martedì 8 maggio 2012

Il caso Mattei

Il caso Mattei (1972)  Regia di Francesco Rosi. Scritto da Francesco Rosi, Tonino Guerra, Tito Di Stefano, Nerio Minuzzo. Fotografia di Pasquale De Santis. Musica di Piero Piccioni. Con Gian Maria Volontè, Peter Baldwin, Luigi Squarzina, Renato Romano, Dario Michaelis, Camillo Milli, Vittorio Fanfoni, Carlo Simoni, Franco Graziosi, Felice Fulchignoni, Jean Rougeul, Blaise Morrissey, Furio Colombo, Ugo Zatterin. Durata 118 minuti

Ho guardato “Il caso Mattei” di Francesco Rosi su una vecchia VHS, proprio il giorno delle elezioni del 2008: 13 e 14 febbraio. Forse non l’avevo mai visto per intero, in ogni caso me lo ricordavo poco e male. E’ una visione che mi ha portato parecchi pensieri, che provo a mettere in ordine. La prima cosa da dire è che il film è molto bello, si guarda come un giallo, e alla fine viene voglia di andarsi a cercare altre notizie.

Francesco Rosi, e Volonté, hanno avuto in dote un dono prezioso: non mettono lo spettatore davanti alla loro opinione, ma raccolgono dati e informazioni che mettono a disposizione di chi guarda il film; non ci sono risposte già pronte, e alla fine siamo noi a decidere. Un metodo galileiano, da scienziato a addirittura da chimico analista. Il problema vero è che la morte di Enrico Mattei risale al 1962, il film è del 1972, e noi oggi non ne sappiamo molto di più di quanto se ne sapesse allora: il giallo (se di “giallo” si vuole parlare) è rimasto insoluto, e il suo segreto è stato nascosto con estrema accuratezza. La stessa accuratezza predisposta per la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, del quale non si hanno più notizie dal 1970: le sue ultime inchieste riguardavano proprio il caso Mattei. Visto oggi, “Il caso Mattei” fa pensare: fa pensare soprattutto a quanto tempo è passato. Non è tanto la distanza temporale, quanto il grande cambiamento che c’è stato in questo Paese. Io avevo quattro anni, quando Mattei morì; per me erano già fatti antichi, negli anni ’70 non se ne parlava quasi più. Mi ricordo bene del “Giorno”, il quotidiano fondato da Mattei, che era un giornale molto bello, il primo quotidiano a colori, con una bella sezione dedicata ai ragazzi. Però lo Stato era molto presente nell’Economia italiana, ed è di quegli anni 70 l’acquisizione dell’Alfa Romeo e della Motta Alemagna (i panettoni) da parte di imprese statali.
E’ in questa veste che Rosi ci presenta Mattei: l’uomo che nel 1947, a guerra finita, si trova a dover liquidare l’Agip, azienda petrolifera che viene ritenuta un “carrozzone fascista” ormai inutile dopo la perdita delle Colonie (la Libia, soprattutto). Ma Enrico Mattei, appena arrivato al vertice dell’Agip, legge un rapporto del suo predecessore e lo chiama, di notte: è vero che l’Agip ha trovato il metano in Val Padana? E’ l’inizio di una grande avventura. L’Agip non verrà liquidata, l’Eni diventerà un colosso, Mattei passerà la sua vita a interferire nei piani delle grandi compagnie petrolifere americane, allora monopoliste mondiali: le “Sette Sorelle”, come venivano chiamate. Perché fare questo, viene chiesto a Mattei? La Exxon e altre grandi compagnie gli hanno fatto proposte favolose (proposte personali) perché venda tutto e si metta alle loro dipendenze. Mattei spiega: vuole dare prestigio e potenza all’Italia. Qualsiasi giudizio si possa dare sull’operato di Mattei (io non me ne intendo e non sono in grado di parlarne, mi limito a riportare la mia impressione basata sulla visione del film), ecco un modo di operare, e di pensare, ormai completamente scomparso dal nostro Paese. E’ questo che fa sembrare così vecchio il film, o meglio: che fa sembrare così vecchio Enrico Mattei, lui e le sue battaglie. Temo che per i ragazzi che vanno a scuola oggi Mattei sia un personaggio incomprensibile. Cosa significa, “dare prestigio allo Stato”? Negli ultimi vent’anni lo Stato è stato presentato sempre come qualcosa di marcio, di indifendibile, di corrotto. Tutto ciò che è statale è deficitario, parassitario, pessimo; tutto ciò che è in mano ai privati è bello, pulito, onesto e rigoglioso. Una visione manichea che non regge ad un’analisi appena approfondita (tra i privati non c’è corruzione? beata ingenuità di chi ci crede), ma è così che va il mondo oggi.
Mattei fece la sua guerra contro le grandi compagnie petrolifere americane, ed oggi abbiamo un presidente Usa che delle grandi compagnie petrolifere americane è diretta emanazione – per tacer del resto. Nel 1962, Mattei diceva che gli arabi avrebbero presto avuto l’indipendenza sulle loro risorse naturali, che allora appartenevano alle Sette Sorelle, e che con loro avremmo avuto a che fare direttamente: anche questa è storia antica, l’OPEC esiste da un pezzo. Si potrebbe continuare: nel film è citato il premier Mossadeq, che fu eliminato (e ucciso) per far tornare lo Scià in Persia (Iran). Mossadeq aveva cercato di detronizzare le Sette Sorelle per dare forza al suo Paese; ma oggi anche lo Scià di Persia è solo uno sbiadito ricordo, una storia chiusa trent’anni fa con la rivolta degli ayatollah, in chiave islamica e non più laica come ai tempi di Mossadeq. Insomma, spesso ci dimentichiamo che per i più giovani parlare di Mattei, o di Parri, o delle correnti democristiane, è un po’ come per quelli della mia generazione quando si parlava di Crispi e di Giolitti.
All’inizio del film, Rosi riporta la storiella che piaceva raccontare a Mattei, quella di un gattino che lui aveva visto da piccolo, mentre si avvicinava affamato a una scodella piena di cibo: i cani lo avevano gettato in là con una zampata, senza nemmeno guardarlo ma con una violenza tale da ucciderlo. “Ecco, - dice l’ex comandante partigiano Mattei, - non voglio che l’Italia faccia quella fine: voglio un’Italia economicamente forte, che sappia far valere le sue ragioni”.
Mattei, testimone della distruzione operata dai fascisti, pensa che al primo posto nella rinascita dell’Italia venga la questione delle risorse, dell’approvvigionamento energetico: e vede per l’Agip, e per l’Eni, un ruolo fondamentale. Il metano in Val Padana si rivelerà insufficiente, il petrolio è quasi inesistente; ma intanto l’Eni è diventata un colosso, è una tigre e non più il gattino di cui parlava la storiella. Come tigre, fa paura e dà fastidio: i sospetti sulla morte di Mattei, precipitato con il suo aereo mentre tornava dalla Sicilia (e in Sicilia, a Gela e a Gagliano, Rosi si ferma per un quarto d’ora abbondante, con Mattei accolto come un principe dalla gente), si concentrano tutti sui potenti a cui ha dato fastidio, portando via ricche commesse e pozzi petroliferi un po’ in tutto il mondo.
Volonté disegna un Mattei diverso da quello che ci raccontano le cronache. Di persona, pare che non fosse così disinvolto e a suo agio nel mondo; viene descritto come un po’ impacciato, rustico, poco elegante. Quando Volonté dice che non sa l’inglese, è difficile crederlo; forse il vero Mattei, al di là del suo valore effettivo, avrà fatto davvero poca impressione ai grandi petrolieri americani. Ma Volonté sapeva certo quello che stava facendo: nel suo personaggio vediamo non tanto la somiglianza fisica con Mattei, ma con quello che ha costruito. Volonté impersona tutta l’Eni, non solo Mattei. Di Mattei il film non nasconde niente, i giornalisti gli pongono domande sulla sua mancanza di scrupoli e lui ne ride; e il Mattei di Volonté non è un uomo simpatico, ma piuttosto brusco e alle volte perfino arrogante.
I film di Rosi, e di Volonté, sono sempre dei punti di partenza e non di arrivo: alla fine di questo film, così come per “Salvatore Giuliano”, rimangono la curiosità e la voglia di saperne di più. A questo film, che parla molto anche di De Mauro, manca un nome: quello di Michele Sindona. Ma anche questa è una storia tutta ancora da raccontare, c’è stato qualcuno che ci ha provato (Michele Placido, con “Un eroe borghese”), ma io penso proprio che oggi la Mafia abbia stravinto. E quando dico oggi intendo proprio l’oggi in cui ho rivisto il film: 13 e 14 aprile 2008. Pochi giorni fa, un importante dirigente di partito ha detto che i mafiosi andrebbero fatti santi, e un italiano su due ha votato per quel partito senza fare una piega. Ed è solo la media nazionale: in Lombardia gli indifferenti alla mafia e alla corruzione sono ancora di più. In Lombardia, a Como a Varese a Bergamo e in Brianza, alla mafia non ci fa più caso nessuno, pensano che sia roba da catanesi con lo scacciapensieri e con la coppola in testa, roba del passato, che forse c’era ancora al tempo di Mattei; ma oggi, suvvia, oggi la mafia non esiste.
(anno 2008, da un blog precedente)

