giovedì 13 maggio 2010

E venne un uomo

E venne un uomo (1965) Regia di Ermanno Olmi. Scritto da Ermanno Olmi e da Vincenzo Labella. Basato sulle memorie di papa Giovanni XXIII e di monsignor Radini-Tedeschi. (“Il giornale dell’anima”, “Biografia di monsignor Radini-Tedeschi”, “Souvenirs d’un nounce”, pubblicati da Edizioni di Storia e Letteratura) Fotografia di Piero Portalupi. Musiche originali di Franco Potenza. Interpreti: Rod Steiger, Adolfo Celi, Romolo Valli (voce del mediatore), Pietro Germi (padre di Angelo), Rita Bertocchi (madre di Angelo), Antonio Bertocchi (zio Zaverio), Antonio Ruttigni (don Pietro), Ottone Candiani (il prete veneziano), altri attori non professionisti. Durata: 90 minuti.
La prima cosa da dire è che questo è un film molto bello, da manuale del cinema, da non perdere; la seconda è che, al di là delle questioni di tecnica cinematografica, si sente molto la mancanza di una figura come quella di papa Roncalli, e la visione di questo film così accurato e documentato accresce la nostalgia e la voglia di tornare ad ascoltare qualcuno che parli con quella voce, e che metta finalmente termine a questo periodo arido e senza speranza, ridando forza al messaggio evangelico, tornando a leggere il Vangelo.
Si inizia appunto, con brevi filmati di repertorio, raccontando lo stupore positivo che accompagnò l’elezione di papa Giovanni XXIII, il piacere di un sorriso aperto, di un parlare cordiale, in contrasto con la durezza e la distanza del papato precedente. Forse quando il film uscì questo aspetto della personalità di papa Giovanni, di cui era ancora vivissimo il ricordo, poteva sembrare scontato; di sicuro non è scontato oggi, nell’epoca in cui la Chiesa è rappresentata più dai Bossi e dai Borghezio che dal Vangelo, e in cui il Papa, sia pure ben intenzionato, è poco più di un uomo di curia.
La prima visita di papa Giovanni appena eletto è per i carcerati, cosa che oggi desterebbe la rabbia e lo stupore dei politici, come si è visto per le accuse recenti alla Caritas e al cardinale Tettamanzi, accusato addirittura, per il solo fatto di aver letto in pubblico brani del Vangelo contrari all’opinione di qualche politico locale, di non essere più cattolico. Quindi uno scandalo, ma in positivo e nel segno di Cristo, contro i “farisei” .

Olmi ci mostra Papa Roncalli, nei primi giorni del suo pontificato, mentre esce dal Vaticano in treno: c’è una stazione ferroviaria in Vaticano ma non si usava da tempo immemorabile. Il viaggio dura un solo giorno, ma il messaggio è comunque chiaro: uscire, dare aria, camminare, ascoltare il mondo che c’è di fuori, viverci in mezzo.
Il film ha alcuni aspetti del “santino” e dell’agiografia, ed era inevitabile vista la committenza e il pubblico a cui sarebbe arrivato, che questo voleva e vuole; ma Olmi se ne distacca appena può e prende una strada molto personale e più bella. Dopo i dieci minuti di prologo, con immagini di repertorio, Olmi inizia il film vero e proprio con idee chiare, chiarissime: è una vera dichiarazione programmatica del suo modo di fare cinema, perciò la riporto integralmente:
« ... proprio per l’amore e il rispetto che proviamo per papa Giovanni, sarebbe stato assurdo tentare di rievocarne la figura truccando il nostro attore così da renderlo a lui somigliante nell’aspetto fisico e nelle vesti. Rod Steiger resterà perciò se stesso per tutta la durata del film, senza mutare d’abito: sia quando da principio sarà spettatore della storia dell’infanzia, sia quando, più tardi, si farà mediatore del personaggio di Angelo Giuseppe Roncalli e ne ripeterà le parole autentiche e perfino i gesti e le azioni.»E’ il caso di far notare chi è l’attore protagonista: Rod Steiger, il futuro messicano di “Giù la testa” di Sergio Leone, già famoso in questo inizio di anni ‘60 per ruoli di duro e di gangster. Un altro famosissimo “cattivo” del cinema, Adolfo Celi, sarà monsignor Radini-Tedeschi, vescovo di Bergamo; la voce del mediatore (cioè di Rod Steiger nelle vesti di papa Giovanni) è quella magnifica di Romolo Valli.
Finita la musica sacra, un’esecuzione un po’ stucchevole e di maniera che non rende giustizia alla bellezza dei brani, è un bel sax ad accompagnare l’arrivo di Steiger a Sotto il Monte, provincia di Bergamo, paese natale del papa. Qui vediamo i titoli di testa, undici minuti dopo l’inizio del film.

