europa durante il suo lungo soggiorno in Francia.

Gli attori: il giovane Gurdjieff (che si vede anche da bambino e da ragazzo) è interpretato da Dragan Maksimovic, un attore jugoslavo molto attivo in patria e anche in film di tutta Europa. Terence Stamp è il principe russo che diventa un monaco e una guida spirituale; Athol Fugard è il giovane professore di archeologia che porta Gurdjieff nel deserto del Gobi; Natasha Parry e Bruce Myers sono tra gli amici del giovane Gurdjieff. Nel cast anche Colin Blakely (un tamil) e Gregoire Aslan (principe armeno), e molti altri ottimi attori.
Sul mio piano personale, ammesso che possa interessare a qualcuno, sono lontanissimo da queste cose. Ricordo di aver lasciato perdere Gurdjieff poco dopo aver letto il libro, nonostante l'indubbio fascino del suo racconto. "Incontri con uomini straordinari" è un libro che piace, è divertente come un libro di avventure, ma l'impressione di aver davanti un contaballe o un abile affabulatore è spesso grande. A questo proposito si può sottolineare la sequenza che riguarda di Yazidi, definiti "adoratori del diavolo": ma è solo un'etichetta loro affibbiata dai musulmani, che li ritengono eretici. Se ne è parlato di recente perché anche l'odierna Isis li perseguita. Metto qui un link per chi fosse interessato ad approfondire: detto molto in breve, gli Yazidi sono di etnia curda e la loro religione è molto più antica dell'islam. Inoltre, Gurdjieff non è cristiano, e si vede; gli manca spesso la pietas, che hanno anche i buddhisti, l'amore verso il prossimo. La sua è più una ricerca personale che una vera interazione con il prossimo, e mi scuso per la sintesi molto rozza ma non ho intenzione di dilungarmi troppo e comunque oggi ognuno può cercare notizie molto più facilmente di quando capitò a me negli anni '80.
Avrei ritrovato Gurdjieff molto tempo più tardi, sulla fine degli anni '90, per un incontro con un mio coetaneo romagnolo che si diceva suo seguace, quando già non ci pensavo più. "L'uomo automatico", il liberarsi dagli automatismi che ci condizionano dopo averli appresi da bambini, è alla base dei suoi insegnamenti; è qualcosa di molto interessante, ma non se viene usato per sentirsi più sveglio e più furbo degli altri. Ma anche il mio coetaneo romagnolo non era mai andato a fare i turni in fabbrica, non conosceva la realtà di chi lavora, fuggiva dal vero e dalle malattie, dalla guerra, dalla sofferenza; era andato in India e sfruttava quell'esperienza per vivere alle spalle degli altri, come probabilmente fece Gurdjieff, con corsi molto costosi e "seminari" dove alla fine non è che si imparasse molto. Lo stesso Gurdjieff, verso la fine di "Incontri con uomini straordinari", a domanda precisa risponde che il denaro non è un problema, non è una cosa importante... Mi sono chiesto che cosa volesse dire, e alla fine la risposta più semplice è che il denaro si trova, il fesso o la riccona che ti finanzia prima o poi lo trovi. Mi scuso ancora per le mie sintesi molto estreme, ma l'impressione che si cercasse più che altro di plagiare delle persone mi è rimasta, e non è detto che sia colpa di Gurdjieff. Come maestro, comunque, preferisco Elemire Zolla (che maestro non volle mai essere): Zolla si definiva "felicemente sincretista", diceva che i mistici si somigliano tutti, e che durante la nostra ricerca si può vivere nel mondo anche senza dare a vedere di conoscere qualcosa in più degli altri, e magari in samadhi.
(...) Si può vivere a fianco d'un uomo in samadhi senza notarlo: sbriga le sue faccende e lo si crede coinvolto, si proiettano su di lui i comuni sentimenti e non si ricevono smentite.
Una condizione puramente interiore è priva di connotati. Le metafore con le quali se ne parla designano fatti esterni e perciò falsificano, a cominciare dall'alternativa geometrica di dentro/fuori, esterno/interno. (...) La psiche in samàdhi è unificata in se stessa e nel contempo è unita al mondo o, meglio, nelle parole di Leopardi, annegata nell'infinità dell'essere. Entra negli eventi e ne esce a mano a mano che affiorano e dileguano perché essi le appaiono espressioni finite dell'essere infinito che è la sua stessa essenza, ciò che è e io sono diventano per lei sinonimi. Chi avverte estaticamente l'unità di se stesso e dell'essere, considera illusoria la molteplicità degli eventi, perciò, quando si presentano, non fa scattare la Biade automatica bene/male, amico/nemico. Si lascia attraversare, come un mare, uno specchio.
Il rovescio di samàdhi è ciò che i vecchi psichiatri chiamavano nevrastenia, l'indugio accigliato e penoso sulle cose, che ogni sensazione centellina e cincischia, su ogni immagine vagabonda indugia: non c'è circolazione, nitore mentale, e la psiche si smarrisce in un'incessante fantasticheria.
(...) Gli ufficiali di marina si allenavano a entrare in samàdhi quando erano messi di vedetta ad avvistare sommergibili; dovevano poggiare lo sguardo sull'estremo orizzonte senza mettere a fuoco nessun tratto di mare; così i monaci un tempo apprendevano a tenere lo sguardo sulla linea d'orizzonte della vita, a non tornare sugli eventi trascorsi, a schivare il compiacimento e l'indugio su se stessi, sorvolando il fiume della realtà e scartando i sogni di veglia. (...)
Elemire Zolla, da "Archetipi", capitolo primo, pag.8-12 edizione Marsilio.