lunedì 7 maggio 2012

Lucky Luciano

Lucky Luciano ( 1973) Regia di Francesco Rosi. Scritto da Francesco Rosi, Tonino Guerra, Lino Jannuzzi. Consulente per la sceneggiatura: Charles Siragusa. Fotografia di Pasqualino De Santis. Musiche di Piero Piccioni. Interpreti: Gianmaria Volonté, Rod Steiger, Charles Siragusa (voce di Adolfo Celi), Vincent Gardenia, Silverio Blasi, Francesco Rosi, Jacques Monod, Pier Maria Pasinetti, Sergio Saviane, Carlo Mazzarella, Edmund O’Brien, Charles Cioffi, Larry Gates, Magda Konopka, Karin Petersen, Dino Curcio. Durata: 115 minuti.

Nel 1973 Francesco Rosi va a descrivere uno dei momenti meglio nascosti della nostra storia recente, la storia del gangster italo-americano Lucky Luciano, che dal 1945 al 1962 visse a Napoli. Il nome di Lucky Luciano è associato non soltanto a storie di mafia, ma anche alle trattative fra la CIA e la mafia, allo sbarco delle truppe USA in Sicilia e ai disegni eversivi conseguenti alla nascita della Repubblica Italiana. Di tutto questo si sa poco o pochissimo, anch’io confondo spesso Luciano con un altro dei tanti (troppi) gangster o mafiosi, e quindi sono grato a Rosi che mi ha aiutato quantomeno a focalizzare l’attenzione su questo personaggio. Va ricordato che Rosi è napoletano, e di conseguenza ha vissuto quegli anni in prima persona.
Il film ha per consulente un poliziotto americano del Narcotic Bureau (cioè che si occupa dello spaccio di droga), anche lui di origini italiane, che si chiama Charles Siragusa e che compare di persona nel film, come attore. La sceneggiatura è di Tonino Guerra, per una volta lontano dal suo mondo abituale, e del giornalista Lino Jannuzzi, che in quegli anni era in prima linea con inchieste serie e anche pericolose.
Da http://www.wikipedia.it/  prendo le prime righe della biografia di Luciano:
Charles Luciano, nato Salvatore Lucania, e soprannominato Lucky Luciano (Lercara Friddi, 24 novembre 1897 - Napoli, 26 gennaio 1962), è stato un criminale italiano, legato alla mafia italo-americana. Assunse negli Stati Uniti d'America il nome di Charles Luciano, e successivamente il soprannome "Lucky", "fortunato". È considerato il padre del moderno crimine organizzato e l'ideatore di una massiccia espansione nel dopoguerra del commercio di eroina. È stato il primo boss ufficiale della moderna famiglia Genovese. Il Time Magazine ha inserito Luciano tra i 20 uomini più influenti del XX secolo. (...)
La biografia di Luciano è ovviamente lunghissima, questo è solo l’inizio. Il film parte comunque proprio da qui, dagli inizi americani di Salvatore Lucanìa, non ancora Lucky Luciano.
Tra i film storici di Francesco Rosi, Lucky Luciano è forse il meno spettacolare; molto di questo è dovuto al personaggio stesso di Luciano (Salvatore Lucanìa, siciliano d’America) che per tutta la sua vita, dopo gli inizi necessariamente turbolenti, preferisce nascondersi, stare sotto traccia, non dare nell’occhio. In questa direzione va anche l’interpretazione di Volonté, magnifico ma sempre sottovoce, senza eccessi, perfetto e probabilmente molto simile all’originale, ma sicuramente antispettacolare.
“Sono qui per divertimento, non per fare affari”, ripete spesso Luciano nel film; non lo dice solo ai poliziotti, ma anche ai suoi amici e alle sue amanti. Lo vediamo infatti spesso ad Agnano, alla fiera del bestiame, o semplicemente a spasso per i vicoli di Napoli, dove visse dal primo dopoguerra fino alla morte, nel 1962. Va anche in visita a Pompei, da bravo turista: una delle scene più belle del film, da antologia. Ovviamente, la meta preferita a Pompei è quella al lupanare.
Tra gli attori del film c’è Charles Siragusa, doppiato da Adolfo Celi, che era un vero poliziotto del Narcotic Bureau e che qui interpreta se stesso; è anche consulente per la sceneggiatura. Rod Steiger interpreta Gene Giannini, personaggio ambiguo di cui non si fidano né Luciano (che lo farà ammazzare) né la polizia, di cui è confidente. Di Giannini è la battuta sulla “monnezza” di Napoli, sulla quale vorrebbe iniziare un racket “come a New York”: battuta di grande attualità anche oggi, purtroppo, e non solo a Napoli.
Luciano in America aveva fatto carriera facendo ammazzare tutti i suoi rivali; per questo fu condannato a 50 anni di galera ma poi scarcerato, graziato dopo nove anni per “importanti contributi” in tempo di guerra; in realtà, sembra, per consistenti mazzette a chi di dovere. Dopo essere stato graziato, venne spedito in Italia nel 1945, a guerra finita. Nel film si vede un frammento con Joe Valachi (quello vero) che depone davanti alla Commissione Mc Clellan; altri nomi che circolano sono quelli del presidente Roosevelt, di cui Luciano si dice molto amico, dei mafiosi Genco Russo e Vito Genovese, alleati della CIA al tempo dello sbarco in Sicilia e anche dopo, e molti altri ancora sui quali mi dovrei informare; da qui parte anche la storia di Michele Sindona, se non ricordo male. (per Michele Sindona, il film da vedere è "Un eroe borghese", regia di Michele Placido: la storia dell'avvocato Giorgio Ambrosoli).
Il vero Lucky Luciano muore (d’infarto?) all’aeroporto di Napoli, mentre sta per essere estradato in USA; Rosi riproduce questa scena nel film, e sul fermo immagine del cadavere mette due voci fuori campo, quelle dei poliziotti del Narcotic Bureau che abbiamo visto in azione.
I due fanno questo dialogo, che conclude il film:
Siragusa: Allora, che devo fare?
Capo Narcotic Bureau: Mah... tu continua a dare la caccia a Luciano, Dewey continuerà a dare la caccia a noi, Hoover continuerà a dare la caccia a Dewey, e alla fine, a furia di girare in tondo, ognuno di noi si troverà al posto dov’era prima, e tutto tornerà come sempre. (ride) Oh, Charlie, Charlie...
(finale di “Lucky Luciano” di Francesco Rosi)
Nel film, che è del 1973, recitano anche Vincent Gardenia, il regista Silverio Blasi, lo stesso Francesco Rosi, il biologo Jacques Monod, e molti giornalisti veri, che si calano alla perfezione nella parte dei giornalisti “d’epoca” che intervistarono Luciano. Molti di loro sono stati ormai dimenticati, ma negli anni ’70 erano nomi importanti del giornalismo italiano: Pier Maria Pasinetti, Sergio Saviane (ferocissimo critico tv sull’Espresso), Carlo Mazzarella (onnipresente in Rai per trent’anni) e altri ancora. Tornando agli attori, Edmund O’Brien è il capo del Narcotic Bureau, Charles Siragusa è doppiato da Adolfo Celi). Come si vede, è un cast necessariamente al maschile, con due eccezioni: Magda Konopka che è la Contessa, e Karin Petersen che interpreta la ballerina Lissoni, che fu per molti anni compagna di vita di Luciano, forse sua moglie ma in segreto, e che morì prematuramente per un tumore.

