domenica 7 agosto 2011

Robert Altman

 
Robert Altman è un regista che ammiro moltissimo, soprattutto per i suoi film più difficili: che sono quelli di cui ho scritto qui, quelli che conservo e che continuo a rivedere anche dopo decenni, trovandovi sempre nuovi significati. Questi film, quelli che sono già da tempo nell’archivio del blog, sono: Anche gli uccelli uccidono (1970) Images (1972) Buffalo Bill e gli indiani (1976) Tre donne (1977) Quintet (1979) Follia d’amore (1985) , “McCabe Mrs.Miller” (titolo italiano “I compari”, 1971), arriverà.

 
Un altro problema mi sorge con “MASH”: che fa dell’umorismo, quasi sempre molto greve, da barzelletta, sui chirurghi e sulle infermiere; e lo fa in un ambiente spaventoso, in tempo di guerra e con feriti gravi da soccorrere. E’ più forte di me, continuo a ritenere che ci siano dei limiti nel ridere e nel romanzare ciò che riguarda le malattie e i rapporti personali negli ospedali; e la cronaca quotidiana non mi aiuta a prendere alla leggera questi soggetti, né tantomeno la mia esperienza personale. Il pensare che chirurghi e infermiere giochino e si tocchino e facciano scherzi pesanti a se stessi e ai malati (magari sotto anestesia) mi preoccupa molto, e purtroppo cose come queste accadono anche nella realtà. No, “MASH” non fa per me, appena ho capito di cosa si trattava ho sempre evitato con cura di rivederlo. Sono comunque contento che Altman ci abbia ricavato dei bei soldi, e che grazie a “MASH” abbia potuto fare i film che voleva veramente fare, questo sì.

 
I film di Altman che ho visto:
Anche gli uccelli uccidono (1970 Bud Cort, S.Kellerman, S.Duvall) ***
M.A.S.H. (1970 D.Sutherland, E.Gould, R.Duvall) **
I compari (McCabe & Mrs. Miller, 1971 - W.Beatty, J.Christie) ***
Images (1972 Susannah York, M.Bozzuffi) ****
Il lungo addio (1973 E.Gould, Nina van Pallandt, St.Hayden) ***
Gang (Thieves like us, 1973, K.Carradine, S.Duvall) ***
California poker (1974 E.Gould, G.Segal) **
Nashville (1975) ****
Buffalo Bill e gli indiani (1976 P.Newman, B.Lancaster) ****
Tre donne (1977 S.Spacek, S.Duvall, J.Rule) ****
Un matrimonio (1978 L.Gish, V. Gassman, G.Chaplin) ***
Una coppia perfetta (1979 P.Dooley, M.Heflin) ***
Quintet (1979 P.Newman, Bibi Andersson, V.Gassman) *****
Popeye (1981 Robin Williams, S.Duvall) **
Jimmy Dean Jimmy Dean (1982 Karen Black, S.Dennis) **
Streamers (1983 M.Modine, M.Wright) ***
Follia d’amore (1985 K.Basinger, HD Stanton, S.Shepard) ****
La stanza (1987 D.Pleasance, Linda Hunt) **
Il calapranzi (1989 Tom Conti, John Travolta; da Harold Pinter) **
The player (1992, Tim Robbins, C.Stevenson, G.Scacchi) ***
America oggi (1983 Tim Robbins, J.Lemmon, A.McDowell) ****
Gosford Park (2001) Alan Bates, Helen Mirren ****
Altri li ho visti a spezzoni, come Pret à porter (poco interessante) e Il dottor T e le donne (idem), eccetera. Rivedrei volentieri “Popeye”, magari in lingua originale; “Jimmy Dean” è forse il più improbabile (è dura far credere che Karen Black sia un maschio...), di molti altri film non ricordo quasi niente, ed è ben strano perché alcuni mi erano piaciuti parecchio, a quel che leggo.

 
America oggi (Short cuts)
Di “America oggi” non ricordo niente di niente, non ero nemmeno sicuro di averlo visto e tendo a confonderlo con altri film di Altman: così mi sono molto stupito quando ho ritrovato questo mio appunto del 1995, che riporto così come è. “America oggi”, cioè “Short cuts”, da Raymond Carver, è un capolavoro. Pochi sanno cogliere così nel segno situazioni e personaggi, come fa Altman. C’è posto per tutte le emozioni, dal comico al tragico, dal cinico allo “stabat mater”, dallo squallore alla fraternità; e se alla fine prevale il ricordo del dolore, e dello squallore, e del cinismo, il motivo c’è: purtroppo, basta guardarsi in giro, leggere il giornale, guardarsi dentro. L’episodio che più mi rimarrà nella memoria è quello con Andie McDowell, Bruce Davison e Jack Lemmon, e Lyle Lovett pasticciere. Quello più buffo, il venditore di battitappeti che imperterrito pulisce la moquette nella casa dove il marito si è appena “vendicato” dei tradimenti della ex moglie; ma anche Tom Waits non è male. La più bella, con la McDowell, è la moglie di Tim Robbins, modella per un quadro; il quale Tim Robbins è un ottimo gaglioffone, un personaggio che se il film fosse stato di De Sica sarebbe toccato a Sordi. Notevoli Annie Ross e Lori Singer, violoncellista e basket player. Pesante come un macigno l’episodio del truccatore e del manutentore della piscina. Un capolavoro di regia, costruzione e montaggio, ma anche di recitazione e di sensibilità. Altman è qui ritornato ai suoi grandi momenti. (novembre 1995)

Un matrimonio
“Un matrimonio” ha molto in comune con “Buffalo Bill e gli indiani”; la migliore è Lillian Gish, e direi, però, che tutto è un po’ troppo eccessivo. Anche per l’ironia e per le caricature c’è un limite naturale oltre il quale non è giusto andare, perché poi il film mostra crepe (mica per altro). E’ il difetto anche di “MASH”, film sopravvalutato, con attori neanche tanto simpatici, direi datato, che oggi appare come una commedia hollywoodiana piuttosto atipica e poco graffiante; cioè, poco Altman? Nel giudizio su MASH conta anche, purtroppo, la serie di telefilm che ha allungato fin troppo un soggetto già discutibile in partenza. (settembre 1989)



Streamers
E' un bellissimo esempio di teatro in cinema, e se qualcosa non va è soltanto a causa della sgradevolezza dell'argomento e delle situazioni: ma ciò è naturale e previsto. Ne esce quindi un film toccante e urtante, d’ambiente militare, che non lascia indifferenti. Anche Streamers, come Quintet, è un film poco attraente; ma, a differenza di Quintet, è più comprensibile e lineare (ma, dire, il fatto che non sia un film fantastico ma realistico lo rende ancora più amaro, e più sgradevole). Altman è davvero un artista, e anche se non ci invita ad una festa è il benvenuto. (13.10.1989)

