giovedì 25 novembre 2010

Come in uno specchio ( I )

SASOM I EN SPEGEL (COME IN UNO SPECCHIO, 1961). Regia, soggetto e sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Musica: Johann Sebastian Bach, sarabanda dalla Suite in re minore per violoncello n.2 BWV 1008. Musiche originali di Erik Nordgren . Montaggio: Ulla Ryghe. Interpreti: Harriet Andersson (Karin), Gunnar Björnstrand (David), Max Von Sydow (Martin), Lars Passgard (Minus). Produzione: Allan Ekelund per la Svenskfilmindustri. Durata: 86 minuti

“Come in uno specchio” è uno dei film più duri e difficili di tutto il cinema di Bergman. Nonostante l’atmosfera quasi sempre serena di una riunione in famiglia, in riva al mare, c’è una tragedia che incombe, una malattia grave che è stata appena diagnosticata nella sua pienezza e che tocca una giovane donna. Di questa malattia verremo a sapere presto, ed è il tema centrale del film; ma non è l’unico. Bergman paragona questo suo film a un quartetto d’archi, e come in quartetto d’archi ci sono diversi temi, modulati in maniera diversa dai vari strumenti, così in “Come in uno specchio” tutti i personaggi sono importanti.
Bergman aggiunge anche che si tratta di un’esecuzione non pienamente riuscita, dove gli esecutori non sono sempre in sintonia fra di loro; ed ha molte ragioni, ma forse era impossibile fare diversamente data la difficoltà del tema; che è comunque ben impostato e a tratti gradevole, perfino con toni da commedia in diverse sequenze.
I quattro personaggi sono questi: un padre (Gunnar Björnstrand) e i suoi due figli (Harriet Andersson e Lars Passgard), più il marito della giovane donna, suo genero (Max von Sydow).
In questo quartetto (non ci sono altri attori nel film) c’era un particolare che non mi tornava: e cioè che Max von Sydow interpreti il genero di Björnstrand. Mi suonava strano, perché – sicuramente influenzato da “Il settimo sigillo” - pensavo che i due attori avessero più o meno la stessa età: in teatro si può fare, al cinema un po’ meno, ma anche nella vita reale può ben darsi che suocero e genero sia coetanei. Invece no, sono andato a informarmi: sembrerà strano, ma ci sono vent’anni di differenza fra i due attori, Max von Sydow aveva trentuno o trentadue anni, Björnstrand aveva di poco passato i cinquanta.
Terminato di rivedere il film, molte questioni mi erano rimaste irrisolte e sono andato a leggere qualcosa in merito. Di solito, con Bergman, è un esercizio utile: perché su Bergman si è scritto molto, e perché Bergman stesso ci ha lasciato molti libri dove parla in prima persona di se stesso e dei suoi film; ma in questo caso mi è capitato invece quello che mi succede quasi sempre con i film di Bresson, e cioè che quello che leggo non mi aiuta affatto nella comprensione del film.
Anche leggendo quello che ne dice Bergman stesso, in “Immagini”, si rischia di finire sviati, fuori strada; ed in effetti è un film molto difficile, dubito che anche Bergman stesso sapesse cosa stava facendo di preciso. Bergman dedica molto spazio a “Come in uno specchio”, quattro pagine piene: ma sono quasi tutte riflessioni personali e autobiografiche, bozze e prime stesure di idee poi sviluppate diversamente nel film. Insomma, “Come in uno specchio” continua ad essere un enigma difficilmente risolvibile; due brani da “Immagini” possono però essere d’aiuto.
