Proseguendo il discorso su Toti Dal Monte (1896-1975) su wikipedia ho appreso che fu moglie del tenore Enzo De Muro Lomanto; il matrimonio fu sfortunato e durò pochissimo, ma i due cantanti ebbero una figlia che ha fatto l’attrice. La biografia di Marina Dolfin (questo è il nome d’arte scelto dalla figlia di Toti Dal Monte) è ricca di notizie interessanti, e le riporto qui così come l’ho trovata su wikipedia:
Marina Dolfin, alla nascita Mary De Muro (Milano, 15 aprile 1930 – Vittorio Veneto, 11 giugno 2007), è stata un'attrice e doppiatrice italiana, attiva in teatro, cinema e televisione dai primi anni cinquanta fino agli anni ottanta. Unica figlia del soprano Toti Dal Monte e del tenore Enzo de Muro Lomanto, prima moglie del doppiatore Giuseppe Rinaldi, e madre dei doppiatori Massimo Rinaldi ed Antonella Rinaldi, in carriera ha dato voce nella distribuzione italiana a Susan Strasberg interprete in Fascino del palcoscenico, film del 1958 diretto da Sidney Lumet. Come attrice teatrale ha lavorato in importanti compagnie, fra cui quella con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano. Con Fantasio Piccoli è stata poi nel 1959 fra gli interpreti di Donna Rosita nubile di García Lorca. È stata poi in compagnia con Cesco Baseggio ed ha interpretato con Renzo Montagnani La coscienza di Zeno adattata per il teatro nella stagione 1978-1979 da Tullio Kezich. La regia in quella occasione era di Franco Giraldi. È stata attiva anche nelle stagioni di prosa radiofonica della RAI.
La carriera di Marina Dolfin è stata quindi prevalentemente teatrale, ma l’ho trovata di recente in una replica su RAI Storia del “Capitan Fracassa” di Theophile Gautier del 1958, regia di A.G.Majano. Protagonista maschile è Arnoldo Foà, ci sono molti attori importanti (il Capitan Fracassa è ricco di ruoli molto belli per un attore) come Ivo Garrani, Alberto Lupo, Ubaldo Lay, Nando Gazzolo. Le protagoniste femminili sono Lea Massari, Giulia Lazzarini e Scilla Gabel; alla Dolfin spetta il ruolo di Serafina, tutt’altro che secondario. Dato che il Capitan Fracassa è una storia che mi piace molto, me ne sono fatto una copia e adesso posso mettere qui un fermo immagine con il volto di Marina Dolfin (accanto a lei, una giovanissima Lea Massari).
Enzo De Muro Lomanto, all’anagrafe Vincenzo De Muro (pugliese, 1902-1952) è stato un tenore importante ma non ha mai girato film, almeno stando a quanto ne dicono wikipedia e http://www.imdb.com/ .
“Il merlo maschio” di Pasquale Festa Campanile (1971) è un film risibile su un soggetto impresentabile, però diventa interessante – a parte la presenza di Laura Antonelli, per noi spettatori maschi – perché molte scene sono girate nell’Arena di Verona, con l’orchestra dell’Arena di Verona. Anche qui, come per “Anonimo Veneziano”, mi sono trovato a chiedermi se oggi sarebbe possibile fare un film con protagonista un orchestrale di un’orchestra sinfonica: mi sono risposto di no, i produttori farebbero subito cambiare mestiere al protagonista e magari terrebbero buono tutto il resto, purché non si veda mai l’Arena, sia ben chiaro.
E’ un film che ricordo molto bene per un motivo personale: era arrivato al cinema del mio paese e io ero andato a vederlo, aggirando il divieto ai minori di 14 anni (il fisico me lo permetteva, ero già vicino al metro e novanta). Penso che sia stata la prima volta, Laura Antonelli a parte, che mi sia capitato di ascoltare la sinfonia da “La Gazza Ladra” di Rossini; o comunque di prendere nota del fatto che quella musica lì avesse quel titolo e quell’autore. Un paio d’anni dopo avrei trovato Stanley Kubrick e “Odissea nello spazio”, e da lì sarebbe nato il mio interesse definitivo per la musica.
Ho rivisto di recente in tv alcune sequenze da “Il merlo maschio”, quelle iniziali, e vi ho trovato Lino Toffolo intento a suonare non so più quale strumento e Gianrico Tedeschi come direttore d’orchestra; di Laura Antonelli mi sento di dire tutto il bene possibile, ma del protagonista maschile vorrei tacere, perché non ho mai sopportato Lando Buzzanca e lo ritengo un pessimo attore. In particolare, non ho mai sopportato i suoi piagnistei sul fatto di essere stato emarginato “perché di destra”. Per capire la stupidità di queste affermazioni basterebbe ricordare la lista degli attori che facevano ruoli da protagonista in quegli anni, nel cinema italiano: c’erano Mastroianni, Tognazzi, Gassman, Manfredi, Sordi, Volonté, Giannini, c’erano anche Giulio Brogi, Lino Capolicchio, Gastone Moschin, Franco Nero, Gabriele Ferzetti; poi sarebbero arrivati Paolo Villaggio e Renato Pozzetto, Adriano Celentano, Terence Hill e Bud Spencer, e di molti altri mi sto certamente dimenticando. Insomma, non è che ci fosse grande spazio per uno come Buzzanca: ringrazi il cielo se ha potuto fare questi filmetti qua. Che poi la maggior parte dei registi e degli sceneggiatori italiani fosse di sinistra, è un dato di fatto; e ringraziamo il Cielo anche di questo, sono stati anni formidabili per il cinema italiano. Aggiungerei ancora una cosa: non confondiamo Pasquale Festa Campanile con Achille Campanile, so che molti fanno confusione ma Achille Campanile è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento, invece PFC si è fermato ad un livello molto più basso. Di quanto più basso, sono testimoni film come questo.
“L’etrusco uccide ancora”, regia di Armando Crispino, esce nel 1972 ed ha come sfondo, oltre all’archeologia, il Festival di Spoleto: siamo pur sempre in Umbria, terra etrusca anch’essa. Il film è bruttino, ma guardabile; molti belli gli esterni in località che spero non siano state rovinate nel frattempo, del Festival di Spoleto di vede purtroppo poco, ed è un peccato perché in quegli anni ci sono passati artisti poi diventati molto famosi. Un attore che si chiama John Marley interpreta il direttore d’orchestra, molto nevrotico e dittatoriale, con una segretaria giovane, sottomessa e un tantino masochista (Daniela Surina, se non sbaglio); il modello è quasi sicuramente Bernstein, con molti prestiti anche da Karajan. La maggior parte delle scene in teatro sono però affidate al coreografo, ovviamente “frocio” (mi si passi la parola: chi ha visto il film capirà che è la parola esatta) e altrettanto caricaturale; ma tutto questo, visto il passare del tempo, viene ad assumere quasi carattere documentario. Come dicevo per gli altri due film, “Anonimo Veneziano” e “Il merlo maschio”, o anche per molti episodi tv del tenente Colombo o della “signora in giallo”, credo che nessuno oggi sceglierebbe come protagonista un musicista o un direttore d’orchestra; e penso che sia un indice del disinteresse che è stato fatto scendere sul mondo della musica (e soprattutto dell’opera) negli ultimi 20-25 anni. Come è possibile per un ragazzo conoscere la grande musica, se la grande musica è cancellata dai palinsesti o relegata su radio, tv e canali internet che bisogna andarsi a cercare col lanternino? Invece, quando io avevo 13-14 anni, era possibile incontrare la grande musica anche andando a vedere film come questi, del tutto commerciali e pensati per un pubblico di bocca buona.