(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )

giovedì 25 giugno 2020

La vallée (Obscured by clouds)



 
La vallée (1972) Regia di Barbet Schroeder. Scritto da Barbet Schroeder e Paul Gegauff. Fotografia di Nestor Almendros. Musiche dei Pink Floyd. Interpreti: Bulle Ogier, Michael Gothard, Jean Pierre Kalfon, Valerie Lagrange, Monique Giraudy, più il bambino, abitanti della Papua Nuova Guinea. Durata: 1h40'

"La vallée" di Barbet Schroeder è il film che ebbe per colonna sonora "Obscured by clouds" dei Pink Floyd, e di solito viene ricordato quasi soltanto per questo, ma è invece un film che merita attenzione. E' un bel film, nonostante tutto quello di negativo che avevo letto, valido ancora oggi; mi sono chiesto se lo avranno visto per davvero, quelli che ne scrivevano. In effetti, va detto che è stato un film introvabile o quasi per moltissimi anni.

 
Siamo in Papua Nuova Guinea (metà dell'isola fa parte dell'Indonesia) dove una spedizione di quattro persone (più un bambino, figlio di due di loro) vuole andare in cerca di una leggendaria valle che si trova in territori inesplorati. A loro si aggrega una giovane donna ricca e annoiata (Bulle Ogier) che da principio vorrebbe solo delle piume di uccello del paradiso (ne era già vietata la caccia) da rivendere a Parigi assieme ad altri oggetti di folklore locale (compresi oggetti sacri e rituali, maschere, etc). La donna, moglie di un console, finirà per aderire in tutto alla spedizione, dopo diverse avventure.

 
Film in gran parte improvvisato, alla maniera del primo Werner Herzog, girato in condizioni difficili (il Monte Hagen, che vediamo nel film, passa i quattromila metri), con molte sequenze di valore etnologico come la grande festa tribale, girate presso la tribù Mapunga (nel film si dice Kombugas).
In un'intervista sul film, reperibile su youtube, il regista spiega che più che la meta (la Valle) l'importante è il cammino; come per i pellegrini insomma, ma in ambito laico e non credente. Ci sono parecchie eco di Levi Strauss, come nel dialogo che qui riporto in parte, a 1h30', tra Olivier e la ricca parigina:
Olivier: il paradiso è un luogo con molte uscite ma senza nessuna entrata (il nostro passato, i nostri condizionamenti, non si torna indietro dalla conoscenza e non si può ritrovare l'innocenza) Forse, dovremmo dare un altro morso alla mela (riferimento all'Eden)
Questo dialogo avviene subito dopo la grande festa tribale, alla quale sono stati ammessi "i bianchi"; Bulle Ogier si è convinta di essere entrata a far parte della tribù, ma Olivier la disillude: siamo solo turisti, hai visto come è la loro vita, quale è la condizione delle donne? Non riusciresti mai ad adattarti...