Ingmar Bergman, da Immagini (ed. Garzanti)
Se si esclude l'epilogo, che rimane slegato, si può dire che “Come in uno specchio”, formalmente e drammaturgicamente, è un film che non suscita obiezioni. E’ il primo vero «dramma da camera» e indica la strada verso “Persona”. Avevo deciso di operare una riduzione. Questo risulta evidente sin dalla prima immagine: quattro persone, provenienti non si sa da dove, spuntano dal mare.
Rimanendo in superficie, l'inizio di “Come in uno specchio” è qualcosa di nuovo. Tecnicamente, la messinscena è priva di errori. Il ritmo è impeccabile. Ogni immagine si trova al posto giusto. Che, poi, Sven Nykvist e io abbiamo spesso riso per via dell'imperfetta posizione delle luci, questa è un'altra storia. Le nostre vere discussioni sulle luci cominciavano infatti adesso e condussero a tutto un altro tipo di fotografia in “Luci d'inverno” e nel “Silenzio”. Dal punto di vista della tecnica cinematografica, “Come in uno specchio” sta, di conseguenza, alla conclusione di un periodo. L'epilogo tra David e Minus, con la battuta conclusiva del ragazzo, «Papà ha parlato con me!», è stato giustamente criticato perché slegato dal resto del film. Ammetto di averlo scritto spinto dal bisogno di essere didattico. Può darsi che abbia cercato di dire qualcosa che ritenevo non fosse stato detto. Non so. Rivedendolo, oggi, mi sento male. Il film è attraversato da un tono falso e quasi incomprensibile. A ciò non è estraneo il fatto che l'anno prima avessi realizzato “La fontana della vergine”, un film che migliorò il mio status economico di quel tempo e che vinse persino un Oscar. (...)
Dalla mia terribile (e molto chiara) situazione in Svizzera non uscì assolutamente niente. Era un punto di estrema sterilità. Eppure, nel monologo Gunnar sentì il vangelo della conversione: come se fosse il suo. E lo ritenne bello. Invece, è mal fatto e mal recitato.
Per Minus scelsi un attore uscito proprio allora dalla scuola di recitazione, e che non aveva vissuto le complicazioni presenti in quella parte: andar oltre ogni limite, la libidine, il disprezzo per il padre e a un tempo il desiderio di avere comunque un contatto con lui, l'attaccamento alla sorella, la produttività. Lars Passgard era commovente, una persona per bene, e faticò come un cane. Avrebbe dovuto essere un giovane Bengt Ekerot. Con gli anni sono diventato più bravo a scegliere le persone giuste per i ruoli giusti. Passgard e io facemmo ambedue del nostro meglio. Lui non aveva responsabilità nel nostro fallimento.
Abbiamo così un quartetto d'archi dove uno strumento suona falso tutto il tempo e l'altro segue con sicurezza le note, ma senza interpretarle. Il terzo strumento suona con limpidezza e autorità, ma fui io che non diedi a von Sydow lo spazio che avrebbe dovuto avere.
Ciò che ha del miracoloso è che, invece, Harriet Andersson interpreta Karin con perfetta musicalità, entrando ed uscendo liberamente e continuamente dalle sue prescritte realtà. La sua interpretazione ha toni puri ed è piena di genialità. Fu lei a rendere il prodotto sopportabile, interpretando frammenti di un altro film, che ero in procinto di scrivere, ma che non scrissi.
(Ingmar Bergman, da “Immagini”, ed. Garzanti)

