Paradiso per quattro ore (1953)
episodio da L’amore in città, girato con Fellini, Antonioni, Lizzani, Maselli, Lattuada.
Quindici minuti di piccole storie in una sala da ballo: poco più che un abbozzo, comunque piacevole. Peccato che non sia diventato un film intero.
Il sorpasso (1962)
Regia di Dino Risi, scritto da Dino Risi con Ettore Scola e Ruggero Maccari. Interpreti principali: V.Gassman, JL Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora
Un film molto celebre, che non sono mai riuscito ad apprezzare perché mi è sempre sembrato troppo costruito; e poi non mi sono mai interessato alle automobili (che invece piacevano, e molto, ai registi e agli attori del cinema), e vien da dire che forse è l’auto sportiva di Gassman la vera protagonista del film, che la voce del clacson è la sua vera colonna sonora, e che tutto il resto è secondario. Anche la morte nel finale di Trintignant mi sembra troppo scontata, così come tutto il rapporto fra il “giovane secchione” e il “viveur quarantenne”, due maschere molto stereotipate. A rendermi poco simpatico questo film è anche il fatto che tutti citino subito una battuta, quella su “Occhiofino”: la battuta “occhio fino – finocchio” la lascerei volentieri a Lino Banfi e a Pippo Franco, ed è forse (mi dispiace dirlo) la vera cifra stilistica di questo film. Ogni tanto provo a rivederlo, l’unica cosa che apprezzo veramente del “Sorpasso” è Catherine Spaak a vent’anni (forse anche meno, a pensarci bene).
Operazione San Gennaro (1966)
Regia di Dino Risi. Scritto da Dino Risi con Adriano Baracco, Ennio De Concini e Nino Manfredi.
Interpreti principali: Nino Manfredi, Claudine Auger, Senta Berger, Totò, Mario Adorf, Harry Guardino.
Nei primi anni ’60 avevano avuto grande successo i film su rapine spettacolari e complicate, compiute in posti straordinari: il museo Topkapi di Istanbul, per esempio ("Sette uomini d'oro", o meglio ancora “Topkapi”, anno 1963, regia di Jules Dassin, con Melina Mercouri, Maximilian Schell, Peter Ustinov). “Operazione San Gennaro” è un tentativo, ben riuscito, di farne una versione all’italiana: si tratta di rubare il tesoro di San Gennaro, a Napoli. Divertente, non riuscitissimo, una delle ultime apparizioni di Totò.
Il giovane normale (1969)
Regia di Dino Risi, soggetto di Umberto Simonetta, scritto da Risi con Ruggero Maccari. Interpreti principali: Lino Capolicchio, Janet Agren.
Un film del tutto desueto e ignorato, fra quelli di Risi e non solo fra quelli. Lo recupero per caso su una piccola tv locale, tirato fuori da chissà quale magazzino. Non è male, anche se si tratta di uno dei precursori dei film con Massimo Boldi (la firma dell’autore televisivo Umberto Simonetta è del resto una cifra stilistica precisa). Racconta di tre americani che che si portano a spasso in Tunisia un giovinotto milanese, interpretato da Lino Capolicchio. Capolicchio è un attore che a metà degli anni ’60 era in piena ascesa, stava diventando molto popolare ma poi è stato messo da parte (non so perché, ma capita). La ragazza è Janet Agren. Molte belle le riprese di viaggio, tutto sommato divertente. Ne ho visto solo una parte, sconfitto dagli spot pubblicitari che lo hanno spezzettato in maniera indecente: un po’ mi dispiace, sarà difficile recuperarlo per intero. (settembre 2004)
Venezia, la luna e tu (1959)
Regia di Dino Risi, scritto da Risi con Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa. Interpreti principali: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Marisa Allasio, Inge Schöner
Alberto Sordi e Nino Manfredi nelle vesti di due gondolieri: è possibile? Direi di no, direi anzi che è insopportabile, per uno come me di famiglia veneziana-padovana, ascoltare la finta cadenza dialettale dei romanissimi Sordi e Manfredi: che non si sono sforzati più di quel tanto per rendersi credibili. E’ la stessa sensazione di fastidio che credo abbiano provato i romani quando il milanesissimo Celentano interpretò “Er più” e “Rugantino”: sia chiaro che sono cose che si possono fare, lo si è visto per esempio a teatro con Strehler e “Le baruffe chiozzotte” di Goldoni, dove nessuno degli attori era veneziano o chioggiotto, ma tutto funzionava a meraviglia – ma qui si tratta di tutt’altra cosa. Detto questo, si è detto tutto: si aggiunga che la recitazione è quasi sempre sopra le righe, e che la storia raccontata è molto risaputa. Non è che sia un brutto film, anzi: ma proprio non lo sopporto. E, più in generale, non sopporto l’umorismo e il tipo di scrittura di Pasquale Festa-Campanile, autore del soggetto.
(continua)
martedì 10 gennaio 2012
Dino Risi ( VI )
Intervista con Dino Risi, 21.10.2004
(da un blog precedente, anno 2008)
Del dottor Dino Risi (era laureato in medicina, psichiatra) ho conservato quest’intervista con Claudio Sabelli Fioretti, che fu pubblicata sul “Corriere della sera Magazine” del 21 ottobre 2004. L’ho dovuta tagliare un po’ perché era molto lunga, ho cercato di togliere meno che potevo, solo i riferimenti all’attualità di quel momento (non c’è nulla di più effimero dell’attualità), e qualche ripetizione.
Dino Risi ha 88 anni. È stato uno dei più prolifici registi della commedia all’italiana. Ha diretto Poveri ma belli, il Sorpasso, Una vita difficile. Ha inventato i film a episodi con I mostri. Ha avuto amanti famose: da Anita Ekberg ad Alida Valli. Da dieci anni non gira più film, da trenta vive in un residence romano, da qualche mese è diventato scrittore (I miei mostri) per Mondadori.
- Aveva programmato di morire nel 2000.
«Ho già sforato di quattro anni».
- Ne siamo tutti felici.
«Mi sento come un inquilino abusivo. Sono rimasto senza amici. Erano tutti più giovani di me e se ne sono andati prima di me, Gassman, Fellini, Zapponi, Lapegna, Tognazzi, Mastroianni, Sordi, Manfredi. Non so più con chi parlare. Il linguaggio dei giovani è insopportabile. I miei nipoti vanno avanti a “puntocom” e “vuvuvu”. Io non ho nemmeno il coso, come si chiama, il fax. Imbuco sempre le lettere nella cassetta».
- La posta a cavallo l’hanno abolita, te l’hanno detto?
«Andava benissimo». (...)
- Una volta il Giornale scrisse che eri morto.
«Dieci anni fa. Feltri mi telefonò per chiedermi scusa. Mi disse: “Io sono un suo grande ammiratore, non dimenticherò mai Mani sulla città”. “Ma no! Io sono Risi. Quello è Rosi”. “Ah, mi scusi ancora”».
- Come vorresti morire?
«Non in automobile. Già vedo i titoli: “Muore in un sorpasso il regista del Sorpasso”. È una delle ragioni per cui non guido più».
- Hai preparato il tuo necrologio?
«Walter Chiari ha fatto scrivere sulla sua lapide: “Non preoccupatevi, è solo sonno arretrato”».
- Tu potresti fare scrivere: “Qui giace uno stupido infedele bugiardo vile ipocrita fatuo”. Sono parole tue.
«Una volta Nanni Loy mi disse: “Puoi definirti in tre parole?”. Io ho detto: “Sono un fallito riuscito”. Questa è la lapide per me».
- Le donne, l’amore, il sesso.
«Ormai me ne sono liberato. Era un’idea fissa. Ho cominciato all’età di tre anni». (...)
- Tu sei religioso?
«Laico dalla nascita».
- Ma con tua moglie Claudia ti sei sposato in chiesa.
«Lei. Io no. Io l’ho solo accompagnata. Lei si è sposata con me in chiesa, ma io non mi sono sposato con lei in chiesa».
- Ma dai.
«Ho fatto il matrimonio civile con lei, ma il matrimonio religioso non l’ho fatto». (...)
- A volte dici che sei stato fedele. A volte infedele.
«Si può esser infedeli e fedeli nello stesso tempo».
- Questa non è male.
«Mi piaceva l’infedeltà e mi piaceva tornare in famiglia. Una volta, a piazza Euclide, avevo finalmente avuto un appuntamento con Sylva Koscina. Stava per salire in macchina quando sentii le voci dei miei frugoletti: “Papà papà”. E dietro, la mamma».
- E Sylva Koscina?
«Sparita per sempre dalla mia vita». (...)
- E adesso la politica.
«Non sono mai stato della sinistra cinematografica. Non mi è mai piaciuto intrupparmi. Sono terzista anche se non so che cosa voglia dire».
- Hai conosciuto Berlusconi?
«Una volta ha invitato una decina di noi a cena. C’erano Magni, la Wertmüller, Age e Scarpelli. Alla fine si è messo al piano, con Confalonieri, ed ha cantato La vie en rose».
- Sempre la stessa scena.
«Alla fine gli ho dato un biglietto da diecimila lire: “Per l’orchestra”. Lui è stato spiritoso, l’ha strappato in due: metà l’ha data a Confalonieri».
- Voteresti mai per lui?
«Mai. Non ha la faccia da capo del governo. Io sono faccista». (...)
- Ci sono bravi attori oggi?
«Ce ne sono molti di medio livello».
- Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Gassman, Sordi.
«Nessuno al livello dei cinque colonnelli».
- Definiscili.
«Tognazzi simpatico, divertente, terreno, vivo, umano. Gassman intelligente e complicato. Manfredi noioso e rompiballe. Arrivava alle tre di notte e bussava alla mia porta in albergo per correggere una frase».
- E tu che gli dicevi?
«Vaffanculo. Sordi divertente ma non affidabile, chiuso. Mastroianni l’ho visto piangere per amore. Chi l’avrebbe mai detto?».
- Il più amico?
«Gassman. All’inizio lo odiavo. Era antipatico. Ma le maestre impazzivano per le sue belle gambe».
- Hai detto una volta di Visconti: è un buon arredatore.
«Ci divertivamo con Gassman a creare queste definizioni cattive. Visconti un arredatore, Fellini un fotografo. Avevamo fatto la classifica dei grandi cani mondiali. Primo, più cane di tutti, Gregory Peck».
- Quali erano i rapporti fra voi registi?
«Non ci frequentavamo quasi. Antonioni una volta mi disse: “Facevi belle cose. Perché adesso fai schifezze?”. Avevamo appena visto la prima di un mio film. Lui era con Monica Vitti. A lei piacevano i miei film, molto più dei film di Antonioni».
- Chi frequentavi?
«Qualche volta andavo col gruppo Monicelli, Scola, Age e Scarpelli. Si riunivano negli anni Sessanta per fare quegli stupidi giochi di società tipo le attinenze, i mimi. Non sapevano ancora di essere comunisti».
- I critici ti piacciono?
«Li leggo pochissimo. Non mi piace quello del tuo giornale, Paolo Mereghetti, con quelle sue frasette: “Per farsi del male”, “Riuscito a metà”, “Se non avete di meglio”, “Meglio una pennichella che vedere questo film”».
- E tu rispondi.
«Meglio una pennichella che leggere Mereghetti».
- A un giornalista una volta dicesti: “La sua è una domanda del cazzo”.
«Era vestito da cowboy. Già faceva ridere senza fare domande. Alle conferenze stampa fanno sempre domande imbecilli».
- Hai detto che Riso Amaro è un pessimo film.
«Un film terribile. Un po’ anche per colpa di Gassman. Una di quelle gigionate da vergognarsi per tutta la vita».
- Ha avuto successo.
«Grazie alle cosce di Silvana Mangano».
- Gioco della torre. Muccino o Moretti?
«Butto Moretti. Si piace troppo. Esagera».
- Di Moretti hai detto una cosa tremenda: “Spostati che non mi fai vedere il film”.
«Non mi era piaciuto. Una sdolcinatura».
- Vi siete sentiti dopo?
«Gli ho anche chiesto scusa per aver esagerato».
- Loren o Lollobrigida?
«Butto la Lollo».
- Ti sei mai innamorato della Loren?
«Mai. Non è il mio tipo. È troppa. Una bellezza prepotente».
- Monroe o Bardot?
«La Bardot aveva l’alito cattivo, come tutti i francesi che mangiano rane e cipolle».