sabato 5 maggio 2012

Cadaveri eccellenti ( I )

Cadaveri eccellenti (1975) Regia di Francesco Rosi. Dal romanzo “Il contesto” di Leonardo Sciascia. Sceneggiatura di Tonino Guerra, Francesco Rosi, Lino Jannuzzi. Fotografia di Pasqualino De Santis. Musiche di Piero Piccioni, Astor Piazzolla. Interpreti: Lino Ventura, Tino Carraro, Renato Salvatori, Luigi Pistilli, Fernando Rey, Charles Vanel, Alain Cuny, Max von Sydow, Francesco Callari, Paolo Bonacelli, Marcel Bozzuffi, Paolo Graziosi, Maria Carta, Tina Aumont, Carlo Tamberlani, Enrico Ragusa, Silverio Blasi, Florestano Vancini, Anna Proclemer, Alfonso Gatto. Durata: 115 minuti

I “cadaveri eccellenti” di cui parla il titolo del film (il romanzo di Sciascia da cui è tratto si intitola “Il contesto”) sono quelli di importanti magistrati, che vengono uccisi a uno a uno nel corso del film. C’è un richiamo alla realtà di quegli anni, e purtroppo anche dei nostri tempi: i magistrati assassinati sono stati molti. Chi conosce Leonardo Sciascia sa però che nei suoi libri la realtà è quasi sempre un pretesto per parlare d’altro, di qualcosa di metafisico e ultraterreno; ed è quello che accade anche qui, sia pure in misura minore rispetto a “Todo modo”, che è sempre un romanzo di Sciascia ma che fu portato al cinema da un altro regista, Elio Petri, quasi nello stesso anno. Dato che anch’io tendo a fare confusione fra i due film, forse è il caso di mettere un punto fermo: “Cadaveri eccellenti” è del 1975 e ha la regia di Francesco Rosi, “Todo modo” è del 1976 e ha la regia di Elio Petri.
Fare confusione è facile, la storia è diversa ma molte sequenze potrebbero passare da un film all’altro; inoltre, sono di quegli anni altri soggetti simili: “Vogliamo i colonnelli” di Mario Monicelli (1973, con Ugo Tognazzi), Il generale dorme in piedi (1972, regia di F.Massaro, ancora con Tognazzi), alcuni episodi dai “Mostri” di Risi e Monicelli con Tognazzi e Gassman...Queste figurine di politici, generali, manager, preti, cardinali, sembrano improbabili ma sono invece quasi sempre vere, più vere del vero: circolavano allora e circolano ancora oggi, sia pure nei nuovi modelli “aggiornati”, diversi dai vecchi solo nell’abbigliamento e nei gadgets. Il momento più alto di questo tipo di soggetti è qualcosa di irripetibile, visto solo in teatro: il polacco Tadeusz Kantor, spettacoli come “La classe morta” e i suoi generali traballanti, ridotti a scheletri o a carcasse ma ancora intenti a impartire ordini e a fare terrore.
“Cadaveri eccellenti” è dunque un film non facile, che lascia un bel po’ perplessi, da sempre; per capire bene cosa succede bisognerebbe sicuramente leggersi Sciascia, “Il contesto”, ma anche tutto quello che riguarda i golpe mancati degli anni ’60 e ’70 (il golpe Borghese, gladio, le manifestazioni di piazza del 1960 contro il governo Tambroni, eccetera) e tutto quello che riguarda la strategia della tensione, comprese le bombe di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus (la bomba alla stazione di Bologna doveva ancora arrivare: cinque anni dopo l’uscita del film, nel 1980) senza dimenticarsi dell’omicidio del giudice Occorsio, che indagava sul terrorismo neofascista ed era arrivato molto vicino a chi proteggeva e finanziava i neofascisti.
Però di tutto questo nel film c’è solo un’ombra, a Sciascia interessava fare un discorso più ampio, che potesse prescindere dall’attualità.
A questo proposito, ragionando sulla complessità del film, si può portare qui il dialogo tra il giudice Riques (Max von Sydow) e il commissario Rogas (Lino Ventura), che sta indagando sugli omicidi. Anche il giudice Riques finirà assassinato, come tutti gli altri, in una sequenza successiva.
Riques: ...l’errore giudiziario non esiste. Lei è cattolico praticante?
Rogas: Praticante, no.
Riques: Certo, cattolico come tutti. E come tutti quanti penso che andrà ogni tanto a sentire la Messa. Ha mai considerato il problema del pane e del vino che diventano corpo e sangue di Cristo? Ogni volta, dico: ogni volta che il prete mangia quel pane e beve quel vino, il Mistero si compie. Mai, dico mai, succede che il Mistero non avvenga. Il prete può anche essere indegno nella sua vita o nei suoi pensieri, ma il solo fatto che sia stato investito dell’Ordine permette sempre ad ogni celebrazione della Messa che il Mistero si realizzi. Quando il giudice celebra la Legge, è esattamente come il prete che dice Messa. Il giudice può dubitare, interrogare, interrogare se stesso... ma nel momento in cui pronuncia la sentenza, non più. In quel momento la giustizia si è compiuta.
Rogas: Sempre? C’è stato un prete che mentre rompeva l’ostia si è trovato il sangue sulle vesti...
Riques: Perché dubitava. A me non è successo, mai. Nessuna sentenza ha mai sporcato di sangue le mie mani, nessuna condanna ha mai macchiato la mia toga.
Rogas: Certo è sempre una questione di fede.
Riques: Non ci siamo capiti, allora. Non sono cattolico, e naturalmente non sono neanche cristiano. Comunque, non ho mai avuto di queste debolezze, non ho mai creduto a Voltaire e al suo “Trattato sulla tolleranza”; lui ha cominciato con la storia dell’errore giudiziario! La virtù, la pietà, l’innocente caduto nelle mani dell’errore... Quale errore? Il giudice che “con una sentenza può uccidere impunemente”...bah! E’ Voltaire che per primo ha seminato dubbi sull’amministrazione della Giustizia! Ma quando una religione comincia a tenere conto dei dubbi della gente...allora vuol dire che è già morta. E’ così che siamo arrivati a Bertrand Russell, a Sartre, a Marcuse e a tutti i deliri di questi giovani d’oggi.
Rogas: Allora è tutta colpa di Voltaire?
Riques: Sì. Ma Voltaire aveva una scusante: ai suoi tempi non ci si rendeva conto fino in fondo del pericolo di quelle idee. Ma oggi, con l’avvento delle masse, il pericolo è diventato mortale. Se si continua così, la sola forma di giustizia sarà quella che i militari in guerra chiamano decimazione: uccidere per punizione un soldato ogni dieci. Niente, non esistono più individui oggi...non esiste più responsabilità individuale! Il suo mestiere, mio caro amico, è diventato ridicolo. Andava bene in tempo di pace, ma oggi siamo in guerra. Rapine, sequestri, uccisioni, sabotaggi: questa è guerra! E come in tempo di guerra, la risposta è: decimazione! Uno, due, tre, quattro, cinque: fuori! Uno, due, tre, quattro, cinque: Cress condannato!
Rogas: Cress va in giro con una calibro 22, e in canna c’è una pallottola per lei.
(dialogo da “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi, da Sciascia)
In questo dialogo c’è un accenno al famoso miracolo di Bolsena, avvenuto nel 1230, il sanguinamento dell’ostia consacrata davanti a un sacerdote che dubitava: i paramenti macchiati sono ancora oggi conservati e oggetto di venerazione. Ho fatto una breve ricerca e ho scoperto che i miracoli di questo tipo sono molti, quasi tutti avvenuti fra il 700 (a Lanciano) e la fine del 1300. Se si è interessati al tema, le parole da cercare sono consustanziazione o transustanziazione, a seconda che si stia con Lutero o con il papa; su wikipedia alla voce “miracolo eucaristico” c’è un elenco molto lungo dei luoghi e delle date in cui si sono verificati eventi simili.
Suggerisco però di fare attenzione non tanto al fatto che Sciascia parli di questo famoso miracolo, ma a come viene riportato: è dunque il dubitare che fa sanguinare l’ostia, non il fatto in sè ma il dubbio. Non è quindi la semplice descrizione del miracolo. Quanto al paragone della funzione del sacerdote con quella del giudice, confesso che è un argomento che non sono ancora riuscito bene a inquadrare, l’unica cosa che posso fare è un confronto con Kafka, non solo “Il processo” o “Il castello” ma soprattutto il racconto intitolato “Nella colonia penale”
Restando in ambito cinematografico, qualcosa di simile lo si ritrova nei film dei fratelli Coen, in particolare i personaggi affidati a John Goodman (nel film “Barton Fink”) e ad Antonio Banderas (“Non è un paese per vecchi”)
(continua)