Come in uno specchio ( II )

SASOM I EN SPEGEL (COME IN UNO SPECCHIO, 1961). Regia, soggetto e sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Musica: Johann Sebastian Bach, sarabanda dalla Suite in re minore per violoncello n.2 BWV 1008. Musiche originali di Erik Nordgren . Montaggio: Ulla Ryghe. Interpreti: Harriet Andersson (Karin), Gunnar Björnstrand (David), Max Von Sydow (Martin), Lars Passgard (Minus). Produzione: Allan Ekelund per la Svenskfilmindustri. Durata: 86 minuti

Il titolo del film è ben spiegato da Bergman stesso negli “extra” sul dvd, durante una riunione con gli attori: un filmato evidentemente promozionale, dove Harriet Andersson finge di chiedere spiegazioni, Gunnar Björnstrand e lo stesso Bergman le rispondono.
- Perché nella Bibbia è scritto “vediamo confusamente, come in uno specchio”? In uno specchio l’immagine è nitida.
- Bisogna pensare che in quell’epoca non esistevano ancora gli specchi come quelli che usiamo oggi, ma si usavano metalli levigati fino a renderli lucenti. (...) Ho per l’appunto qui una riproduzione fedele di uno specchio in bronzo in uso al tempo dei romani. Guarda: i contorni del viso sono poco delineati, e riesci a malapena a scorgere sia te che gli oggetti intorno.
- C’è come una patina...
Purtroppo non sono ancora riuscito a risalire alla citazione biblica di cui si parla, ma è evidente l’accenno alle visioni derivanti dalla malattia di cui soffre la protagonista: «Non si può vivere in due mondi, passare da uno all’altro» , dice il personaggio di Harriet Andersson a 1h06 dall’inizio. Ed è il tema costante di Bergman in quegli anni: nel “Settimo sigillo” non solo il Cavaliere incontra la Morte in persona, ma anche il giullare Jof ha visioni, e dice di averne anche la presunta strega. Molte le analogie con “L’ora del lupo”: specialmente quando Karin spiega che sono loro, “gli altri”, che la stanno allontanando dal marito. Karin dirà al fratello che ormai deve scegliere: o sta con loro (con le apparizioni, che però in questo film non si vedono) oppure col marito, che lei ama molto e dalla quale è molto amata nonostante la malattia (schizofrenia?) ormai conclamata.
- E’ solo una malattia, o c’è dell’altro? – si chiede Karin dopo l’ennesima crisi, in cui dice di poter attraversare i muri come se fossero soglie, dove vede persone in attesa, forse di Dio; ma poi c’è una voce che le ordina di fare delle cose, e a cui non ci si può sottrarre.
Forse si può dire che “Come in uno specchio” è “Il settimo sigillo” trasportato nella realtà quotidiana: nel “Settimo sigillo”, Mia dice a Jof di non parlare in giro delle sue visioni, che poi lo prendono per matto: “e io so che non sei matto, non per ora almeno”
Si tratta di vere visioni, come accade per i santi; fondamentale è la scena in cui Karin è in preghiera e fa inginocchiare davanti alle apparizioni il marito ateo (“so che non ci credi, ma fallo per me”). Dopo la crisi più forte, alla fine del film, Karin dirà d’aver visto un Dio, che aveva sembianze di ragno, un ragno dallo sguardo freddo e indifferente, spietato, che ha cercato di possederla ma poi si è limitato a passarle sopra. A questo punto Karin non vuole più essere curata, è lei stessa a decidere per il ricovero. Come dice lei stessa, “non si può vivere in due mondi, passare da uno all’altro” (Harriet a 1h06), come a dire che per lei a questo punto esistono due realtà, non sovrapponibili. E’ un tema che rimanda al cinema di Dreyer, soprattutto a “Ordet”, ma è anche il tema (trattato in modo giocoso, ma non meno serio) di “Attraverso lo specchio” e di “Sylvie and Bruno”, di Lewis Carroll. C’è anche molto di Pirandello, in “Come in uno specchio”, soprattutto quel ragionare su ogni dettaglio, un ragionare quasi maniacale anche nelle persone sane.
Una visione, un fantasma, è al centro anche del piccolo spettacolo teatrale che viene recitato per Gunnar Björnstrand all’inizio del film: un giovane cavaliere (che si direbbe persiano, e che pare uscito da un film di quelli che poi farà Paradzhanov) è attirato dal fantasma di una fanciulla morta, che lo invita ad unirsi a lei; il giovane ne è molto attratto ma poi rifiuta l’offerta e torna alla vita vera. Questo spettacolo, breve ma molto accurato, secondo me è la vera chiave per capire il film.
E’ l’arte il vero tema del film? Dall’aldilà, sembra dirci Bergman, arriva qualcosa come la voce che dettava a Mozart; in questo senso può essere un messaggio in positivo, da accettare; ma può anche essere qualcosa di molto distruttivo, in negativo, come le visioni di Karin in questo film, e come nel film di Bergman quasi immediatamente successivo, “L’ora del lupo”.
Lo spettacolo nel teatrino di casa è fatto dai due figli di Björnstrand, che interpreta uno scrittore affermato. Come già prima per i regali di lui, alla conclusione dello spettacolo vediamo applausi e felicità di circostanza, del genere di quelli fatti per non offendere chi ha fatto il regalo; una finzione a fin di bene, ma non meno dolorosa. E della quale sono tutti ben coscienti: anche questa è una doppia realtà, una cosa piccola ma alla quale tutti ci sottomettiamo spesso.
Karin (Harriet Andersson) ha un fratello più giovane, poco più che adolescente, ancora molto turbato dal sesso; all’inizio del film lo ascoltiamo mentre fa discorsi “sulle femmine” molto simili a quelli che il personaggio di Harriet Andersson faceva qualche anno prima in “Una lezione d’amore” parlando delle sue amiche “smorfiose”. E’ questo il secondo tema conduttore del “quartetto”.
(continua)

Come in uno specchio ( III )

SASOM I EN SPEGEL (COME IN UNO SPECCHIO, 1961). Regia, soggetto e sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Musica: Johann Sebastian Bach, sarabanda dalla Suite in re minore per violoncello n.2 BWV 1008. Musiche originali di Erik Nordgren . Montaggio: Ulla Ryghe. Interpreti: Harriet Andersson (Karin), Gunnar Björnstrand (David), Max Von Sydow (Martin), Lars Passgard (Minus). Produzione: Allan Ekelund per la Svenskfilmindustri. Durata: 86 minuti