The player
“The player” di Altman è molto bello, purtroppo però è un film da tv, anche se c’è qualcosa di notevole dal punto di vista tecnico. Insomma, non è che si veda tanto che è un film di Altman, e poi quel giardino con gli attori famosi è stucchevole e un po’ scemo (“Oh, ma lei è Scorsese!” , “Ma guarda, Malcom McDowell! Che ci fai qui?” “Sono qui con Andie McDowell” “Oh che piacere!”, “Anjelica Huston, ciao! Sei bellissima!” “Oh grazie”) (chissà che non sia colpa del doppiaggio, I hope so). Il tempo di vedere Cinthia Stevenson, e me ne sono innamorato; poi c’è Greta Scacchi che essendo fine e intelligente oltre che bella affronta un film intero senza trucco e senza abiti firmati (Altman lo aveva già fatto con Kim Basinger, sempre con ottimi risultati). Tim Robbins è molto bravo, così come il suo “detective” addetto alla sicurezza. La Goldberg è molto divertente, ed è un bel personaggio; lei, il “detective acchiappamosche”, e la ragazza che collabora con lei sono un bel tris di personaggi. Dei tampax al cinema non sentivo il bisogno, ma forse è uno sponsor del film.  In “The player” il soggetto del film è praticamente uguale a uno dei quattro di “Intolerance” di Griffth, anno 1916. (dicembre 1992)

Gang (Thieves like us)
Thieves like us di Altman è un altro grande esercizio di stile su un soggetto frusto. Veramente non se ne poteva più, di gangster; e non è che questi siano personaggi memorabili. Però Altman è un genio della regia, e ha due eccellenti protagonisti negli allora giovanissimi Keith Carradine e Shelley Duvall. Il titolo italiano è “The Gang”. (1992)

Il lungo addio
“Il lungo addio”: come per Gang e per molti altri film di Altman vale più il modo di raccontare rispetto al racconto in sè. E’, insomma, “il consueto procedimento altmaniano della pratica allegorica: mostrare una cosa facendone vedere un’altra” (Segno Cinema, n.59, pag.37, che si rifà al Castoro Cinema n.39). Il finale è un po’ stupido e sbrigativo: Marlowe spara all’amico che lo aveva fregato uccidendo la moglie, simulando la sua morte e nascondendosi in Messico riuscendo a farla franca. Ma tutto il film non brilla per intelligenza, e soprattutto io non ho mai amato questo genere di polizieschi. E’ comunque un punto fermo nella filmografia di Altman, ed è memorabile in assoluto proprio per quanto ho scritto qui sopra. (1992)

California poker
“California split” di Altman in Italia diventa “California poker” (lo split è un tipo di gioco d’azzardo), ed è un Altman del tipo che a me non interessa, ho fatto fatica ad arrivare fino alla fine; il finale, del resto, è molto sbrigativo e mi autorizza a pensare che si tratti di un film del genere “alimentare”. Per giudicarlo a dovere bisognerebbe però ascoltare il sonoro originale: il doppiaggio è molto ben fatto ma qui c’è molta improvvisazione soprattutto da parte di Gould e sarebbe bello ascoltare queste battute così come sono venute. Un po’ legnoso Segal, Elliott Gould in gran forma, così come le due ragazze (che interpretano prostitute di livello medio-alto), alle quali però spetta un ruolo piuttosto banale, scritto in maniera sbrigativa, così come la saga del gioco d’azzardo, tutto molto usurato e stantio, ma chissà come apparivano queste cose nel 1974 (a quel tempo evitavo questi film con la massima cura). Davvero pessima la cantante che esegue “Georgia on my mind”, che sia stata amica o parente di qualcuno? L’Altman vero è ben altra cosa, ma questo lo sapevo in partenza. (ottobre 2010)

 
Pret à porter
«Credo che molti stilisti siano degli imbroglioni, ma che per la maggior parte si tratti di veri artisti. E' molto evidente. E' quello che avviene per i fìlm maker. Sono artisti, ma le persone con cui sono associati, che realizzano il prodotto correlato, sono degli imbroglioni. A dire il vero, non mi occupo tanto degli stilisti e di quello che fanno. Il film tratta più dei mass media, del prodotto collegato e della montatura pubblicitaria».
- Nel film mostri sfilate vere, vera moda.
«Quando fummo pronti per girare, pensai: la sola cosa che posso tirare fuori è una farsa, Per far sì che la farsa avesse senso, per far sì che quella farsa diventasse arte, doveva essere una farsa piena di contraddizioni. Quando abbiamo fatto il primo montaggio, non avevamo nessuna delle sfilate vere. Le abbiamo aggiunte e io pensavo: "Gesù, abbiamo davvero un problema serio. Non posso semplicemente infilare queste sfilate di moda, non significatio niente". Ma alla fine l'abbiamo fatto, perché dovevamo farlo e improvvisamente ho capito. Questo è più importante di tutta la roba che ho inventato!»
- Perché?
«Perché è roba vera! E la sua realtà conferma la farsa. Kim Basinger si presentò sul set il giorno stesso che dovevamo iniziare le riprese. Lei non aveva tempo: cominciammo a lavorare con la lista delle battute e non si ricordava niente. Tutti eravamo spaventati, me compreso. Allora pensai: "Oh, al diavolo, perché non farlo così?" E funzionava bene. Invece di comporre l’inquadratura per svelare quello che lei faceva, ho lasciato che tutto accadesse senza intervenire. Kim viene fuori forte come nessun altro nel film; più forte perché sicuramente diventa più credibile di chiunque altro, perché quello che sta facendo è onesto: ci sta mostrando le smagliature delle sue calze, ci sta mostrando... Lascia che tutto emerga naturalmente. E alla fine questo è diventato una grande forza nel film».
(Robert Altman per il suo film Pret à porter, intervistato da B.D.Leitch, da L’espresso 24 febbraio 1995)
 
«A breve, il mio piano è di alzarmi domani mattina. A lungo, il mio piano è di alzarmi domani mattina. Poi affronterò il giorno, a seconda di quello che accade.»
Robert Altman, intervista per i suoi ottant’anni, da L’espresso 13 luglio 2006
«Meryl Streep è quasi irritante. Non solo è incredibilmente brava, ma è anche estremamente piacevole. Con Meryl sul set ti senti un po’ inutile.»
«Sarò banale, ma il mondo del cinema è cambiato moltissimo. I registi che mi hanno formato, i Fellini, i Kurosawa, i Bergman, sono ormai buoni per i libri di storia ma solo perché non rientrano in questo modello di cinema concepito per i quattordicenni. Bisognerebbe tagliare i soldi ai teenagers, proibire loro di andare al cinema. (...) Le cose stanno cambiando e, siccome non mi metto a cercare di indovinare dove andremo, continuo a lavorare su ciò che mi interessa. (...) Il cinema va a cicli, e adesso, spero, siamo alla fine di un ciclo. Ci sono molti giovani bravi, per me il migliore è Paul Thomas Anderson.»
Robert Altman, da L’espresso 13 luglio 2006 (intervista a L. Soria)

sabato 6 agosto 2011

Follia d'amore

Fool for love (Follia d’amore, 1985). Regia di Robert Altman. Scritto da Sam Shepard. Fotografia di Pierre Mignot. Musiche originali di George Burt, molte canzoni country. Girato in New Mexico. Interpreti: Kim Basinger, Harry Dean Stanton, Sam Shepard, Randy Quaid, Martha Crawford, Deborah McNaughton. Durata: 106 minuti.