Cadaveri eccellenti ( II )

Cadaveri eccellenti (1975) Regia di Francesco Rosi. Dal romanzo “Il contesto” di Leonardo Sciascia. Sceneggiatura di Tonino Guerra, Francesco Rosi, Lino Jannuzzi. Fotografia di Pasqualino De Santis. Musiche di Piero Piccioni, Astor Piazzolla. Interpreti: Lino Ventura, Tino Carraro, Renato Salvatori, Luigi Pistilli, Fernando Rey, Charles Vanel, Alain Cuny, Max von Sydow, Francesco Callari, Paolo Bonacelli, Marcel Bozzuffi, Paolo Graziosi, Maria Carta, Tina Aumont, Carlo Tamberlani, Enrico Ragusa, Silverio Blasi, Florestano Vancini, Anna Proclemer, Alfonso Gatto. Durata: 115 minuti

“Cadaveri eccellenti” comincia con le Catacombe dei Cappuccini a Palermo, e con le mummie, quasi come il Nosferatu di Herzog. Consultando una guida turistica di Palermo ho imparato che non si tratta di catacombe, ma del cimitero sotterraneo del Convento dei Cappuccini, annesso alla Chiesa di Santa Maria della Pace. Ad aggirarsi fra i cadaveri è l’attore francese Charles Vanel, nella parte dell’anziano giudice che sarà la prima vittima del misterioso complotto. Le indagini verranno affidate al commissario Rogas, interpretato da Lino Ventura, grande attore franco-italiano (nazionalità francese, origini familiari nei dintorni di Parma). Di più non mi sento di raccontare, il film ha la struttura del giallo “alla Agatha Christie” e in questi casi sarebbe un delitto anticipare i dettagli. Con i libri di Leonardo Sciascia capita spesso di trovare questa struttura da giallo “classico” come se si dovesse trovare il colpevole; esemplari dello stile dello scrittore siciliano, oltre a “Il contesto” da cui è tratto questo film, sono “Todo modo” e soprattutto “A ciascuno il suo”, entrambi portati al cinema non da Rosi ma da Elio Petri.
Bisognerebbe comunque fare un elenco dei luoghi dove è stato girato il film, non solo la cripta di Palermo che vediamo all’inizio, ma anche il museo del finale, i molti palazzi magnifici, eccetera. Su http://www.imdb.com/  sono indicati i luoghi dove è stato girato il film e li riporto così come li ho trovati: Agrigento, Palermo, Napoli, Roma Museo Napoleonico, Roma Palazzo Spada.
Magnifiche le riprese in tutti questi luoghi, spettacolare la fotografia del grande Pasqualino De Santis.
Il film è stato sceneggiato da Tonino Guerra e Lino Jannuzzi, con Rosi. Tonino Guerra non certo ha bisogno di presentazioni; Lino Jannuzzi negli anni ’70 era un giornalista di punta, molto serio, impegnato in molte inchieste importanti, che in seguito, in anni più vicini a noi, ha preferito farsi stipendiare da Berlusconi.
Gli interpreti: Lino Ventura è il commissario che indaga, Tino Carraro è il capo della polizia, Renato Salvatori è il tecnico addetto alle intercettazioni e registrazioni delle telefonate (amico di Ventura), Luigi Pistilli è un deputato del PCI (anche lui amico del commissario), Fernando Rey è ministro della sicurezza (un ministero con questo nome non è mai esistito, facile pensare al ministro degli interni). I giudici uccisi sono: Charles Vanel (all’inizio), Alain Cuny, Max von Sydow, Francesco Callari.
Nel cast anche altri attori importanti: Paolo Bonacelli, Marcel Bozzuffi, Paolo Graziosi, Maria Carta, Tina Aumont (testimone di uno degli omicidi, per strada), Carlo Tamberlani è un arcivescovo, Enrico Ragusa è il meraviglioso vecchio frate dell’inizio del film, poi ci sono i registi Silverio Blasi (capo squadra politica) e Florestano Vancini (dirigente PCI). La grande attrice di teatro Anna Proclemer interpreta una signora ad una festa, dove suo marito è interpretato dal poeta Alfonso Gatto.
Tino Carraro è stato un attore meraviglioso a teatro, dove ho avuto la fortuna di vederlo molte volte; al cinema è stato utilizzato poco e male, qui riesce a dare un’idea della sua grandezza, anche se il ruolo di cattivo gli si addice pochissimo. Lo svedese Max von Sydow è stato l’alter ego di Ingmar Bergman in molti dei suoi film (era il cavaliere del Settimo Sigillo) per poi trasferirsi ad Hollywood (L’esorcista) e iniziare una carriera più facile e più redditizia, mantenendosi comunque a livelli sempre eccellenti. Alain Cuny, francese, ha partecipato a molti film italiani importanti, dalla “Dolce vita” di Fellini (in un ruolo molto tragico) fino a tutti gli anni ’80. Paolo Bonacelli è un grande attore di teatro, così come Paolo Graziosi; Bonacelli lo si vede spesso in molti film anche comici, per esempio al fianco di Benigni. Maria Carta è una grande cantante folk sarda, qui impiegata come attrice con ottimi risultati; Carlo Tamberlani è il protagonista di “Ladri di biciclette”, Tina Aumont è un’attrice francese di bellezza particolare, che ha avuto parti di rilievo in molti film italiani, anche con Bertolucci (Partner) e con Fellini (Casanova), qui il suo ruolo non è dei migliori, peccato. Luigi Pistilli oltre ad essere stato un grande attore è anche un volto molto noto per i cultori del western italiano, lo spagnolo Fernando Rey ha lavorato molto con Buñuel ed è un volto notissimo, Marcel Bozzuffi è un ottimo attore francese con un’importante carriera internazionale (vedi Images di Robert Altman), Renato Salvatori non ha bisogno di presentazione, Charles Vanel è un attore francese di lunga carriera. Non so niente di Enrico Ragusa, interprete del vecchio frate che parla con fortissimo accento siciliano, e mi dispiace di non poter aggiungere altro perchè è una presenza che colpisce, penso che alla fine del film sia uno dei personaggi che più rimangono in memoria, un intervallo di buon umore in un film necessariamente cupo.
Un rimando d’obbligo, per questo film come per “Todo modo” è il dramma per il teatro di Ugo Betti che si intitola “Corruzione al palazzo di giustizia”, un tempo molto famoso e sicuramente conosciuto anche da Sciascia; ne esiste un’ottima versione tv con Tino Buazzelli e altri grandi attori di teatro. La somiglianza è evidente anche per i nomi dei personaggi, e non solo per il clima generale.
I collegamenti con l’attualità sono molti, per esempio l’attore e autore Bebo Storti dal gennaio 2012 sta portando in giro per l’Italia, anche nelle scuole, un monologo-inchiesta intitolato “Suicidi?”, che parla del 1993 e dintorni, le morti di Gabriele Cagliàri e di Raul Gardini, eccetera, fatte passare per suicidi o incidenti: cadaveri eccellenti, stavolta non magistrati ma comunque persone potenti e importanti, “a conoscenza dei fatti”.
In definitiva, “Cadaveri eccellenti” è un film che mostra pochissimo l’usura del tempo, ed è anzi nel suo complesso di un’attualità sconcertante. Mi ha colpito lo stile, e il sonoro: sembra di vedere Rosi e di sentirlo parlare. Peccato poi che l’ultimo Rosi non sia sempre stato all’altezza di se stesso.
«La verità non sempre è rivoluzionaria» è la frase che chiude il film, tristemente.