Il personaggio interpretato da Björnstrand dimostra egoismo anche nell’amore verso il prossimo: glielo rimprovera il genero Max von Sydow, quando sono da soli in barca. E’ un tema che ritornerà nel dialogo di Björnstrand con Harriet Andersson al minuto 68:
- (quando si scrive un romanzo) Si traccia un cerchio magico intorno a noi, escludendo tutto ciò che può compromettere i nostri intenti. Quando la vita spezza il cerchio, questi intenti si rivelano meschini e insignificanti, così tracciamo subito un nuovo cerchio, un nuovo riparo...
- povero, caro papà...
- Sì, certo...povero papà, costretto dalla vita a vivere nella realtà.
Questo tema verrà ripreso ancora nel finale del film: stavolta il dialogo è fra padre e figlio. Un dialogo pieno di pause, di silenzi, di sguardi, che è difficile da rendere con la sola trascrizione.
- Ho paura, papà...Quando ero abbracciato a Karin, sul relitto, tutta la realtà è esplosa. Capisci cosa voglio dire?
- Sì, lo capisco.
- La realtà esplose, e io ne caddi fuori. E’ come in un incubo: tutto può accadere, papà. Tutto.
- E’ vero.
- Non posso vivere in questo nuovo mondo.
- Sì che puoi, se avrai qualcosa su cui sostenerti.
- Chi, secondo te? Un dio? Dammi una prova di Dio. (silenzio) Non puoi.
- Sì che posso. Però devi ascoltare bene quello che ti dico, Minus.
- Sì, ho bisogno di ascoltare, papà.
- Posso darti solo una pallida idea delle mie speranze... Dio è la certezza che l’amore esiste come cosa concreta in questo mondo di uomini.
- Intendi un amore in particolare?
- No, ogni genere d’amore. Il più elevato e il più intimo, il più oscuro e il più splendente. Ogni specie d’amore.
- Anche il desiderio d’amore?
- Il desiderio e la repulsione, la miscredenza e la fede.
- L’amore è dunque una dimostrazione di Dio?
- Non so se l’amore dimostri l’esistenza di Dio, o se sia Dio stesso.
- Allora per te amore e Dio sono la stessa cosa?
- Questo pensiero è il solo conforto alla mia miseria e alla mia disperazione.
- Continua, papà.
- D’improvviso la miseria è diventata ricchezza, e la disperazione speranza. E’ come essere graziati in punto di morte.
- Se ciò che dici è vero, Karin è tutta circondata da Dio: perché noi la amiamo davvero.
- Sì.
- Questo può aiutarla? (pausa)
- Penso di sì. (....)
Rimasto da solo, Minus dice tra sè: «Mio padre ha parlato con me...». E’ l’ultima battuta del film, e forse non è da intendere solo come il rapporto tra un padre e un figlio; forse si può intendere anche come “Dio mi ha dato una risposta”, e io la intendo anche nel senso che sono gli ammalati e gli handicappati, spesso, a dare conforto ai sani; e non viceversa.
Inoltre, in “Come in uno specchio”, Bergman ci sta parlando anche di se stesso come autore; ed è importante far notare che il racconto di Björnstrand in barca, quello del tentato suicidio in Svizzera, è un fatto avvenuto allo stesso Bergman, che lo spiega con chiarezza in “Immagini” nelle pagine dedicate a questo film.
L’ultimo tema del “quartetto d’archi” è affidato a Max von Sydow, il cui personaggio è un medico e un marito molto affettuoso, straziato dal dolore nel vedere la moglie affondare ogni giorno di più nella sua malattia. Come spiega Bergman in Immagini, “uno strumento suona con limpidezza e autorità, ma fui io che non diedi a von Sydow lo spazio che avrebbe dovuto avere.”
Il film inizia con la musica di Johann Sebastian Bach, la sarabanda dalla Suite n.2 in re minore per violoncello BWV 10008, eseguita da Erling Blöndahl Bengtsson (il nome è scritto nei titoli di testa) che tornerà spesso nel corso del film.

martedì 23 novembre 2010

Allegro non troppo

Allegro non troppo (1977) Regia di Bruno Bozzetto Sceneggiatura di Bruno Bozzetto, Guido Manuli, Maurizio Nichetti  Film di animazione con attori e parti filmate. Interpreti: Marialuisa Giovannini, Néstor Garay, Maurizio Micheli, Maurizio Nichetti, Mirella Falco, Osvaldo Salvi, Jolanda Cappi, Franca Mantelli Musica: Ravel, Debussy, Dvorak, Sibelius, Stravinsky, Vivaldi, Franco Godi Fotografia: Luciano Marzetti, Mario Masini (85 minuti)