“Follia d’amore” non è esattamente il tipo di film che mi piace vedere, ma è girato con enorme bravura, e - soprattutto – nasconde al suo interno una sequenza di quelle indimenticabili, un notturno meraviglioso che inizia dal minuto 40. Oserei dire una sequenza magica, se non fosse che questo aggettivo è un po’ troppo abusato (come tutti gli altri che ho usato, del resto) e si rischia di non dare l’esatto valore alla parola. “Magico”: i notturni al cinema di solito non vengono molto bene, il buio si addice poco alla pellicola, si rischia di non vedere niente, è difficile fare un bel notturno al cinema (non come in musica, dove di Notturni meravigliosi ce ne sono moltissimi).
Di questo film si è parlato molto, a suo tempo (oggi penso che sia quasi dimenticato) perché vi partecipò Kim Basinger, donna bellissima, a quel tempo una delle donne più famose del mondo anche per un paio di film “scandalosi” di grande successo al botteghino. Robert Altman offre a Kim Basinger un ruolo da vera attrice, e la Basinger se la cava benissimo. Accanto a lei, Harry Dean Stanton: protagonista di “Paris Texas” di Wim Wenders proprio nello stesso periodo, e veterano di moltissimi film americani. Un attore splendido, qui in stato di grazia. Il terzo protagonista è Sam Shepard, scrittore americano e autore di questa sceneggiatura, oltre che di “Paris Texas” e di molti altri film: qui è anche attore, anche lui ottimo. Il soggetto è molto forte, scabroso, ma non sto qui a riassumerlo: parto subito dalla scena che mi interessa, mescolando italiano e inglese (l’inglese preso dai sottotitoli del dvd) e me ne scuso con chi mi dovesse leggere, ma si tratta solo di appunti personali. Aggiungerò poi in fondo due altri miei appunti, uno preso quando vidi il film per la prima volta, l’altro per una visione più recente.
Stanton (a Basinger): I don’t even know why I remember it exactly, but you and me and your mother were driving through southern Utah once, I think it was in that old Plymouth (car) we had. You remember that Plym? It had a white plastic hood. A replica of the Mayflower, I think it was.
Tutto parte dal pianto di un bambino, dopo che Shepard è partito; a questo punto Stanton vede passare la sua vecchia automobile, con a bordo lui da giovane con la moglie e la bambina, quell’esatto momento, di notte.
Stanton: (prosegue) Well, it was some kind of ship. Anyway, we’d been driving all night and you were sound asleep in the back seat, and your momma was sound asleep in the front.
Canzone country: “you lied your way through the night into my heart / said all those things I thought I’d never hear / you held my hand when we went out walking / then all sudden of you woke up crying...” Si vedono marito e moglie, mentre guidano. Stanton riprende la narrazione dall’ultimo verso cantato, sovrapponendosi:
Stanton: ...then all sudden of you woke up crying, just busting a gut over something. I don’t know what it was, a nightmare or something. Woke your momma right up.
Marito e moglie si baciano e ridono, sempre guidando; il racconto non combacia con ciò che vediamo.
Stanton: She climbed over the seat there in the back with you, to try to get you settled down. But you just kept wailing. Wouldn’t shut up for hell nor high water; so I stopped the Plymouth by the side of the road, middle of nowhere, can’t even remember where it was exactly. Pitch black...
Pitch black, nessuna luce, tutto nero. Scendono dall’auto. Non vediamo mai la bambina che piange.
Stanton (prosegue): And I picked you up off the back seat there, and carried you out into this field, thought that the cold air might quiet you down. But you just kept howling.
La bambina ci appare invece quieta nelle braccia di suo padre.
Stanton (continua): And all of a sudden I saw something move out there, something bigger than both of us put together; and it started to move toward us, kinda slow. And then, it started to get joined up by some other things just like it. Same shape, and everywhere.
E’ una mandria, quasi invisibile nell’oscurità completa.
Stanton (continua): But these things started to kind of move in on us. I looked back at the car to see if your mother was all right, and just then these things started to moo. They all started mooing away.
Si sentono i muggiti.
Basinger: The cows?
Ridono insieme.
Stanton: Sure enough, there we were standing in the middle of a goddamn herd of cattle. (ridono) Well, you never heard a baby pipe down so fast. (ridono insieme)You just never made a peep after that, the whole rest of the trip.
(Robert Altman, Fool for love, minuti 45-50 )
Questo incanto notturno arriva dopo 45 minuti di sofferenza: non fosse stato un film di Altman, difficilmente avrei retto fino a questo punto. Però sapevo, ricordavo, sapevo che l’avrei ritrovato.
Canzone country al minuto 37:
With a trembling hand and a bottle of gin,
and a rose with a different name...
The devil made me do it the first time,
the second time I done it on my own.
Lord, put a handle on a simple-handed man,
and help him leave that black rose alone.
La canzone prosegue. E’ indicata nei titoli di coda come opera di Billy Joe Shaver, e cantata da Waylon Jennings: “Black Rose”.
Fool for love si muove tra Nashville e Rashomon: la musica country a fare da narrazione, e la stessa storia raccontata in tre diverse versioni. C’è anche molto della tragedia greca, forse Edipo, forse Antigone; molti rimandi anche a Hawthorne e al suo Wakefield, le cose che non sono come appaiono, il non detto, il sottotesto, il fiume sotterraneo... Questa sottile discrepanza tra ciò che si vede e ciò che viene detto è forse il marchio distintivo di Robert Altman, e il suo più grande fascino. Viene anche da chiedersi: prima questo, o prima Wenders? dietro c’è sempre Shepard, entrambi i film sono usciti nel 1985. (anno 2010)
Fool for love è un film straordinario. Non tanto per il soggetto in sè, peraltro molto buono anche se forte e scabroso, opera di Shepard (quasi un Bergman western), ma proprio per la regia di Altman. Questo significa “raccontare per immagini”; e Altman, quando vuole, è un maestro. La scenografia è lunare, come quella di I compari; le macchine che “vanno e vengono come fantasmi”, il fantasma di Rashomon, l’abilità di muovere le macchine. Prova superba di tutti gli attori: Stanton più di tutti, Quaid si fa voler subito bene ed è perfetto, Shepard è una lieta sorpresa, la Basinger si rivela ottima attrice ed è più bella quando è meno pettinata e “vestita bene”; alla fine del film, sembra quasi invecchiata. Ma, soprattutto, è toccante e sconvolgente il vedere trasposti per immagini i racconti orali dei due fratelli: “bevemmo dalla stessa bottiglia, un sorso per uno”, “mia madre mi teneva stretta per la mano fino a farmi male”. Che dire? Il racconto è scabroso, e certo ha ragione Vieri Razzini quando dice che Shepard “mirava alto” ma non ci è riuscito del tutto, che la commedia è tutto sommato esteriore: ma con questo Altman in stato di grazia siamo di fronte ad un dramma greco, con questo padre omerico e questi fratelli amanti. Stanton fa una variazione sul suo personaggio di Paris Texas: qui è più “carattere” ed è più tragico nel finale, là era più severo ma anche più disposto ad accettare la vita. (anno 1987)
Le canzoni nella colonna sonora:
- di Sandy Rogers (autrice e cantante): "Let's Ride", "You Lied Your Way", "It Comes and Goes", "Call Me Up", "Go Rosa", "Love Shy", "First & Last Reel Cowboy", "Why Wyoming" (scritta da Sandy Rogers e Louise Kirchen)
- di Billy Joe Shaver (autore) e Waylon Jennings (cantante): "Honky Tonk Heroes", "Black Rose"