giovedì 3 maggio 2012

Todo modo

Todo modo (1976) Regia di Elio Petri. Tratto dal libro omonimo di Leonardo Sciascia. Sceneggiatura di Elio Petri, Berto Pelosso. Fotografia di Luigi Kuveiller. Musiche originali di Ennio Morricone. Scenografia di Dante Ferretti. Interpreti: Gian Maria Volonté (M.), Marcello Mastroianni (Don Gaetano), Mariangela Melato (Giacinta, moglie di M.), Ciccio Ingrassia (Voltrano), Franco Citti (autista di M.), Tino Scotti (il cuoco), Renato Salvatori (Dr. Scalambri, commissario di polizia), Michel Piccoli (Lui) Cesare Gelli (Arras, vice questore), Adriano Amidei Migliano (Capra-Porfiri), Giancarlo Badessi (Ventre), Nino Costa (prete giovane), Guerrino Crivello (speaker TV), Marcello Di Falco (Saccà), Giulio Donnini (Bastante), Aldo Farina (Restrero), Giuseppe Leone (Martellini), Renato Malavasi (Michelozzi), Riccardo Mangano (cardinale Beccarisi), Piero Mazzinghi (Caprarozza), Lino Murolo (Mozio), Piero Nuti (Schiavò), Loris Pereira Lopez (Lombo sr.), Mario Bartoli (primogenito Lombo), Luigi Uzzo (Aldo Lombo), Riccardo Satta (Lomazzo), Luigi Zerbinati (Caudo). Durata: 120 minuti

“Todo modo” non è latino, è spagnolo: è l’inizio del motto di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) il fondatore dell’ordine dei Gesuiti, la Compagnia di Gesù. “Todo modo par buscar la voluntad divina”, dice Loyola, arrivare alla volontà divina in ogni modo, con ogni mezzo.
Della regola di sant’Ignazio fanno parte gli Esercizi Spirituali, pubblicati in volume nel 1548, che sono alla base del libro di Leonardo Sciascia e del film che ne trasse Elio Petri; non sono però sicuro che siano davvero gli esercizi spirituali l’essenza del libro e del film, quanto piuttosto qualcosa di diverso e di più inquietante. La conoscenza degli esercizi spirituali è comunque fondamentale per la comprensione di quello che succede, e qui devo confessare di saperne poco o niente; ridotto ai minimi termini, è comunque un ritiro dove si prega, si digiuna, e si rimane in silenzio per molti giorni. Qualcosa del genere esiste un po’ in tutte le religioni, e anche nel cristianesimo non è soltanto Ignazio di Loyola ad aver scritto simili esercizi, ma per le differenze tra i vari modi di meditazione e di preghiera non posso far altro che rimandare a testi appositamente scritti. Per la comprensione del film, può bastare che si sappia di cosa si tratta, un ritiro spirituale dove non sono previsti collegamenti con il mondo esterno, a meno che non si tratti di un’emergenza; dato che i convenuti sono politici importanti, di un determinato partito (non viene detto esplicitamente, ma è evidente il riferimento alla DC) la questione assume grande rilevanza.
Lo spirito del racconto di Sciascia, e del film, può essere ben riassunto da questa frase: “Se gli esercizi spirituali sono fatti bene, succede sempre qualcosa. E’ un po’ come nelle sedute spiritiche”, come dice Mastroianni-Don Gaetano, ormai verso la fine del film, davanti all’ennesimo cadavere.
Perché di cadaveri si tratta, ci sono molte morti misteriose di personaggi potenti, quasi come in Agatha Christie, modello non dichiarato di molti libri del grande scrittore siciliano: un luogo chiuso da cui non si può uscire né comunicare con l’esterno, e in cui vengono assassinati ad uno ad uno i presenti. Il finale è molto più inquietante di quello dei libri di Agatha Christie, ma si tratta a tutti gli effetti di un noir magnifico, un film fantasy vicinissimo a Orwell con molti livelli di lettura, alcuni più superficiali (la satira politica) altri molto più profondi e inquietanti.
Molto importanti anche i riferimenti all’attualità e alla politica, in particolare consiglierei una ricerca su questa frase, che si ascolta chiaramente nel corso del film: “quanti furono gli operai uccisi a Modena?”. In “Todo modo” scorrono anche, come fiumi sotterranei, i temi dei tentati colpi di Stato e della strategia della tensione (siamo nel pieno degli anni ’70) e dei ricatti fra i politici, ognuno a conoscenza di segreti non confessabili riguardanti il loro vicino.
A queste mie difficoltà devo per forza di cose aggiungerne un’altra, ed è la mia frequente confusione con “Cadaveri eccellenti”, sempre da Sciascia (“Il contesto”) ma con la regia di Francesco Rosi, che è praticamente contemporaneo di “Todo modo”: il film di Petri uscì nel 1976, quello di Rosi nel 1975.
Insomma, come recensore e anche come spettatore sono ancora oggi un bel po’ sconcertato davanti a “Todo modo”, e non mi resta da dire che è un peccato non aver letto questo libro di Sciascia e non conoscere affatto Loyola, ma anch’io ho i miei limiti (molto grossi) e non riesco ad arrivare dappertutto.
Sarebbe un errore anche concentrare l’attenzione, come fa quasi tutta la critica, sulla somiglianza tra il personaggio di Volonté e un politico realmente esistente, Aldo Moro. Si tratta solo di un espediente di recitazione, di una maschera, un trucco spesso usato dagli attori per attirare l’attenzione dei media e possibilmente anche il pubblico pagante: rifarsi ad un personaggio noto è qualcosa che fa sempre parlare e richiama interesse, magari anche solo per cinque minuti.
Aldo Moro, che verrà rapito e ucciso dalle BR nel 1978, due anni dopo l’uscita di “Todo Modo”, era veramente un personaggio famoso e ben conosciuto, dato che era stato ripetutamente ministro o primo ministro in quasi tutti i governi dal 1960 in poi, e in queste vesti lo si vedeva spesso, per forza di cose, in ogni telegiornale. Era un uomo importante, e potente: ma nell’immaginario comune Aldo Moro era anche un uomo debole, dalla voce flebile, quasi inconsistente. La differenza col personaggio di Volonté emerge chiara dalla seconda metà del film: la forza fisica, l’istinto del capo, questo non è più Aldo Moro e la somiglianza è solo superficiale, da maschera. Non siamo più alla caricatura del personaggio famoso, siamo ben dentro ad un dramma che ha ben altre caratteristiche: non a caso, quello interpretato da Volonté sarà l’ultimo a morire, tra i personaggi del film.
Nel 2008, per un altro blog, ne avevo scritto brevemente così:
Un film del 1968, dove in un cimitero il protagonista trova la tomba di Aldo Moro: no, non è satira politica, è la parodia di “Il buono, il brutto e il cattivo” girato (con tempismo straordinario) da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Solo che Franco ha equivocato: come gli spiega Ciccio, è la tomba di Aldo Moore. ( “Due rringos nel Texas”, regia di Marino Girolami). Riporto questa curiosità, di per sè del tutto inutile, perché ricordo ancora quando l’anno scorso, in un “Ballarò” preelettorale, l’onorevole Rotondi (Nuova DC) se la prese proprio con “Todo Modo” di Elio Petri: è la sinistra che ha sempre istigato all’odio, diceva convinto (gridava). E c’è molta gente che la pensa ancora così, e porta magari come prova l’Aldo Moro interpretato da Gian Maria Volontè in questo film. Premesso che Volonté è straordinario, bisogna dire – chi c’era se lo ricorda – che Aldo Moro veniva spesso dipinto, anche da Alighiero Noschese, come assente, sonnolento, inerte: oggi lo sembrerebbe ancora di più, ma era il suo carattere e nascondeva le doti che conosciamo. E’ che in quegli anni i governi duravano pochissimo, magari sei-sette mesi: e quindi dire “Moro è morto”, oltre che un facile gioco di parole era di una banalità satirica assoluta, come prendere in giro Cossiga per l’accento sardo, eccetera. Ricordo anche un fumetto satirico di Tullio Pericoli ed Emanuele Pirella del 1976, sul mensile Linus, con un Moro che sembrava morto e invece era vivo, e tante altre variazioni sul tema anche in forma di barzelletta.
Tutto questo per dire come possono venire traviati e cambiati i significati dei film e dei libri, e anche degli articoli di giornale, dal passare del tempo. Passano gli anni, e il significato vero del film svanisce. E’ quello che succede anche con “Todo Modo”, ancora Sciascia e ancora Elio Petri, in un sodalizio formidabile. Sciascia prende il pretesto di un ritiro per gli esercizi spirituali (cristianissimi, in teoria) dei nostri leader, politici ed economici, per metterne in risalto la crudeltà e l’ipocrisia, cioè l’esatto opposto di quello che vorrebbero sembrare (e sottolineo “sembrare”, perché di seguire gli insegnamenti del Vangelo non gli interessa un fico secco). Su questo tema di Sciascia, Elio Petri costruisce un vero esercizio di stile, coadiuvato come sempre da attori straordinari e ben scelti in base al loro ruolo.
Ne esce un film claustrofobico, cupo, sgradevole: e grandissimo. Non è un film che si vede volentieri, forse perché c’è un eccesso di verità (di pessimismo?) nella realizzazione scenica. Anche l’Aldo Moro di Volontè non è il vero Aldo Moro, è peggio: è un personaggio crudele e spietato, figlio più dei giudici di “Corruzione al Palazzo di Giustizia” di Ugo Betti che non del vero politico democristiano.
Devo dire che molte cose di “Todo Modo” mi sfuggono. Non ho mai fatto esercizi spirituali, non sono mai stato un cattolico davvero osservante (cristiano sì, ci tenevo e ci ho provato: si fa una fatica tremenda, e alla fine si passa quasi sempre per cretini), e non so niente di questo mondo di ricconi che si prendono una vacanza col pretesto del ritiro spirituale. Non è il mio mondo, ma era il mondo di Sciascia e il mondo di chi ci governa: un mondo cattolico, purtroppo, dove l’ipocrisia è sempre lì e il povero Cristo serve solo per portare voti – che del resto arrivano puntuali, perché l’ipocrisia (è una triste morale) paga sempre, e agli elettori piace.
(da un blog precedente, anno 2008)
Gli attori sono molti, molti di loro hanno nomi ben conosciuti, tutti sono molto convinti e tutti vengono impiegati al loro meglio: Elio Petri, come Ferreri e come pochissimi altri registi, riusciva sempre ad ottenere il meglio da ogni attore. Tutta l’azione del film passa attraverso Marcello Mastroianni, che interpreta don Gaetano, il prete che organizza il ritiro spirituale. Gian Maria Volonté è il politico importante e molto devoto, senza nome (in locandina è indicato come M.), Mariangela Melato è la moglie di Volonté (si chiama Giacinta), un ruolo molto importante. Fondamentali sono anche Ciccio Ingrassia (Voltrano), Franco Citti (autista di M.), Tino Scotti (il cuoco), Renato Salvatori (Dr. Scalambri, commissario di polizia) e Michel Piccoli (“Lui”); gli altri attori, tutti importanti ai fini della vicenda, sono attori di teatro e di cinema molto attivi in quegli anni, quasi sempre in piccole parti. Tra di loro c’è anche un sosia di Cesare Previti, quasi perfetto: come Fellini, anche Elio Petri sembra in molti suoi momenti sfiorare la preveggenza, e il suo film finisce col sembrare più attuale e più leggibile oggi rispetto a quando uscì, quarant’anni fa.
Meritano molto più di una citazione anche le scenografie di Dante Ferretti, che finiscono per diventare parte essenziale della narrazione.
Come in tutti i gialli che si rispettino, non è una bella cosa anticipare i particolari della trama; posso però anticipare che è fondamentale il ruolo di Franco Citti, il vero protagonista è lui – senza dire mai una parola –, e che è in corso un’epidemia misteriosa, quasi come in “La peste” di Albert Camus (altro libro fondamentale per capire Sciascia).
Ed infine, un mio ricordo sbagliato: “Todo modo” non è l’ultimo film di Petri, verranno ancora “Le mani sporche”, per la tv, e “Le buone notizie”, nel 1979. Elio Petri era nato nel 1929, morirà nel 1982.