 
Gli attori: oltre a Bulle Ogier, il quartetto degli "hippies antropologi esploratori" è composto da Michael Gothard (Olivier), Jean Pierre Kalfon (il capo spedizione Gaetan), Valerie Lagrange e Monique Giraudy, più il bambino. La fotografia, splendida, è di Nestor Almendros. Barbet Schroeder, regista francese di nascita, ha girato altri film di successo oltre a documentari interessanti di storia recente, come quelli su Idi Amin Dada, sull'avvocato Verges, e su un monaco buddista con simpatie naziste, birmano, chiamato W. "La vallée" è il secondo film di Barbet Schroeder con le musiche dei Pink Floyd, dopo il precedente "More" uscito nel 1968.


 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com )

domenica 21 giugno 2020

More


More (1968) Regia di Barbet Schroeder. Scritto da Paul Gegauff, Barbet Schroeder, Eugene Archer, Mimsy Farmer, Paul Gardner. Fotografia di Nestor Almendros. Musiche dei Pink Floyd. Interpreti: Klaus Grunberg, Mimsy Farmer, Heinz Engelmann, Michael Chanderli, Georges Montant, Louise Wink, Durata: 1h51'

"More" di Barbet Schroeder è un film bello e disperato, girato a Ibiza, famoso per le musiche dei Pink Floyd. Non ero mai riuscito a vederlo fino a poco tempo fa, al pari di "Obscured by clouds" (La vallée), sempre per la regia di Schroeder e sempre con le musiche dei Pink Floyd; le recensioni che ho letto erano tutte piuttosto sbrigative o negative, i due film erano pressoché dimenticati, del tutto scomparsi dalla programmazione, e quindi scoprire che si tratta di due film molto belli è stata una piacevole sorpresa.
 

"More" comincia in Marocco, dove un giovane tedesco (l'attore è Klaus Grunberg) perde i suoi soldi al gioco al tavolino di un bar, ma il tipo con cui li ha persi glieli rimette in tasca di nascosto (ci sa fare) e poi i due diventano amici. Il tipo si chiama Charlie, e vive di espedienti non disdegnando i furti; l'amicizia con Charlie gli farà conoscere Estelle (Mimsy Farmer) ma senza volerlo e in un modo che non ci si aspetterebbe, cioè intrufolandosi a una festa per rubare dalle giacche e dalle borsette abbandonate in una stanza. Anche Estelle viene derubata, ma Charlie è pieno di risorse e sa come procurare altro denaro; Estelle vedrà tornare i suoi soldi, e inizierà una relazione con il giovane che glieli ha resi. Poi Charlie se ne va per la sua strada, e non lo vedremo più fino alla fine del film; Estelle dice al ragazzo tedesco che deve partire, ma di andare a trovarla a Ibiza dove lei è ospite del dottor Wolf (anche lui tedesco). Così succede ma finirà male per il giovane, iniziato all'eroina e poi all'LSD; non varranno i consigli dell'amico Charlie che torna nel finale e gli dice apertamente che Estelle è già responsabile della morte di altri due come lui: "vuoi essere il terzo"? Il film termina proprio con il funerale del protagonista. Estelle, disgraziata anche lei, rimarrà con Wolf.
 

Fotografato da Nestor Almendros in maniera splendida, dura 1h51' e ha anche un titolo italiano, "Di più ancora di più". Belli i colori, le luci, gli arredi, bella Ibiza ancora intatta; ricorda un po' "Blow up" di Antonioni, di pochi anni precedente, ma qui tutto è più vero e più tragico. Si tratta infatti di storie che sono veramente successe, magari non a Ibiza: che una ragazza o un ragazzo abbiano iniziato a drogarsi in questo modo è purtroppo qualcosa che è successo molte volte, e probabilmente è una storia che continua ancora oggi. A pensarci bene, "More" ha la tipica struttura dei film sui vampiri; però al di là della finzione cinematografica i personaggi sono reali, la storia è vera, ed è successa tante volte.

Molte le sequenze da ricordare, soprattutto la bellezza di Ibiza che, probabilmente proprio grazie a "More", ebbe negli anni seguenti un enorme incremento di turisti. C'è un mulino a vento a 1h19' e i due giovani gli si slanciano contro come Don Chisciotte (ma sono sotto l'effetto dell'LSD). Estelle usa una curiosa siringa, con pipetta di gomma invece del pistone, probabilmente in uso prima delle siringhe monouso che conosciamo oggi; questa pratica, scambiarsi le siringhe, è stata all'origine della diffusione di molte malattie gravi, dall'epatite virale all'Aids.
 