giovedì 4 agosto 2011

Woody Allen ( I )

Non rivedo i film di Woody Allen da molti anni, e a dire il vero ho preso da tempo le distanze da lui, forse da quando vidi al cinema “Celebrity” nell’epifania del 1998, e mi trovai ad uscire a metà film (d’accordo, non era giornata...) e poi da “Match point”, visto in tv. Insomma, mi piaceva molto ma mi sono un po’ disamorato, e continuo a chiedermi come mai le nostre tv non trasmettano mai (ma proprio mai) film belli e divertenti come i primi di Woody Allen. Oltretutto, a questo punto, i diritti non dovrebbero costare molto...
Questa è la raccolta dei miei appunti su Woody Allen, presi nel corso del tempo. Ovviamente, vanno presi per quel che sono: non ho voluto toccarli e tante cose andrebbero ripensate, però mi sembra che ci sia qualcosa d’interessante.
I film di Woody Allen che ho visto sono questi, con il mio gradimento personale in stellette:
What’s up, Tiger Lily? (Che fai, rubi? 1966, Allen da un film di T.Mihashi) **
Prendi i soldi e scappa (1968 Allen, Janet Margolin) ****
Il dittatore di Bananas (1971 Allen, L.Lasser) ****
Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (1972 Allen, Gene Wilder, B.Reynolds) **
Il dormiglione (1973 Allen, D.Keaton) ***
Amore e guerra (1975 Allen, D.Keaton) ***
Annie Hall (Io e Annie, 1977, Allen, D.Keaton, Marshall McLuhan) ***
Interiors (1978 K.Griffiths, D.Keaton) **
Manhattan (1979 Allen, Diane Keaton, Ma.Hemingway) **
Stardust memories (1980 Allen, Charlotte Rampling) **
A midsummer night sex comedy (1982 Allen, Farrow, Josè Ferrer) **
Zelig (1983 Allen, Farrow) ****
La rosa purpurea del Cairo (1984 Mia Farrow, Danny Aiello, Jeff Daniels) ****
Broadway Danny Rose (1984 Allen, Farrow) ****
Settembre (1987 Farrow, Elaine Stritch, D.Elliott) ***
Radio days (1988 Farrow, Seth Green, J.Kavner) ***
New York Stories (1988 Allen, Farrow, Talia Shire) **
Un’altra donna (1988 Farrow, Gena Rowlands, Gene Hackman) ***
Crimini e misfatti (1989 Allen, Farrow, Landau, Anjelica Huston) ****
Alice (1990, Mia Farrow, W.Hurt, Joe Mantegna) ***
Ombre e nebbia (1991 Allen, Farrow, Malkovich, Jodie Foster, D.Pleasance) ***
La maledizione dello scorpione di giada (1999 Allen, H.Hunt, C.Theron) ***
Anything else (2003 J.Biggs, Christina Ricci, D.De Vito, Stockard Channing) ***
Match point (2004 S.Johansson, J.Rhys-Meyers, Emily Mortimer) **
- Crede di essere un genio?
- Non penso. So che qualcuno mi ha definito così, è un brutto vizio che c’è nel mondo dello spettacolo, su tre persone una viene considerata un genio. Non sono un genio e lo posso provare: ho fatto dei buoni film e anche dei film mediocri.
- Cosa cancellerebbe dal mondo?
- Un certo tipo di mentalità. Senza la mentalità fascista il mondo andrebbe meglio.
- Cosa vorrebbe che ci fosse scritto sulla sua tomba?
- Può sembrare sentimentale, ma vorrei che ci fosse scritto “Qui giace una persona che ha sempre dato il meglio di sè. Che non ha mai scelto la via più facile. E che però non sempre è riuscito nei suoi intenti.”
(Woody Allen intervistato da Stefano Berbenni, Panorama 20 gennaio 1991)
«Certo, i fondamentalisti religiosi mi hanno prima demonizzato, poi crocifisso, assieme a Mia e a Soon Yi, per la mia vita personale “peccaminosa”. Il che non ha certo aiutato i miei film; però in USA la gente aveva smesso di vederli già molti anni prima. Non li ha voluti vedere sotto il democratico Carter e li ha snobbati al tempo del repubblicano Reagan Ve lo ricordate il miracolo “Io e Annie”? E’ il “miglior film” che ha incassato meno nella storia dell’Oscar.
La mia grande preoccupazione, adesso, è questa sterzata conservatrice non solo qui in USA ma anche in Italia e in Europa. La gente è frustrata davanti ai complessimproblemi irrisolti e la destra la seduce con soluzioni rapide e sempliciste che peggiorano solo le cose. (...) Stiamo ancora cercando di guarire dai danni provocati da Nixon, Reagan e Bush, e se il Congresso fa ciò che promette ci vorranno decenni per guarire dall’era Gingrich. Quando la gente lo capirà sarà tardi. »
(Woody Allen al Corriere della sera, 1 febbraio 1995)
«La pittura mi interessa soprattutto perchè è un’esperienza non temporale. Potete osservare un quadro tutto il tempo che volete: esso sarà veramente valido finché vi rimarrete immersi. Questo non ha niente a che vedere, per esempio, col fatto di guardare un film: che è un’esperienza molto prgressiva, molto strutturata. (...) C’è un’evidente similarità tra la poesia e l’umorismo, perché entrambi dipendono dal ritmo, dalla sfumatura, e da un numero di parole minimo. (...) “I fratelli Karamazov” è un po’ come l’Antico Testamento, è un’opera di una forza straordinaria, che tratta tutti i soggetti a tutti i livelli, sia religiosi e misterici che intellettuali. Quanto all’Ulysses, è un vero piacere leggerlo. E’ una prodezza, un lavoro da maestro. L’intensità di quest’opera e il modo spettacolare in cui Joyce utilizza il linguaggio mi hanno sempre affascinato. Si legge come se fosse musica.»
(Woody Allen sui suoi gusti, artistici e non solo, dal Corriere della sera-7, febbraio 1995)
Spike Lee: «I film di Woody Allen non hanno niente a che vedere con il mondo in cui viviamo. C’è da domandarsi se questo tizio abbia mai fatto due passi per strada.»
Woody Allen: «Gli rimando il complimento. Anche i neri che ci mostra Spike Lee sono totalmente asettici. Romantici. Niente armi, niente droga, niente aids...»
(da Epoca 22 aprile 1990, conferenza stampa Nouvel Observateur)
...Interpretato da tutti con visibile divertimento, “Mighty Aphrodite” non ha una nota falsa. Anche una bolla di sapone può costituire un capolavoro.
(Tullio Kezich, per La dea dell’amore, Corriere della Sera 28 gennaio 1996)
WOODY ALLEN? CHE BOIATA PAZZESCA
di Giovanni Raboni, Corriere della Sera 9 marzo 1997
Non condividere i gusti della maggioranza dei propri connazionali può dare, a tratti, un senso di
spiacevole isolamento, ma di gran lunga più imbarazzante è non condividere quelli della minoranza alla quale, volenti o nolenti, si appartiene: donde una più forte tendenza dei singoli a uniformarsi (o fingere di uniformarsi) formarsi) ai secondi che ai primi.
Per quanto mi riguarda, sono più di 20 anni che evito di dichiarare la cordiale avversione che nutro per i film e gli scritti di Woody Allen. Si può essere culturalmente à la page e «politicamente corretti» se non si è convinti che Woody Allen sia un genio del cinema e un grande intellettuale? No, temo che non si possa; e per questo, in tutti questi anni, ho preferito tenere per me la convinzione che si tratti invece di un presuntuoso e logorroico specialista del niente, un discreto comico di varietà convinto, chissà perché, di essere la reincarnazione di Cechov e l'alter ego di Bergman. Ma alcune sere fa, di colpo, ho deciso di uscire allo scoperto, esponendomi alla riprovazione e forse al ludibrio di amici, colleghi e conoscenti. Come mai? Su Retequattro davano un film di Allen che non avevo mai visto, «Misterioso omicidio a Manhattan», e mentre tentavo di guardarlo (a un certo punto, sopraffatto dalla noia, ho desistito) l'autore e protagonista ha pronunciato (cito a memoria) le seguenti parole: «Se ascolto troppo Wagner provo l'impulso di invadere la Polonia». Nella sua miscela di luogo comune, paradosso, arroganza e stupidità, la battuta non mi ha rivelato, sul conto di Allen, nulla che già non sapessi; ma ha avuto su di me, a sorpresa, un effetto liberatorio. Naturalmente continuo a credere che non sia necessario amare Woody Allen per essere «di sinistra», né smettere di amare Wagner per non apparire «di destra»; ma se dovessi scegliere fra una delle due ipotesi, la mia scelta è pubblicamente e irrevocabilmente fatta.
(continua)