Con la nascita del bambino e il suo battesimo, due pagine di grandissimo cinema, siamo già ben dentro a “L’albero degli zoccoli”: ma quel bambino non è papa Giovanni, non può esserlo. Come spiega ancora Olmi (voce fuori campo): « Queste stesse cose, in questi stessi luoghi, accaddero molti anni fa, il 25 novembre 1881, quando fu battezzato Angelo Giuseppe Roncalli. I veri protagonisti di questa storia sono ormai quasi tutti scomparsi; rimangono a testimonianza le cose, gli oggetti, i muri, questa chiesa, questo fonte battesimale (...)»Nel fare un film biografico su un personaggio noto, Olmi vince là dove cascano la maggior parte dei registi “normali”: la scelta delle facce, dei corpi, dei luoghi. Oggi per queste cose ci si affida al “casting”, ma nessun attore di professione potrà mai rendere questi gesti e queste espressioni, nessun bambino portato da genitori ambiziosi avrà l’espressione di questi bambini veri, scelti ad uno ad uno per la loro verità. Virtù che hanno ed avevano altri grandi, come Herzog, come De Sica... I sorrisi e i volti dei film di Olmi non si vedono in nessun altro film, e le ragazze dei film di Olmi (nessuna è diventata famosa) sono le più belle del cinema italiano.