Da un filmetto come questo, oltretutto, si viene perfino a sapere qualcosa sulla nostra storia: qui l’etruscologia è poco più che un pretesto (l’assassino non è il dio Tukulka, questo penso di poterlo dire) ma le riprese sono fatte su luoghi autentici, si vedono gli affreschi antichi, e il formato “da cinema” (molto grande, spettacolare) permette di cogliere anche i dettagli. A completare il cast, belle attrici come Samantha Eggar e Nadja Tiller, un volto simpatico come Enzo Cerusico (che però sparisce dopo l’inizio, forse aveva trovato qualcosa di meglio da fare), l’ottimo Enzo Tarascio che interpreta il commissario. Il film viene da un racconto di Bryan Edgar Wallace e Lutz Eisholtz, le musiche sono di Riz Ortolani ma c’è ampio spazio per il Dies irae di Verdi, dalla Messa di Requiem. Dato che questo film l’ho visto quando era uscito da poco, a 14 anni e sempre al cinema del mio paese, posso immaginare che sia stata la prima volta che ho fatto conoscenza con il Dies Irae di Verdi: mi aveva fatto una grande impressione, anche senza sapere cos’era, e forse anche da qui mi è nata la voglia di ascoltare altro, di conoscere altro, e di provare ad andare al di là di questi filmetti che arrivavano la domenica nei cinema dei piccoli paesi.
(le immagini a colori sono quasi tutte da “Anonimo Veneziano”, regia di Enrico M. Salerno; nei fotogrammi da “Capitan Fracassa” Marina Dolfin è la signora sorridente col cappello; l’immagine di Laura Antonelli non viene dal film citato ma è troppo bella per non metterla qui; dell’Etrusco ho soltanto la locandina, in futuro forse troverò qualcosa di meglio).
(continua)
sabato 2 giugno 2012
venerdì 1 giugno 2012
L'opera al cinema ( X )
Di recente ho visto, o rivisto, tre film che apparentemente non hanno molto a che fare con l’opera, ma che invece si svolgono in luoghi molto importanti per gli appassionati: si tratta del teatro La Fenice di Venezia, dell’Arena di Verona e del Festival di Spoleto. Sono tre film che ricordo bene perché sono usciti quando io cominciavo a interessarmi al cinema, e anche ad andare al cinema; rivederli per intero, dopo così tanti anni, mi ha procurato qualche piacevole sorpresa.
I tre film sono: Anonimo Veneziano, regia di Enrico Maria Salerno (1970); Il merlo maschio, regia di Pasquale Festa Campanile (1971) e L’etrusco uccide ancora, del 1972, regia di Armando Crispino. Si tratta di tre film commerciali, pensati per un pubblico facile o comunque non troppo esigente; Anonimo Veneziano ebbe un enorme successo al botteghino, “Il merlo maschio” è ricordato più che altro per la presenza di Laura Antonelli, “L’etrusco” è invece un film del tutto dimenticato, e direi a buona ragione.
Nel dettaglio:
“Anonimo Veneziano” è la storia di un oboista e direttore d’orchestra, che sta registrando un concerto per oboe di Benedetto Marcello. Mi sono subito chiesto: sarebbe ancora possibile, oggi, un soggetto come questo? Direi proprio di no, nessun produttore finanzierebbe un film o una fiction tv dove il protagonista suona l’oboe in un’orchestra del Settecento. Il soggetto verrebbe completamente riscritto e stravolto, oppure immediatamente cassato. Insomma, per l’oboista che aveva il sogno di diventare come Karajan oggi come oggi vedrei una sola destinazione possibile: il cestino della carta straccia, magari passando per un tritarifiuti.
Invece nel 1970 tutto questo era ancora possibile, l’oboista piacque molto, e alla fine del film si ascolta per davvero il “Largo” dal Concerto in do minore di Benedetto Marcello, per intero, senza arrangiamenti.
Il film, che racconta l’incontro tra il musicista e la moglie da cui è separato, e che ha un finale tragico perché lui è gravemente ammalato, ha dei dialoghi irritanti, da fotoromanzo di quart’ordine, ma per il resto è ancora molto bello e godibile. A un certo punto mi sono trovato a pensare che se fosse stato in inglese, magari coi sottotitoli, in modo da no capire perfettamente i dialoghi, probabilmente lo avrei considerato un capolavoro; così non è, anche per via della scelta del protagonista. L’attrice protagonista è Florinda Bolkan, ed è un’ottima scelta; ma l’oboista di Tony Musante, visto da oggi, assomiglia in modo incredibile a Peter Falk. Oltretutto, l’impermeabile è identico; in alcune sequenze del film l’impressione di essere finiti per sbaglio dentro un episodio del tenente Colombo diventa fortissima, e si capirà che a questo punto è difficile prendere il film sul serio.
Ma vera protagonista del film è la città di Venezia, con riprese splendide, così bella da far venire nostalgia perché in seguito Venezia è molto cambiata. Insomma, nel film Venezia viene presentata come città morente e decadente, ma la si vede viva e abitata, con gente normale, veneziani veri e non turisti o ricconi, ancora con i bambini che giocano per strada. Perfino l’acqua dei canali non è mai verde, e questa è davvero una sorpresa. Chissà come avranno fatto, si chiede: ma forse nel 1970 era ancora così.
Dal punto di vista operistico, hanno un interesse notevole le sequenze girate all’interno della Fenice: il teatro è vuoto, ma se ne vede una panoramica girata in modo magistrale. Per chi si fosse distratto, ricordo che questa sala, quella che si vede nel film, è stata in seguito completamente distrutta da un incendio; quella che esiste oggi è stata perfettamente ricostruita, ma questa di “Anonimo Veneziano” è la stessa Fenice in cui fu girato “Senso” di Visconti. Nel finale, il Concerto di Benedetto Marcello viene eseguito nella chiesa di San Vitale, “San Vidal”, anch’essa ripresa in modo magnifico e con ampie panoramiche e dettagli sui musicisti, tutti giovani e simpatici.
L’altra sorpresa, qualcosa più di una curiosità, è la presenza nel cast di Toti Dal Monte, grandissima soprano: è l’anziana padrona di casa che affitta l’appartamento ai due sposi, in uno dei tanti flashback che percorrono il film.
Toti Dal Monte è il nome d’arte di Antonietta Meneghel, nata a Mogliano (Treviso) nel 1896 e scomparsa nel 1975, quindi pochi anni dopo aver girato “Anonimo Veneziano”. Di lei, wikipedia ci racconta che “nel 1945 si ritirò dal palcoscenico, per continuare, spinta da Renato Simoni, la sua carriera nel campo teatrale insieme alla figlia nella compagnia di Cesco Baseggio, in cui recitò testi goldoniani.“
Infatti, consultando http://www.imdb.com/ , ho scoperto che la carriera da attrice di Toti Dal Monte è tutt’altro che occasionale: non conosco questi film, ma il nome di Cesco Baseggio, grandissimo attore di teatro, dovrebbe essere una garanzia sufficiente: Toti Dal Monte è stata un’attrice vera e non una presenza occasionale.
Toti Dal Monte ha girato sette film, secondo IMDB: si comincia nel 1939 con “Il carnevale di Venezia”, regia di Giuseppe Adami e Giacomo Gentilomo. Adami è il librettista della Turandot di Puccini, importante autore di teatro; Gentilomo è un regista di cinema con molti titoli al suo attivo in quel periodo. Nel film c’è anche Cesco Baseggio, che interpreta il personaggio di Mòmolo, e Toti Dal Monte (ancora in carriera come soprano) è protagonista.
Il secondo film è del 1943, “Gli assi della risata”, regia di Roberto Bianchi Montero e Guido Brignone. E’ un film a episodi, stavolta Toti Dal Monte non è protagonista anche perché nel cast ci sono attori come Titina De Filippo, Giorgio De Rege (inventore del tormentone “vieni avanti cretino”, insieme a suo fratello), Anna Magnani, e altri attori famosi del teatro di rivista.
Il terzo film di Toti Dal Monte è “Fiori d’arancio” del 1944, regia di Dino Hobbes Cecchini, un film del tutto dimenticato con protagonisti e regista che oggi ricordano in pochi.
Nel 1950, Toti Dal Monte gira “Il vedovo allegro” di Mario Mattoli, che è un regista importante: il regista di alcuni dei film più belli e famosi di Totò, tanto per intenderci. La Dal Monte ha un ruolo secondario, protagonisti sono Carlo Dapporto, Isa Barzizza, Amedeo Nazzari, e poi ci sono ancora Ave Ninchi, Arnoldo Foà, Irasema Dilian, Cesco Baseggio.