Woody Allen ( II )

La gente crede che io sia occupatissimo, ma non è vero. Fare un film è difficile, ma non fino a questo punto.
(Woody Allen, int. al cds 19.9.2001)
I cattivi hanno sicuramente capito qualcosa che i buoni ignorano.
Woody Allen citato da Panorama 14.4.1995 (Enzo Biagi?)
Cominciare da Ingmar Bergman e finire con “Prendi i soldi e scappa” è sempre stato il mio sogno cinematografico: intendo se avessi fatto il regista. Perché questo dovrebbe essere un punto d’arrivo, la conquista di una vita, il Grande Capolavoro Assoluto: e invece Woody Allen lo tira fuori come primo film, guarda un po’ che roba. E subito dopo s’inventa “Bananas”, “Il dormiglione”, la parodia di “Guerra e Pace”...
Devo confessare di non aver mai amato la svolta “seria” di Allen, i film come “Manhattan”, “Interiors” e tanti altri che ha girato in seguito. L’unico film di Allen all’altezza del suo primo grande successo è “Zelig”, che è un pezzo di bravura da vero virtuoso però ha un difetto: non fa ridere. E’ divertente, fa pensare ma non fa molto ridere, non come “Prendi i soldi e scappa”... Non è che io voglia sminuire Allen, di film belli ne ha fatti tanti ( “La rosa purpurea”, per esempio), ma la felicità dei suoi primi film è inarrivabile.
Alcune scene che prendo e mi porto via: i genitori del bandito cammuffati per non farsi riconoscere; il biglietto durante la rapina; la fuga in catene dai lavori forzati; la scena di quando Woody cerca di cantare per prendere il ritmo dello spaccapietre (ma gli va male); la pistola ricavata dalla saponetta; - ma mica posso scappare portandomi via tutto il film...
- Quale contributo ha portato la psicoanalisi al cinema?
- In passato il cinema agiva quasi esclusivamente nell’area della fisicità: penso ai film western, a Chaplin, a Keaton. Poi, la psicoanalisi si è imposta come fattore conoscitivo e improvvisamente la zona in cui si scatenano i conflitti è diventata psicologica. La gente si è resa conto che il comportamento degli indivisui è interessante sotto il profilo psicologico, che ci sono motivazioni inconsce che muovono i personaggi (...)
(Woody Allen, da L’Espresso 30 giugno 1995)
Ho fatto un corso di lettura veloce e ho letto Guerra e Pace in venti minuti. Parla della Russia.
(Woody Allen, citato su RCTV, 1995)
- Non so nulla del suicidio, io. Quand’ero piccolo, giù a Brooklyn, nessuno si suicidava: erano tutti troppo infelici.
(Woody Allen, in “Crimini e misfatti”)
Riferimenti a Midsummer night’s sex comedy di Woody Allen, che è un filmetto da poco ma gradevole, copiato da Bergman ma molto al di sotto del modello di partenza.
L’occasione perduta. Woody non baciò, allora, Mia Farrow; il medico baciò, invece, la moglie di Woody. Le occasioni perdute non si ripresentano, se si colgono cambiano il senso della vita. Se non si colgono, la tua vita prosegue grigia fino al giorno in cui non ne avrai abbastanza. B e C si erano conosciuti e amati senza poter approfondire. Poi, qualche anno dopo, si erano rivisti e si erano sposati; ma ora il matrimonio non funziona e C è felice di fare il bene di B lasciandola ad A, ed è convinto di fare del bene anche a se stesso. Ora bisogna rendere credibile il colpo di pistola. Bisogna cioè innestare una storia “nera” nella storia grigio-rosa? Probabile. (novembre 1987) Rivisto nel 1997: stessa impressione, e poi il paragone con il film di Bergman è pesantissimo.
“Settembre” di W.Allen è una confezione stupenda per un contenuto tutto sommato inutile. Ancora qui a raccontarci le storie di scrittori, fotografi, attrici e professori di lingue? L’argomento dovrebbe essere ormai esauritissimo almeno per i prossimi dieci anni. Ma Allen è talmente bravo che il film lo si vede volentieri lo stesso, e i suoi attori sono bravissimi anche loro, così che quasi quasi alla fine si crede all’illusione, e ci si convince veramente di essere a teatro com’era parso all’inizio. (marzo 1988)
“Prendi i soldi e scappa” e “Zelig” visti di seguito è una bella esperienza. Sono due film gemelli, e rimango sempre del parere che “Take the money and run” è il più bel film di Woody Allen. “Zelig” è un “Take the money” più raffinato e colto, un film d’autore che è per molti aspetti il remake del primo film di Allen.
Molti gli equivoci su Allen: all’inizio fu preso per un comico, poi per un epigono di Bergman. Il vero Allen è qui, “Take the money and run”, “Bananas”, “Il dormiglione”. In “Zelig” c’è tutto Woody Allen, al suo meglio: comico e tragico, rigoroso e sgangherato. Non è da tutti... (gennaio 1991)