martedì 1 maggio 2012

Le mani sulla città ( I )

Le mani sulla città (1963) Regia di Francesco Rosi. Sceneggiatura di Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Enzo Forcella, Enzo Provenzale. Fotografia: Gianni Di Venanzo. Musica: Piero Piccioni. Con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Marcello Cannavale, Carlo Fermariello, Angelo D'Alessandro, Dany Paris (105 minuti)

Nell’ondata di antipolitica che in questo momento sta invadendo l’Italia (e forse anche tutta l’Europa) la visione di “Le mani nella città”, questo film ormai antico, un film di cinquant’anni fa, dovrebbe essere obbligatoria. Non è un film facile, non lo era nemmeno quando l’ho visto io per la prima volta, per arrivare fino in fondo servono pazienza e costanza, e questo è forse un limite di tutto il cinema di Francesco Rosi: richiede attenzione, vuole lo spettatore partecipe. Siamo sicuri che richiedere attenzione sia un limite, o un difetto?
“Le mani sulla città” dimostra benissimo una cosa che dovremmo tutti tenere bene a mente: che dietro a tutti i provvedimenti, le modifiche, le riforme, dietro a tutti gli atti amministrativi, ci sono sempre delle firme. Tutti gli atti sono firmati, tutte le leggi sono firmate, tutti i bilanci e i rendiconti sono firmati. Se le leggi sono malfatte, se i bilanci sono fallimentari, se i rendiconti mancano o sono carenti, dietro c’è sempre la firma di qualcuno: di una persona, o di alcune persone, e non di un partito politico. Un partito politico è, o dovrebbe essere, l’espressione di un’idea, di un sistema, di una teoria economica o sociale; un’idea o una teoria, in quanto tale, può andare avanti indipendentemente dalle persone. Altrimenti, ed è solo uno degli esempi possibili (gli altri li lascio fare a chi mi legge) che fine avrebbe fatto il Vangelo, il libro più bello e più grande che possiamo prendere come esempio? In mano a preti maneggioni e a papi impresentabili (in duemila anni ce ne sono stati tanti), il Vangelo dovrebbe essere ridotto a niente, e invece è ancora letto e conosciuto. Una cosa sono i princìpi, un’altra cosa sono le persone che ne approfittano.
“Le mani sulla città”, che parla dell’amministrazione di Napoli del sindaco Lauro negli anni ’50, è ancora oggi un film attuale perché i problemi di Napoli nascono da lì, da quegli anni. La spaventosa speculazione edilizia, promossa da Lauro e continuata dai suoi successori, è irreversibile. Come si può cambiare, tornare alla bellezza di Napoli o di Palermo così come erano prima del 1950? Nemmeno con la dinamite, nemmeno con i bombardamenti. Lo sfregio del cemento è lì, indietro non si tornerà mai più. Di questo sfregio conosciamo i responsabili, abbiamo le loro firme sulle concessioni edilizie e sui piani regolatori, ma finchè ce la prenderemo “con i partiti” non andremo da nessuna parte.
Negli anni recenti è successo questo: che una gestione fallimentare dello Stato ci ha portato sull’orlo della bancarotta. Invece di prendercela con i diretti responsabili, si dice: “colpa dei partiti, colpa della casta”. Ma nessuno fa i nomi precisi, si dice “sono tutti uguali”, e così facendo non si andrà da nessuna parte. I bilanci dello Stato, per esempio, parlano chiarissimo: mettendo in un grafico, ascisse e ordinate, il bilancio statale e le date, anno per anno, si vedrà che il deficit non esisteva fino al 1973, anno della prima crisi petrolifera; che il deficit ingrandisce e assume proporzioni spaventose negli anni ’80, primi ministri Craxi e De Mita; che c’è un leggero miglioramento negli anni ’90; e che il debito pubblico ricomincia a crescere dal 2001 in poi. Gli elettori non si possono tirare fuori dando la colpa “alla casta”: quella casta qualcuno l’ha pur votata, e i voti in quella direzione sono stati tanti, e per molte legislature. Se incontrate qualcuno che si lamenta, chiedetegli per chi ha votato in tutti questi anni: non tutti hanno diritto di lamentarsi.
Dice Francesco Rosi, scandendo bene le parole: «Quando si parla di “Mani sulla città” se ne parla per la speculazione edilizia. Ma è riduttivo. Come quando definiscono il mio "cinema politico". Riduttivo. Quel film, stia bene attento, è la storia di come viene cambiata a un terreno la destinazione assegnata dal piano regolatore. E’ la storia di come un imprenditore delle costruzioni, realizzando un illimitato conflitto di interessi, riesce a diventare assessore all'urbanistica da consigliere comunale che era, per potersi servire di quel potere a vantaggio delle proprie imprese. Da qui parte il riconoscimento di qualcosa che era valido ieri, 1963, come è valido oggi. Rendere legale attraverso il potere politico corrotto ciò che è illegale. Non so se mi sono spiegato». (Francesco Rosi, intervista di Paolo D'Agostini, La Repubblica 18 febbraio 2007 )
Se qualcuno si chiede come mai a me non piacciono i film dell’orrore (qualcuno sì, ma non tutti), la risposta può essere nelle prime sequenze di “Le mani sulla città”, l’inizio e i titoli di testa. Qui siamo all’orrore più completo, la speculazione edilizia è mostrata nel suo orrore più pieno e colossale, peggio di così è difficile immaginare. E’ Napoli, all’inizio degli anni ‘60: le immagini riprese dall’elicottero, in panoramica, valgono da sole più di qualsiasi discorso. Il disastro era già compiuto, mancavano solo le Vele di Scampia a completare l’opera. Ma Napoli vale qualsiasi altra città d’Italia, il disastro della cementificazione ha colpito le coste della Liguria come la Valle dei Templi e la pianura padana, e ormai è tardi per rimediare, ammesso che qualcuno ne abbia davvero voglia. Ed è un momento tragico, di tragica verità, quando nel film di Rosi si vede il consigliere comunale dell’opposizione che incontra i disgraziati che stanno per essere sfrattati: « Li avete votati voi », dice. Ed è andata proprio così. “Loro” comandano perché sono stati votati.
E l’ultima riflessione che mi sento di fare è la più amara: con le leggi che abbiamo oggi, per il “cattivo” del film sarebbe tutto più facile. Non avrebbe bisogno di brigare tanto, potrebbe fare una lista civica col suo nome e farsi eleggere sindaco direttamente dai cittadini; e magari non solo sindaco, come abbiamo visto. PS: L’inverno scorso, pochi mesi fa, Napoli era descritta come l’inferno in terra e si discuteva se era il caso di mandarvi l’Esercito perché la situazione era drammaticissima, fuori controllo. Adesso non solo non se ne parla più, ma abbiamo anche scoperto che, proprio a Napoli, per tre anni ci sono stati magistrati e carabinieri che hanno passato le loro giornate ascoltando, registrando e catalogando le conversazioni telefoniche degli arbitri di calcio. Sono contento per loro, e per le loro famiglie che hanno avuto i loro cari meno esposti al pericolo in quel periodo: ma questa mi pare l’ennesima barzelletta all’italiana (chiedo scusa per la banalità, ma non saprei cos’altro dire – spero che almeno ci sia la camorra o il riciclaggio di soldi sporchi, dietro alle partite truccate, altrimenti sarebbe proprio il caso di mettersi a piangere...).
(da un blog precedente, anno 2007)