Il film di Olmi ha anche un altro grande pregio, quello di informarci sulla bellissima figura di monsignor Radini-Tedeschi, che fu vescovo di Bergamo: a lui venne affidato come segretario il giovane Roncalli, appena nominato come sacerdote. La diocesi di Bergamo è molto grande e c’è molto da camminare...
Nel 1909 le fabbriche di Ranica, nel bergamasco, sono in sciopero: ed è uno sciopero durissimo, nel corso del quale il vescovo sovvenziona generosamente gli operai in sciopero. Questo gesto di Radini-Tedeschi provocherà dure reazioni in Vaticano; il vescovo si difenderà così:
« Noi siamo tutt’altro che amici di qualunque sciopero, ma quando non ci fosse altro mezzo per ricondurre la pace e fosse apertamente violata la giustizia o alcuno dei sacri diritti della coscienza cristiana, almeno rivendichiamo il nostro diritto di dire la verità a tutti, e di chiamare legittimo lo sciopero e di aiutare chiunque combatta per ricomporre quell’ordine sociale di cui si avvantaggiano insieme i ricchi e i poveri, i padroni e i lavoratori.»Nella sequenza successiva, il vescovo è a passeggio con don Roncalli: e il discorso continua:
«Del resto, sarebbe stato ben doloroso se si fosse pensato di fare diversamente, quasi che Gesù Cristo non fosse venuto e non avesse mandato i suoi apostoli ad evangelizzare specialmente i poveri, quasi che la Chiesa insegnasse ai suoi vescovi a sposare la causa di chi opprime perché è ricco e potente e a trascurare e a non volgersi di preferenza ai diseredati, ai deboli e agli oppressi. Certa gente non ha ancora capito, e purtroppo difficilmente comprenderà, che la Chiesa, pronta al rispetto e al vero amore per tutti gli uomini, non vuole essere la serva di nessun partito, di nessun pregiudizio.»Metto qui sotto una foto del vero Radini-Tedeschi, presa da Wikipedia: come si vede, è diversissimo da Adolfo Celi. Accanto al vescovo, ben riconoscibile, c’è proprio don Roncalli: e qui qualche somiglianza con Rod Steiger, ad essere sinceri, c’è.
Dal 1925 don Roncalli è in Bulgaria, paese cristiano ortodosso con pochi cattolici, e chiese spesso isolate in montagna in paesi raggiungibili con molta difficoltà, spesso a dorso di mulo. Insomma, anche qui c’è molto da camminare: ma il futuro papa non si fa certo pregare, se c’è da camminare.
Dopo dieci anni in Bulgaria, Roncalli viene mandato a fare il nunzio apostolico in Turchia e Grecia, con sede a Istanbul: altri due paesi dove i cattolici sono una minoranza. La Turchia è quella del presidente Ataturk, rivolta all’Occidente, dove vengono vietati i simboli religiosi esteriori (il velo islamico, ma anche il Crocifisso) e dove il giorno di festa ufficiale non è più il venerdì islamico ma la domenica. Le parole di Angelo Roncalli sono di rispetto per i riti locali, e di condanna per il nazionalismo e per le divisioni all’interno della Chiesa. Tutto questo, e il dialogo con i cristiani ortodossi e con i musulmani, crea molti problemi in Vaticano per don Roncalli. Ne esce l’immagine, molto più vera di quella dei soliti santini, di un papa Giovanni XXIII colto ed aperto, in contrasto con il mondo chiuso e provinciale della curia romana. Il mondo cattolico non è solo quello di casa nostra, come molti credono; questo fu l’errore anche di papa Woytila, al quale il vescovo brasiliano Helder Camara ebbe a dire “Santità, il mondo non è una grande Polonia”. Se i problemi messi sul tavolo da Camara e da altri vescovi sudamericani fossero stati presi in considerazione, oggi la Chiesa avrebbe già affrontato e forse superato molti dei problemi che affiorano in questi giorni, dalla carenza di vocazioni fino alla pedofilia, alle chiese deserte, alle tentazioni del nazionalismo più bieco, uno dei peccati più gravi secondo Angelo Roncalli: «...l’amor patrio, che è legittimo e può diventare santo, non deve mai degenerare in nazionalismo. Oggi il mondo è intossicato di nazionalismo malsano, sulla base di razza e sangue, di contraddizione con il Vangelo. Gesù morì per tutti, senza distinzione alcuna.»
Olmi ci fa ascoltare queste parole di papa Giovanni XXIII scritte negli anni ’30, mentre vediamo scorrere immagini di cinegiornali d’epoca e vediamo il futuro papa mentre ascolta la radio, alle prese con i discorsi del duce: «... si è preteso e si pretende da qualcuno che Dio debba preservare tale o talaltra nazione o dare ad essa l’invulnerabilità o la vittoria in vista dei giusti che in essa vivono e del bene che pur vi si compie...Si dimentica che, se Dio ha fatto in qualche modo le nazioni, ha lasciato però la costituzione degli Stati alla libera disposizione degli uomini. A tutti indistintamente ha dettato le leggi della civile convivenza, e il Vangelo ne è il codice. A misura che questa Legge viene violata, si applicano automaticamente le sanzioni, che sono terribili e inesorabili. Nessuno Stato vi sfugge: a ciascuno la sua ora.»
La Turchia rimase fuori dalla seconda guerra mondiale, la Grecia no. Il futuro papa, da Istanbul, si fa mediatore per aiutare la popolazione della Grecia, sottoposta ad un durissimo blocco navale e ridotta alla fame; con la sua simpatia e bonomia personale riesce a trovare appoggi nel console tedesco e a Roma, e le navi con i rifornimenti alimentari possono arrivare ad Atene.
Nel dopoguerra, Roncalli viene mandato a Parigi: lui dice che è troppo, che non è adatto, ma obbedisce e si mette al lavoro: “se mancano i cavalli trotteranno gli asini, come diceva se non ricordo male Merlin Cocai...”. Per la Chiesa di Roma, dopo Pétain e Vichy, e la collaborazione con i nazisti, sono momenti difficili; i preti e i vescovi sono visti con sospetto e diffidenza più che giustificate. Ma Roncalli fa un buon lavoro, e quando lascia Parigi, ormai anziano, è amato e rispettato. Gli ultimi anni di Roncalli, nominato cardinale, sono a Venezia: vescovo di Venezia, anzi Patriarca. Il resto è storia: l’elezione a Papa, il rinascere della simpatia per la Chiesa, l’ecumenismo, l’apertura, il dialogo e gli incontri con le altre religioni, il Concilio Vaticano II...
Sono seguiti anni bui, per la Chiesa. Di un raggio di luce, e di calore umano, avremmo un gran bisogno...