Nel 1954 arriva il momento di “Cuore di mamma”, regia di Luigi Capuano, che è il classico film su misura per un cantante all’epoca molto popolare, il napoletano Giacomo Rondinella: Toti Dal Monte è, per l’appunto, la mamma che dà il titolo al film.
L’ultimo film di Toti Dal Monte prima di “Anonimo Veneziano” è del 1969, una vita di Oliver Cromwell diretta da Vittorio Cottafavi per la RAI. Si tratta di uno sceneggiato con Sergio Fantoni, Eros Pagni, Giancarlo Sbragia e altri ottimi attori, nel quale Toti Dal Monte interpreta la madre di Cromwell. Il titolo dello sceneggiato è “Oliver Cromwell”.
(le immagini vengono tutte da “Anonimo Veneziano”, tranne ovviamente le due con Toti Dal Monte da giovane).
(continua)
I tre film sono: Anonimo Veneziano, regia di Enrico Maria Salerno (1970); Il merlo maschio, regia di Pasquale Festa Campanile (1971) e L’etrusco uccide ancora, del 1972, regia di Armando Crispino. Si tratta di tre film commerciali, pensati per un pubblico facile o comunque non troppo esigente; Anonimo Veneziano ebbe un enorme successo al botteghino, “Il merlo maschio” è ricordato più che altro per la presenza di Laura Antonelli, “L’etrusco” è invece un film del tutto dimenticato, e direi a buona ragione.
Nel dettaglio:
“Anonimo Veneziano” è la storia di un oboista e direttore d’orchestra, che sta registrando un concerto per oboe di Benedetto Marcello. Mi sono subito chiesto: sarebbe ancora possibile, oggi, un soggetto come questo? Direi proprio di no, nessun produttore finanzierebbe un film o una fiction tv dove il protagonista suona l’oboe in un’orchestra del Settecento. Il soggetto verrebbe completamente riscritto e stravolto, oppure immediatamente cassato. Insomma, per l’oboista che aveva il sogno di diventare come Karajan oggi come oggi vedrei una sola destinazione possibile: il cestino della carta straccia, magari passando per un tritarifiuti.
Invece nel 1970 tutto questo era ancora possibile, l’oboista piacque molto, e alla fine del film si ascolta per davvero il “Largo” dal Concerto in do minore di Benedetto Marcello, per intero, senza arrangiamenti.
Il film, che racconta l’incontro tra il musicista e la moglie da cui è separato, e che ha un finale tragico perché lui è gravemente ammalato, ha dei dialoghi irritanti, da fotoromanzo di quart’ordine, ma per il resto è ancora molto bello e godibile. A un certo punto mi sono trovato a pensare che se fosse stato in inglese, magari coi sottotitoli, in modo da no capire perfettamente i dialoghi, probabilmente lo avrei considerato un capolavoro; così non è, anche per via della scelta del protagonista. L’attrice protagonista è Florinda Bolkan, ed è un’ottima scelta; ma l’oboista di Tony Musante, visto da oggi, assomiglia in modo incredibile a Peter Falk. Oltretutto, l’impermeabile è identico; in alcune sequenze del film l’impressione di essere finiti per sbaglio dentro un episodio del tenente Colombo diventa fortissima, e si capirà che a questo punto è difficile prendere il film sul serio.
Ma vera protagonista del film è la città di Venezia, con riprese splendide, così bella da far venire nostalgia perché in seguito Venezia è molto cambiata. Insomma, nel film Venezia viene presentata come città morente e decadente, ma la si vede viva e abitata, con gente normale, veneziani veri e non turisti o ricconi, ancora con i bambini che giocano per strada. Perfino l’acqua dei canali non è mai verde, e questa è davvero una sorpresa. Chissà come avranno fatto, si chiede: ma forse nel 1970 era ancora così.
Dal punto di vista operistico, hanno un interesse notevole le sequenze girate all’interno della Fenice: il teatro è vuoto, ma se ne vede una panoramica girata in modo magistrale. Per chi si fosse distratto, ricordo che questa sala, quella che si vede nel film, è stata in seguito completamente distrutta da un incendio; quella che esiste oggi è stata perfettamente ricostruita, ma questa di “Anonimo Veneziano” è la stessa Fenice in cui fu girato “Senso” di Visconti. Nel finale, il Concerto di Benedetto Marcello viene eseguito nella chiesa di San Vitale, “San Vidal”, anch’essa ripresa in modo magnifico e con ampie panoramiche e dettagli sui musicisti, tutti giovani e simpatici.
L’altra sorpresa, qualcosa più di una curiosità, è la presenza nel cast di Toti Dal Monte, grandissima soprano: è l’anziana padrona di casa che affitta l’appartamento ai due sposi, in uno dei tanti flashback che percorrono il film.
Toti Dal Monte è il nome d’arte di Antonietta Meneghel, nata a Mogliano (Treviso) nel 1896 e scomparsa nel 1975, quindi pochi anni dopo aver girato “Anonimo Veneziano”. Di lei, wikipedia ci racconta che “nel 1945 si ritirò dal palcoscenico, per continuare, spinta da Renato Simoni, la sua carriera nel campo teatrale insieme alla figlia nella compagnia di Cesco Baseggio, in cui recitò testi goldoniani.“
Infatti, consultando http://www.imdb.com/ , ho scoperto che la carriera da attrice di Toti Dal Monte è tutt’altro che occasionale: non conosco questi film, ma il nome di Cesco Baseggio, grandissimo attore di teatro, dovrebbe essere una garanzia sufficiente: Toti Dal Monte è stata un’attrice vera e non una presenza occasionale.
Toti Dal Monte ha girato sette film, secondo IMDB: si comincia nel 1939 con “Il carnevale di Venezia”, regia di Giuseppe Adami e Giacomo Gentilomo. Adami è il librettista della Turandot di Puccini, importante autore di teatro; Gentilomo è un regista di cinema con molti titoli al suo attivo in quel periodo. Nel film c’è anche Cesco Baseggio, che interpreta il personaggio di Mòmolo, e Toti Dal Monte (ancora in carriera come soprano) è protagonista.
Il secondo film è del 1943, “Gli assi della risata”, regia di Roberto Bianchi Montero e Guido Brignone. E’ un film a episodi, stavolta Toti Dal Monte non è protagonista anche perché nel cast ci sono attori come Titina De Filippo, Giorgio De Rege (inventore del tormentone “vieni avanti cretino”, insieme a suo fratello), Anna Magnani, e altri attori famosi del teatro di rivista.
Il terzo film di Toti Dal Monte è “Fiori d’arancio” del 1944, regia di Dino Hobbes Cecchini, un film del tutto dimenticato con protagonisti e regista che oggi ricordano in pochi.
Nel 1950, Toti Dal Monte gira “Il vedovo allegro” di Mario Mattoli, che è un regista importante: il regista di alcuni dei film più belli e famosi di Totò, tanto per intenderci. La Dal Monte ha un ruolo secondario, protagonisti sono Carlo Dapporto, Isa Barzizza, Amedeo Nazzari, e poi ci sono ancora Ave Ninchi, Arnoldo Foà, Irasema Dilian, Cesco Baseggio.
Nel 1954 arriva il momento di “Cuore di mamma”, regia di Luigi Capuano, che è il classico film su misura per un cantante all’epoca molto popolare, il napoletano Giacomo Rondinella: Toti Dal Monte è, per l’appunto, la mamma che dà il titolo al film.
L’ultimo film di Toti Dal Monte prima di “Anonimo Veneziano” è del 1969, una vita di Oliver Cromwell diretta da Vittorio Cottafavi per la RAI. Si tratta di uno sceneggiato con Sergio Fantoni, Eros Pagni, Giancarlo Sbragia e altri ottimi attori, nel quale Toti Dal Monte interpreta la madre di Cromwell. Il titolo dello sceneggiato è “Oliver Cromwell”.
(le immagini vengono tutte da “Anonimo Veneziano”, tranne ovviamente le due con Toti Dal Monte da giovane).