- Che ne sai dell’alito di BB?
«Me lo disse Gassman dopo averla baciata».
- In un film. Immagino.
«Nella vita. Immagino». (...)
(Dino Risi, intervista con Claudio Sabelli Fioretti, Corsera Magazine 21 ottobre 2004)
(le immagini vengono tutte da "Vedo nudo", un film di Dino Risi del 1969)
(da un blog precedente, anno 2008)
Del dottor Dino Risi (era laureato in medicina, psichiatra) ho conservato quest’intervista con Claudio Sabelli Fioretti, che fu pubblicata sul “Corriere della sera Magazine” del 21 ottobre 2004. L’ho dovuta tagliare un po’ perché era molto lunga, ho cercato di togliere meno che potevo, solo i riferimenti all’attualità di quel momento (non c’è nulla di più effimero dell’attualità), e qualche ripetizione.
Dino Risi ha 88 anni. È stato uno dei più prolifici registi della commedia all’italiana. Ha diretto Poveri ma belli, il Sorpasso, Una vita difficile. Ha inventato i film a episodi con I mostri. Ha avuto amanti famose: da Anita Ekberg ad Alida Valli. Da dieci anni non gira più film, da trenta vive in un residence romano, da qualche mese è diventato scrittore (I miei mostri) per Mondadori.
- Aveva programmato di morire nel 2000.
«Ho già sforato di quattro anni».
- Ne siamo tutti felici.
«Mi sento come un inquilino abusivo. Sono rimasto senza amici. Erano tutti più giovani di me e se ne sono andati prima di me, Gassman, Fellini, Zapponi, Lapegna, Tognazzi, Mastroianni, Sordi, Manfredi. Non so più con chi parlare. Il linguaggio dei giovani è insopportabile. I miei nipoti vanno avanti a “puntocom” e “vuvuvu”. Io non ho nemmeno il coso, come si chiama, il fax. Imbuco sempre le lettere nella cassetta».
- La posta a cavallo l’hanno abolita, te l’hanno detto?
«Andava benissimo». (...)
- Una volta il Giornale scrisse che eri morto.
«Dieci anni fa. Feltri mi telefonò per chiedermi scusa. Mi disse: “Io sono un suo grande ammiratore, non dimenticherò mai Mani sulla città”. “Ma no! Io sono Risi. Quello è Rosi”. “Ah, mi scusi ancora”».
- Come vorresti morire?
«Non in automobile. Già vedo i titoli: “Muore in un sorpasso il regista del Sorpasso”. È una delle ragioni per cui non guido più».
- Hai preparato il tuo necrologio?
«Walter Chiari ha fatto scrivere sulla sua lapide: “Non preoccupatevi, è solo sonno arretrato”».
- Tu potresti fare scrivere: “Qui giace uno stupido infedele bugiardo vile ipocrita fatuo”. Sono parole tue.
«Una volta Nanni Loy mi disse: “Puoi definirti in tre parole?”. Io ho detto: “Sono un fallito riuscito”. Questa è la lapide per me».
- Le donne, l’amore, il sesso.
«Ormai me ne sono liberato. Era un’idea fissa. Ho cominciato all’età di tre anni». (...)
- Tu sei religioso?
«Laico dalla nascita».
- Ma con tua moglie Claudia ti sei sposato in chiesa.
«Lei. Io no. Io l’ho solo accompagnata. Lei si è sposata con me in chiesa, ma io non mi sono sposato con lei in chiesa».
- Ma dai.
«Ho fatto il matrimonio civile con lei, ma il matrimonio religioso non l’ho fatto». (...)
- A volte dici che sei stato fedele. A volte infedele.
«Si può esser infedeli e fedeli nello stesso tempo».
- Questa non è male.
«Mi piaceva l’infedeltà e mi piaceva tornare in famiglia. Una volta, a piazza Euclide, avevo finalmente avuto un appuntamento con Sylva Koscina. Stava per salire in macchina quando sentii le voci dei miei frugoletti: “Papà papà”. E dietro, la mamma».
- E Sylva Koscina?
«Sparita per sempre dalla mia vita». (...)
- E adesso la politica.
«Non sono mai stato della sinistra cinematografica. Non mi è mai piaciuto intrupparmi. Sono terzista anche se non so che cosa voglia dire».
- Hai conosciuto Berlusconi?
«Una volta ha invitato una decina di noi a cena. C’erano Magni, la Wertmüller, Age e Scarpelli. Alla fine si è messo al piano, con Confalonieri, ed ha cantato La vie en rose».
- Sempre la stessa scena.
«Alla fine gli ho dato un biglietto da diecimila lire: “Per l’orchestra”. Lui è stato spiritoso, l’ha strappato in due: metà l’ha data a Confalonieri».
- Voteresti mai per lui?
«Mai. Non ha la faccia da capo del governo. Io sono faccista». (...)
- Ci sono bravi attori oggi?
«Ce ne sono molti di medio livello».
- Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Gassman, Sordi.
«Nessuno al livello dei cinque colonnelli».
- Definiscili.
«Tognazzi simpatico, divertente, terreno, vivo, umano. Gassman intelligente e complicato. Manfredi noioso e rompiballe. Arrivava alle tre di notte e bussava alla mia porta in albergo per correggere una frase».
- E tu che gli dicevi?
«Vaffanculo. Sordi divertente ma non affidabile, chiuso. Mastroianni l’ho visto piangere per amore. Chi l’avrebbe mai detto?».
- Il più amico?
«Gassman. All’inizio lo odiavo. Era antipatico. Ma le maestre impazzivano per le sue belle gambe».
- Hai detto una volta di Visconti: è un buon arredatore.
«Ci divertivamo con Gassman a creare queste definizioni cattive. Visconti un arredatore, Fellini un fotografo. Avevamo fatto la classifica dei grandi cani mondiali. Primo, più cane di tutti, Gregory Peck».
- Quali erano i rapporti fra voi registi?
«Non ci frequentavamo quasi. Antonioni una volta mi disse: “Facevi belle cose. Perché adesso fai schifezze?”. Avevamo appena visto la prima di un mio film. Lui era con Monica Vitti. A lei piacevano i miei film, molto più dei film di Antonioni».
- Chi frequentavi?
«Qualche volta andavo col gruppo Monicelli, Scola, Age e Scarpelli. Si riunivano negli anni Sessanta per fare quegli stupidi giochi di società tipo le attinenze, i mimi. Non sapevano ancora di essere comunisti».
- I critici ti piacciono?
«Li leggo pochissimo. Non mi piace quello del tuo giornale, Paolo Mereghetti, con quelle sue frasette: “Per farsi del male”, “Riuscito a metà”, “Se non avete di meglio”, “Meglio una pennichella che vedere questo film”».
- E tu rispondi.
«Meglio una pennichella che leggere Mereghetti».
- A un giornalista una volta dicesti: “La sua è una domanda del cazzo”.
«Era vestito da cowboy. Già faceva ridere senza fare domande. Alle conferenze stampa fanno sempre domande imbecilli».
- Hai detto che Riso Amaro è un pessimo film.
«Un film terribile. Un po’ anche per colpa di Gassman. Una di quelle gigionate da vergognarsi per tutta la vita».
- Ha avuto successo.
«Grazie alle cosce di Silvana Mangano».
- Gioco della torre. Muccino o Moretti?
«Butto Moretti. Si piace troppo. Esagera».
- Di Moretti hai detto una cosa tremenda: “Spostati che non mi fai vedere il film”.
«Non mi era piaciuto. Una sdolcinatura».
- Vi siete sentiti dopo?
«Gli ho anche chiesto scusa per aver esagerato».
- Loren o Lollobrigida?
«Butto la Lollo».
- Ti sei mai innamorato della Loren?
«Mai. Non è il mio tipo. È troppa. Una bellezza prepotente».
- Monroe o Bardot?
«La Bardot aveva l’alito cattivo, come tutti i francesi che mangiano rane e cipolle».
- Che ne sai dell’alito di BB?
«Me lo disse Gassman dopo averla baciata».
- In un film. Immagino.
«Nella vita. Immagino». (...)
(Dino Risi, intervista con Claudio Sabelli Fioretti, Corsera Magazine 21 ottobre 2004)
(le immagini vengono tutte da "Vedo nudo", un film di Dino Risi del 1969)
domenica 8 gennaio 2012
Parola e utopia
Parola e Utopia (Palavra e utopia, 2000) Regia di Manoel de Oliveira. Fotografia di Renato Berta. Scenografia Rui Alves. Costumi Isabel Branco. Musiche originali di Carlos Paredes e Massimo Scapin. Con Luis Miguel Cintra, Ricardo Trepa, Lima Duarte (padre Vieira nelle tre diverse età), Renato De Carmine (padre Cattaneo), Miguel Gulherme (padre Soares), Diogo Doria (l’inquisitore), Leonor Silveira (regina Christina), Duarte de Almeida (papa Clemente X) Rogerio Vieira (re Joao IV) e molti altri. Girato a Roma, Londra, Parigi, Salvador de Bahia Durata: 130 minuti
E’ una biografia del gesuita padre Antonio Vieira, figura importante nella storia del Portogallo, nato nel 1608, amico degli indios e dei negri, grande predicatore. Il film è visivamente bellissimo, ricorda Paradzhanov nei suoi passaggi più visionari e fantastici, e Rossellini nei momenti storico-descrittivi; la luce è speso quella di Vermeer e di Rembrandt, il colore rosa del convento è stupendo. Vermeer, ma a volte Hopper: come la finestra a 1h22’. Insomma, un Manoel de Oliveira al quadrato, bello come “Le soulier de satin”. Le difficoltà vengono dall’argomento, che è strettamente legato alla storia del Portogallo (che io conosco pochissimo), e ai sermoni originali di padre Vieira, belli e spesso surreali (come la predica sul polipo) ma spesso assai difficili. Segnalo anche la grande bellezza dei crocifissi scelti da Oliveira per questo film, e le chiese e i pulpiti che fanno da sfondo alle prediche di Vieira.
Leggendo le recensioni su questo film (pochine e quasi tutte annoiate) viene da pensare una volta di più che fare il critico cinematografico di mestiere non è esattamente un piacere, non sempre almeno. Per fortuna, oggi il mestiere di critico (cinematografico, letterario, musicale, d’arte) è ormai quasi definitivamente estinto, soppiantato dal marketing e dalla pubblicità; e si parla quasi soltanto di film facili e commerciali; quindi si può anche evitare di raccontare i film belli e originali, a chi vuoi che importino. Per parte mia, sono invece contentissimo di aver visto questo film, e ringrazio Ghezzi e Raitre che lo hanno trasmesso, sia pure nottetempo (come si conviene ormai ai capolavori), e ringrazio anche l’invenzione degli apparecchi per registrare le immagini, altrimenti non sarei mai riuscito nemmeno a conoscere Manoel de Oliveira.
Nel frattempo, ho imparato qualcosa che non sapevo (altro grave difetto, visti i tempi che corrono). Questa breve biografia di padre Vieira viene da un sito di numismatica, “Numismatica e storia” http://numistoria.altervista.org/ da dove ho preso anche le immagini.
Padre António Vieira (Lisbona, 6 febbraio 1608 – Salvador de Bahia, 18 luglio 1697) è stato un gesuita, missionario e scrittore portoghese. Si tratta di uno dei personaggi più importanti del secolo XVII in campo politico, distinguendosi anche come missionario in Brasile. In questa veste difese infaticabilmente i diritti umani degli indigeni, combattendo le esplorazioni e la schiavitù. Veniva chiamato Paiaçu (Padre Grande). Nato da un copista della Inquisizione a Lisbona, all'età di sei anni, nel 1615, andò a raggiungere il padre che anni prima si era trasferito in Brasile, a Salvador de Bahia. Fu educato nell'unica scuola presente allora, il collegio gesuita di Bahia; entrò al noviziato gesuita nel 1623. A causa dell'invasione olandese in Brasile, António Vieira fu costretto a rifugiarsi nelle zone interne del paese; qui sentì la vocazione missionaria e nel 1625 pronunciò i primi voti. All'età di diciotto anni iniziò a studiare presso il collegio di Olinda, dove approfondì la retorica, la logica, la fisica, la matematica, l'economia e la teologia dogmatica. Nello stesso periodo scrisse le lettere annuali della provincia. Nel 1635 fu ordinato presbitero e iniziò presto a distinguersi come oratore: i tre sermoni patriottici che pronunciò a Bahia negli anni 1638-40 si connotano per la loro potenza di immaginazione e per la dignità del linguaggio. In partiocolare, il sermone per la vittoria del Portogallo sull'Olanda è stato commentato da Abbé Raynal come "il discorso più straordinario mai sentito da un pulpito cristiano". La sua opera ha ispirato il film Parola e utopia di Manoel de Oliveira. Nel gennaio 2011 la zecca del Portogallo ha emesso una moneta d'oro del valore di 1/4 di euro (25 centesimi) a lui dedicata. Essa fa parte della serie Portugal universal, composta da nove monete dedicate a importanti personaggi della storia portoghese. La moneta è in oro puro, pesa 1,56 grammi ed ha un diametro di 14 millimetri; la tiratura è di 10.000 pezzi.