giovedì 6 maggio 2010

Home of the brave

Home of the brave (1986). Scritto e diretto da Laurie Anderson. Musiche di Laurie Anderson. Fotografia di John Lindley. Con Laurie Anderson, John Askew, Adrian Belew, William S. Burroughs, Richard Landry, Paula Mazur, Dolette McDonald, Won-sang Park, Janice Pendarvis, David van Tieghem. Durata: 90 minuti

“Home of the brave” è un verso dell’inno nazionale americano, che si traduce – più o meno – “la dimora dei valorosi”. E’ anche il titolo che Laurie Anderson scelse per il suo tour di concerti in forma di spettacolo teatrale all’inizio degli anni ’80, da cui poi fu tratto questo film. E’ un film che a me piace molto ancora oggi, innanzitutto per simpatia verso la Anderson, anche se molti dei temi che sviluppa appaiono oggi un po’ superati: primo fra tutti il rapporto fra la musica e il computer, che venticinque anni fa era ancora una cosa nuova, oggi molto meno.

Si nota da subito la forte influenza su questo film del musicista Philip Glass e della sua opera “Einstein on the beach”, realizzata nel 1976 con il regista teatrale Bob Wilson: due grandi nomi della musica e del teatro, ancora oggi molto attivi e presenti. E’ un’influenza che riguarda l’aspetto visivo (il film è tutto girato su un palco di tipo più teatrale che da concerto rock) che i temi trattati, primo fra tutti il sistema binario che è alla base della programmazione dei computer, ma anche – come ricorda nel finale Laurie Anderson – dei battiti del nostro cuore. Il sistema binario, in matematica, è composto di due soli numeri: l’uno e lo zero. Come dire acceso e spento, on e off, fermati e muoviti, sistole e diastole: il sistema che è alla base dei calcolatori e di tutto ciò che è computerizzato. Molto interessante anche il discorso aperto da “Language is a virus”, che se non ricordo male è ispirato alle ricerche linguistiche di Noam Chomsky.