(continua)

Le mani sulla città ( II )

Le mani sulla città (1963) Regia di Francesco Rosi. Sceneggiatura di Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Enzo Forcella, Enzo Provenzale. Fotografia: Gianni Di Venanzo. Musica: Piero Piccioni. Con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Marcello Cannavale, Carlo Fermariello, Angelo D'Alessandro, Dany Paris (105 minuti)

In “Le mani sulla città” la città è Napoli, ben identificata e facilmente riconoscibile; ma i nomi dei personaggi sono tutti di fantasia, e i partiti sono indicati in modo generico come destra, centro, opposizione. I motivi sono chiari: eventuali querele avrebbero impedito al film di uscire nei cinema. E’ comunque tutto ben riconoscibile, a Napoli in quegli anni governava la DC e dal 1951 al 1958 il sindaco fu Achille Lauro, uomo ricchissimo, leader di un partito monarchico e vicino al MSI, cioè ai neofascisti. Napoli era forse l’unico posto dove gli ex fascisti governavano ancora, ed è importante farlo notare perché al MSI non fu mai vietato di presentarsi a nessuna elezione fin dal 1948 (l’amnistia verso i fascisti porta la firma di Palmiro Togliatti, capo politico del PCI e ministro della Giustizia nei primi governi del dopoguerra).
Nel film di Rosi non c’è nessun politico che somigli apertamente a Lauro, ma è ben chiaro di chi si sta parlando, e lo era ancora di più nel 1962. Il “cattivo” del film, già presente in consiglio comunale, è uno speculatore edilizio probabilmente vicino alla camorra, che si chiama Nòttola ed è interpretato da un grande attore americano, Rod Steiger: già famoso a Hollywood, molti lo ricorderanno nella parte del messicano protagonista di “Giù la testa” di Sergio Leone (Per inciso, “nòttola” è anche il nome di un pipistrello).
Nella parte iniziale del film, Nottola lascia la destra e si candida con il centro. Il primario dottor Balsamo (attore Angelo D’Alessandro) va dal suo capo politico, il professor De Angelis (Salvo Randone) per dirgli che vuol dare le dimissioni, lui con uno così non ci vuole stare. De Angelis, futuro sindaco, lo riceve nella sua splendida villa piena di capolavori d’arte, e gli fa un bel discorso.
De Angelis: La questione non si pone in termini morali. La esamini dal punto di vista politico, perché bene o male Nottola e i suoi compagni sono ancora una forza, ed è indispensabile per noi portarli dalla nostra parte.
Balsamo: Indispensabili a chi?
De Angelis: Ma per non farci perdere la maggioranza, no?
Balsamo: Va bene, prenderemo la maggioranza. Ma in questo caso ci ritroveremo tutti nello stesso calderone e non potremo più alzare un dito contro nessuno. Nottola non cambia, lo sanno tutti chi è; e proprio noi ce lo dobbiamo dimenticare? Come possiamo pretendere di guidare l’opinione pubblica, se apriamo le braccia a gente come quella?
De Angelis: Caro Balsamo, l’opinione pubblica la facciamo noi. Un grande partito come il nostro i Nottola li può digerire quando vuole. Ma pensi piuttosto alla responsabilità che si assume un uomo politico di fronte a questo dilemma: lei può cambiare la situazione da così a così, e non lo fa per una questione di incompatibilità morale. E il bello è che lei facendo così non distrugge i Nottola, fa solo finta che non esistano.
Balsamo: Lei parla come se il potere fosse tutto. (...)
De Angelis: Caro Balsamo, in politica l’indignazione morale non serve a niente. L’unico grave peccato sa quale è? E’ quello di essere sconfitti.
(dialoghi da “Le mani sulla città”, scritti da Raffaele La Capria e Francesco Rosi)
Balsamo accetterà via via tutti i compromessi, anche se all’inizio era un duro oppositore della speculazione edilizia ed era d’accordo con la sinistra; alla fine del film, la costruzione di una grande chiesa (o di un ospedale) metterà tutti d’accordo.
Gli autori del film, Rosi con La Capria e Forcella, presentano nel consiglio comunale una destra (MSI di Lauro?) un centro (la DC; forse Balsamo è un PLI o PRI) e una sinistra molto agguerrita (PCI). Però, dopo aver visto il comportamento di Balsamo, viene da pensare ad una profezia o previsione avverata, se si guarda agli anni tra il 1992 e il 2012 le differenze col film sono più che altro negli abiti, nelle automobili, negli arredi, e negli oggetti.
Non saprei dire se Rosi crede davvero nel ruolo positivo dell’opposizione: penso di sì, trattandosi del 1962 il PCI non aveva mai governato a Napoli, era tagliato fuori da ogni decisione e non aveva il minimo potere decisionale. In ogni caso, l’atmosfera del film è così pesante e senza speranza che diventa quasi obbligatorio cercare dei personaggi positivi, almeno uno deve pur esserci. Rosi non fa comunque concessioni, l’attore che interpreta il capogruppo dell’opposizione non è né bello né famoso, non ha niente a che vedere con il carisma e la presenza scenica di due attori come Salvo Randone e Rod Steiger, e si limita a constatare quello che succede, una cosa che possiamo fare anche noi e che anzi Rosi sembra invitarci a fare. Guardate la realtà, uscite di casa, andate a piedi o con i mezzi pubblici, non tappatevi le orecchie e tenete gli occhi ben aperti sul mondo, mettete in discussione quello che vi viene detto e abituatevi a pensare con la vostra testa: è questo il vero messaggio del film.
Il consigliere comunale della sinistra si chiama De Vita (attore Carlo Fermariello). A lui tocca il discorso finale, nel dibattito nella salla del Comune:
De Vita: ...invece qui le cose stanno cambiando. E sempre, in una società, quando le cose stanno cambiando, c’è qualcuno che cerca di arraffare tutto quello che è possibile, senza preoccuparsi dei bisogni e delle speranze della povera gente, che non è solo quella che vive nelle catapecchie...
De Vita continua, e Rosi-La Capria gli affidano un bel po’ di speranza. Ma il finale la nega, e dopo i titoli di coda appare questa didascalia: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.»
Con le leggi attuali, per Edoardo Nottola sarebbe tutto molto più facile. Si farebbe la sua lista civica e gli elettori lo farebbero sindaco; oppure fonderebbe un suo partito, lo chiamerebbe Lega Cosa o Forza Cosa, e non avrebbe bisogno di appoggiarsi a nessuno (tristissima conclusione mia, ma anche di Rosi: vedi l’intervista a Repubblica del 2007, dalla quale ho riportato un estratto).
“Le mani sulla città” è scritto da Francesco Rosi con altri tre autori importanti, che non sono sceneggiatori di cinema: Raffaele La Capria è un ottimo scrittore (molto bello “Ferito a morte”), Enzo Forcella un giornalista della Rai, autore di bei programmi e di inchieste molto ben fatte, e un altro giornalista, Enzo Provenzale.