All’inizio del film, il giovane Vieira prende i voti giurando fedeltà al Papa, ma promettendo a se stesso e a Dio di aiutare gli indios e i neri (l’impero coloniale portoghese, dall’Africa al Brasile), dei quali si dispone ad imparare le lingue. Inizia presto a predicare.
VIEIRA: ...si pensa che la maggiore preoccupazione dell’uomo sia il cibo. Guardatevi attorno, e vedrete come tutto si riduce nella ricerca di qualcosa da mangiare. Che cosa fa il contadino quando ara la terra, la scava, la irriga, la monda, la semina? Cerca il cibo. Che cosa fa il marinaio quando issa le vele, scandaglia il fondale, lotta contro le onde e contro i venti? Cerca il cibo. E lo studente quando prende appunti, scorre i libri, si rovina gli occhi per leggere? Cerca il cibo. Tutto si risolve nella ricerca del cibo, e tutte le energie vengono spese per trovarlo. Non c’è terra più difficile da governare della propria patria, e non c’è ordine più mal tollerato e mal eseguito di quello dato da un nostro pari.
(minuto 20)
Vieira parla qui del potere temporale, dopo aver parlato del potere spirituale:
VIEIRA: ...lanciare fulmini, scuotere il mondo con i tuoni, assalire torri, saccheggiare case, ammazzare uomini: tutto è molto facile per chi ha il potere e abusa di esso.
Sullo sfondo, un grande crocifisso; dietro ancora, la Morte: un santo col teschio in mano, in una statua che sembra una vera figura umana. Alla fine di questo sermone, padre Antonio Vieira viene arrestato. Nella cappella vuota, una colomba vola cercando inutilmente di uscire.
Sono gli anni in cui Giovanni IV (Joao IV) separa il Portogallo dal Regno di Castiglia.
Al minuto 25, padre Antonio viene espulso dal suo Brasile. La predica seguente è letta mentre scorrono immagini di onde sul mare aperto (l’Oceano):
VIEIRA: ...ma già che siamo negli anfratti del mare, prima di uscirne fuori vi troviamo fratello polipo: a cui vengono rivolte lagnanze, e grandi. Il polipo, con quel suo cappello in testa, sembra un monaco; con quei raggi distesi, sembra una stella; con quel suo non avere né osso né spine sembra l’immagine della mitezza e della mansuetudine. E sotto quest’apparenza così modesta, questa ipocrisia così santa, testimoniano concordemente i due grandi dottori della Chiesa, il greco san Basilio e il latino sant’Ambrogio, che il suddetto polipo è il più grande traditore del mare. Oh grande lode veramente ai pesci, e grande ignominia e confusione agli uomini.
La nave fa naufragio, si capovolge e poi ritorna dritta; prima ancora era stata assaltata dai pirati olandesi. Don Antonio Vieira sbarca alle Azzorre, dopo il naufragio, prima di tornare in Portogallo, e ringrazia il Signore citando Giona.
A Coimbra, nel 1663, è sotto processo: è lì che inizia il film. Questa prima parte è in flashback, o quasi.
Il 23 dicembre 1667 Vieira viene condannato: gli si vieta di predicare e viene rinchiuso in un convento. Però il suo accusatore muore pochi giorni dopo, e il primo gennaio del 1668 viene deposto Alfonso VI. A giugno padre Antonio è libero, e nel 1669 viene mandato a Roma a perorare la beatificazione di Ignacio Acevedo e anche per precauzione. A Roma padre Antonio Vieira fa le sue prediche dalla Chiesa dei Portoghesi, e diventa presto celebre. Conosce e frequenta anche Cristina di Svezia.
Qualche notizia storica, presa dalla Garzantina: Cristina di Svezia (1625-89) figlia di Gustavo Adolfo, regina di Svezia dal 1632 al 1654. Fu donna colta e sovrana illuminata; abdicò a favore di Carlo X Gustavo, e si convertì al cattolicesimo. Dopo aver abdicato si trasferì a Roma, e nel suo palazzo romano nacque l’Accademia Clementina (il papa era Clemente X), punto d’origine del movimento dell’Arcadia. Clemente X fu papa dal 1670 al 1676, il romano Emilio Bonaventura Altieri, eletto al soglio in età avanzata (era nato nel 1590). Prima di lui Clemente IX , il pistoiese Giulio Rospigliosi, papa per soli due anni. (nell'immagine qui sotto, la regina Cristina è con Cartesio)
Questo sermone parla del Portogallo: Vieira si riferisce a una leggenda sui 30 denari di Giuda, parte dei quali sarebbero stati spesi per una piccola terra, appunto il Portogallo.
VIEIRA: ...nascere piccolo e morire grande è arrivare ad essere uomini. Per questa ragione Dio ci ha concesso così poca terra per i nostri natali, e così tanta per la nostra sepoltura. Per nascere poca terra, per morire tutta la terra. (minuto 47)
Al minuto 50, davanti a Cristina di Svezia, due musici e due cantanti (un bambino e un tenore) terminano una Cantata su David.
VIEIRA: Mirabile fu David nell’arpa, e mirabile nella fionda. Con l’arpa cacciava i demoni, con la fionda ammazzava i giganti. Queste sono le due azioni o le due scene di questo nostro gran teatro. Arpa e fionda, coro e pergamo, musica e predica, ambedue per lo stesso fine. La musica è come l’arpa di Davide non è solo per ricreare i sentimenti e per cacciar via dal cuore di Saul lo spirito maligno che, come padre della discordia, ancor per antipatia naturale, è nemico della consonanza. La predica è come la fionda di Davide, non serve per gioco o per tirare all’aria ma è per ferire, per uccidere, per gettare ai piedi di Dio i suoi nemici, tanto più quanto più sono grandi. Dividendo dunque il teatro, e cedendo a ciascuno lo strumento che gli appartiene, ai musici lascio io l’arpa, e per me prendo la fionda. Spiriti romani e generosi, se volete statue nel Campidoglio, o di questo o dell’altro mondo, sappiate che ognuno in capo suo porta la miniera dei metalli. Se vi conoscerete come corpo, tutta la statua sarà di creta; se vi conoscerete come anima, tutta la statua sarà d’oro. Conoscetevi nobilmente, e questo basta. (...)
Poi si fa scappare due parole in portoghese, e Cristina di Svezia ride; ma Vieira prosegue nel sermone, rivendicando il diritto a usare ogni lingua, pur nel rispetto per il latino. Nella scena seguente, sempre di fronte alla regina Cristina, disputa con Geronimo Cattaneo (interpretato da Renato De Carmine) su Democrito ed Eraclito, cioè sul riso e sul pianto: dice che il pianto è la ragione (ma prima aveva fatto scegliere a Cattaneo, e Cattaneo aveva scelto il riso).
Vieira viene benedetto da papa Clemente X, e poi gira l’Europa (Olanda e Francia) discutendo con calvinisti e rabbini. Torna anche in Spagna e in Portogallo, pur tenendo presente l’Inquisizione spagnola che ancora lo tiene sotto processo. Ha i primi problemi con la vista e comincia a portare gli occhiali, che non ama.
A 66 anni dice che sono già 35 volte che attraversa l’Oceano: «Che cosa sa chi ha visto il mare solo da terra?»
Conflitti fra il re del Portogallo e il Papa, che si lamenta di non ricevere gli atti dei processi dell’Inquisizione. Il re la ritiene un’ingerenza. A Roma, è amico di padre Giampaolo Oliva.
Nel 1681, a settant’anni passati, chiede al re di tornare in Brasile, e viene accontentato. In Brasile avrà ancora problemi, perché difende con toni accorati e veementi i negri e gli indios; verrà per questo nuovamente sospeso come tanti anni prima. «Né di vivere né di morire mi è accordato...» (a 1h54’)
Vieira si rivolge al suo superiore, il padre generale dei gesuiti, che gli “renderà” la voce di cui era stato privato: ma la lettera giunge quando padre Antonio Vieira è già morto. «Tutto è vento, tutto è fumo» sono le sue ultime parole.
Oltre ai sermoni, padre Vieira scrive libri come “La storia del futuro” (del Portogallo) e “Clavis prophetarum”: tra le cose che gli rimproverava l’Inquisizione c’era anche questa sua passione per i profeti e per le profezie.
Il film dura due ore e cinque minuti, poi c’è una serie di frammenti: una sequenza degna di Dreyer, impressionante, appare dopo la fine. Sul letto di morte, padre Antonio si rialza tre-quattro volte, per poi giacere definitivamente. «Non temo la morte, temo l’immortalità», dice la sua voce fuori campo, da un suo sermone. All’inizio e alla fine l’attore Lima Duarte legge brani di Vieira accompagnato da un sitar.
Duarte interpreta nel film padre Vieira da vecchio. Padre Vieira da ragazzo è Ricardo Trepa, nella parte centrale della sua vita l’interprete è Luis Miguel Cintra, mentre la regina Cristina è interpretata da Leonor Silveira. Nel film si cita anche «Sei stato pesato e sei stato trovato mancante», frase del profeta Daniele a re Baldassarre: è “mané, techel, farès”.
E’ una biografia del gesuita padre Antonio Vieira, figura importante nella storia del Portogallo, nato nel 1608, amico degli indios e dei negri, grande predicatore. Il film è visivamente bellissimo, ricorda Paradzhanov nei suoi passaggi più visionari e fantastici, e Rossellini nei momenti storico-descrittivi; la luce è speso quella di Vermeer e di Rembrandt, il colore rosa del convento è stupendo. Vermeer, ma a volte Hopper: come la finestra a 1h22’. Insomma, un Manoel de Oliveira al quadrato, bello come “Le soulier de satin”. Le difficoltà vengono dall’argomento, che è strettamente legato alla storia del Portogallo (che io conosco pochissimo), e ai sermoni originali di padre Vieira, belli e spesso surreali (come la predica sul polipo) ma spesso assai difficili. Segnalo anche la grande bellezza dei crocifissi scelti da Oliveira per questo film, e le chiese e i pulpiti che fanno da sfondo alle prediche di Vieira.
Leggendo le recensioni su questo film (pochine e quasi tutte annoiate) viene da pensare una volta di più che fare il critico cinematografico di mestiere non è esattamente un piacere, non sempre almeno. Per fortuna, oggi il mestiere di critico (cinematografico, letterario, musicale, d’arte) è ormai quasi definitivamente estinto, soppiantato dal marketing e dalla pubblicità; e si parla quasi soltanto di film facili e commerciali; quindi si può anche evitare di raccontare i film belli e originali, a chi vuoi che importino. Per parte mia, sono invece contentissimo di aver visto questo film, e ringrazio Ghezzi e Raitre che lo hanno trasmesso, sia pure nottetempo (come si conviene ormai ai capolavori), e ringrazio anche l’invenzione degli apparecchi per registrare le immagini, altrimenti non sarei mai riuscito nemmeno a conoscere Manoel de Oliveira.
Nel frattempo, ho imparato qualcosa che non sapevo (altro grave difetto, visti i tempi che corrono). Questa breve biografia di padre Vieira viene da un sito di numismatica, “Numismatica e storia” http://numistoria.altervista.org/ da dove ho preso anche le immagini.