Alla sua uscita, nel 1977, “Allegro non troppo” fu definito (dai soliti fantasiosi addetti ai lavori) come “la risposta italiana a Fantasia di Walt Disney”. In realtà è un’altra cosa, anche se le analogie sono molte; e la diversità principale sta proprio nel fatto che Bozzetto non è Walt Disney, i suoi personaggi e il suo humour sono di un altro tipo. Sotto l’apparenza innocente, Bozzetto affronta problemi e tematiche importanti; e poi non sono così sicuro che faccia film per bambini. O, quantomeno, sappiate che se guardate questo film insieme ai bambini, poi i bambini verranno a farvi qualche domanda...
Il film è composto da una serie di episodi, collegati da un piccolo film girato a Bergamo nel Teatro Donizetti, con attori veri. Gli attori principali sono quattro. Maurizio Micheli, il presentatore, a un primo sguardo sembra vestito da torero; poi ci accorge che quella è la sua giacca, una giacca normale (beh, quasi...). Maurizio Nichetti è il disegnatore dei cartoons, schiavizzato dal direttore d’orchestra Nestor Garay: grasso, grosso, autoritario, con un enorme sigaro tra i denti (ma, alla fine, sarà il Disegnatore a trionfare). Poi c’è la Ragazza, gentile e graziosa (molto graziosa: si chiama Maria Luisa Giovannini) che s’involerà nel finale con il Disegnatore, sotto le vesti di Principessa e di Principe, lasciando da solo il presentatore sempre più impacciato.
La musica (e i cartoons):
1- Debussy, il Pomeriggio di un Fauno. Il fauno è piccolo, bruttino, anzianotto; corre dietro a ragazze bellissime e irraggiungibili. Un fauno simpatico, ma molto triste.
2- Dvorak, Danza slava n.7 . Un buffo omino scende dalle caverne e si costruisce una casa; subito tutti gli altri lo imitano, e la pianura diventa in breve un’enorme città di cemento. Stufo di essere imitato, l’omino si inventa un truce piano diabolico; ma il finale sarà a sorpresa (ohibò!).
3- Pausa. Gli attori nel teatro fanno un veloce pasto, solo al Disegnatore tutto è questo è negato; e dunque prova a mandare il Signor Rossi (proprio lui!) a prendere qualcosa da mangiare, ma l’impresa è destinata a finire molto male...
4- Ravel, il Bolero. La marcia dell’Evoluzione, a partire dal liquido contenuto in una bottiglia di cocacola buttata via dal Maestro. Una marcia inarrestabile, che porta agli anfibi, ai dinosauri, ai mammiferi, e infine all’Uomo, enorme e minaccioso. Ma anche l’Uomo si trasforma in qualcosa, anzi si rompe e si sbriciola: dai cocci rinasce, ghignante, la Scimmia.
5- Sibelius, Valzer triste. Un gatto dagli occhi grandi e dolci, che ripensa al suo passato felice in una bella casa calda e accogliente. Ma la casa è ormai circondata da enormi palazzi, e sta per essere demolita.
A questo punto il Maestro si ribella: basta storie tristi! Che il Disegnatore gli dia qualcosa di divertente, oppure... Il Presentatore media: troviamogli una femmina, forse è per questo che è così triste, sempre da solo. A dire il vero, il Disegnatore una ragazza l’aveva già trovata, gentile e carina; ma comunque non si sottrae all’offerta di una professionista, anche se ne uscirà un po’ malconcio. Quello che segue è un pezzo davvero divertente:
6- Vivaldi, Concerto in do maggiore (non meglio identificato: necessiterebbe di una ricerca, ma la produzione di Vivaldi è immensa). Un’ape casalinga, paciosa e pacifica, molto ordinata, è intenta a passare un momento di relax su un bel prato verde, intorno a un fiore; viene però disturbata da due enormi mostri, un Uomo e una Donna, che hanno intenzione di sdraiarsi proprio lì dove è lei. E l’ape, pacifica e paciosa, per un po’ sopporta, ma poi quando è troppo è troppo.
7- Stravinskij, L’uccello di fuoco. Ci sono Adamo, Eva, e il Serpente. Dico subito che il Serpente vale da solo la visione del film, è uno dei personaggi più divertenti che abbia mai disegnato Bozzetto: più biscia che serpente, buffo e un po’ imbranato, offre la mela ma i due se ne vanno senza nemmeno toccarla. Che fare? Il Serpente se la mangia, e si addormenta. Ma ecco sorgere, al posto del Mago della favola musicata da Stravinskij, un diavolaccio orrendo che gli scatena contro un incubo spaventoso: d’ora in poi il Serpente subirà il destino dell’Uomo, farà la guerra, andrà a lavorare, vivrà in una casa di cemento, avrà orari da rispettare... Stravolto e distrutto dal sogno terribile, il Serpente sputa fuori la mela, che appare come nuova. La mette giù e se ne va via brontolando: che se la sbrighino da soli, Adamo ed Eva.
8- Finale. O meglio: tutti i finali possibili, il “ribattere sulla dominante” dei manuali di armonia, con una dozzina di esempi campionati da opere famose (per orchestra, per pianoforte, per voce di tenore...). Un magazziniere un po’ tonto, che sembra tolto di peso dai cartoons di Robert Crumb, li visiona per noi tirandoli fuori dalla cantina dove sono archiviati: l’accoppiata tra la musica e il cartoon è quasi sempre irresistibile, ed è divertente cercare di riconoscere i finali famosi.
9- Il numero nove lo merita Franco Godi, collaboratore abituale di Bozzetto: ci sono anche le sue musiche, e suo è il medley finale sui titoli di coda, realizzato come al solito con gusto eccellente ed ottimo stile.
(Le musiche sono tratte da varie edizioni discografiche, senza indicazione degli interpreti)

lunedì 22 novembre 2010

Vip - mio fratello superuomo

Vip, mio fratello superuomo (1968) Regia di Bruno Bozzetto Film di animazione. Sceneggiatura di Bruno Bozzetto, Attilio Giovannini, Stearn Robinson  Musica: Franco Godi, Johnny Gregory Fotografia: Luciano Marzetti (79 minuti)