Il film somiglia un po’ a “Corruzione al Palazzo di Giustizia” di Ugo Betti, un testo teatrale molto importante che andrebbe riletto con attenzione, ma è meno claustrofobico e ha un taglio molto più documentario.
Visto oggi, “Le mani sulla città” fa più impressione dei film di Dracula: “Siete voi che li avete votati!”, grida De Vita agli sfrattati, ed è una terribile verità. Siamo noi che li votiamo, i Bossi e i Formigoni, i Prosperini e gli Abelli...
«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati»
(Antonio Gramsci, citato da Joseph Losey per il “Don Giovanni” di Mozart)
Bossi come Lauro
Achille Lauro è stato sindaco di Napoli, tra gli anni ’50 e gli anni ’60. Godeva di enormi consensi, e fece costruire ovunque: un’enorme colata di cemento. Gran parte dei problemi di Napoli nascono da quel periodo, da Achille Lauro sindaco; quelli che vennero dopo di lui trovarono la strada spianata dall’enorme consenso da lui goduto, ne continuarono l’opera, e i risultati si vedono oggi. Lauro era una figura mitica, missino e monarchico, ricchissimo armatore, è rimasto nella leggenda il suo metodo per accertarsi che i napoletani più poveri lo votassero: prima del voto gli regalava la scarpa sinistra, a conteggio effettuato gli regalava anche la scarpa destra. Oggi si usano metodi più sofisticati, e per fortuna nessuno di noi è così povero da dover elemosinare un paio di scarpe (speriamo che duri); però più mi guardo in giro e più trovo che questa mia povera Lombardia ha finito per fare la fine della Napoli degli anni ’50. Il governo lombardo-romano, cioè Umberto Bossi con Silvio Berlusconi (ebbene sì, a Roma ci sono solo lombardi al governo: non ve n’eravate accorti?) a furia di condoni edilizi e di leggi sull’aumento delle cubature ha fatto oggi, in meno di dieci anni, quello che fece Achille Lauro ai suoi tempi: arricchirsi personalmente e rendere un inferno quotidiano la vita degli abitanti di questi sfortunati luoghi. Il tutto fra il plauso generale, e con grande consenso elettorale: proprio come Lauro. Vi sembra un’esagerazione? Provate a prendere una strada qualsiasi, in un’ora di punta, in Lombardia: fino a dieci anni fa, questi ingorghi capitavano solo in circostanze eccezionali, oggi invece è diventato strano non trovarli. Tutto questo, gli ingorghi del traffico ma anche l’inquinamento, la violenza, i problemi con la spazzatura e le discariche, ha una causa precisa: il sovraffollamento. Se si costruisce ovunque, e se dove c’erano seimila persone si costruisce ovunque fino ad arrivare a dodicimila, traffico e spazzatura eccetera diventano la normalità. Nel mio comune di residenza, fino a dieci anni fa gli abitanti erano meno di settemila, ed era così da sempre; oggi siamo arrivati sopra i diecimila, e non è che il territorio comunale si sia esteso, non abbiamo fatto guerre di annessione e di conquista, è che adesso viviamo stipati, tre automobili per famiglia, superstrade nuove, autostrade allargate, parcheggi tutti a pagamento, eccetera eccetera. Tutto questo, con annessi e connessi, non è certo cosa nuova e inaspettata: il primo a parlarne fu Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia e premio Nobel per la Medicina, in un libro che fu famosissimo, che è sempre stato ristampato, e che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo: “L’anello di Re Salomone”. Si tratta del capitolo intitolato “Armi e morale”, del quale riporto una pagina (ma ricordo che Lorenz è uno scrittore piacevolissimo, il consiglio è di andarselo a leggere per intero). Il vero soggetto di questo capitolo non è una dolce storia di animaletti in stile documentario per bambini, e non è nemmeno l’aggressività in se stessa: è il sovraffollamento. La mancanza di spazio e la mancanza di cibo sono le principali cause di violenza, e in queste cose noi non siamo diversi dagli animali: eppure si continua a costruire, lo spazio fra le persone è sempre più ristretto ma si progettano grattacieli, si costruiscono “new towns”, e poi ci si meraviglia della violenza. Infinita è la stupidità umana.
«Ancora molto più innocuo che un duello fra due lepri sembrerebbe a prima vista un duello fra due tortore comuni o fra due tortore dal collare: quei dolci colpetti dei piccoli becchi, quel lieve schiaffetto delle tenere alucce fanno un'impressione addirittura commovente, e nessuno mai penserebbe che possano far male per davvero. Una volta, per certi miei motivi, mi proposi di ottenere un incrocio fra la tortora dal collare africana e la tortora comune che è un poco più fragile; presi quindi una tortora maschio cha avevo allevato in casa fin da giovane e la misi in un'ampia gabbia con una tortora dal collare femmina. All'inizio non presi molto sul serio le piccole baruffe che scoppiavano tra i due futuri sposi: come avrebbero potuto farsi male l'un l'altro, questi prototipi dell'amore e della mitezza? Me ne andai quindi a Vienna tutto tranquillo, ma rincasando il giorno dopo mi trovai di fronte a uno spettacolo orrendo. La tortora nostrana giaceva a terra in un angolo della gabbia, e aveva la nuca, il collo e tutto il dorso fino alla radice della coda non solo completamente spennati, ma anche talmente martoriati che formavano un'unica sanguinolenta ferita. Ritta nel mezzo di questa piaga, come un'aquila china sulla preda, stava l'altra colombella della pace, che con l'espressione trasognata che la fa apparire tanto simpatica all'osservatore con tendenze antropomorfiche, continuava senza posa a frugare col becco nelle ferite del suo povero, soggiacente compagno. Se questo con le sue ultime forze tentava di risollevarsi e di reagire, essa subito lo aggrediva di nuovo, sbattendolo al suolo con le tenere alucce, e proseguiva poi implacabile nel suo lento e micidiale lavorio, pur essendone già così stanca da non riuscire a tener aperti gli occhi. Eccettuati alcuni pesci, che nella lotta giungono addirittura a scorticarsi, non ho mai visto sul corpo di un vertebrato piaghe così orribili provocate da un membro della sua stessa specie. (...)» (Konrad Lorenz, da “L’anello di Re Salomone”, pag.134 ed. Oscar Mondadori 1977)
Lorenz prosegue mostrando il comportamento di altri animali ritenuti feroci, ma in natura, all’aperto: quando c’è spazio, quando c’è possibilità di andare altrove, di prendere su e andare da un’altra parte, nemmeno i lupi più feroci fanno del male al loro prossimo. Lo spazio, la possibilità di muoversi, di andare altrove: tutto questo è stato dimenticato, si è pensato solo al modo di far soldi per se stessi. Come le bestie, verrebbe da dire...
(Giuliano, cioè io, dal blog deladelmur, anno 2011)