Padre António Vieira (Lisbona, 6 febbraio 1608 – Salvador de Bahia, 18 luglio 1697) è stato un gesuita, missionario e scrittore portoghese. Si tratta di uno dei personaggi più importanti del secolo XVII in campo politico, distinguendosi anche come missionario in Brasile. In questa veste difese infaticabilmente i diritti umani degli indigeni, combattendo le esplorazioni e la schiavitù. Veniva chiamato Paiaçu (Padre Grande). Nato da un copista della Inquisizione a Lisbona, all'età di sei anni, nel 1615, andò a raggiungere il padre che anni prima si era trasferito in Brasile, a Salvador de Bahia. Fu educato nell'unica scuola presente allora, il collegio gesuita di Bahia; entrò al noviziato gesuita nel 1623. A causa dell'invasione olandese in Brasile, António Vieira fu costretto a rifugiarsi nelle zone interne del paese; qui sentì la vocazione missionaria e nel 1625 pronunciò i primi voti. All'età di diciotto anni iniziò a studiare presso il collegio di Olinda, dove approfondì la retorica, la logica, la fisica, la matematica, l'economia e la teologia dogmatica. Nello stesso periodo scrisse le lettere annuali della provincia. Nel 1635 fu ordinato presbitero e iniziò presto a distinguersi come oratore: i tre sermoni patriottici che pronunciò a Bahia negli anni 1638-40 si connotano per la loro potenza di immaginazione e per la dignità del linguaggio. In partiocolare, il sermone per la vittoria del Portogallo sull'Olanda è stato commentato da Abbé Raynal come "il discorso più straordinario mai sentito da un pulpito cristiano". La sua opera ha ispirato il film Parola e utopia di Manoel de Oliveira. Nel gennaio 2011 la zecca del Portogallo ha emesso una moneta d'oro del valore di 1/4 di euro (25 centesimi) a lui dedicata. Essa fa parte della serie Portugal universal, composta da nove monete dedicate a importanti personaggi della storia portoghese. La moneta è in oro puro, pesa 1,56 grammi ed ha un diametro di 14 millimetri; la tiratura è di 10.000 pezzi.
All’inizio del film, il giovane Vieira prende i voti giurando fedeltà al Papa, ma promettendo a se stesso e a Dio di aiutare gli indios e i neri (l’impero coloniale portoghese, dall’Africa al Brasile), dei quali si dispone ad imparare le lingue. Inizia presto a predicare.
VIEIRA: ...si pensa che la maggiore preoccupazione dell’uomo sia il cibo. Guardatevi attorno, e vedrete come tutto si riduce nella ricerca di qualcosa da mangiare. Che cosa fa il contadino quando ara la terra, la scava, la irriga, la monda, la semina? Cerca il cibo. Che cosa fa il marinaio quando issa le vele, scandaglia il fondale, lotta contro le onde e contro i venti? Cerca il cibo. E lo studente quando prende appunti, scorre i libri, si rovina gli occhi per leggere? Cerca il cibo. Tutto si risolve nella ricerca del cibo, e tutte le energie vengono spese per trovarlo. Non c’è terra più difficile da governare della propria patria, e non c’è ordine più mal tollerato e mal eseguito di quello dato da un nostro pari.
(minuto 20)
Vieira parla qui del potere temporale, dopo aver parlato del potere spirituale:
VIEIRA: ...lanciare fulmini, scuotere il mondo con i tuoni, assalire torri, saccheggiare case, ammazzare uomini: tutto è molto facile per chi ha il potere e abusa di esso.
Sullo sfondo, un grande crocifisso; dietro ancora, la Morte: un santo col teschio in mano, in una statua che sembra una vera figura umana. Alla fine di questo sermone, padre Antonio Vieira viene arrestato. Nella cappella vuota, una colomba vola cercando inutilmente di uscire.
Sono gli anni in cui Giovanni IV (Joao IV) separa il Portogallo dal Regno di Castiglia.
Al minuto 25, padre Antonio viene espulso dal suo Brasile. La predica seguente è letta mentre scorrono immagini di onde sul mare aperto (l’Oceano):
VIEIRA: ...ma già che siamo negli anfratti del mare, prima di uscirne fuori vi troviamo fratello polipo: a cui vengono rivolte lagnanze, e grandi. Il polipo, con quel suo cappello in testa, sembra un monaco; con quei raggi distesi, sembra una stella; con quel suo non avere né osso né spine sembra l’immagine della mitezza e della mansuetudine. E sotto quest’apparenza così modesta, questa ipocrisia così santa, testimoniano concordemente i due grandi dottori della Chiesa, il greco san Basilio e il latino sant’Ambrogio, che il suddetto polipo è il più grande traditore del mare. Oh grande lode veramente ai pesci, e grande ignominia e confusione agli uomini.
La nave fa naufragio, si capovolge e poi ritorna dritta; prima ancora era stata assaltata dai pirati olandesi. Don Antonio Vieira sbarca alle Azzorre, dopo il naufragio, prima di tornare in Portogallo, e ringrazia il Signore citando Giona.
A Coimbra, nel 1663, è sotto processo: è lì che inizia il film. Questa prima parte è in flashback, o quasi.
Il 23 dicembre 1667 Vieira viene condannato: gli si vieta di predicare e viene rinchiuso in un convento. Però il suo accusatore muore pochi giorni dopo, e il primo gennaio del 1668 viene deposto Alfonso VI. A giugno padre Antonio è libero, e nel 1669 viene mandato a Roma a perorare la beatificazione di Ignacio Acevedo e anche per precauzione. A Roma padre Antonio Vieira fa le sue prediche dalla Chiesa dei Portoghesi, e diventa presto celebre. Conosce e frequenta anche Cristina di Svezia.
Qualche notizia storica, presa dalla Garzantina: Cristina di Svezia (1625-89) figlia di Gustavo Adolfo, regina di Svezia dal 1632 al 1654. Fu donna colta e sovrana illuminata; abdicò a favore di Carlo X Gustavo, e si convertì al cattolicesimo. Dopo aver abdicato si trasferì a Roma, e nel suo palazzo romano nacque l’Accademia Clementina (il papa era Clemente X), punto d’origine del movimento dell’Arcadia. Clemente X fu papa dal 1670 al 1676, il romano Emilio Bonaventura Altieri, eletto al soglio in età avanzata (era nato nel 1590). Prima di lui Clemente IX , il pistoiese Giulio Rospigliosi, papa per soli due anni. (nell'immagine qui sotto, la regina Cristina è con Cartesio)
Questo sermone parla del Portogallo: Vieira si riferisce a una leggenda sui 30 denari di Giuda, parte dei quali sarebbero stati spesi per una piccola terra, appunto il Portogallo.
VIEIRA: ...nascere piccolo e morire grande è arrivare ad essere uomini. Per questa ragione Dio ci ha concesso così poca terra per i nostri natali, e così tanta per la nostra sepoltura. Per nascere poca terra, per morire tutta la terra. (minuto 47)
Al minuto 50, davanti a Cristina di Svezia, due musici e due cantanti (un bambino e un tenore) terminano una Cantata su David.
VIEIRA: Mirabile fu David nell’arpa, e mirabile nella fionda. Con l’arpa cacciava i demoni, con la fionda ammazzava i giganti. Queste sono le due azioni o le due scene di questo nostro gran teatro. Arpa e fionda, coro e pergamo, musica e predica, ambedue per lo stesso fine. La musica è come l’arpa di Davide non è solo per ricreare i sentimenti e per cacciar via dal cuore di Saul lo spirito maligno che, come padre della discordia, ancor per antipatia naturale, è nemico della consonanza. La predica è come la fionda di Davide, non serve per gioco o per tirare all’aria ma è per ferire, per uccidere, per gettare ai piedi di Dio i suoi nemici, tanto più quanto più sono grandi. Dividendo dunque il teatro, e cedendo a ciascuno lo strumento che gli appartiene, ai musici lascio io l’arpa, e per me prendo la fionda. Spiriti romani e generosi, se volete statue nel Campidoglio, o di questo o dell’altro mondo, sappiate che ognuno in capo suo porta la miniera dei metalli. Se vi conoscerete come corpo, tutta la statua sarà di creta; se vi conoscerete come anima, tutta la statua sarà d’oro. Conoscetevi nobilmente, e questo basta. (...)
Poi si fa scappare due parole in portoghese, e Cristina di Svezia ride; ma Vieira prosegue nel sermone, rivendicando il diritto a usare ogni lingua, pur nel rispetto per il latino. Nella scena seguente, sempre di fronte alla regina Cristina, disputa con Geronimo Cattaneo (interpretato da Renato De Carmine) su Democrito ed Eraclito, cioè sul riso e sul pianto: dice che il pianto è la ragione (ma prima aveva fatto scegliere a Cattaneo, e Cattaneo aveva scelto il riso).
Vieira viene benedetto da papa Clemente X, e poi gira l’Europa (Olanda e Francia) discutendo con calvinisti e rabbini. Torna anche in Spagna e in Portogallo, pur tenendo presente l’Inquisizione spagnola che ancora lo tiene sotto processo. Ha i primi problemi con la vista e comincia a portare gli occhiali, che non ama.
A 66 anni dice che sono già 35 volte che attraversa l’Oceano: «Che cosa sa chi ha visto il mare solo da terra?»
Conflitti fra il re del Portogallo e il Papa, che si lamenta di non ricevere gli atti dei processi dell’Inquisizione. Il re la ritiene un’ingerenza. A Roma, è amico di padre Giampaolo Oliva.
Nel 1681, a settant’anni passati, chiede al re di tornare in Brasile, e viene accontentato. In Brasile avrà ancora problemi, perché difende con toni accorati e veementi i negri e gli indios; verrà per questo nuovamente sospeso come tanti anni prima. «Né di vivere né di morire mi è accordato...» (a 1h54’)
Vieira si rivolge al suo superiore, il padre generale dei gesuiti, che gli “renderà” la voce di cui era stato privato: ma la lettera giunge quando padre Antonio Vieira è già morto. «Tutto è vento, tutto è fumo» sono le sue ultime parole.
Oltre ai sermoni, padre Vieira scrive libri come “La storia del futuro” (del Portogallo) e “Clavis prophetarum”: tra le cose che gli rimproverava l’Inquisizione c’era anche questa sua passione per i profeti e per le profezie.
Il film dura due ore e cinque minuti, poi c’è una serie di frammenti: una sequenza degna di Dreyer, impressionante, appare dopo la fine. Sul letto di morte, padre Antonio si rialza tre-quattro volte, per poi giacere definitivamente. «Non temo la morte, temo l’immortalità», dice la sua voce fuori campo, da un suo sermone. All’inizio e alla fine l’attore Lima Duarte legge brani di Vieira accompagnato da un sitar.
Duarte interpreta nel film padre Vieira da vecchio. Padre Vieira da ragazzo è Ricardo Trepa, nella parte centrale della sua vita l’interprete è Luis Miguel Cintra, mentre la regina Cristina è interpretata da Leonor Silveira. Nel film si cita anche «Sei stato pesato e sei stato trovato mancante», frase del profeta Daniele a re Baldassarre: è “mané, techel, farès”.
mercoledì 4 gennaio 2012
L'albero degli zoccoli ( I )
L’albero degli zoccoli (1978). Scritto e diretto da Ermanno Olmi. Fotografia di Carlo Petriccioli ed Ercole Visconti. Scenografie di Enrico Tovaglieri. Arredi di Franco Gambara. Costumi di Francesca Zucchelli. Musiche di Mozart e di Johann S. Bach (all'organo: Fernando Germani). Suono (presa diretta): Amedeo Casati; prod.: RAI Radiotelevisione Italiana/Italnoleggio Cinematografico. Palma d'oro e Premio ecumenico al xxxi Festival di Cannes (1978); Premio San Fedele (Milano, 1979); "César" per il miglior film straniero (1978). Durata: 175 minuti
Interpreti e personaggi: Luigi Ornaghi (Batistì), Francesca Moriggi (la moglie Batistina), Omar Brignoli (Minek), Antonio Ferrari (Tunì), Teresa Brescianini (la vedova Runk), Giuseppe Brignoli (nonno Anselmo), Carlo Rota (Peppino), Pasqualina Brolis (Teresina), Massimo Fratus (Pierino), Francesca Villa (Annetta), Maria Grazia Caroli (Bettina), Battista Trevaini (il Finard), Giuseppina Sangaletti (la moglie Finarda), Lorenzo Pedroni (il nonno Finard), Felice Cervi (Ustì), Pierangelo Bertoli (Secondo), Brunella Migliaggio (Olga), Giacomo Cavalieri (il Brena), Lorenza Frigeni (la moglie del Brena), Lucia Pezzoli (Maddalena, la figlia sposa), Franco Pilenga (Stefano, sposo di Maddalena), Guglielmo Badoni (il padre dello sposo), Laura Locatelli (la madre dello sposo), Carmelo Silva (don Carlo), Mario Brignoli (il padrone), Emilio Pedroni (il fattore), Frikì (Vittorio Capelli), Francesca Bassurini (suor Maria), Lina Ricci (donna del segno).