Tutto affascinante e molto bello, e ben realizzato: il film si vede molto volentieri ancora oggi, però va detto che quando si portano in un film le novità tecnologiche, quelle parti del film sono destinate ad invecchiare presto. E’ quello che capita anche ad alcune parti dei film di Wim Wenders, che ha sempre messo nei suoi film le novità tecnologiche con grande anticipo rispetto alla loro commercializzazione (il personal computer già nei primissimi anni ’80 in “Lo stato delle cose”, il navigatore per le automobili già nel 1992 con “Fino alla fine del mondo”): il risutato è che dopo qualche anno si finisce per guardare a quelle sequenze più come curiosità che dal punto di vista narrativo. Succede anche con i telefoni cordless e cellulari di dieci o quindici anni fa, che visti oggi fanno uno strano effetto ed appaiono molto più vecchi ed obsoleti dei telefoni a disco, anche perché sono oggetti che abbiamo avuto tra le mani per pochissimi anni, al contrario di quello che è accaduto con i telefoni normali o con i televisori a tubo catodico, rimasti quasi invariati e d’uso comune per più di mezzo secolo. Questo rischio esiste soprattutto nei film a soggetto e nei documentari, molto meno in “Home of the brave” di Laurie Anderson che è in sostanza la documentazione di una serie di spettacoli e di concerti, ed è quindi ancora oggi molto goodibile.
L’inno americano, “Star spangled banner”, risale al 1814 e fu scritto dal poeta Francis Scott Key per la guerra del 1812 con gli inglesi; divenne famoso durante la guerra di secessione, a metà Ottocento. Prendo queste note da Wikipedia, che aggiunge molte altre curiosità (penso che siano cose che i bambini americani studiano a scuola, come per noi il Risorgimento): la melodia su cui è cantato l’inno è quella di una “drinking song” inglese, dunque un canto da osteria, che viene attribuita a John Stafford Smith. L’inno contiene tra i suoi versi anche la frase “In God we trust”, stampata su tutte le banconote USA; è formata da quattro strofe di otto versi ciascuna, e ogni strofa termina con i famosi versi “the land of the free and the home of the brave”, che si traduce più o meno “la Terra della libertà e la casa dei valorosi”.
Non c’è molto altro da aggiungere, mi pare; la musica è bella e gradevole, gli effetti visivi sono tutti ben fatti, l’unica cosa che mi dispiace è che la voce di bellissimo timbro di Laurie Anderson sia spesso distorta al computer, così da sembrare una voce maschile. Forse nel 1986 poteva sembrare una novità, oggi la usano tutte le trasmissioni tv, e a dir la verità era un giochino che già si poteva fare con i 78 giri e i 33 giri, all’epoca del grammofono e del microsolco (io e i miei fratelli lo facevamo spesso da bambini: è vero che si rischiava di rovinare i dischi, ma l’effetto era divertentissimo – peccato che non si possa più fare con i cd e gli mp3...).
Questo è l’elenco delle musiche presenti nel film, preso da www.imdb.com :
Scritte e cantate da Laurie Anderson: "Sharkey's Day", "Langue d'Amour", "Gravity's Angel", "Kokoku", "Smoke Rings", "White Lily", "Late Show", “Talk Normal”, “Radar”, "Sharkey's Night", "Credit Racket" .
"Excellent Birds" è scritta da Peter Gabriel e Laurie Anderson, cantata da Laurie Anderson.
"Blue Lagoon" è scritta da Laurie Anderson e Robert Coe, su testi di William Shakespeare ed Herman Melville
"Language Is A Virus” è scritta da Laurie Anderson, Roma Baran e David Van Tieghem su testi William S. Burroughs
Qualche notizia su Laurie Anderson, dal sito di Wikipedia:
Laura Phillips (Laurie) Anderson (Chicago, 5 giugno 1947) è una performance artist, musicista e scrittrice statunitense, o per sua stessa definizione, "una narratrice di storie". Iniziò a suonare il violino in tenera età e agli inizi degli anni settanta, dopo essersi laureata in scultura alla Columbia University di New York, si dedica alla Performance Art. In una delle sue prime esibizioni, che si svolgevano in strada, suonava un violino che, grazie a un registratore nascosto all'interno, produceva dei loop di suoni che si sovrapponevano alla musica da lei suonata. Durante l'esibizione indossava un paio di pattini, le cui lame erano immerse in due blocchi di ghiaccio. Con il passare del tempo il ghiaccio si scioglieva e Laurie smetteva di suonare quando non era più in grado di stare in piedi. Il violino resterà spesso al centro delle sue esibizioni e della sua creatività. Uno dei suoi violini più celebri, il Tape-bow violin, ha una testina da registratore al posto delle corde e un nastro magnetico inciso, teso sull'archetto. Il suono viene prodotto facendo scorrere l'archetto (il nastro) sul violino (la testina).
Tra i suoi lavori più celebri: United States 1-4, Mister Heartbreak, Empty Places, Stories from the Nerve Bible e Song and Stories from Moby Dick, uno spettacolo imponente ispirato al celebre romanzo di Herman Melville, nel quale suona un altro strumento di sua invenzione, il Bastone parlante (Talking stick), una sbarra metallica riempita di circuiti elettronici che riproduce suoni in base a come viene mossa o toccata. Nel 1981 acquista popolarità con il singolo O Superman, composizione minimalista che raggiunge inaspettatamente il secondo posto nelle classifiche britanniche. Il brano, divenuto celebre in Italia tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta grazie ad una serie di spot pubblicitari del Ministero della Sanità per la prevenzione dell'AIDS, apre alla Anderson le porte della discografia. Nel periodo 1994-1995 ha prodotto anche un CD-ROM interattivo della durata di circa 12 ore e dal titolo Puppet Motel. Ha scritto alcune sezioni della voce relativa a New York per l'Enciclopedia Britannica.
Laurie Anderson ha collaborato con lo scrittore William Seward Burroughs, con il regista Wim Wenders e con molti musicisti fra i quali: Brian Eno, Peter Gabriel, Philip Glass, Jean Michel Jarre, Bobby McFerrin, Lou Reed, Dave Stewart, John Zorn. Nel 2001 ha ricevuto il Premio Tenco (insieme con Luis Eduardo Aute). Nel 2003 è diventata la prima artista ufficiale della NASA.
Il 12 aprile 2008 si è sposata con il suo compagno Lou Reed con una cerimonia privata a Boulder in Colorado.