Il Vip è un parente stretto di Superman, però non viene dal pianeta Krypton: veste di rosso ed è di natura assolutamente terrestre. Per il resto, non c’è una gran differenza tra Superman e il Vip: da generazioni e generazioni, dall’inizio della Storia e fors’anche prima, c’è sempre stato un Vip a difendere i deboli dai soprusi dei forti. Però adesso c’è una novità: i Vip sono due, due fratelli figli di un Superuomo e di una cassiera del Supermarket (un tragico equivoco, ma l’amore fa di questi scherzi).
Supervip è un vero Vip: giovane, bello, atletico, invulnerabile. Suo fratello Minivip somiglia a Woody Allen (che però non era ancora famoso quando Bozzetto disegnò il cartone): piccolo, bruttino, imbranato, non vola e non ha poteri, ma veste lo stesso il costume rosso dei Vip, ed è – a parte questi difetti - un Vip a tutti gli effetti.
All’inizio del film, una torma di psicoanalisti lo convincono che non è un eroe, e lui si rassegna; per consolarsi si imbarca su una nave da crociera, ma sappiamo bene che non si può contraddire il nostro destino, e questo è solo l’inizio di una serie di avventure alla fine delle quali Minivip e Supervip (insieme) sconfiggeranno i cattivi, ed entrambi troveranno l’anima gemella.
E’ un musical, e le canzoni sono simpatiche e divertenti. La musica è opera di Franco Godi, abituale collaboratore di Bozzetto, autore di un’infinità di jingles e di canzoncine divertenti e originali. La mia opinione è che Franco Godi merita un posto non secondario nella storia della Musica italiana del Novecento, i suoi jingles e le sue canzoni sono sempre appropriati, divertenti e mai banali; al contrario di quello che capita con i divi strapagati ed esaltati dai fans e dai mass media.
Aiutano Bozzetto nell’impresa i suoi storici collaboratori, tra i quali abili cartoonists come Guido Manuli e Giuseppe Laganà, poi diventati famosi in proprio. Le canzoni sono interpretate da Herbert Pagani, un cantante famoso negli anni ’60 che in molti ricordiamo ancora volentieri, e dai 4+4 di Nora Orlandi.
Molto belli i disegni: non tanto i due Vip, quanto la miriade di personaggi e personaggini che fanno loro da contorno, dai pesci ai pappagallini; tra i protagonisti anche un leone molto grazioso, che in realtà è una ragazza, e una donnina piccolina fatta su misura per Minivip.
Profetico il personaggio di Happy Betty, che è il personaggio negativo da sconfiggere. E’ ricalcata sui cattivi di James Bond, e come loro vuole conquistare il mondo: e sta per riuscirci, ma con la pubblicità. Quando ho visto “Vip” per la prima volta, fine anni ’60, questo particolare mi sembrava molto esagerato e lo avevo giudicato il punto debole del film; ma avevo dieci anni, e rivedendolo oggi le considerazioni sono diventate altre. Ad esempio, penso che nel 1995 c’è stato un referendum per avere meno pubblicità in tv, e gli italiani hanno votato compatti per averne di più (c’è ancora qualcuno che se lo ricorda?), e mi viene da dire che forse i missili di Happy Betty sono arrivati a destinazione da tempo, e che non c’è stato né un Vip né un Minivip che sia venuto a salvarci. Forse, avremmo dovuto salvarci da soli; ma nel frattempo mi sono reso conto, con orrore, che in questo 2007, una perfetta sosia di Happy Betty ha fatto davvero la sua comparsa, in carne e ossa, nel nostro mondo reale; e che gli italiani si apprestano a mandarla al potere.

domenica 21 novembre 2010

West and soda

West and Soda (1965) Regia di Bruno Bozzetto Film di animazione. Sceneggiatura di Bruno Bozzetto, Sergio Crivellaro, Attilio Giovannini  Musica: Giampiero Boneschi Fotografia: Luciano Marzetti, Roberto Scarpa (86 minuti)