Quasi nessuno lo ricorda, neppure nelle recensioni più attente, ma “L’albero degli zoccoli” ruota attorno a una data precisa e ben riconoscibile: 8 maggio 1898, le cannonate del generale Bava Beccaris contro i moti popolari dei milanesi che protestavano contro il carovita e le misure del governo di allora, quando era primo ministro Antonio Starabba marchese di Rudinì.
La sequenza, una delle più belle di tutto il cinema italiano, comincia con il matrimonio dei due giovani che avevamo visto incontrarsi all’inizio del film: lui con una simpatica faccia da contadino, una faccia di quelle di una volta, lei molto più bella di lui (le donne di Olmi sono sempre molto belle), con un volto dai lineamenti fini che l’ha resa immagine e simbolo di tutto il film, dalle locandine e dai manifesti fino alla copertina del dvd. Dopo la cerimonia, i due sposi partono per Milano: quasi un viaggio di nozze, data l’epoca; ma in realtà si stanno recando da una zia suora, un pellegrinaggio e un omaggio che si rivelerà una vera sorpresa.
Il viaggio dalla campagna bergamasca verso Milano si svolge in barca, prima sul fiume e poi sul Naviglio, ed è ricostruito da Olmi in maniera perfetta. Non credo che oggi sarebbe possibile tornare a girare con tanta fedeltà, il Naviglio a Milano, per esempio, è ormai solo un canale di scolo in cemento; ma nel 1978 era ancora possibile trovare posti rimasti intatti. Al termine del viaggio, i due sposi si trovano in mezzo a rumori e confusione: sono i soldati dell’esercito, guidati dal generale Bava Beccaris, che stanno reprimendo duramente la folla. Vediamo anche noi i soldati a cavallo, la gente che fugge e cerca riparo nei portoni, e i soldati a piedi che scortano in prigione dei giovani milanesi appena arrestati.
Cos’era successo? La ricostruzione precisa dei fatti richiederebbe molte pagine, perciò mi appoggio a http://www.wikipedia.it/ , facendo una mia breve selezione di quanto vi è narrato:
...Milano all'epoca, con quasi mezzo milione di abitanti, era la seconda città italiana più popolata dopo Napoli e già era la capitale finanziaria della nazione: la città più importante dove sperimentare nuovi modelli di una società semi-industrializzata in una fase cruciale di sviluppo ed emancipazione del ceto popolare guidato da un ceto borghese milanese colto e illuminato. La situazione nazionale era già problematica per la notevole disoccupazione e i bassi salari, ma il fatto decisivo per il malcontento di massa fu l'aumento di costo del grano e quindi del pane da 35 a 60 centesimi al chilo a causa degli scarsi raccolti agrari. Molti e competenti politici tentarono di organizzare la protesta in modo pacifico per poter ottenere dal governo riforme in senso democratico, ma il malessere popolare era tale che il movimentismo spontaneo di tendenza anarchica, radicale e socialista prevalse: pur non essendoci un progetto rivoluzionario, nel 1898 l'avversione popolare contro tutte le istituzioni statali e coloro che le rappresentavano toccò il suo apice nella allora breve storia d'Italia. Le prime rivolte popolari si verificarono in Romagna e Puglia il 26 e 27 aprile, e in seguito in tante città e paesi: nei tumulti diversi rivoltosi morirono. Il 2 maggio a Firenze fu dichiarato lo stato d'assedio così come a Napoli due giorni dopo. (...)
Le vittime della carneficina non son state precisamente quantificate dagli storici per diversi motivi. Il numero esatto delle vittime mai è stato precisato: le autorità di allora fissarono in un centinaio i morti e circa 400 i feriti. Secondo la Prefettura, le vittime accertate furono 88, mentre secondo il celebre cronista e politico repubblicano Paolo Valera, i morti sarebbero stati almeno 118, e i feriti oltre 400. Secondo alcuni testimoni oculari i morti furono oltre 300. Il governo diffuse i suoi dati e i giornali di opposizione esagerarono i numeri a scopo propagandistico denunciando financo 800 morti. Nel celeberrimo canto popolare ci si riferisce a mille caduti ma la cifra è da considerare una licenza poetica. La Croce Rossa fornì alcuni dati ma non ebbe il controllo totale nei soccorsi; molti familiari di morti e feriti non denunciarono i decessi né si avvalsero di strutture ospedaliere onde evitare le conseguenze della repressione. Tra i soldati si contarono due morti: uno si sparò accidentalmente e l'altro fu fucilato sul posto subito dopo essersi rifiutato di aprire il fuoco sulla folla.
La rivolta milanese del 1898 ebbe conseguenze notevoli sulla politica italiana degli anni seguenti: il generale Bava Beccaris fu premiato con un seggio al Senato, a pochi giorni dalla strage e con la nomina a Grand’Ufficiale ricevuta direttamente da re Umberto I. A questi fatti si deve l’attentato di Gaetano Bresci, 29 luglio 1900, nel quale re Umberto I perse la vita. Bresci fece preciso riferimento ai cannoni di Bava Beccaris, quando fu arrestato; e il nome Gaetano fu molto usato, negli anni successivi, dai milanesi e dai brianzoli, per battezzare i bambini appena nati.
La rivolta milanese è stata documentata dalle fotografie di Luca Comerio, grande fotografo e documentarista, uno dei fondatori del cinema italiano, che all’epoca dei fatti aveva vent’anni giusti, essendo nato nel 1878: nelle foto si vedono i soldati accampati proprio davanti al Duomo, e anche nel film di Olmi, per chi conosce Milano, è possibile intravedere il Duomo e le vie adiacenti. Ancora oggi, vicino al Duomo, c’è una strada che si chiama via Laghetto: sembrerebbe un nome strano, ma il laghetto c’era veramente e c’è stato per secoli, dato che era il terminale della via d’acqua che portava dalle cave i marmi e le pietre con cui è stata costruita la Cattedrale.
La confusione per i due giovani dura però poco tempo: la sposa sa dove bisogna andare, conosce bene la strada e si tira dietro il marito decisamente più spaesato e sorpreso. Arrivati al convento, sapranno perché la zia suora ha insistito per vederli: non è un semplice pellegrinaggio, nel convento c’è un orfanotrofio e alla giovane coppia viene affidato un neonato abbandonato, che cresceranno come loro figlio. I due accettano con naturalezza il bambino, e da qui nasce la loro famiglia.
(continua)
Interpreti e personaggi: Luigi Ornaghi (Batistì), Francesca Moriggi (la moglie Batistina), Omar Brignoli (Minek), Antonio Ferrari (Tunì), Teresa Brescianini (la vedova Runk), Giuseppe Brignoli (nonno Anselmo), Carlo Rota (Peppino), Pasqualina Brolis (Teresina), Massimo Fratus (Pierino), Francesca Villa (Annetta), Maria Grazia Caroli (Bettina), Battista Trevaini (il Finard), Giuseppina Sangaletti (la moglie Finarda), Lorenzo Pedroni (il nonno Finard), Felice Cervi (Ustì), Pierangelo Bertoli (Secondo), Brunella Migliaggio (Olga), Giacomo Cavalieri (il Brena), Lorenza Frigeni (la moglie del Brena), Lucia Pezzoli (Maddalena, la figlia sposa), Franco Pilenga (Stefano, sposo di Maddalena), Guglielmo Badoni (il padre dello sposo), Laura Locatelli (la madre dello sposo), Carmelo Silva (don Carlo), Mario Brignoli (il padrone), Emilio Pedroni (il fattore), Frikì (Vittorio Capelli), Francesca Bassurini (suor Maria), Lina Ricci (donna del segno).
Quasi nessuno lo ricorda, neppure nelle recensioni più attente, ma “L’albero degli zoccoli” ruota attorno a una data precisa e ben riconoscibile: 8 maggio 1898, le cannonate del generale Bava Beccaris contro i moti popolari dei milanesi che protestavano contro il carovita e le misure del governo di allora, quando era primo ministro Antonio Starabba marchese di Rudinì.
La sequenza, una delle più belle di tutto il cinema italiano, comincia con il matrimonio dei due giovani che avevamo visto incontrarsi all’inizio del film: lui con una simpatica faccia da contadino, una faccia di quelle di una volta, lei molto più bella di lui (le donne di Olmi sono sempre molto belle), con un volto dai lineamenti fini che l’ha resa immagine e simbolo di tutto il film, dalle locandine e dai manifesti fino alla copertina del dvd. Dopo la cerimonia, i due sposi partono per Milano: quasi un viaggio di nozze, data l’epoca; ma in realtà si stanno recando da una zia suora, un pellegrinaggio e un omaggio che si rivelerà una vera sorpresa.
Il viaggio dalla campagna bergamasca verso Milano si svolge in barca, prima sul fiume e poi sul Naviglio, ed è ricostruito da Olmi in maniera perfetta. Non credo che oggi sarebbe possibile tornare a girare con tanta fedeltà, il Naviglio a Milano, per esempio, è ormai solo un canale di scolo in cemento; ma nel 1978 era ancora possibile trovare posti rimasti intatti. Al termine del viaggio, i due sposi si trovano in mezzo a rumori e confusione: sono i soldati dell’esercito, guidati dal generale Bava Beccaris, che stanno reprimendo duramente la folla. Vediamo anche noi i soldati a cavallo, la gente che fugge e cerca riparo nei portoni, e i soldati a piedi che scortano in prigione dei giovani milanesi appena arrestati.
Cos’era successo? La ricostruzione precisa dei fatti richiederebbe molte pagine, perciò mi appoggio a http://www.wikipedia.it/ , facendo una mia breve selezione di quanto vi è narrato:
...Milano all'epoca, con quasi mezzo milione di abitanti, era la seconda città italiana più popolata dopo Napoli e già era la capitale finanziaria della nazione: la città più importante dove sperimentare nuovi modelli di una società semi-industrializzata in una fase cruciale di sviluppo ed emancipazione del ceto popolare guidato da un ceto borghese milanese colto e illuminato. La situazione nazionale era già problematica per la notevole disoccupazione e i bassi salari, ma il fatto decisivo per il malcontento di massa fu l'aumento di costo del grano e quindi del pane da 35 a 60 centesimi al chilo a causa degli scarsi raccolti agrari. Molti e competenti politici tentarono di organizzare la protesta in modo pacifico per poter ottenere dal governo riforme in senso democratico, ma il malessere popolare era tale che il movimentismo spontaneo di tendenza anarchica, radicale e socialista prevalse: pur non essendoci un progetto rivoluzionario, nel 1898 l'avversione popolare contro tutte le istituzioni statali e coloro che le rappresentavano toccò il suo apice nella allora breve storia d'Italia. Le prime rivolte popolari si verificarono in Romagna e Puglia il 26 e 27 aprile, e in seguito in tante città e paesi: nei tumulti diversi rivoltosi morirono. Il 2 maggio a Firenze fu dichiarato lo stato d'assedio così come a Napoli due giorni dopo. (...)
Le vittime della carneficina non son state precisamente quantificate dagli storici per diversi motivi. Il numero esatto delle vittime mai è stato precisato: le autorità di allora fissarono in un centinaio i morti e circa 400 i feriti. Secondo la Prefettura, le vittime accertate furono 88, mentre secondo il celebre cronista e politico repubblicano Paolo Valera, i morti sarebbero stati almeno 118, e i feriti oltre 400. Secondo alcuni testimoni oculari i morti furono oltre 300. Il governo diffuse i suoi dati e i giornali di opposizione esagerarono i numeri a scopo propagandistico denunciando financo 800 morti. Nel celeberrimo canto popolare ci si riferisce a mille caduti ma la cifra è da considerare una licenza poetica. La Croce Rossa fornì alcuni dati ma non ebbe il controllo totale nei soccorsi; molti familiari di morti e feriti non denunciarono i decessi né si avvalsero di strutture ospedaliere onde evitare le conseguenze della repressione. Tra i soldati si contarono due morti: uno si sparò accidentalmente e l'altro fu fucilato sul posto subito dopo essersi rifiutato di aprire il fuoco sulla folla.