Gli attori sono tutti bravi: Klaus Grunberg è molto credibile, è un'ottima prova e ci si sarebbe aspettati una carriera internazionale, ma in seguito avrebbe lavorato soltanto in Germania e quasi sempre per la tv; è ancora in attività e ha al suo attivo cinquanta titoli come interprete. Mimsy Farmer è bella e quasi evanescente (ottima prova, non facile). Il trafficone Wolf è Heinz Engelmann (anche lui mette in guardia il protagonista da Estelle). Charlie è Michael Chanderli, il tizio con la barbaccia nera e riccia è Georges Montant, Cathy è Louise Wink. Il regista Barbet Schroeder è francese, e ha al suo attivo molti film e documentari; "More" è stato il suo primo lungometraggio. Le musiche dei Pink Floyd non sono state composte appositamente per il film, non tutte: "The Nile", "Cirrus minor" e "Cymbaline" erano già state pubblicate in disco prima dell'uscita del film.
 
 
(le immagini vengono dal sito www.imdb.com)


mercoledì 17 giugno 2020

La casa (Sharunas Bartas) 1

 
La casa (Namai, 1997). Regia di Sharunas Bartas. Scritto da Sharunas Bartas e Ekaterina Golubeva. Fotografia di Sharunas Bartas e Rimvydas Leipus. Musiche di Interpreti: Francisco Nascimento, Oksana Cernych, Viktorija Nareiko, Eugenia Sulgaite, Alex Descas, Léos Carax, Valeria Bruni Tedeschi, Leonidas Zelcius, Egle Kukaite e molti altri. Durata: due ore.
 
"The house" di Sharunas Bartas è un film unico, bello e disperato; io vi ho letto una discesa agli inferi in cerca di Euridice ma si tratta solo delle mie sensazioni, dei pensieri e delle associazioni che mi sono arrivate durante la visione, e non è detto che sia davvero questa l'intenzione dell'autore. Scrivo questo post, come gli altri sul cinema di Bartas, camminando su un terreno incerto: è come ripercorrere un sogno, lungo e profondo, e cercare di capire cosa sono quelle immagini, di chi sono quei volti, da dove vengono questi ricordi e queste visioni. Porto qui i miei appunti personali (in questo caso, personalissimi), chiedo scusa a Sharunas Bartas se mai passerà di qui, e consiglio a tutti la visione del film: che non è quasi parlato e non ha un filo narrativo, ma la narrazione nasce comunque, e le parole sono quelle che vi arriveranno dall'anima.


Si nomina spesso Andrej Tarkovskij, soprattutto per il cinema dell'est Europa, e quasi sempre si sbaglia; io direi che sicuramente Bartas conosce Tarkovskij, e si vede, ma non è il primo nome che mi è venuto in mente guardando "The house". Il primo pensiero è per la grande pittura, per Vermeer, per la luce e per i dettagli; poi Ingmar Bergman per i volti e i primi piani, e Stanley Kubrick ancora per la luce e per gli ambienti, oltre che per la perfezione tecnica. C'è qualcosa del polacco Zbig, per le persone e le stanze che si susseguono, e del primo Werner Herzog quando gli attori paiono recitare in ipnosi, come in "Herz aus Glass". C'è soprattutto il teatro di Tadeusz Kantor, un percorso nel ricordo con un'eco potentissima nel finale; è il riferimento giusto, ma Kantor non è più con noi da tanti anni e l'esperienza del suo teatro purtroppo non si può più ripetere né raccontare. Aggiungerei i libri di Elemire Zolla, le aure, l'arte e il suo rapporto con la natura, e Dante, sempre una discesa nell'Inferno, o nel Purgatorio, chiamato in causa anche da un libro su cui ci si sofferma a lungo). Di Tarkovskij, da Tarkovskij, c'è di sicuro Johann Sebastian Bach: "Erbarme dich, mein Gott" (abbi pietà di me, Signore) dalla Passione secondo san Matteo, è il vero motivo conduttore di "La casa". Del mito di Orfeo, per chi non se lo ricordasse, ho già accennato qui; per gli appassionati di disegno posso anche consigliare l'Orfeo di Dino Buzzati (il titolo del libro di Buzzati è "Poema a fumetti"), che ha molti tratti in comune con "La casa" di Sharunas Bartas. A tratti il film è vagamente surrealista, ma anche espressionista; ci sono forse citazioni da Man Ray, da Murnau, da Eisenstein, nei primi piani: ma questo è normale in un autore che abbia conoscenza della storia del cinema.
 