“Alice” di Woody Allen non è male, ma mi è già uscito di mente. E’ il film dove un saggio cinese “droga” la mite e devota (cattolica) moglie di un ricco e superficiale William Hurt (un ruolo sgradevolissimo per un grande attore) e futura amante di un simpatico tizio ben educato e gentile interpretato ottimamente da Joe Mantegna (che somiglia un po’ a Di Pietro). Contorno di donnette pettegole che fanno da contraltare “newyorkese” ai “mostri” di Edward Scissorhands. Non un film inutile, ma di sicuro troppo fragile.
(ottobre 1993)

“Un’altra donna”, sempre di Woody Allen, è un film onesto e commovente, ma troppo freddo (gli stessi pregi e gli stessi difetti della protagonista, insomma). Questa storia dove tutti sono attori e registi, dove una scrittrice sente misteriosamente parlare da una grata per l’aria condizionata (stile blob) è un po’ troppo una copia carbone da Bergman. Gli attori sono tutti eccellenti, Gena Rowlands è bellissima e bravissima, Gene Hackman è in uno dei suoi ruoli migliori; la Farrow passerottino, incinta e in analisi freudiana, ha un ruolo un po’ marginale (si vede poco). Di memorabile però, a parer mio, c’è solo la scena al ristorante con l’amica che fa l’attrice e che rinfaccia improvvisamente a Marion (la Rowlands) un amore perduto anni prima. Una scena scritta molto bene e recitata splendidamente dai tre attori (c’era anche il marito dell’attrice gelosa).
(ottobre 1993)
“Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso”, eccetera, è una grossa delusione, un film un po’ pacchiano che rivaluta perfino Alvaro Vitali; forse è l’effetto dei trent’anni passati, ma è comicità greve e non c’è molto da ridere. All’altezza del miglior Allen c’è solo l’episodio finale, con gli spermatozoi che aspettano il loro momento, girato nello stile dei film di guerra con i parà.
Allen è bravo, ma alle volte si perde. (1997)

“Match point” mi sembra una ciofeca ben confezionata. Sarebbe un bel film se continuasse sul tono da commedia della prima parte, la svolta così forte e drammatica giunge inopportuna ed è poco adatta ai “characters” fin lì mostrati, e questo richiamo a Raskolnikov sembra appiccicato lì da un altro film. Peccato, perché non era male; Woody Allen è sempre un ottimo professionista. Quello che mi dà più fastidio è che abbini l’amore per l’opera soltanto al lusso e ai ricconi con autista, un luogo comune davvero stantìo. Il tenore che si ascolta è sempre Enrico Caruso, tranne qualche brano con cantanti scarsini a me ignoti; “Mia piccirella” non è una canzone napoletana ma un’aria dall’opera di Gomes “Salvator Rosa”. (gennaio 2008)
...”Harry a pezzi” (Deconstructing Henry), iniziato con un atto sessuale orale, termina con lo scrittore ammonito da un amico morto: “essere felice è essere vivo, lasciatelo dire da me”.
(Espresso 5 febbraio 1998, L.Torri sull’ultimo Woody Allen)
In “Harry a pezzi”, suo ventottesimo film, Woody Allen scende nell’inferno: nel quinto sottosuolo stanno rapinatori e critici letterari; nel sesto, estremisti di destra, serial killer, avvocati; nel settimo, i media; nell’ottavo, criminali di guerra evasi e telepredicatori; nell’ultimo tutti gli altri, incluso il padre del protagonista che, non potendo aspirare al Paradiso perché ebreo, finisce per andare al ristorante cinese.
(L’Espresso, 29 gennaio 1998, trafiletto non firmato) (Lietta Tornabuoni?)
- ...è un giallo comico, e uno dei cliché di questo tipo di film è che un personaggio ignaro viene risucchiato per una qualche ragione dentro una storia che non gli interessa, e per la quale non ha intenzione di perdere tempo. Ma poi si scopre che c’è sempre un motivo per cui ci si trova coinvolto. (...)
- In “Scoop” la rivediamo attore.
- Sì, ma sa, io, a differenza di Scarlett, ho una limitata gamma di ruoli. Posso interpretare l’intellettuale, il professore universitario, lo strizzacervelli, oppure un piccolo bookmaker. In “Scoop” sono un volgare prestigiatore d’avanspettacolo.
(Woody Allen, dal Venerdì di Repubblica, 29 settembre 2006)
Sarei di origini ebraiche, ma crescendo mi sono convertito al narcisismo.
(Woody Allen, da “Scoop”)