La rivolta milanese del 1898 ebbe conseguenze notevoli sulla politica italiana degli anni seguenti: il generale Bava Beccaris fu premiato con un seggio al Senato, a pochi giorni dalla strage e con la nomina a Grand’Ufficiale ricevuta direttamente da re Umberto I. A questi fatti si deve l’attentato di Gaetano Bresci, 29 luglio 1900, nel quale re Umberto I perse la vita. Bresci fece preciso riferimento ai cannoni di Bava Beccaris, quando fu arrestato; e il nome Gaetano fu molto usato, negli anni successivi, dai milanesi e dai brianzoli, per battezzare i bambini appena nati.
La rivolta milanese è stata documentata dalle fotografie di Luca Comerio, grande fotografo e documentarista, uno dei fondatori del cinema italiano, che all’epoca dei fatti aveva vent’anni giusti, essendo nato nel 1878: nelle foto si vedono i soldati accampati proprio davanti al Duomo, e anche nel film di Olmi, per chi conosce Milano, è possibile intravedere il Duomo e le vie adiacenti. Ancora oggi, vicino al Duomo, c’è una strada che si chiama via Laghetto: sembrerebbe un nome strano, ma il laghetto c’era veramente e c’è stato per secoli, dato che era il terminale della via d’acqua che portava dalle cave i marmi e le pietre con cui è stata costruita la Cattedrale.
La confusione per i due giovani dura però poco tempo: la sposa sa dove bisogna andare, conosce bene la strada e si tira dietro il marito decisamente più spaesato e sorpreso. Arrivati al convento, sapranno perché la zia suora ha insistito per vederli: non è un semplice pellegrinaggio, nel convento c’è un orfanotrofio e alla giovane coppia viene affidato un neonato abbandonato, che cresceranno come loro figlio. I due accettano con naturalezza il bambino, e da qui nasce la loro famiglia.
(continua)
L'albero degli zoccoli ( II )
L’albero degli zoccoli (1978). Scritto e diretto da Ermanno Olmi. Fotografia di Carlo Petriccioli ed Ercole Visconti. Scenografie di Enrico Tovaglieri. Arredi di Franco Gambara. Costumi di Francesca Zucchelli. Musiche di Mozart e di Johann S. Bach (all'organo: Fernando Germani). Suono (presa diretta): Amedeo Casati; prod.: RAi Radiotelevisione Italiana/Italnoleggio Cinematografico. Palma d'oro e Premio ecumenico al xxxi Festival di Cannes (1978); Premio San Fedele (Milano, 1979); "César" per il miglior film straniero (1978). Durata: 175 minuti
Interpreti e personaggi: Luigi Ornaghi (Batistì), Francesca Moriggi (la moglie Batistina), Omar Brignoli (Minek), Antonio Ferrari (Tunì), Teresa Brescianini (la vedova Runk), Giuseppe Brignoli (nonno Anselmo), Carlo Rota (Peppino), Pasqualina Brolis (Teresina), Massimo Fratus (Pierino), Francesca Villa (Annetta), Maria Grazia Caroli (Bettina), Battista Trevaini (il Finard), Giuseppina Sangaletti (la moglie Finarda), Lorenzo Pedroni (il nonno Finard), Felice Cervi (Ustì), Pierangelo Bertoli (Secondo), Brunella Migliaggio (Olga), Giacomo Cavalieri (il Brena), Lorenza Frigeni (la moglie del Brena), Lucia Pezzoli (Maddalena, la figlia sposa), Franco Pilenga (Stefano, sposo di Maddalena), Guglielmo Badoni (il padre dello sposo), Laura Locatelli (la madre dello sposo), Carmelo Silva (don Carlo), Mario Brignoli (il padrone), Emilio Pedroni (il fattore), Frikì (Vittorio Capelli), Francesca Bassurini (suor Maria), Lina Ricci (donna del segno).
Quando ho aperto questo blog, “L’albero degli zoccoli” era uno dei primi film di cui avrei voluto scrivere; invece mi ritrovo a scriverne soltanto adesso, in chiusura, e il motivo è molto semplice: si tratta di un capolavoro, così grande così semplice al tempo stesso, che mi ha lasciato sempre senza parole. Che si fa, in questi casi? O si scrive un saggio di 500 pagine, oppure si lascia tutto alla visione del film, ogni volta diversa, senza quasi prendere appunti. Mi rendo però conto che per la maggior parte delle persone, oggi, quello che si vede nel film può sembrare strano ed oscuro: il che da una parte è un fenomeno positivo, dato che Olmi ci mostra fra le altre cose povertà e ignoranza, ma dall’altra parte dà molto da pensare, perché queste sono le nostre radici, questo è il mondo reale, e ogni volta che mangiamo o beviamo o che magari usiamo il telefonino o un pc portatile, dietro ci sono questi gesti, immutati nei millenni. Le carote, l’insalata, i pomodori, il frumento, la frutta, nascono ancora nella terra: sembra una bestialità o una banalità ricordarlo, ma ogni giorno che passa mi chiedo quante persone se ne rendano veramente conto. E anche il rito dell’uccisione del maiale, che si compiva all’inizio dell’inverno, o in altri ambiti l’estrazione dei minerali (come il coltan delle batterie dei telefonini, causa di guerra e di migliaia di morti), sono cose vive e presenti che sono costate fatica a qualcuno, gesti e fatiche che noi rimuoviamo ad ogni istante della nostra vita, e che prima o poi torneranno a presentarci il conto.
In pochi altri film, come in “L’albero degli zoccoli” e in molte sequenze di “Novecento” di Bertolucci, è possibile cogliere cosa è stata veramente la cultura contadina, l’epopea dei contadini: i due film si possono vedere in parallelo, in entrambi la ricostruzione della vita contadina è stupefacente per verità e verosimiglianza. Io non ho mai fatto il contadino, ma a tratti mi sembrava di rivedere i miei zii e i miei nonni, e di riascoltare i loro racconti. La mia famiglia viene da qui, e per la precisione i miei nonni paterni (nati nel 1882 e 1885) hanno vissuto come si vede in “L’albero degli zoccoli” (ambientato a fine Ottocento), mentre i miei nonni materni (nati entrambi nel 1905) e con loro mia mamma e i suoi fratelli, hanno vissuto i tempi di “Novecento”. E mia mamma mi ha molto aiutato quando ho scritto sul film di Bernardo Bertolucci, ritrovando in quelle immagini suoi ricordi precisi degli anni dal 1930 al dopoguerra. La differenza principale fra le due epoche sta nelle macchine: nel film di Olmi il lavoro è ancora quasi tutto manuale, nel film di Bertolucci ci sono trattori, automobili, camion, macchine agricole.
Olmi mostra il mondo contadino così come era veramente: la vita quotidiana, il bambino che per andare a scuola deve percorrere chilometri a piedi, la difficoltà estrema anche nel procurarsi il legno per un paio di zoccoli (è per questo motivo, per aver abbattuto una pianta per ricavare gli zoccoli per il figlio, che il padrone licenzierà uno dei contadini), ci mostra l’uccisione del maiale, come in “Novecento” di Bertolucci (qualcosa di molto simile a un rito) e la preparazione dei salumi (non c’erano i frigoriferi: è per cose come queste, per l’inventiva necessaria per conservare gli alimenti d’inverno, che oggi abbiamo formaggi, salumi, salse, marmellate, vino, aceto, conserve).
Non voglio star qui a raccontare ogni singola storia; c’è spazio anche per i difetti, l’avarizia e non solo la generosità (è da favola dei fratelli Grimm la storia dell’uomo che nasconde la moneta in un posto tutt’altro che adeguato, credendosi furbo); ma vorrei ricordare almeno le sequenze delle storie raccontate alla sera, prima di andare a dormire. Anche la mia nonna paterna raccontava storie, e alcune di queste mi sono arrivate (purtroppo mia nonna morì quando io ero ancora piccolo) e sono simili, ma non uguali, a quelle che si trovano nelle grandi raccolte di fiabe e storie, da quella di Italo Calvino ai Grimm, ai tedeschi Arnim e Brentano, a quelle raccolte al Sud da Ernesto De Martino...
Un immaginario intero e vastissimo, che oggi abbiamo quasi completamente perduto.
Ma niente nostalgia, anzi: non c’è nessuna nostalgia, niente da rimpiangere se non un mondo dove c’erano persone belle, persone che non si trovano più, sostituite da altre senza radici e senza niente di solido a cui credere, né il matrimonio né il lavoro. Il lavoro era durissimo, pesante; e il rischio di essere messi alla porta dal padrone (come si vede sia in “L’albero degli zoccoli” che in “Novecento”) era sempre presente. Oggi questo mondo, che credevamo superato, è ritornato prepotente e violento: la differenza è che non c’è nemmeno più la terra da lavorare, sostituita da centri commerciali e svincoli autostradali, da cemento e asfalto.
C’è politica in entrambi i film: in Bertolucci mostrata molto più apertamente, in Olmi rimane sottotraccia, ma è impossibile non ricordarsi, nel finale, quando il protagonista viene mandato via per un’inezia, scacciato con la sua famiglia, tutte le sue cose sul carretto, compresi i bambini e un neonato, e gli altri contadini che stanno zitti a spiare dalle finestre ben chiuse, che il padrone non veda, che non si possa immaginare che c’è qualcuno che solidarizza con il “reietto”. Funziona così ancora oggi, nel mondo del lavoro: e – cosa tristissima - riguarda non tanto i vecchi, ma soprattutto i giovani e i giovanissimi. Con le leggi sul precariato e con le agenzie di lavoro a termine, introdotte da meno di dieci anni, quest’inizio di millennio è diventato incredibilmente simile al caporalato dei secoli passati.
Politica sì, dunque, ma in senso buono: mostrare quello che succedeva, ricostruire la verità storica con la maggiore fedeltà possibile, e in questo direi che Olmi, a saperlo leggere, è ancora più efficace di Bertolucci. Il fatto che Olmi si dichiari cattolico, e che abbia girato un film su Papa Giovanni (molto bello, negli anni ’60), ha mandato in confusione molti di quelli che hanno parlato su di lui: come sempre, mi viene da dubitare sul fatto che anche i critici di professione abbiano veramente visto fino in fondo i suoi film, perché in proposito alcuni giudizi – compreso purtroppo quello di Morandini che riporto qui sotto – sembrano davvero superficiali. Del resto, basterebbe leggere le interviste più recenti di Olmi per capire cosa ne pensa, e del suo essere cattolico e soprattutto cristiano.
Ma è l'intervento più atteso, quello del regista Ermanno Olmi, di cui a marzo uscirà nei cinema l'ultima fatica, Cento chiodi, a sdoganare le peggiori bestemmie come nobili invocazioni dell'uomo a Dio.
«Sia benedetta la bestemmia quando cerca disperatamente un interlocutore che tace!» esclama l'autore di film straordinari come L'albero degli zoccoli. E attingendo ai ricordi di infanzia raccontando la storiella, vera, di un carrettiere. «Vicino a Bergamo c'era una grande salita. I carri per salire avevano bisogno dell'aiuto di altri cavalli, perché era una immensa fatica superarla. Sulla salita c'era una casa dove abitava un'anziana signora. Non vi dico la poveretta le bestemmie che sentiva da questi carrettieri che non riuscivano a volte a superare la difficoltà. Un giorno la vecchietta esce disperata e urla: basta bestemmiare! Tanto vedete che il carro si è fermato e non va avanti ... Sapete che cosa rispose il carrettiere? Il carro non va avanti perché non ho ancora trovato la bestemmia giusta».
Il pubblico ride. Ma per Olmi è l'occasione per parlare di Dio e della solitudine dell'uomo. Della preghiera: «Non tanto farsi il segno della croce o la comunione una volta all'anno. Ma la relazione che abbiamo col mondo, con l’esistenza». La bestemmia diventa un'invocazione disperata.
«Certe volte Dio si nasconde talmente bene che si ha davvero l'impressione che non ci sia ... ».
«Io ho la sensazione che Dio abbia un grosso problema: non essere riuscito a dividere il bene dal male. E per farci capire il suo tormento ci ha posto in queste condizioni. Allora chi prego quando prego Dio? Prego qualcuno a cui vorrei dare un volto. Prego qualcosa che dovrebbe superare la mia conoscenza tattile. La conoscenza che il mio sguardo ha del mondo. Non è forse che Dio ha creato il mondo per dividere con noi questo momento della divisione di bene e male che non è riuscito a imporre alle cose? Noi allora nella preghiera dovremmo soprattutto condividere questo dolore di non riuscire a separare in noi il bene dal male».