"La casa" sembra spesso la ricostruzione di un sogno, un uomo che vaga fra le ombre. Pensando ai miei sogni personali, e a questo vagare in ambienti reali ma non riconoscibili, mi capita sempre più spesso di ricordare le teorie sulla relazione fra i sogni e lo stato degli organi interni, ed è possibile che qualcosa di simile sia davvero presente in questo film di Bartas. Bisognerebbe anche tener conto dell’alternanza fra giorno e notte, la luce che viene dall’esterno ci fa capire l’ora. Proseguendo nel mio parallelo con il mito di Orfeo ed Euridice, forse Valeria Bruni Tedeschi è una Proserpina, che ricorda con gli amori umani rievocandoli con burattini, e Alex Descas, che gioca a scacchi potrebbe essere Plutone, re degli Inferi. Proserpina è in parte appartenente al mondo terrestre; rapita da Plutone, le è concesso di tornare per alcuni periodi sulla terra; è il mito della primavera, della rinascita del mondo dopo il gelo invernale.


"The house" dura due ore, inizia con "Erbarme dich" (J.S.Bach, Passione secondo san Matteo) e con la stessa musica (eseguita solo dal violoncello), si chiude; c'è molta musica, ben riconoscibile la "Canzone di Solveig" di Edvard Grieg, dalle musiche di scena per il "Peer Gynt" di Ibsen.
Nel libro di cui vengono strappate delle pagine (nel finale alcune saranno bruciate e altre messe da parte, ma non vediamo quali) c'è un disegno del Conte Ugolino, sul quale l'immagine si ferma a lungo: forse la Casa è proprio l'Inferno dantesco, è una discesa nell'Ade? (di Orfeo?) e i nudi presenti nel film vanno visti come in Doré e nelle illustrazioni dell'aldilà, come in Luca Signorelli: le anime del Purgatorio forse. C'è una cagna che allatta e che poi sale a mangiare gli avanzi sul tavolo del banchetto (non è quindi Cerbero). Valeria Bruni Tedeschi fa recitare a due burattini una storia d'amore triste, schiaffi compresi. Ci sono molti handicappati, una donna con il volto sfigurato (ustioni?), due anziani sordi che dialogano fra di loro, altro ancora. Non solo volti e corpi belli, dunque; ci sono anche bambini, come sempre in Bartas. Un fucile alla fine sparerà e ucciderà, ma noi non vediamo chi spara; e carri armati marciano sulla casa.


E' un film silenzioso, oltre a un dialogo fra sordomuti nel linguaggio dei segni quasi non c'è parlato; c'è la musica e ci sono i suoni d'ambiente, e la voce umana si ascolta solo all'inizio e alla fine:
« Madre. Madre, spesso avrei voluto parlare con te di tutto, ma non l’ho mai fatto. Ma dentro di me, io parlavo con te. Potevo sentirlo, e sentire le tue risposte. Ma ogni volta che vengo qui ad ascoltarti, non posso più parlare con te. Rimango in silenzio. Tutte le parole sono state dette. Dette internamente. E tutte le mie domande, tu hai risposto ad esse, dentro di me. Prima è sempre accaduto questo. Quando eravamo distanti. Distanti l’uno dall’altra. Ecco com’era prima. Come è stato, e mai più potrà accadere. Non importa quanto io lo voglia. Il futuro. Nel futuro io sono libero. Libero, perché ancora non esiste. Non comprendo il presente. Il presente è così sfuggente che non sono certo che esista. » (all'inizio, voce fuori campo)
« Madre. Il tempo è passato. E sono distante da te. Ciò che è importante, Madre, per me, è credere che queste cose non svaniranno. Le nostre canzoni, i nostri sguardi, i nostri minuti, noi due. Per noi non sono altro che anime morte. Anime malate, sfinite, semplicemente questo. E soprattutto, quasi prive di speranza. Ma non stiamo per sparire. Se solo potessi dirti quanto io fortemente creda in tutto questo, Madre.» (il finale, voce fuori campo)

 
1- continua