(continua)
mercoledì 30 maggio 2012
I giorni contati
I giorni contati (1962) Regia di Elio Petri. Soggetto di Tonino Guerra. Sceneggiatura di Elio Petri, Tonino Guerra, Carlo Romano. Fotografia di Ennio Guarnieri. Musiche originali di Ivan Vandor. Interpreti: Salvo Randone, Angela Minervini, Vittorio Caprioli, Regina Bianchi, Franco Sportelli, Mariella Valeri, Paolo Ferrari, L.Buzzanca. Durata: 98 minuti
Questo è il terzo film di Petri da regista, in pratica il secondo dopo un documentario del 1949 e un film con Mastroianni, L’assassino, nel 1961. Ne è protagonista Salvo Randone, grandissimo attore di teatro, e uno dei più grandi attori italiani in assoluto; non so quanto si possa capire di questa sua grandezza da “I giorni contati”, ma Randone in quegli anni era inarrivabile nel teatro pirandelliano, e proprio agli inizi degli anni ’60 era impeganto nella leggendaria tournée shakespeariana con Vittorio Gassman, dove ogni sera si scambiavano i ruoli di Iago e Otello (una sera Gassman era Iago e Randone era Otello, la sera dopo Randone era Iago e Gassman era Otello: ne esiste anche una registrazione RAI). La grandezza di Randone si coglie forse meglio in altri film di Petri, dove ha ruoli solo apparentemente marginali: per esempio in “A ciascuno il suo” e ancora più in “La classe operaia va in paradiso”.
Il film ha un ottimo inizio, da cinema alto, poi si perde per strada in un bozzettismo a tratti un po’ triviale, vagamente pasoliniano, con esplicita citazione di Pasolini all’inizio, sul giornale che viene usato per nascondere il volto del morto, sul tram. In questo senso, e in molti altri compresa la mutilazione fisica, un dito o un braccio da spezzare per frodare l’assicurazione, “I giorni contati” si può immaginare come una prima stesura di “La classe operaia va in paradiso”, con cui ha moltissimo in comune: il personaggio di Randone potrebbe perfino essere lo stesso nei due film, prima e dopo. La follia della vita e del lavoro, il desiderio di qualcosa di culturalmente più alto, negato dal mancato accesso all’istruzione – temi per l’appunto da Paradiso terrestre. Il film è scritto e diretto da Elio Petri, il soggetto originale è di Tonino Guerra; terzo autore della sceneggiatura è Carlo Romano.
Non è un film che si veda volentieri, ma ha molti spunti importanti. Il problema è che non sempre questi temi sono sviluppati benissimo, però si parla di cose vere e importanti. Si parte dallo “stagnaro” (cioè idraulico) di Salvo Randone, che una mattina sul tram andando al lavoro si trova accanto a un uomo che è morto d’improvviso; nessuno se ne era accorto, sembrava che stesse dormendo. Da qui, il “sor Cesare” decide di smettere di lavorare: quell’uomo aveva la sua stessa età, e il fatto lo ha molto impressionato. La mia stessa età nel momento in cui guardo oggi questo film: tra i 52 e i 53 anni.
Il sor Cesare parte da una questione serissima, l’incontro con la Morte: ma la sua decisione “alta” di tirarsi da parte e di non voler più lavorare si scontra con la sua parodia beffarda o drammatica, prima l’incontro con l’amico che non ce la fa più e che ha un lavoro molto peggiore del suo, e poi con la diciassettenne vicina di casa che nello stesso momento decide di smettere di lavorare perché trova uomini compiacenti che le passano volentieri denaro facile.
Gli altri attori: Franco Sportelli è l’amico Amilcare, che dipinge col pennello le strisce pedonali, lavorando di notte; Vittorio Caprioli è il gallerista con cui Cesare è contento di fare amicizia, ma quello ha solo il cesso da riparare; Regina Bianchi è l’ex fidanzata (lui è vedovo) che ha sposato un altro e adesso è nonna; Paolo Ferrari è il malvivente , suo ex garzone; il sempre laido Buzzanca, qui per fortuna doppiato, è il figlio di Cesare in pessimi rapporti col padre.
La ragazza vicina di casa del sor Cesare è Angela Minervini, al suo primo film: ne farà dieci in tutto dal 1962 al 1968, in piccole parti.
(novembre 2010)
Nel 1992 su “I giorni contati” avevo scritto così:
Non è certo un grande film, soprattutto è un film poco riuscito. Forse è un film troppo simile alla vita, e si avvicina così tanto alla verità della vita da riuscire ad essere sgradevole così come lo è la vita. Un grosso contributo alla realistica sgradevolezza lo dà Randone, che anche qui è grandissimo ma è anche troppo uno “studio dal vero”. Film da tenere a mente, comunque: dall’inizio col morto sull’autobus al finale (obbligato) con il protagonista che fa la stessa fine. Di certo Petri non scende a compromessi, per esempio tutta la scena del “mazzolatore” poteva essere girata in modo grottesco, magari con Totò e Peppino de Filippo, e se questo non scendere a compromessi è un pregio può però portare ad un’eccessiva “pesantezza” artistica. Insomma, l’eterno dilemma fra l’arte e la vita: ad essere troppo fedeli alla vita, lo spettatore si annoia o ne viene disturbato, o magari fa gli scongiuri quando si trova davanti ad un film come questo, che parla apertamente del nostro destino, oltre che della nostra vita quotidiana.
Questo è il terzo film di Petri da regista, in pratica il secondo dopo un documentario del 1949 e un film con Mastroianni, L’assassino, nel 1961. Ne è protagonista Salvo Randone, grandissimo attore di teatro, e uno dei più grandi attori italiani in assoluto; non so quanto si possa capire di questa sua grandezza da “I giorni contati”, ma Randone in quegli anni era inarrivabile nel teatro pirandelliano, e proprio agli inizi degli anni ’60 era impeganto nella leggendaria tournée shakespeariana con Vittorio Gassman, dove ogni sera si scambiavano i ruoli di Iago e Otello (una sera Gassman era Iago e Randone era Otello, la sera dopo Randone era Iago e Gassman era Otello: ne esiste anche una registrazione RAI). La grandezza di Randone si coglie forse meglio in altri film di Petri, dove ha ruoli solo apparentemente marginali: per esempio in “A ciascuno il suo” e ancora più in “La classe operaia va in paradiso”.
Il film ha un ottimo inizio, da cinema alto, poi si perde per strada in un bozzettismo a tratti un po’ triviale, vagamente pasoliniano, con esplicita citazione di Pasolini all’inizio, sul giornale che viene usato per nascondere il volto del morto, sul tram. In questo senso, e in molti altri compresa la mutilazione fisica, un dito o un braccio da spezzare per frodare l’assicurazione, “I giorni contati” si può immaginare come una prima stesura di “La classe operaia va in paradiso”, con cui ha moltissimo in comune: il personaggio di Randone potrebbe perfino essere lo stesso nei due film, prima e dopo. La follia della vita e del lavoro, il desiderio di qualcosa di culturalmente più alto, negato dal mancato accesso all’istruzione – temi per l’appunto da Paradiso terrestre. Il film è scritto e diretto da Elio Petri, il soggetto originale è di Tonino Guerra; terzo autore della sceneggiatura è Carlo Romano.
Non è un film che si veda volentieri, ma ha molti spunti importanti. Il problema è che non sempre questi temi sono sviluppati benissimo, però si parla di cose vere e importanti. Si parte dallo “stagnaro” (cioè idraulico) di Salvo Randone, che una mattina sul tram andando al lavoro si trova accanto a un uomo che è morto d’improvviso; nessuno se ne era accorto, sembrava che stesse dormendo. Da qui, il “sor Cesare” decide di smettere di lavorare: quell’uomo aveva la sua stessa età, e il fatto lo ha molto impressionato. La mia stessa età nel momento in cui guardo oggi questo film: tra i 52 e i 53 anni.
Il sor Cesare parte da una questione serissima, l’incontro con la Morte: ma la sua decisione “alta” di tirarsi da parte e di non voler più lavorare si scontra con la sua parodia beffarda o drammatica, prima l’incontro con l’amico che non ce la fa più e che ha un lavoro molto peggiore del suo, e poi con la diciassettenne vicina di casa che nello stesso momento decide di smettere di lavorare perché trova uomini compiacenti che le passano volentieri denaro facile.