mercoledì 5 maggio 2010

Paris, Texas

Paris, Texas (1984) Regia di Wim Wenders. Scritto da Sam Shepard e Wim Wenders, adattamento di L.M. "Kit" Carson. Fotografia: Robby Muller Musica: Ry Cooder. Interpreti: Harry Dean Stanton, Hunter Carson, Nastassja Kinski, Dean Stockwell, Aurore Clément, Sam Berry, Bernhard Wicki, Claresbie Mobley, Viva Auder, John Lurie, Tom Farrell (147 minuti)

« “Paris, Texas” è legato al mio incontro con Sam Shepard avvenuto durante l’avventura di “Hammett”. (...) L’origine di “Paris, Texas” è anche nell’Odissea, che avevo letto per la prima volta a Salisburgo. Secondo me il suo mito non può prendere corpo nel paesaggio europeo, mentre trova la sua giusta collocazione nel paesaggio dell’America dell’Ovest.» (Wim Wenders, da “Stanotte vorrei parlare con l’angelo”, UbuLibri 1989)
Prima di tutto, prima di ogni altra considerazione: questo film è di una bellezza assoluta, spettacolare. Parlo delle immagini: se volete capire chi è Wenders e come racconta, visto che non si può più andare al cinema a vederlo (ahinoi), procuratevi il dvd e il televisore più bello possibile. E guardatevi, fin dall’inizio, la meraviglia delle riprese, nitide fin nei minimi particolari, dei panorami del Texas e di Los Angeles, e delle strade che li collegano. Una meraviglia, una festa per gli occhi dall’inizio alla fine del film; e gran parte del merito va all’operatore Robby Müller, uno dei grandi maestri nella storia dei direttori della fotografia, capace di filmare anche l’impossibile.

E adesso si può parlare del film, cioè del suo soggetto. Non mi capita facilmente di commuovermi, ma questo è un film che commuove. Racconta di un padre e di un figlio, di problemi grandi come una casa (alcolismo, prostituzione, vagabondaggio) ma lo fa con una delicatezza inarrivabile, e con altrettanta profondità. E’ un roadmovie, la situazione è simile a quella di “Alice nelle città”, ma il suo protagonista, Harry Dean Stanton, non è come Rüdiger Vogler: è più nevrotico, ansioso, si vede subito la sofferenza che esprime; ed è anche più vecchio, un padre cinquantenne per un bambino di sette anni, con una moglie bellissima che ha la metà dei suoi anni. Una famiglia andata in frantumi, dove solo il bambino si è salvato dalla deriva: è stato praticamente adottato dallo zio paterno e da sua moglie, e lì lo troviamo all’inizio del film, sereno e contento.

Wenders come Comencini, e come De Sica, coi bambini è magnifico. Non so cosa sia, forse un dono di natura: sta di fatto che la recitazione del bambino (Hunter Carson, figlio dell’attrice Karen Black e di uno degli autori del film) è assolutamente naturale, così come lo era la bambina (stessa età, tra i sette e gli otto anni) che interpretava “Alice nelle città”. Wenders spiega che il bambino ha avuto parte decisiva in molte delle scene, e anche sul finale del film. La libertà concessa al bambino la si capisce al volo, per esempio nel giochino del walkie talkie tra padre e figlio - una scena che oggi non si potrebbe più fare, che peccato (i telefoni cellulari sono comodi, ma hanno tolto molto fascino al cinema). I walkie-talkie, radiotelefoni che avevano una portata limitata, che a noi sembravano solo un gioco per bambini e come tali venivano infatti venduti nei negozi di giocattoli, avevano in realtà un uso pratico in quei posti di lavoro, come i cantieri edili e i set cinematografici, dove era indispensabile comunicare a distanza fra le varie persone che stavano lavorando.