lunedì 1 agosto 2011

Scuola di cinema

1.
L’intervistatore: Lei come ha scoperto la sua voglia di regia?
Federico Fellini: Allora, la voglia di regia...(ride) Può darsi che ci sia, la voglia di regia: ma io veramente non me la sono mai scoperta perché io pensavo di non essere affatto né votato né vocato. Non me la sono mai sentita, io non avevo nessuna voglia di fare il regista...
L’intervistatore (interrompendolo, incalzando): Per lei è stato facile o difficoltoso arrivare al “grande film”, il suo primo film...
Federico Fellini (con pazienza): Appunto, le stavo dicendo che tutto questo arrivò per l’avventatezza di un produttore che si chiamava Rovere, che trovandosi sul tavolino una sceneggiatura che io avevo scritto con Pinelli e che doveva venire diretta da Antonioni, avendo Antonioni all’ultimo momento rifiutato di dirigerla perché non gli piaceva, non gli era congeniale, e avendo io difeso accanitamente questa sceneggiatura, ma proprio per tentare di avere l’ultima rata che se no venivano (i creditori) a minacciarmi, il produttore allora mi ha detto: «Ma allora perché non lo fai tu?». Me l’ha detto con un tale tempismo, proprio mentre io dicevo che era il copione più bello del mondo, che raramente, eccetera, che io non sono stato pronto a dire “ma io che c’entro, io faccio lo sceneggiatore”.... (...) Non sapevo niente di tecnica, non sapevo il valore degli obiettivi... i primi operatori mi prendevano anche un po’ in giro. C’era Aldo Tonti, che era un buffoncello, spiritoso, che mi obbligava a guardare in un punto dove non si vedeva niente, una specie di manovella, sotto (mima il gesto, fa una specie di mirino con le dita di una mano e lo pone vicino all’occhio, ridendo). Io non avevo il coraggio di dire che non si vedeva niente, e continuavo a dire “mettiti un po’ più in basso”, queste cose qui. Invece era un bottone, quello: l’obiettivo era un po’ più sotto.
(Federico Fellini, da un’intervista filmata alla RAI negli anni ’80)


2.
L’intervistatore: Lei si trovò molto bene anche con Gregg Toland.
Orson Welles: Oh, sì. Sa, fu lui a venire da me. Non lo avevo richiesto io. Un giorno in ufficio mi dissero: "C'è un signore che si chiama Toland che vuole vederla". E naturalmente si trattava del miglior direttore della fotografia. Lui mi disse: "Vorrei fare il suo film". Io risposi: "Fantastico. Ma perché? Io non ne so nulla di cinema". "Proprio per questo", disse lui. "Perché penso che se la lasciano fare tutto da solo il più possibile, avremo un film che sarà davvero diverso. Sono stanco di lavorare con gente che ne sa fin troppo". Poi ci fu un momento di attrito durante la prima settimana di riprese - ma forse era la seconda settimana - quando qualcuno mi disse all'improvviso che non rientrava tra i compiti di un regista occuparsi di piazzare l'illuminazione. Fino a quel momento avevo disposto io tutte le luci con Toland che mi veniva dietro ad aggiustarle meglio, ripetendo: "Non lo dire a nessuno”, capisce? Quindi dovetti andare a scusarmi con lui. Un altro brutto momento fu quando non capivo i raccordi di direzione. Questo perché avevo imparato a fare film guardando Stagecoach (Ombre rosse, di John Ford) tutte le sere per un mese. Perché se vedete Ombre rosse, noterete che gli indiani attaccano da sinistra verso destra, e poi attaccano da destra verso sinistra. e così via. In altre parole, non si segue una direzione precisa, il film infrange ogni regola in proposito. E io lo vidi almeno quarantacinque volte. Così ovviamente quando mi dissero che in un'inquadratura di controcampo dovevo guardare la macchina da presa verso sinistra invece che verso destra io risposi: "No", perché mi trovavo in piedi di fronte... cose del genere, capisce? Così fermammo la lavorazione. E alle due del pomeriggio tornai a casa mia, dove Toland mi spiegò come funziona la cosa. Io gli dissi: "Dio, quante cose ci sono che non so", e lui rispose: "Niente che non possa insegnarti in tre ore". Ed è a questo che mi riferisco quando dico che ho imparato tutto in tre ore, una frase che è stata presa per un'affermazione superba e spocchiosa. Toland aveva l'idea che chiunque potesse imparare tutta la tecnica in tre ore. Quindi mi insegnò il cinema in tre ore. Tutto questo si può insegnare, il resto dipende dalle tue capacità.
(Orson Welles, intervista del 1982 alla BBC, a pag.264 del volume “It’s all true”, editore Minimum fax)
3.
L’intervistatore: Non aveva un rapporto intellettuale con il cinema?
Frank Capra: Più tecnico ed emotivo, che intellettuale. Amo la scienza e ci so fare. Che abbia scelto il mestiere sbagliato? Comunque, il mio approccio era molto naif. Non avevo seguito nessun regista e nessun sistema. Non ero andato a nessuna scuola. Lavoravo nel mio piccolo, con progetti a basso costo, sui 25 mila dollari. Il primo "colossal" è stato Orizzonte perduto, che costava due milioni di dollari. Ma era un'eccezione, in generale i miei film costavano poco e rendevano molto. E poi usavo la testa, applicavo la mia scienza, da ingegnere. (...) il mio approccio era diverso: io ero studente di ingegneria, avevo una formazione tecnica. Sono diventato regista per caso. C'è una ragione: sono stato costretto a lavorare perché ne avevo bisogno. E lavoravo per una piccola società, che veniva chiamata «a facoltà limitate» perché le risorse erano scarse e si lavorava con budget esigui. Ma questo lavorare con poco, e il rapporto con la gente, mi hanno fatto crescere. Vedi, se hai tutto, è facile. Ma se hai poco, è una lezione di vita. Nessuno dei miei film ha superato il budget previsto. Perché ero abituato al poco.
L’intervistatore: Insomma lei è come i suoi eroi, il John Doe venuto dal nulla... Si identifica con loro?
Frank Capra: Mi identifico con la gente che ho conosciuto nella mia esperienza. Ho conosciuto ricchissimi e poverissimi, ma ho avuto fiducia fede e amore per la gente. La amo. Un uomo può mutare qualcosa nel suo mondo e nei suoi limiti, può fare differenza. A me interessa la libera mente, libera di pensare e di creare.
(Frank Capra, intervista filmata del 1982, riportata all’inizio del volume del “Castoro Cinema” a lui dedicato)


Non sto qui a fare l’elenco dei premi, dell’ammirazione, e dei riconoscimenti (e degli incassi favolosi al botteghino) che sono stati ricevuti da Fellini, da Welles, da Capra. Mi limito però a pensare a questo, da semplice spettatore e appassionato: che nessuno dei tre ha frequentato scuole di cinema. Nemmeno Huston, Chaplin, Eastwood, sono mai andati a scuola di cinema. Stanley Kubrick era forse l’unico che ne sapeva qualcosa in partenza: a diciassette anni faceva già il fotografo. Oggi invece abbiamo le scuole di cinema e di sceneggiatura: col risultato che i film sono tutti uguali, che le sceneggiature sono prevedibili, che il pubblico medio è ormai di ragazzi molto giovani e di bambini. Beati loro, i bambini e gli adolescenti: a loro sembrerà nuovo tutto.
Per quanto riguarda me, mi converrà passare ai videogames. Dicono che ce ne sono di molto belli, che ci si appassiona.
PS: le nuove tecnologie sono facilissime, i costi sono irrisori, oggi basta pochissimo per mettersi a fare film. Il problema, casomai, è la distribuzione...