Gli altri attori: Franco Sportelli è l’amico Amilcare, che dipinge col pennello le strisce pedonali, lavorando di notte; Vittorio Caprioli è il gallerista con cui Cesare è contento di fare amicizia, ma quello ha solo il cesso da riparare; Regina Bianchi è l’ex fidanzata (lui è vedovo) che ha sposato un altro e adesso è nonna; Paolo Ferrari è il malvivente , suo ex garzone; il sempre laido Buzzanca, qui per fortuna doppiato, è il figlio di Cesare in pessimi rapporti col padre.
La ragazza vicina di casa del sor Cesare è Angela Minervini, al suo primo film: ne farà dieci in tutto dal 1962 al 1968, in piccole parti.
(novembre 2010)
Nel 1992 su “I giorni contati” avevo scritto così:
Non è certo un grande film, soprattutto è un film poco riuscito. Forse è un film troppo simile alla vita, e si avvicina così tanto alla verità della vita da riuscire ad essere sgradevole così come lo è la vita. Un grosso contributo alla realistica sgradevolezza lo dà Randone, che anche qui è grandissimo ma è anche troppo uno “studio dal vero”. Film da tenere a mente, comunque: dall’inizio col morto sull’autobus al finale (obbligato) con il protagonista che fa la stessa fine. Di certo Petri non scende a compromessi, per esempio tutta la scena del “mazzolatore” poteva essere girata in modo grottesco, magari con Totò e Peppino de Filippo, e se questo non scendere a compromessi è un pregio può però portare ad un’eccessiva “pesantezza” artistica. Insomma, l’eterno dilemma fra l’arte e la vita: ad essere troppo fedeli alla vita, lo spettatore si annoia o ne viene disturbato, o magari fa gli scongiuri quando si trova davanti ad un film come questo, che parla apertamente del nostro destino, oltre che della nostra vita quotidiana.
mercoledì 9 maggio 2012
Francesco Rosi ( I )
Di Francesco Rosi e del suo cinema posso soltanto parlare bene. In particolare mi piace la sua ruvidezza come persona, il non cercare di piacere ad ogni costo: si tratta dell’esatto opposto di quello che si insegna nelle scuole di management e di comunicazione, e quindi Rosi è sicuramente nel giusto. L’unica cosa negativa che mi sento di rimarcare riguarda la parte finale della sua carriera, dagli anni ’90 in qua, in cui Rosi non è stato all’altezza della lunga serie di ottimi lavori dei trent’anni precedenti; ma sono cose che possono succedere, e i tempi non erano certo i migliori per la serietà di un autore come Francesco Rosi. Non lo sono neanche adesso, di conseguenza temo che non vedremo più nè un Petri né un Rosi, eppure ne avremmo un grande bisogno. In questi nostri tempi, ognuno di noi parla a un piccolo pubblico di gente che la pensa come lui; negli anni ’60 e ’70 il cinema invece si rivolgeva a tutti, e tutti andavano al cinema. Tutto questo oggi non succede più, ed è per questo motivo, per il nostro rinchiuderci davanti a uno schermo sempre più piccolo, magari così piccolo che sta nel palmo di una mano, che il cinema come lo abbiamo conosciuto è destinato a finire, e forse anzi è già finito da almeno una decina d’anni.
da http://www.wikipedia.it/ :
Francesco Rosi (Napoli, 15 novembre 1922) è un regista e sceneggiatore italiano. Durante la seconda guerra mondiale studia giurisprudenza; intraprende poi una carriera come illustratore di libri per bambini. Contemporaneamente inizia a lavorare per Radio Napoli, dove intreccia amicizia con Raffaele La Capria, Aldo Giuffré e Giuseppe Patroni Griffi, con i quali collaborerà spesso in futuro. L'attività teatrale lo portò anche a stringere amicizia con Giorgio Napolitano. Nel 1946 inizia la sua carriera nel mondo dello spettacolo come assistente di Ettore Giannini per l'allestimento teatrale di 'O voto di Salvatore Di Giacomo. È aiuto regista di Luchino Visconti per i film La terra trema (1948) e Senso (1953), e dopo varie sceneggiature (Bellissima, 1951, Processo alla città, 1952) gira alcune scene del film Camicie rosse (1952) di Goffredo Alessandrini. Nel 1956 co-dirige con Vittorio Gassman il film Kean. E’ del 1958 il suo primo lungometraggio, La sfida, che ottiene il consenso di critica e pubblico. L'anno successivo dirige Alberto Sordi in I magliari (1959) (...)
I film di Francesco Rosi che ho sicuramente visto:
* Kean: Genio e sregolatezza (1956)
* I magliari (1959)
* Salvatore Giuliano (1962)
* Le mani sulla città (1963)
* Uomini contro (1970)
* Il caso Mattei (1972)
* Lucky Luciano (1973)
* Cadaveri eccellenti (1976)
* Cristo si è fermato a Eboli (1979)
* Carmen (1984)
* Cronaca di una morte annunciata (1987)
* La tregua (1997)
I film di Francesco Rosi che non vedo da molto tempo, o che non conosco:
* Camicie rosse (1952) - alcune scene
* La sfida (1958) R.Schiaffino, J.Suarez, N.Vingelli
* Il momento della verità (1964) M.Miguelin, Linda Christian
* C'era una volta... (1967) Sofia Loren, Omar Sharif, G.Wilson
* Tre fratelli (1981) C.Vanel, Ph.Noiret, V.Mezzogiorno
* 12 registi per 12 città (1989) - documentario
* Dimenticare Palermo (1990, du un romanzo di C.Roux)
* Diario napoletano (1992)
Francesco Rosi ha iniziato come sceneggiatore, anche per film importanti, collaborando con Luchino Visconti e con altri registi; dai primi anni ’60 ha scritto solo per i film di cui ha curato anche la regia. I film di Rosi come soggettista o sceneggiatore, escludendo i suoi: Bellissima (1951) Processo alla città (1952) Racconti romani (1955) Il bigamo (1956)
Francesco Rosi ha lavorato come regista anche in teatro; wikipedia riporta questi titoli, quasi tutti allestimenti molto recenti:
* In memoria di una signora amica (di Giuseppe Patroni Griffi 1963)
* Napoli milionaria (di Eduardo De Filippo 2003)
* Le voci di dentro (di Eduardo De Filippo 2006)
* Filumena Marturano (di Eduardo De Filippo 2008)
(continua)
da http://www.wikipedia.it/ :
Francesco Rosi (Napoli, 15 novembre 1922) è un regista e sceneggiatore italiano. Durante la seconda guerra mondiale studia giurisprudenza; intraprende poi una carriera come illustratore di libri per bambini. Contemporaneamente inizia a lavorare per Radio Napoli, dove intreccia amicizia con Raffaele La Capria, Aldo Giuffré e Giuseppe Patroni Griffi, con i quali collaborerà spesso in futuro. L'attività teatrale lo portò anche a stringere amicizia con Giorgio Napolitano. Nel 1946 inizia la sua carriera nel mondo dello spettacolo come assistente di Ettore Giannini per l'allestimento teatrale di 'O voto di Salvatore Di Giacomo. È aiuto regista di Luchino Visconti per i film La terra trema (1948) e Senso (1953), e dopo varie sceneggiature (Bellissima, 1951, Processo alla città, 1952) gira alcune scene del film Camicie rosse (1952) di Goffredo Alessandrini. Nel 1956 co-dirige con Vittorio Gassman il film Kean. E’ del 1958 il suo primo lungometraggio, La sfida, che ottiene il consenso di critica e pubblico. L'anno successivo dirige Alberto Sordi in I magliari (1959) (...)