Un film di Bruno Bozzetto lo si guarda sempre volentieri. Basta anche un’immagine sola per mettere di buon umore: che sia il signor Rossi, il cane Gastone, MiniVip, o qualche altro omino o donnina, il segno di Bozzetto lo si riconosce subito ed è sempre una bella compagnia, anche solo per l’attimo in cui si guarda una vignetta sul giornale.
“West and soda” esce insieme ai grandi successi di Sergio Leone, nello stesso anno di “Per un pugno di dollari”; il cowboy pistolero protagonista è vestito di nero e malinconico come Henry Fonda, ed è silenzioso e infallibile come Clint Eastwood, che però Bozzetto non ha ancora visto quando il cartoon è in lavorazione.
Non c’è molto da dire sulla storia in sè, questo è un cartone animato e non ha molto senso raccontare le gag e i disegni; magari si può perdere un po’ di tempo a pensare a quale film stava pensando Bozzetto in questa o quella scena, ma la sua funzione principale, il suo scopo o la sua missione (fate voi) è divertire: e ci riesce benissimo. E dunque preferisco cedere la parola a Bozzetto stesso, anche perché ho qui nel cassetto una sua intervista e posso farlo comodamente.
«Una volta c'era solo Walt Disney. Se d'improvviso spuntava un cartoon italiano, era un avvenimento. È stato il caso dei Pagot con “I fratelli Dinamite” nel '49. E successo di nuovo nel '65 col mio “West and Soda”. Oggi il cinema d'animazione è un arcipelago di tecniche e stili, dal Giappone all'Europa. Negli stessi Usa, la Disney è presa d'assedio dalla concorrenza. In una situazione del genere, ogni nuova avventura animata, specie in Italia, priva di qualsiasi strategia promozionale e distributiva, è a rischio d'estinzione immediata. Come s'è visto, purtroppo, nelle ultime stagioni. Paradossalmente, oggi, l'autore a matita sta peggio di ieri. Una volta, si passava dal silenzio all'evento nel giro di 24 ore: oggi, nel giro di 24 ore, si può passare dall'evento al silenzio. E al rischio dell'anonimato s'aggiunge un altro handicap: il costo altissimo di attrezzature e tecnologie».
- Alternative?
«Una è la via d'Oriente, seguita da molte società di produzione. Per abbattere i costi, specie in quelle catene di montaggio che sono le serie, si affida il grosso del lavoro a manodopera del terzo mondo. Un lungometraggio si può ancora realizzare in Europa, ma i costi non scendono mai sotto i 5 milioni di euro. Per il 3D, esiste, da poco, anche l'opzione India, paese emergente nella manodopera animata. Ma per chi preferisce il fai da te, esiste un'altra via, che non consiglierei a nessuno con velleità di guadagno, meno che mai ai giovani».
- Quale?
«Internet. E la computer animation. Ho cominciato sei anni fa con “Europe & Italy”, profetica previsione dell'eccezione tricolore in area UE, continuando a baloccarmi con invenzioni veloci tipo “To Bit or not to Bit“ o “Olympics”, una "paperissima" dei Giochi. I vantaggi sono due, entrambi straordinari: sei libero di fare quel che vuoi e non hai nemmeno bisogno di un distributore, perché in un attimo puoi raggiungere una platea infinita. C’è solo un piccolo problema: non guadagno una lira. Adesso posso permettermelo, perché sono ufficialmente pensionato; ma per un giovane che comincia è molto più complicato.»
- Davvero nessuno sbocco commerciale?
« Insistendo, sì. “I Cosi”, nati cinque anni fa per internet, diventano ora una serie animata per bambini con episodi di cinque minuti, che la Rai comincerà a trasmettere a fine anno.
- A Positano verrà festeggiato per i 40 anni di “West and Soda”, con un evento speciale.
«Sì, con un excursus su "Il West animato dagli italiani", insieme a Guido Manuli, all'epoca mio principale collaboratore, e forse Bud Spencer. Nell'occasione presenteremo i dvd dei tre lungometraggi - West and Soda, Vip e Allegro non troppo - restaurati dalla Cineteca Italiana.»
- Nel '65, “West and Soda” non ha solo fatto da stella cometa al made in Italy a matita, ma è stato pure, a colpi di gag, gemello di cartoon del cinema di Sergio Leone. Vi siete mai incontrati?
«Sono andato a trovarlo dopo il grande successo, nel '77, di “Allegro non troppo”, per chiedergli, invano, di produrmi il seguito, che avrei realizzato a partire da sette o otto racconti fantasy. “Per un pugno di dollari” aveva anticipato di un anno la mia parodia animata, che però avevo cominciato a progettare e disegnare molto prima. Il successo di Leone ha aiutato molto il cartoon, entrato d'ufficio tra i titoli pionieri dell'era-spaghetti. Sotto altri aspetti mi ha un po' bruciato: la parodia del becchino, per esempio, è divertente nel cartoon, ma nel cinema vero è esplosiva». (...)
Bruno Bozzetto, intervista a Mario Serenellini, La Repubblica 28 aprile 2005
(la foto qui sotto è stata pubblicata dal mensile Linus nel maggio 1966)