(intervista a Olmi, di carlo brambilla, repubblica 19.11.2006)
- Il suo film, ambientato in una chiesa sconsacrata, è un invito a trasgredire le leggi dello Stato sull'immigrazione.
«Se io devo aiutare qualcuno, delle regole dello Stato non me ne frega niente. Non è con le regole che si governa il mondo. Certo le leggi ci vogliono, ma le deroghe sono necessarie quando fare del bene è più importante. Non dobbiamo delegare nessuno a pensare per conto nostro. La consapevolezza del bene, infatti, ognuno la può trovare dentro se stesso».
- Quello che dice potrebbe essere persino pericoloso, quasi anarchico...
«L'idea che noi cristiani dovremmo avere farci della libertà è molto vicina all'anarchia. Lo diceva anche David Maria Turoldo: un cristiano-cattolico, ma di idee libere. Ognuno deve conquistare, con la propria consapevolezza, la libertà interiore. Ma ormai il mondo è tutto di "cartone", come il villaggio del mio film: ci hanno ingannato dicendoci che per essere felici bisognava essere in un certo modo e rinunciare alla libertà interiore. Ma prima o poi, la rabbia esploderà».
- In che modo?
«Pensi a che cosa è successo: non dico in Africa, ma a Londra. Se c'era infatti una città di cui potevamo dire: ecco, è veramente civile, questa era Londra. Poi, però, una mattina i disperati hanno preso possesso della città per due giorni. Sì, questa volta è stato per due giorni. Ma la prossima? Perché ogni reazione è pari alla sofferenza della solitudine, alla sofferenza del tradimento subito».
- Qual è il tradimento subito?
«L'idea che essere potenti, ricchi, fosse la garanzia del vivere pienamente. E che la ricerca della felicità dovessimo delegarla alle istituzioni, come per esempio la Chiesa. Ci siamo lasciati imbrogliare. Adesso, la ribellione scoppierà in modo violento. Non ci saranno più guerre fra nazioni, ma tra fasce sociali». (...)
(Intervista a Ermanno Olmi di f.l.zanardi, rep ven 23 settembre 2011 )
Morando Morandini, pag.36 dal volume accluso al dvd “Gli anni Edison” (ed.Feltrinelli)
(...) riprendiamo il cammino di Olmi con L'albero degli zoccoli (1978), il punto più alto di successo raggiunto da un uomo di cinema che successo non ha mai cercato. Al Festival di Cannes, prima ancora che la giuria lo coronasse con la Palma d'oro, aveva fatto l'unanimità tra critici e pubblico. Ricordo che fra tante iperboli encomiastiche (purezza di cristallo, epopea contadina, liturgia bergamasca, bellezza indicibile, semplicità commovente) e affermazioni sospette (un'arte che viene dal cuore prima che dalla mente), qualcuno citò Virgilio. Di primo acchito mi sembrò un rimando orecchiato, retorico, piuttosto banale, ma in un secondo tempo mi fece riflettere. Eliot dice che per capire Virgilio bisogna assimilare il significato di alcune parole-chiave: labor, pietas, fatum. Non è difficile trovare le prime due di queste idee - anche se, forse, bisognerebbe parlare di sentimenti - nel film di Olmi.
Labor: la dignità del lavoro manuale, il sentimento sacro della terra, e della campagna, l'importanza che ha l'agricoltura per la civiltà. Come spiegare il successo che il film ebbe anche a livello internazionale (L'arbre aux sabots in francese, The tree of wooden clogs) se non con la risonanza che il modo con cui Olmi racconta la terra e il lavoro nei campi ebbe nel mondo industrialmente sviluppato dove l'urbanesimo trionfante, le dissipazioni e le devastazioni delle risorse naturali destano preoccupazioni? (Nel 1978 di ecologia e di Verdi si parlava ancora poco.)
In Virgilio pietas non ha i limiti angusti e un po' meschini con cui è spesso connotata, specialmente da parte dei laici, la parola pietà. C'è in pietas una complessa struttura di significati che implica un atteggiamento armonioso e unitario verso il prossimo, la famiglia, il paese, la divinità: è una concezione della vita. Dopo vent'anni di lavoro Olmi, che da sempre ha posseduto questa pietas, la manifesta ne L'albero degli zoccoli con una pienezza straordinaria.
È meno facile trovarvi il corrispondente di fatum. Non c'è un Enea, un uomo del destino, ma se avere un destino significa avere un senso - che è anche fardello, responsabilità, croce da portare con pazienza e umiltà, qualcosa che non si desidera, ma non si scansa - si può intravederlo nell'esistenza singola e collettiva di questa famiglia di contadini che vivono nella bassa bergamasca alla fine dell'Ottocento.
L'albero degli zoccoli è un film solenne e sereno, grave e pur lieve come le musiche di Johann Sebastian Bach (e di Mozart) che l'accompagnano. Susan Sontag dice che il valore più alto e liberatore che esista nell'arte di oggi è la trasparenza, ossia il fare esperienza della luminosità delle cose in sé, delle cose per quelle che sono. È la grandezza del nono film di Olmi che nella cineteca della mia memoria metto accanto a un film che molto amai da ragazzo e che continuo ad amare ogni volta che lo rivedo: L'uomo di Aran (1934) di Robert Flaherty, altro poema epico e lirico sulla fatica dell'uomo. Negli anni trenta, però, il nordamericano Flaherty filmava i pescatori del suo tempo; Olmi rievoca i contadini del passato. C'era il rischio di fare un'opera elegiaca, così lirica in chiave di nostalgia da scivolare sul piano inclinato della retorica rurale, di una rappresentazione idealizzata del mondo georgico. I limiti della poetica di Olmi non sono stati indicati nel crepuscolarismo, nel bozzettismo, nell'acritica fiducia per i sentimenti eterni? Il rischio è sospeso nella prima parte del film, ma poi Olmi recupera sottovoce quella dimensione della Storia e della realtà sociale la cui assenza apparente potrebbe essere giustificata dall'isolamento dell'universo contadino.
Non a caso ha situato nel biennio 1897-98 l'azione di questo poema in prosa, di questo cineromanzo senza intreccio romanzesco. Col viaggio di nozze a Milano di Maddalena e Stefano la Storia irrompe in un film senza storia: una irruzione fugace, iscritta in filigrana, come vista dagli occhi attoniti e ignari dei due giovani contadini. Nella sua tristezza sconsolata e pudica la conclusione è ancora più eloquente. Si sono indicati i limiti del film nell'estetismo, nella cancellazione della lotta di classe, nella rarefazione spiritualistica del contesto sociale, nell'omissione della durezza della vita contadina, nella rappresentazione idealizzata della Chiesa cattolica, vista soltanto come Chiesa dei poveri, istituzione estranea alle lotte del mondo. Secondo me, è soprattutto un eccesso idillico. Del mondo contadino Olmi ha lasciato fuori il versante in ombra: la grettezza, l'avidità, la violenza, gli odi feroci. L’ha accennato di scorcio, e in cadenze bonarie, con l'episodio della moneta nascosta nello zoccolo del cavallo e con i litigi tra i Finard, padre e figlio. Anche in questo occultamento è stato fedele a se stesso e alla sua pietas. (...)
Morando Morandini, pag.36 dal volume accluso al dvd “Gli anni Edison” (ed.Feltrinelli)
Interpreti e personaggi: Luigi Ornaghi (Batistì), Francesca Moriggi (la moglie Batistina), Omar Brignoli (Minek), Antonio Ferrari (Tunì), Teresa Brescianini (la vedova Runk), Giuseppe Brignoli (nonno Anselmo), Carlo Rota (Peppino), Pasqualina Brolis (Teresina), Massimo Fratus (Pierino), Francesca Villa (Annetta), Maria Grazia Caroli (Bettina), Battista Trevaini (il Finard), Giuseppina Sangaletti (la moglie Finarda), Lorenzo Pedroni (il nonno Finard), Felice Cervi (Ustì), Pierangelo Bertoli (Secondo), Brunella Migliaggio (Olga), Giacomo Cavalieri (il Brena), Lorenza Frigeni (la moglie del Brena), Lucia Pezzoli (Maddalena, la figlia sposa), Franco Pilenga (Stefano, sposo di Maddalena), Guglielmo Badoni (il padre dello sposo), Laura Locatelli (la madre dello sposo), Carmelo Silva (don Carlo), Mario Brignoli (il padrone), Emilio Pedroni (il fattore), Frikì (Vittorio Capelli), Francesca Bassurini (suor Maria), Lina Ricci (donna del segno).
Quando ho aperto questo blog, “L’albero degli zoccoli” era uno dei primi film di cui avrei voluto scrivere; invece mi ritrovo a scriverne soltanto adesso, in chiusura, e il motivo è molto semplice: si tratta di un capolavoro, così grande così semplice al tempo stesso, che mi ha lasciato sempre senza parole. Che si fa, in questi casi? O si scrive un saggio di 500 pagine, oppure si lascia tutto alla visione del film, ogni volta diversa, senza quasi prendere appunti. Mi rendo però conto che per la maggior parte delle persone, oggi, quello che si vede nel film può sembrare strano ed oscuro: il che da una parte è un fenomeno positivo, dato che Olmi ci mostra fra le altre cose povertà e ignoranza, ma dall’altra parte dà molto da pensare, perché queste sono le nostre radici, questo è il mondo reale, e ogni volta che mangiamo o beviamo o che magari usiamo il telefonino o un pc portatile, dietro ci sono questi gesti, immutati nei millenni. Le carote, l’insalata, i pomodori, il frumento, la frutta, nascono ancora nella terra: sembra una bestialità o una banalità ricordarlo, ma ogni giorno che passa mi chiedo quante persone se ne rendano veramente conto. E anche il rito dell’uccisione del maiale, che si compiva all’inizio dell’inverno, o in altri ambiti l’estrazione dei minerali (come il coltan delle batterie dei telefonini, causa di guerra e di migliaia di morti), sono cose vive e presenti che sono costate fatica a qualcuno, gesti e fatiche che noi rimuoviamo ad ogni istante della nostra vita, e che prima o poi torneranno a presentarci il conto.
In pochi altri film, come in “L’albero degli zoccoli” e in molte sequenze di “Novecento” di Bertolucci, è possibile cogliere cosa è stata veramente la cultura contadina, l’epopea dei contadini: i due film si possono vedere in parallelo, in entrambi la ricostruzione della vita contadina è stupefacente per verità e verosimiglianza. Io non ho mai fatto il contadino, ma a tratti mi sembrava di rivedere i miei zii e i miei nonni, e di riascoltare i loro racconti. La mia famiglia viene da qui, e per la precisione i miei nonni paterni (nati nel 1882 e 1885) hanno vissuto come si vede in “L’albero degli zoccoli” (ambientato a fine Ottocento), mentre i miei nonni materni (nati entrambi nel 1905) e con loro mia mamma e i suoi fratelli, hanno vissuto i tempi di “Novecento”. E mia mamma mi ha molto aiutato quando ho scritto sul film di Bernardo Bertolucci, ritrovando in quelle immagini suoi ricordi precisi degli anni dal 1930 al dopoguerra. La differenza principale fra le due epoche sta nelle macchine: nel film di Olmi il lavoro è ancora quasi tutto manuale, nel film di Bertolucci ci sono trattori, automobili, camion, macchine agricole.
Olmi mostra il mondo contadino così come era veramente: la vita quotidiana, il bambino che per andare a scuola deve percorrere chilometri a piedi, la difficoltà estrema anche nel procurarsi il legno per un paio di zoccoli (è per questo motivo, per aver abbattuto una pianta per ricavare gli zoccoli per il figlio, che il padrone licenzierà uno dei contadini), ci mostra l’uccisione del maiale, come in “Novecento” di Bertolucci (qualcosa di molto simile a un rito) e la preparazione dei salumi (non c’erano i frigoriferi: è per cose come queste, per l’inventiva necessaria per conservare gli alimenti d’inverno, che oggi abbiamo formaggi, salumi, salse, marmellate, vino, aceto, conserve).