I film di Francesco Rosi che ho sicuramente visto:
* Kean: Genio e sregolatezza (1956)
* I magliari (1959)
* Salvatore Giuliano (1962)
* Le mani sulla città (1963)
* Uomini contro (1970)
* Il caso Mattei (1972)
* Lucky Luciano (1973)
* Cadaveri eccellenti (1976)
* Cristo si è fermato a Eboli (1979)
* Carmen (1984)
* Cronaca di una morte annunciata (1987)
* La tregua (1997)
I film di Francesco Rosi che non vedo da molto tempo, o che non conosco:
* Camicie rosse (1952) - alcune scene
* La sfida (1958) R.Schiaffino, J.Suarez, N.Vingelli
* Il momento della verità (1964) M.Miguelin, Linda Christian
* C'era una volta... (1967) Sofia Loren, Omar Sharif, G.Wilson
* Tre fratelli (1981) C.Vanel, Ph.Noiret, V.Mezzogiorno
* 12 registi per 12 città (1989) - documentario
* Dimenticare Palermo (1990, du un romanzo di C.Roux)
* Diario napoletano (1992)
Francesco Rosi ha iniziato come sceneggiatore, anche per film importanti, collaborando con Luchino Visconti e con altri registi; dai primi anni ’60 ha scritto solo per i film di cui ha curato anche la regia. I film di Rosi come soggettista o sceneggiatore, escludendo i suoi: Bellissima (1951) Processo alla città (1952) Racconti romani (1955) Il bigamo (1956)
Francesco Rosi ha lavorato come regista anche in teatro; wikipedia riporta questi titoli, quasi tutti allestimenti molto recenti:
* In memoria di una signora amica (di Giuseppe Patroni Griffi 1963)
* Napoli milionaria (di Eduardo De Filippo 2003)
* Le voci di dentro (di Eduardo De Filippo 2006)
* Filumena Marturano (di Eduardo De Filippo 2008)
(continua)
Francesco Rosi ( II )
Di molti film di Rosi ho già parlato a parte, quelli che mancano li riassumo qui sotto in attesa di trovare il tempo e l’occasione di rivederli.
Kean: Genio e sregolatezza (1956) V.Gassman, AM Ferrero, E. Rossi Drago
co-regia di Vittorio Gassmann, soggetto di Dumas e Sartre
Edmund Kean (1787-1833) è stato uno dei più grandi attori ottocenteschi, da lui inizia la revisione “romantica” dei grandi ruoli di Shakespeare. Nel 1836 Alexandre Dumas (Dumas padre, quello dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo) gli dedicò un dramma, intitolato semplicemente “Kean”, che fu per molto tempo tra i preferiti dei più importanti attori teatrali. E’ la prima regia di Francesco Rosi, ma il film lo si può attribuire quasi completamente a Vittorio Gassman, reduce da una tournée teatrale proprio con questo titolo. In effetti, nella locandina ufficiale c’è scritto “regia di Vittorio Gassman”, e basta; che ci sia anche la mano di Rosi lo si viene a sapere solo da libri e interviste successive. Il film non è male, ma si poteva fare di meglio; visto oggi, mostra molto il tempo che è passato, e non è così scontato perché molti film in costume, anche più vecchi del “Kean”, sono ancora oggi molto belli da vedere. Più che altro, è poco scorrevole e un po’ legnoso nella recitazione; rimane comunque un film da vedere.
I magliari (1959) Renato Salvatori, Belinda Lee, Alberto Sordi
E’ il terzo film di Rosi da regista, il primo è il Kean con Gassman, il secondo è “La sfida” con Rosanna Schiaffino. Si parla di un tema che era allora di attualità, ma che oggi è stato completamente dimenticato: in Germania, molti immigrati italiani si dedicavano a commerci al confine con la legalità. In questo caso, e può far sorridere ma si tratta di una cosa serissima, è il commercio di stoffe, tessuti, tappeti: da qui il titolo del film, “magliari”, cioè chi vende maglie, vestiti, stoffa. Siamo ancora abbastanza vicini al dopoguerra, il boom economico non era ancora iniziato, la produzione di stoffe e vestiti era ancora lontana dai livelli attuali. Essendo un’attività illegale, anche il commercio di stoffe e tessuti era gestito dalla malavita organizzata, che in seguito si sarebbe dedicata ad attività molto più redditizie, dallo spaccio di droga alla speculazione edilizia. Frequenti, ovviamente, erano le truffe; nel film Rosi ce ne mostra alcune.
E’ ancora oggi un buon film, di valore sicuramente documentario, anche se rischia di richiedere le note a margine per chi ha meno di trent’anni. Forse il suo difetto è che oscilla un po’ troppo tra il film di commedia e il film di denuncia o sentimentale. Il protagonista è più Salvatori che Sordi, ma Sordi era già molto famoso e per questo viene sempre nominato al primo posto. Nel cast ha un posto di rilievo Belinda Lee, molto brava e convincente; forse era questa la storia da sviluppare, ma l’inserimento di Sordi nel cast sposta il film da un’altra parte, ed è un po’ lo stesso difetto del Maestro di Vigevano di Elio Petri, sempre con Sordi protagonista. Ottimi tutti gli altri attori, che spesso hanno scene divertenti, come quella dell’anziano con il gattino, che fa colazione ascoltando musica (“mi hai rovinato tutta la cristalleria”, dice quando l’intruso venuto a chiedere informazioni gli interrompe una melodia sul più bello). E’ comunque un film da far circolare nelle scuole, di valore assoluto, e sarebbe molto utile per far capire tante cose e riflettere sulla storia recente del nostro Paese, e dell’Europa; ma non si farà mai, è ovvio (non con queste persone a capo delle scuole). Molto belli i giri per Hannover e Amburgo, quasi un anticipo di Wenders il finale.
Salvatore Giuliano (1962) F.Wolff, S.Randone, non professionisti
La ricostruzione, molto accurata, della strage di Portella delle Ginestre (1947), e della morte del bandito siciliano Salvatore Giuliano (1922-1950), in un momento molto critico nella storia italiana. Il “bandito Giuliano” era legato all’indipendentismo siciliano e molto probabilmente anche ai servizi segreti americani. Un ottimo film, che non rivedo però da molti anni e sul quale dovrei ritornare.
(continua)
Kean: Genio e sregolatezza (1956) V.Gassman, AM Ferrero, E. Rossi Drago
co-regia di Vittorio Gassmann, soggetto di Dumas e Sartre
Edmund Kean (1787-1833) è stato uno dei più grandi attori ottocenteschi, da lui inizia la revisione “romantica” dei grandi ruoli di Shakespeare. Nel 1836 Alexandre Dumas (Dumas padre, quello dei Tre moschettieri e del Conte di Montecristo) gli dedicò un dramma, intitolato semplicemente “Kean”, che fu per molto tempo tra i preferiti dei più importanti attori teatrali. E’ la prima regia di Francesco Rosi, ma il film lo si può attribuire quasi completamente a Vittorio Gassman, reduce da una tournée teatrale proprio con questo titolo. In effetti, nella locandina ufficiale c’è scritto “regia di Vittorio Gassman”, e basta; che ci sia anche la mano di Rosi lo si viene a sapere solo da libri e interviste successive. Il film non è male, ma si poteva fare di meglio; visto oggi, mostra molto il tempo che è passato, e non è così scontato perché molti film in costume, anche più vecchi del “Kean”, sono ancora oggi molto belli da vedere. Più che altro, è poco scorrevole e un po’ legnoso nella recitazione; rimane comunque un film da vedere.
I magliari (1959) Renato Salvatori, Belinda Lee, Alberto Sordi
E’ il terzo film di Rosi da regista, il primo è il Kean con Gassman, il secondo è “La sfida” con Rosanna Schiaffino. Si parla di un tema che era allora di attualità, ma che oggi è stato completamente dimenticato: in Germania, molti immigrati italiani si dedicavano a commerci al confine con la legalità. In questo caso, e può far sorridere ma si tratta di una cosa serissima, è il commercio di stoffe, tessuti, tappeti: da qui il titolo del film, “magliari”, cioè chi vende maglie, vestiti, stoffa. Siamo ancora abbastanza vicini al dopoguerra, il boom economico non era ancora iniziato, la produzione di stoffe e vestiti era ancora lontana dai livelli attuali. Essendo un’attività illegale, anche il commercio di stoffe e tessuti era gestito dalla malavita organizzata, che in seguito si sarebbe dedicata ad attività molto più redditizie, dallo spaccio di droga alla speculazione edilizia. Frequenti, ovviamente, erano le truffe; nel film Rosi ce ne mostra alcune.