sabato 20 novembre 2010

Canzone per Solveig

Quando l’angelo interpretato da Bruno Ganz, nella finzione scenica di “Il cielo sopra Berlino”, incontra Solveig Dommartin, trapezista in un piccolo circo, se ne innamora e per lei decide di scendere sulla Terra rinunciando così alla sua natura angelica per diventare un uomo come tanti, sappiamo subito che non poteva andare diversamente.
Non è una questione di bellezza: per nostra fortuna, donne belle ce ne sono tante, sulla Terra; sarebbe difficile sceglierne una solo in base alla bellezza. Ma Solveig appare radiosa, esprime un fascino quasi soprannaturale, e non stupisce che molti, all’uscita dal cinema, si trovassero a pensare che l’angelo del film era proprio lei, Solveig Dommartin.
Di lei wikipedia dice:
Solveig Dommartin (Parigi, 16 maggio 1961 – Parigi, 11 gennaio 2007) è stata un'attrice e regista francese. La sua carriera iniziò in teatro con la "Compagnia Timothee Laine" e con il "Theater Labor Warschau". Ebbe le sue prime esperienze in campo cinematografico facendo l'assistente di Jacques Rozier. Il suo debutto in qualità di attrice di cinema fu con il film Il cielo sopra Berlino (1987) diretto dal regista Wim Wenders. In questo film, dove recitava la parte di una acrobata di circo, mostrò una grande abilità impadronendosi della tecnica acrobatica in soli due mesi. In questo modo non ci fu la necessità di farla sostituire da una controfigura.  Insieme a Wim Wenders fu coautrice del film Fino alla fine del mondo (1991) e con il regista fece un lungo viaggio intorno al mondo in cerca delle location più adatte per il progetto. In seguito girarono insieme Così vicino così lontano, che riprende temi e personaggi di “Il cielo sopra Berlino.”  Wim Wenders ebbe a dire riguardo a Fino alla fine del mondo: "Solveig Dommartin ed io abbiamo scritto insieme la storia del nostro film, e pensavamo che solo noi due avevamo il diritto di entrare in quell'area sacra costituita dai sogni di una persona, solo se avessimo portato qualcosa in quel lavoro che per noi stessi era sacro".  Solveig Dommartin morì di infarto nel 2007.
Eh sì, l’angelo ci ha lasciati, ormai; e da molto tempo.
Solveig Dommartin è la trapezista che vediamo all’inizio di “Il cielo sopra Berlino”, il film di Wim Wenders girato nel 1987. Vederla e innamorarsi di lei è quasi inevitabile, ed è quindi più che comprensibile che l’angelo Damiel lasci il suo mondo fumoso e spirituale, un mondo d’ombre grigie che non possono intervenire nelle nostre vicende, per scendere in mezzo a noi e sporcarsi un po’ come facciamo noi tutti i giorni, con questo mondo nato dal fango.
Damiel è ben felice di stare accanto a lei, ha avuto una grande fortuna e non rimpiange di aver lasciato l’altro mondo, quello dove non c’è sofferenza. Lo ritroviamo, un po’ preoccupato ma felice, in “Così lontano così vicino”, del 1993: hanno avuto una bambina, stanno ancora insieme, lei deve lavorare in un bar per arrotondare lo stipendio, ma va bene anche così, va bene tutto...
Nella realtà, si può ben dire che Damiel (che nel film è interpretato da Bruno Ganz) era lo stesso Wim Wenders, dato che Solveig Dommartin era la sua compagna nella vita.
Dev’essere stato un grande amore, grandissimo: il film seguente a “Il cielo sopra Berlino”, “Fino alla fine del mondo”, è una continua dichiarazione d’amore di Wenders per Solveig. Ogni inquadratura di quel film (un film lunghissimo) è dedicata a lei, e bisogna proprio non voler vedere per non accorgersene. La bella storia è destinata ad interrompersi, perché in seguito Solveig e Wenders si sarebbero separati: così va il mondo, del resto. Forse non è giusto né bello, ma non è certo una novità. Non so nemmeno se Solveig fosse un’attrice, a volte mi verrebbe da dire di no, e non è certo un volerla sminuire: Solveig era una presenza, una donna molto bella ma una donna normale, una donna vera ma anche una presenza di quelle che riempiono di sè lo schermo, e che hanno una luce particolare che fa sembrare banali gli attori che lavorano con lei (a meno che non siano grandi come Bruno Ganz, s’intende). Da un lato, per un attore, questo può essere un grande regalo; da un altro, avere una grande presenza può diventare un grave handicap, se non si trovano le parti giuste e i film giusti.
Solveig Dommartin conobbe Wenders quando aveva già qualche esperienza come attrice, ma ormai aveva cambiato mestiere e lavorava nello staff del grande regista tedesco, non ricordo più con quali mansioni. Wenders ebbe l’intuizione giusta e la portò sullo schermo, con ruoli da protagonista. Solveig Dommartin è molto brava e molto bella, nei film di Wenders; e imparò anche a fare la trapezista, con grande impegno: non c’è mai la controfigura, è proprio lei che fa tutti i numeri, anche quelli più difficili.
Ma anche gli angeli eterni ed immortali, quando discendono sulla Terra, sono soggetti al passare del Tempo; ed è per questo che Solveig Dommartin non c’è più.
Ma che non ci sia proprio davvero più, direi che è presto per dirlo. Magari è qui accanto a noi, ci passa, ci vede, ci sorride, e noi non la vediamo: come fanno gli angeli nel film che l’ha resa famosa.