Non voglio star qui a raccontare ogni singola storia; c’è spazio anche per i difetti, l’avarizia e non solo la generosità (è da favola dei fratelli Grimm la storia dell’uomo che nasconde la moneta in un posto tutt’altro che adeguato, credendosi furbo); ma vorrei ricordare almeno le sequenze delle storie raccontate alla sera, prima di andare a dormire. Anche la mia nonna paterna raccontava storie, e alcune di queste mi sono arrivate (purtroppo mia nonna morì quando io ero ancora piccolo) e sono simili, ma non uguali, a quelle che si trovano nelle grandi raccolte di fiabe e storie, da quella di Italo Calvino ai Grimm, ai tedeschi Arnim e Brentano, a quelle raccolte al Sud da Ernesto De Martino...
Un immaginario intero e vastissimo, che oggi abbiamo quasi completamente perduto.
Ma niente nostalgia, anzi: non c’è nessuna nostalgia, niente da rimpiangere se non un mondo dove c’erano persone belle, persone che non si trovano più, sostituite da altre senza radici e senza niente di solido a cui credere, né il matrimonio né il lavoro. Il lavoro era durissimo, pesante; e il rischio di essere messi alla porta dal padrone (come si vede sia in “L’albero degli zoccoli” che in “Novecento”) era sempre presente. Oggi questo mondo, che credevamo superato, è ritornato prepotente e violento: la differenza è che non c’è nemmeno più la terra da lavorare, sostituita da centri commerciali e svincoli autostradali, da cemento e asfalto.
C’è politica in entrambi i film: in Bertolucci mostrata molto più apertamente, in Olmi rimane sottotraccia, ma è impossibile non ricordarsi, nel finale, quando il protagonista viene mandato via per un’inezia, scacciato con la sua famiglia, tutte le sue cose sul carretto, compresi i bambini e un neonato, e gli altri contadini che stanno zitti a spiare dalle finestre ben chiuse, che il padrone non veda, che non si possa immaginare che c’è qualcuno che solidarizza con il “reietto”. Funziona così ancora oggi, nel mondo del lavoro: e – cosa tristissima - riguarda non tanto i vecchi, ma soprattutto i giovani e i giovanissimi. Con le leggi sul precariato e con le agenzie di lavoro a termine, introdotte da meno di dieci anni, quest’inizio di millennio è diventato incredibilmente simile al caporalato dei secoli passati.
Politica sì, dunque, ma in senso buono: mostrare quello che succedeva, ricostruire la verità storica con la maggiore fedeltà possibile, e in questo direi che Olmi, a saperlo leggere, è ancora più efficace di Bertolucci. Il fatto che Olmi si dichiari cattolico, e che abbia girato un film su Papa Giovanni (molto bello, negli anni ’60), ha mandato in confusione molti di quelli che hanno parlato su di lui: come sempre, mi viene da dubitare sul fatto che anche i critici di professione abbiano veramente visto fino in fondo i suoi film, perché in proposito alcuni giudizi – compreso purtroppo quello di Morandini che riporto qui sotto – sembrano davvero superficiali. Del resto, basterebbe leggere le interviste più recenti di Olmi per capire cosa ne pensa, e del suo essere cattolico e soprattutto cristiano.
Ma è l'intervento più atteso, quello del regista Ermanno Olmi, di cui a marzo uscirà nei cinema l'ultima fatica, Cento chiodi, a sdoganare le peggiori bestemmie come nobili invocazioni dell'uomo a Dio.
«Sia benedetta la bestemmia quando cerca disperatamente un interlocutore che tace!» esclama l'autore di film straordinari come L'albero degli zoccoli. E attingendo ai ricordi di infanzia raccontando la storiella, vera, di un carrettiere. «Vicino a Bergamo c'era una grande salita. I carri per salire avevano bisogno dell'aiuto di altri cavalli, perché era una immensa fatica superarla. Sulla salita c'era una casa dove abitava un'anziana signora. Non vi dico la poveretta le bestemmie che sentiva da questi carrettieri che non riuscivano a volte a superare la difficoltà. Un giorno la vecchietta esce disperata e urla: basta bestemmiare! Tanto vedete che il carro si è fermato e non va avanti ... Sapete che cosa rispose il carrettiere? Il carro non va avanti perché non ho ancora trovato la bestemmia giusta».
Il pubblico ride. Ma per Olmi è l'occasione per parlare di Dio e della solitudine dell'uomo. Della preghiera: «Non tanto farsi il segno della croce o la comunione una volta all'anno. Ma la relazione che abbiamo col mondo, con l’esistenza». La bestemmia diventa un'invocazione disperata.
«Certe volte Dio si nasconde talmente bene che si ha davvero l'impressione che non ci sia ... ».
«Io ho la sensazione che Dio abbia un grosso problema: non essere riuscito a dividere il bene dal male. E per farci capire il suo tormento ci ha posto in queste condizioni. Allora chi prego quando prego Dio? Prego qualcuno a cui vorrei dare un volto. Prego qualcosa che dovrebbe superare la mia conoscenza tattile. La conoscenza che il mio sguardo ha del mondo. Non è forse che Dio ha creato il mondo per dividere con noi questo momento della divisione di bene e male che non è riuscito a imporre alle cose? Noi allora nella preghiera dovremmo soprattutto condividere questo dolore di non riuscire a separare in noi il bene dal male».
(intervista a Olmi, di carlo brambilla, repubblica 19.11.2006)
- Il suo film, ambientato in una chiesa sconsacrata, è un invito a trasgredire le leggi dello Stato sull'immigrazione.
«Se io devo aiutare qualcuno, delle regole dello Stato non me ne frega niente. Non è con le regole che si governa il mondo. Certo le leggi ci vogliono, ma le deroghe sono necessarie quando fare del bene è più importante. Non dobbiamo delegare nessuno a pensare per conto nostro. La consapevolezza del bene, infatti, ognuno la può trovare dentro se stesso».
- Quello che dice potrebbe essere persino pericoloso, quasi anarchico...
«L'idea che noi cristiani dovremmo avere farci della libertà è molto vicina all'anarchia. Lo diceva anche David Maria Turoldo: un cristiano-cattolico, ma di idee libere. Ognuno deve conquistare, con la propria consapevolezza, la libertà interiore. Ma ormai il mondo è tutto di "cartone", come il villaggio del mio film: ci hanno ingannato dicendoci che per essere felici bisognava essere in un certo modo e rinunciare alla libertà interiore. Ma prima o poi, la rabbia esploderà».
- In che modo?
«Pensi a che cosa è successo: non dico in Africa, ma a Londra. Se c'era infatti una città di cui potevamo dire: ecco, è veramente civile, questa era Londra. Poi, però, una mattina i disperati hanno preso possesso della città per due giorni. Sì, questa volta è stato per due giorni. Ma la prossima? Perché ogni reazione è pari alla sofferenza della solitudine, alla sofferenza del tradimento subito».
- Qual è il tradimento subito?
«L'idea che essere potenti, ricchi, fosse la garanzia del vivere pienamente. E che la ricerca della felicità dovessimo delegarla alle istituzioni, come per esempio la Chiesa. Ci siamo lasciati imbrogliare. Adesso, la ribellione scoppierà in modo violento. Non ci saranno più guerre fra nazioni, ma tra fasce sociali». (...)
(Intervista a Ermanno Olmi di f.l.zanardi, rep ven 23 settembre 2011 )
Morando Morandini, pag.36 dal volume accluso al dvd “Gli anni Edison” (ed.Feltrinelli)
(...) riprendiamo il cammino di Olmi con L'albero degli zoccoli (1978), il punto più alto di successo raggiunto da un uomo di cinema che successo non ha mai cercato. Al Festival di Cannes, prima ancora che la giuria lo coronasse con la Palma d'oro, aveva fatto l'unanimità tra critici e pubblico. Ricordo che fra tante iperboli encomiastiche (purezza di cristallo, epopea contadina, liturgia bergamasca, bellezza indicibile, semplicità commovente) e affermazioni sospette (un'arte che viene dal cuore prima che dalla mente), qualcuno citò Virgilio. Di primo acchito mi sembrò un rimando orecchiato, retorico, piuttosto banale, ma in un secondo tempo mi fece riflettere. Eliot dice che per capire Virgilio bisogna assimilare il significato di alcune parole-chiave: labor, pietas, fatum. Non è difficile trovare le prime due di queste idee - anche se, forse, bisognerebbe parlare di sentimenti - nel film di Olmi.
Labor: la dignità del lavoro manuale, il sentimento sacro della terra, e della campagna, l'importanza che ha l'agricoltura per la civiltà. Come spiegare il successo che il film ebbe anche a livello internazionale (L'arbre aux sabots in francese, The tree of wooden clogs) se non con la risonanza che il modo con cui Olmi racconta la terra e il lavoro nei campi ebbe nel mondo industrialmente sviluppato dove l'urbanesimo trionfante, le dissipazioni e le devastazioni delle risorse naturali destano preoccupazioni? (Nel 1978 di ecologia e di Verdi si parlava ancora poco.)
In Virgilio pietas non ha i limiti angusti e un po' meschini con cui è spesso connotata, specialmente da parte dei laici, la parola pietà. C'è in pietas una complessa struttura di significati che implica un atteggiamento armonioso e unitario verso il prossimo, la famiglia, il paese, la divinità: è una concezione della vita. Dopo vent'anni di lavoro Olmi, che da sempre ha posseduto questa pietas, la manifesta ne L'albero degli zoccoli con una pienezza straordinaria.
È meno facile trovarvi il corrispondente di fatum. Non c'è un Enea, un uomo del destino, ma se avere un destino significa avere un senso - che è anche fardello, responsabilità, croce da portare con pazienza e umiltà, qualcosa che non si desidera, ma non si scansa - si può intravederlo nell'esistenza singola e collettiva di questa famiglia di contadini che vivono nella bassa bergamasca alla fine dell'Ottocento.
L'albero degli zoccoli è un film solenne e sereno, grave e pur lieve come le musiche di Johann Sebastian Bach (e di Mozart) che l'accompagnano. Susan Sontag dice che il valore più alto e liberatore che esista nell'arte di oggi è la trasparenza, ossia il fare esperienza della luminosità delle cose in sé, delle cose per quelle che sono. È la grandezza del nono film di Olmi che nella cineteca della mia memoria metto accanto a un film che molto amai da ragazzo e che continuo ad amare ogni volta che lo rivedo: L'uomo di Aran (1934) di Robert Flaherty, altro poema epico e lirico sulla fatica dell'uomo. Negli anni trenta, però, il nordamericano Flaherty filmava i pescatori del suo tempo; Olmi rievoca i contadini del passato. C'era il rischio di fare un'opera elegiaca, così lirica in chiave di nostalgia da scivolare sul piano inclinato della retorica rurale, di una rappresentazione idealizzata del mondo georgico. I limiti della poetica di Olmi non sono stati indicati nel crepuscolarismo, nel bozzettismo, nell'acritica fiducia per i sentimenti eterni? Il rischio è sospeso nella prima parte del film, ma poi Olmi recupera sottovoce quella dimensione della Storia e della realtà sociale la cui assenza apparente potrebbe essere giustificata dall'isolamento dell'universo contadino.
Non a caso ha situato nel biennio 1897-98 l'azione di questo poema in prosa, di questo cineromanzo senza intreccio romanzesco. Col viaggio di nozze a Milano di Maddalena e Stefano la Storia irrompe in un film senza storia: una irruzione fugace, iscritta in filigrana, come vista dagli occhi attoniti e ignari dei due giovani contadini. Nella sua tristezza sconsolata e pudica la conclusione è ancora più eloquente. Si sono indicati i limiti del film nell'estetismo, nella cancellazione della lotta di classe, nella rarefazione spiritualistica del contesto sociale, nell'omissione della durezza della vita contadina, nella rappresentazione idealizzata della Chiesa cattolica, vista soltanto come Chiesa dei poveri, istituzione estranea alle lotte del mondo. Secondo me, è soprattutto un eccesso idillico. Del mondo contadino Olmi ha lasciato fuori il versante in ombra: la grettezza, l'avidità, la violenza, gli odi feroci. L’ha accennato di scorcio, e in cadenze bonarie, con l'episodio della moneta nascosta nello zoccolo del cavallo e con i litigi tra i Finard, padre e figlio. Anche in questo occultamento è stato fedele a se stesso e alla sua pietas. (...)
Morando Morandini, pag.36 dal volume accluso al dvd “Gli anni Edison” (ed.Feltrinelli)
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