E’ ancora oggi un buon film, di valore sicuramente documentario, anche se rischia di richiedere le note a margine per chi ha meno di trent’anni. Forse il suo difetto è che oscilla un po’ troppo tra il film di commedia e il film di denuncia o sentimentale. Il protagonista è più Salvatori che Sordi, ma Sordi era già molto famoso e per questo viene sempre nominato al primo posto. Nel cast ha un posto di rilievo Belinda Lee, molto brava e convincente; forse era questa la storia da sviluppare, ma l’inserimento di Sordi nel cast sposta il film da un’altra parte, ed è un po’ lo stesso difetto del Maestro di Vigevano di Elio Petri, sempre con Sordi protagonista. Ottimi tutti gli altri attori, che spesso hanno scene divertenti, come quella dell’anziano con il gattino, che fa colazione ascoltando musica (“mi hai rovinato tutta la cristalleria”, dice quando l’intruso venuto a chiedere informazioni gli interrompe una melodia sul più bello). E’ comunque un film da far circolare nelle scuole, di valore assoluto, e sarebbe molto utile per far capire tante cose e riflettere sulla storia recente del nostro Paese, e dell’Europa; ma non si farà mai, è ovvio (non con queste persone a capo delle scuole). Molto belli i giri per Hannover e Amburgo, quasi un anticipo di Wenders il finale.
Salvatore Giuliano (1962) F.Wolff, S.Randone, non professionisti
La ricostruzione, molto accurata, della strage di Portella delle Ginestre (1947), e della morte del bandito siciliano Salvatore Giuliano (1922-1950), in un momento molto critico nella storia italiana. Il “bandito Giuliano” era legato all’indipendentismo siciliano e molto probabilmente anche ai servizi segreti americani. Un ottimo film, che non rivedo però da molti anni e sul quale dovrei ritornare.
(continua)
Francesco Rosi ( III )
Le mani sulla città (1963) Rod Steiger, Salvo Randone
La speculazione edilizia a Napoli negli anni del sindaco Lauro, e tutto quello che sarebbe venuto dopo: un capolavoro assoluto, ancora attualissimo (purtroppo per noi, non più solo a Napoli ma ovunque). Ne ho già parlato in un post a parte.
Uomini contro (1970) GM Volonté, M.Frechette, GP Albertini
Un capolavoro del cinema di guerra, che va messo alla pari di “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick (1958) e del successivo “Gallipoli-Gli anni spezzati” di Peter Weir. I tre film sono accomunati dall’ambientazione, la Grande Guerra 1914-1918, in seguito denominata Prima Guerra Mondiale. Tratto dalle memorie in prima persona di Emilio Lussu (1890-1975), autore anche di “Marcia su Roma e dintorni” e di “Un anno sull’altipiano”, libri che andrebbero riletti e fatti conoscere. Lussu è stato un testimone importante di eventi storici molto importanti, fu tra i fondatori del Partito d’Azione (nel quale militò anche Carlo Azeglio Ciampi), che ebbe grande importanza nel primo dopoguerra e negli anni della Costituente, ma che ricevette pochissimi voti alle prime elezioni della Repubblica Italiana, e che per questo si sciolse. Da qui, forse, nascono anche molti dei nostri problemi successivi: nel Partito d’Azione c’erano persone eccellenti, che sarebbero state importanti per la costruzione di un’Italia nuova. Ma tutto questo ormai è passato.
“Uomini contro” è un film che devo cercare e rivedere.
Il caso Mattei (1972) GM Volonté, F.Graziosi, L.Squarzina
Ricostruzione attenta e molto spettacolare di un’altra parte importante e nascosta della storia recente, la vita di Enrico Mattei (1906-1962), dal 1943 alla fondazione dell’ENI, che comportò scontri con i grandi petrolieri americani e inglesi, fino alla morte in un incidente aereo che quasi sicuramente fu omicidio. Ne ho già parlato in un post a parte.
Lucky Luciano (1973) GM Volonté, Rod Steiger
Altro film storico di Rosi, su un altro lato oscuro della nostra storia recente: i rapporti fra la mafia e i servizi segreti americani. Ne ho già parlato in un post a parte.
Cadaveri eccellenti (1976) Lino Ventura, Tino Carraro, Max von Sydow
Film inquietante e ancora di grande attualità, tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia “Il contesto”. Ne ho già parlato in un post a parte.
(continua)
La speculazione edilizia a Napoli negli anni del sindaco Lauro, e tutto quello che sarebbe venuto dopo: un capolavoro assoluto, ancora attualissimo (purtroppo per noi, non più solo a Napoli ma ovunque). Ne ho già parlato in un post a parte.
Uomini contro (1970) GM Volonté, M.Frechette, GP Albertini
Un capolavoro del cinema di guerra, che va messo alla pari di “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick (1958) e del successivo “Gallipoli-Gli anni spezzati” di Peter Weir. I tre film sono accomunati dall’ambientazione, la Grande Guerra 1914-1918, in seguito denominata Prima Guerra Mondiale. Tratto dalle memorie in prima persona di Emilio Lussu (1890-1975), autore anche di “Marcia su Roma e dintorni” e di “Un anno sull’altipiano”, libri che andrebbero riletti e fatti conoscere. Lussu è stato un testimone importante di eventi storici molto importanti, fu tra i fondatori del Partito d’Azione (nel quale militò anche Carlo Azeglio Ciampi), che ebbe grande importanza nel primo dopoguerra e negli anni della Costituente, ma che ricevette pochissimi voti alle prime elezioni della Repubblica Italiana, e che per questo si sciolse. Da qui, forse, nascono anche molti dei nostri problemi successivi: nel Partito d’Azione c’erano persone eccellenti, che sarebbero state importanti per la costruzione di un’Italia nuova. Ma tutto questo ormai è passato.
“Uomini contro” è un film che devo cercare e rivedere.
Il caso Mattei (1972) GM Volonté, F.Graziosi, L.Squarzina
Ricostruzione attenta e molto spettacolare di un’altra parte importante e nascosta della storia recente, la vita di Enrico Mattei (1906-1962), dal 1943 alla fondazione dell’ENI, che comportò scontri con i grandi petrolieri americani e inglesi, fino alla morte in un incidente aereo che quasi sicuramente fu omicidio. Ne ho già parlato in un post a parte.
Lucky Luciano (1973) GM Volonté, Rod Steiger
Altro film storico di Rosi, su un altro lato oscuro della nostra storia recente: i rapporti fra la mafia e i servizi segreti americani. Ne ho già parlato in un post a parte.
Cadaveri eccellenti (1976) Lino Ventura, Tino Carraro, Max von Sydow
Film inquietante e ancora di grande attualità, tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia “Il contesto”. Ne ho già parlato in un post a parte.
(continua)
Francesco Rosi ( IV )
Cristo si è fermato a Eboli (1979) GM Volonté, I.Papas
tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Levi, è un capolavoro assoluto, con un grandissimo Gianmaria Volonté. Da rivedere con attenzione, magari rileggendo il libro di Carlo Levi; però a condizione di recuperare la versione integrale RAI (quella sul dvd in commercio è probabilmente la versione ridotta che uscì nei cinema).
Carmen (1984) J.Migenes Johnson, P.Domingo, R.Raimondi
L'opera lirica di Bizet, in una versione per cinema e tv. Una buona lettura, ma non molto di più; ed è forse il miglior complimento che si possa fare a Rosi, visto il pessimo momento che sta attraversando la regia d’opera.
Cronaca di una morte annunciata (1987) GM Volonté, I.Papas, R.Everett, O.Muti
tratto dall'omonimo romanzo di Gabriel García Márquez, me lo ricordo come poco ispirato e nel complesso un po’ troppo televisivo (la tv sbagliata, tra l’altro...), ma è passato molto tempo da quando l’ho visto e potrei anche sbagliarmi.
La tregua (1996) John Turturro, Massimo Ghini
tratto da Primo Levi.
In questo caso, intenti eccellenti ma risultato deludente. “La tregua” è il libro dove Primo Levi racconta la lunga marcia per il ritorno a casa dopo Auschwitz, a piedi o con mezzi di fortuna: siamo alla fine della guerra, viaggiare era un’impresa. “La tregua” è un libro di viaggio, pieno di persone e di voci, non drammatico come “Se questo è un uomo”; a tratti sembra un libro d’avventure, molti episodi sono divertenti. Per chi ha letto il libro, e ne conosce i personaggi, è difficile guardare il film di Rosi, prima o poi si perde la pazienza. Consiglio a tutti di leggere il libro, poi se volete guardare il film, è pur sempre il film di un ottimo regista, con bravi attori, su un soggetto importante.