sabato 30 luglio 2011

La marcia su Roma

LA MARCIA SU ROMA (1963) Regia di Dino Risi. Scritto da Sandro Continenza, Ghigo De Chiara, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli, Ruggero Maccari, Ettore Scola. Fotografia di Musica originale di Marcello Giombini. Interpreti: Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Roger Hanin, Giampiero Albertini, Angela Luce, Mario Brega, Gérard Landry. Durata: 90 minuti

Gli slogan fascisti non sono poi così male. “Dio Patria e Famiglia”, per esempio, è più che condivisibile: Gesù nel Vangelo, la lingua e la cultura italiana, mio padre e mia madre. E anche l’altro slogan famoso: “Credere obbedire combattere”. Credere in quel che si fa, obbedire a un capo giusto e capace, combattere per i propri ideali: cosa c’è di male in tutto questo? E’ l’equivoco in cui cadono le persone oneste che – ancora oggi! – pensano bene di Mussolini. Se bastassero le belle parole, saremmo pieni di Grandi Statisti; invece la storia d’Italia non manca di cialtroni che mandano gli alpini a morire in Russia con gli stivali dalla suola di cartone...

La marcia su Roma, nel film di Risi, è quella vera, proprio quella lì: la fanno, insieme agli altri, anche Vittorio Gassmann e Ugo Tognazzi. Siamo a Milano nel 1919, è appena finita la Grande Guerra e Gassmann è un giovanotto romano un po’ pieno di sè, della razza di quelli che una volta in Lombardia (quando ancora si parlava il dialetto) venivano definiti “fanigottoni”, e che esistono ancora però oggi fanno fortuna in tv e nelle immobiliari; il povero Tognazzi è invece un contadino cremonese vessato dal cognato.
E’ il cittadino che porta il verbo al campagnolo: lo fa sotto forma di un volantino che porta il programma ambizioso del fascismo, cioè rivoltare l’Italia come un calzino. Tognazzi lo legge, commenta “Ostrega!” , lo piega e se lo mette in tasca. Da ora in poi, se questo qui è il fascismo, ne sarà il seguace convinto; abbandona il cognato e le sue vacche (o forse è il contrario?) e parte anche lui per Roma.
Il volantino è autentico, ed è datato 23 marzo 1919, Milano sala di San Sepolcro: l’atto di nascita del fascismo. Ecco che cosa dice: - Proclamazione della Repubblica Italiana; Sovranità del Popolo con suffragio universale; Disarmo generale; Abolizione della coscrizione obbligatoria; Abolizione di tutti i titoli nobiliari e cavallereschi; Giornata lavorativa di otto ore; Terra ai contadini, in coltivazione associata, e non più agli agrari; Confisca delle rendite improduttive...
Il programma del fascismo continua, ma io mi fermo a quello che viene sottolineato nel film, e che basta e avanza a convincere Gavazza Umberto a seguire quell’altro matto di Rocchetti Domenico nella sua avventura.
Tognazzi lo tirerà fuori di tasca spesso, quel volantino: è il vero e proprio tormentone del film. Ogni volta che lo tira fuori, di fronte ai fatti e non alle parole, prende la matita e ne cancella una riga. Lo butterà via dopo l’ultima avventura, quando i due, ormai in camicia nera, attardati, sequestreranno l’automobile ad un ricco signore per giungere in tempo al quartier generale, prendendolo anche a calci in culo perché “i titoli nobiliari sono stati a-bo-lit-ti!!”. Li aspetta una sorpresa: il quartier generale è proprio nella casa del ricco e nobile e signore, che quando li vede arrivare sulla sua auto si mette a strillare: “Sono quelli lì!!! Sono stati loro!!”. (I due sciagurati avevano preso a calci in culo uno dei principali finanziatori dell’Impresa...).
E, poco prima di arrivare a Roma, i nostri due eroi vedranno finalmente con i loro occhi la violenza, gli omicidi e la sopraffazione, e si tireranno indietro. Per quanto balordi, i due protagonisti del film avevano visto la verità con i loro occhi, quello che c’era dietro agli slogan e ai discorsi, quello che si nascondeva dietro a quel volantino così allettante... Purtroppo, capita anche oggi che – finché non si tocca con mano – anche delle brave persone si facciano irretire dai discorsi degli arruffoni e dei cialtroni.
Ma questa è storia recente, ancora tutta da scrivere (“ che tu possa vivere in tempi interessanti” è una maledizione che si mandano dietro i cinesi, o forse gli ebrei: perché quando si vive in pace siamo anche tanto noiosi). E quindi chiudo il discorso su questo film (che è molto divertente, ma forse non c’è bisogno di dirlo: quasi come “Il dottor Stranamore” di Kubrick) con l’ultimo slogan: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi”. “Fatto!”, ha commentato qualche spiritoso: a volte (non sempre) la Storia ha delle strane ironie...
PS: In rete non esistono immagini di questo film, che è quasi scomparso dalla circolazione: è un film molto divertente e pieno di battute favolose, da collezione; ma se ne parla pochissimo. E’ ben strano, considerando il fatto che di Tognazzi e Gassman in rete c’è molto, moltissimo, quasi tutto. Abbiamo trovato qualcosa solo digitando “La marche sur Rome”, il titolo francese del film; ma la qualità delle immagini non è buona, e – a questo punto – abbiamo deciso di cambiare strada. Le immagini che vedete non hanno quindi nulla a che fare con il film di Dino Risi, c’entrano molto invece con la marcia su Roma, quella vera. Le immagini rappresentano: Giacomo Matteotti; la Ritirata di Russia; la sconfitta di El Alamein; la sconfitta in Grecia e in Albania; l’esodo dei Fiumani; la perdita dell’Istria e della Dalmazia; le leggi razziali. Forse ho dimenticato qualcosa, dei molti “successi” di Mussolini, ma la lista sarebbe lunghissima e in fin dei conti questo è solo un piccolo blog con pochi lettori. (L'ultima immagine qui sotto, la vittoria della Repubblica al referendum del 1946, serve a ricordare che il lieto fine c'è stato, e se tutti fossero stati attenti come Gavazza Umberto e Rocchetti Domenico forse sarebbe arrivato prima...)
PPS: queste parole le scrivevo nel 2007, alla prima pubblicazione di questo post. Nel frattempo, qualche immagine l'ho rimediata.