...Penso a un film da “La tregua” ormai da undici anni, e sono tanti i perché di questa mia tenacia. Posso provare ad elencarli: perché nel resoconto del lungo viaggio di ritorno dalla follia del nazismo, da Auschwitz, da Buchenwald, attraverso un’Europa devastata, c’è nel libro un messaggio di speranza; perché sono convinto che nel mondo di oggi non si possa più parlare di pace, ma di tregua (ex Jugoslavia, Africa...). (...) Primo Levi ha detto, e mi sembra importante ricordarlo, «Ho scritto La tregua per divertirmi e per divertire il pubblico». (...) Gli sceneggiatori Rulli e Petraglia dicono: «La tregua è un magico romanzo picaresco, ricchissimo di risvolti anche comici, pur nella tragicità della situazione.» (...) Scavato nel volto, John Turturro è già diventato Primo Levi: «un uomo che aveva fame», suggerisce l’attore. (..)
(dal Corriere della Sera 9 febbraio 1996, articolo e interviste per la prima di “La tregua” di Francesco Rosi)
I film di Francesco Rosi che non vedo da molto tempo, o che non conosco:
* Camicie rosse (1952) - alcune scene
Un film di Alessandro Blasetti, sui garibaldini.
* La sfida (1958) R.Schiaffino, J.Suarez, N.Vingelli
L’ho visto molti anni fa, non ne ricordo quasi niente; considerato che Rosanna Schiaffino era bellissima, se lo recupero lo guardo volentieri.
* Il momento della verità (1964) M.Miguelin, Linda Christian
Un altro film che non ricordo. Per i curiosi, Linda Christian è la mamma di Romina Power.
* C'era una volta... (1967) Sofia Loren, Omar Sharif, G.Wilson
Una storia di fantasia, in costume, che suona stranissima nella filmografia di Francesco Rosi; è comunque un film piacevole da vedere.
* Tre fratelli (1981) C.Vanel, Ph.Noiret, V.Mezzogiorno
tratto dal racconto “Il terzo figlio” di Platonov . Platonov è uno scrittore molto interessante, tutto quello che ho letto di suo mi è piaciuto, ma di questo film di Rosi ho solo un ricordo lontano.
* 12 registi per 12 città (1989) - documentario
* Dimenticare Palermo (1990 tratto dall'omonimo romanzo di Edmonde Charles-Roux)
* Diario napoletano (1992)
tre film che non ricordo di aver mai visto.
Andando a memoria, alla lista dei film di Rosi verrebbe da aggiungere “Il delitto Matteotti”, un altro capolavoro che è però di Florestano Vancini. Ammetto che ci casco sempre...
...Rosi deve aver sentito che anche l’ultima opera del maestro, “Rocco e i suoi fratelli”, invece che far guadagnare arretrava maggiormente le posizioni neorealiste, come codificandole in una linea borghese, in cui problemi e conflitti popolari erano addolciti da lirismi letterari e teatrali.
(pag. 73 da un libro Giuseppe Ferrara su Rosi, ed. Canesi) (mio appunto del 1989)
tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Levi, è un capolavoro assoluto, con un grandissimo Gianmaria Volonté. Da rivedere con attenzione, magari rileggendo il libro di Carlo Levi; però a condizione di recuperare la versione integrale RAI (quella sul dvd in commercio è probabilmente la versione ridotta che uscì nei cinema).
Carmen (1984) J.Migenes Johnson, P.Domingo, R.Raimondi
L'opera lirica di Bizet, in una versione per cinema e tv. Una buona lettura, ma non molto di più; ed è forse il miglior complimento che si possa fare a Rosi, visto il pessimo momento che sta attraversando la regia d’opera.
Cronaca di una morte annunciata (1987) GM Volonté, I.Papas, R.Everett, O.Muti
tratto dall'omonimo romanzo di Gabriel García Márquez, me lo ricordo come poco ispirato e nel complesso un po’ troppo televisivo (la tv sbagliata, tra l’altro...), ma è passato molto tempo da quando l’ho visto e potrei anche sbagliarmi.
La tregua (1996) John Turturro, Massimo Ghini
tratto da Primo Levi.
In questo caso, intenti eccellenti ma risultato deludente. “La tregua” è il libro dove Primo Levi racconta la lunga marcia per il ritorno a casa dopo Auschwitz, a piedi o con mezzi di fortuna: siamo alla fine della guerra, viaggiare era un’impresa. “La tregua” è un libro di viaggio, pieno di persone e di voci, non drammatico come “Se questo è un uomo”; a tratti sembra un libro d’avventure, molti episodi sono divertenti. Per chi ha letto il libro, e ne conosce i personaggi, è difficile guardare il film di Rosi, prima o poi si perde la pazienza. Consiglio a tutti di leggere il libro, poi se volete guardare il film, è pur sempre il film di un ottimo regista, con bravi attori, su un soggetto importante.
...Penso a un film da “La tregua” ormai da undici anni, e sono tanti i perché di questa mia tenacia. Posso provare ad elencarli: perché nel resoconto del lungo viaggio di ritorno dalla follia del nazismo, da Auschwitz, da Buchenwald, attraverso un’Europa devastata, c’è nel libro un messaggio di speranza; perché sono convinto che nel mondo di oggi non si possa più parlare di pace, ma di tregua (ex Jugoslavia, Africa...). (...) Primo Levi ha detto, e mi sembra importante ricordarlo, «Ho scritto La tregua per divertirmi e per divertire il pubblico». (...) Gli sceneggiatori Rulli e Petraglia dicono: «La tregua è un magico romanzo picaresco, ricchissimo di risvolti anche comici, pur nella tragicità della situazione.» (...) Scavato nel volto, John Turturro è già diventato Primo Levi: «un uomo che aveva fame», suggerisce l’attore. (..)
(dal Corriere della Sera 9 febbraio 1996, articolo e interviste per la prima di “La tregua” di Francesco Rosi)
I film di Francesco Rosi che non vedo da molto tempo, o che non conosco:
* Camicie rosse (1952) - alcune scene
Un film di Alessandro Blasetti, sui garibaldini.
* La sfida (1958) R.Schiaffino, J.Suarez, N.Vingelli
L’ho visto molti anni fa, non ne ricordo quasi niente; considerato che Rosanna Schiaffino era bellissima, se lo recupero lo guardo volentieri.
* Il momento della verità (1964) M.Miguelin, Linda Christian
Un altro film che non ricordo. Per i curiosi, Linda Christian è la mamma di Romina Power.
* C'era una volta... (1967) Sofia Loren, Omar Sharif, G.Wilson
Una storia di fantasia, in costume, che suona stranissima nella filmografia di Francesco Rosi; è comunque un film piacevole da vedere.
* Tre fratelli (1981) C.Vanel, Ph.Noiret, V.Mezzogiorno
tratto dal racconto “Il terzo figlio” di Platonov . Platonov è uno scrittore molto interessante, tutto quello che ho letto di suo mi è piaciuto, ma di questo film di Rosi ho solo un ricordo lontano.
* 12 registi per 12 città (1989) - documentario
* Dimenticare Palermo (1990 tratto dall'omonimo romanzo di Edmonde Charles-Roux)
* Diario napoletano (1992)
tre film che non ricordo di aver mai visto.
Andando a memoria, alla lista dei film di Rosi verrebbe da aggiungere “Il delitto Matteotti”, un altro capolavoro che è però di Florestano Vancini. Ammetto che ci casco sempre...
...Rosi deve aver sentito che anche l’ultima opera del maestro, “Rocco e i suoi fratelli”, invece che far guadagnare arretrava maggiormente le posizioni neorealiste, come codificandole in una linea borghese, in cui problemi e conflitti popolari erano addolciti da lirismi letterari e teatrali.
(pag. 73 da un libro Giuseppe Ferrara su Rosi, ed. Canesi) (mio appunto del 1989)
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