Per le immagini, Wenders e Robby Müller hanno scelto dei modelli precisi, molto americani: il fotografo Walker Evans e il pittore Edward Hopper. Sul rapporto fra Hopper e Wenders è stata fatta anche una mostra fotografica, pochi anni fa, che ha girato per varie città.
La musica che percorre tutto il film viene da un vecchio disco di blues del 1928, una canzone che si chiama “Dark was the night” e che è opera di un signore che si chiamava Wild Billie Johnson; la suona e la rielabora Ry Cooder, ed è un’altra delle cose indimenticabili di “Paris, Texas”.
L’attore protagonista è Harry Dean Stanton, che aveva già una lunga carriera alle spalle, ma quasi soltanto in parti di fianco. Qui è finalmente impiegato in un ruolo che gli permette di dimostrare tutta la sua bravura, e da “Paris Texas” in avanti la sua carriera avrà una svolta. Il titolo del film è spiegato proprio da lui nel corso del film: Parigi, ma nel Texas, è il luogo dove è stato concepito. Era suo padre, padre anche di suo fratello, che lo diceva sempre, una vecchia e simpatica battuta: Parigi, ma quella del Texas. E Paris, Texas, è solo un posto qualsiasi nel deserto.
Suo fratello è interpretato da Dean Stockwell, la moglie dalla francese Aurore Clément: due interpretazioni di quelle che rimangono in memoria, gesti semplici ma molto toccanti e partecipi. Viene da chiedersi come mai gli attori non siano tutti così, come in questo film: ma forse qui sta la magia dei veri grandi autori, che con i loro collaboratori hanno sempre un rapporto speciale che va al di là delle semplici capacità professionali.
E infine, una nota per gli appassionati che nel film si aspettano altro: il film dura due ore e un quarto, e Nastassja Kinski la vediamo apparire solo dopo un’ora e trentadue minuti.

martedì 4 maggio 2010

Che cosa sono le nuvole?

Che cosa sono le nuvole? (1968) Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini. Liberamente tratto da “Othello” di William Shakespeare. Fotografia: Tonino Delli Colli. Musica: Domenico Modugno. Costumi di Jürgen Henze. Interpreti: Totò (Iago), Ninetto Davoli (Otello), Laura Betti (Desdemona), Franco Franchi (Cassio), Ciccio Ingrassia (Roderigo), Domenico Modugno (lo spazzino), Adriana Asti (Bianca), Carlo Pisacane (Brabanzio), Francesco Leonetti (il burattinaio), Luigi Barbieri , Mario Cipriani, Piero Morgia (tre marionette) - segmento nel film Capriccio all'italiana (1968) - Durata: 20 minuti

Per uno che nasce come spettatore di teatro, questo piccolo film è una grande gioia. E’ qualcosa di unico e di inaspettato, solo un “dilettante matto” come Pasolini poteva inventarselo. E’ la storia di Otello, è l’Othello di Shakespeare: però raccontato con le marionette. E che marionette: Jago è Totò, tutto vestito di nero, con un cappellaccio nero e con la faccia dipinta di verde; Otello è Ninetto Davoli, giovane e ingenuo. Un Otello così l’aveva già descritto Dostoevskij, in una pagina spesso dimenticata dai “Fratelli Karamazov” (parte terza, libro ottavo, capitolo terzo): « “Otello non è un uomo geloso, è un uomo fiducioso”, osservò Pushkin (...) Nel caso di Otello si tratta semplicemente di questo, che la sua anima si è spezzata e la sua visione del mondo è crollata, perchè il suo ideale si è offuscato (...) “. Otello non è geloso, ma si fida di Jago. Si fida anche di Desdemona, ma adesso a chi dare ragione, visto che Jago e Desdemona sono ai due poli opposti?
Ma qui siamo nel teatro delle marionette, non finirà come in Shakespeare: finirà con il pubblico che sale sul palcoscenico, come nella sceneggiata napoletana, contro « ‘o malamente», lo Jago dalla faccia verde, e contro quello sciagurato di Otello, così stupido da non capire niente. Come a Napoli, ma anche come Don Chisciotte nel teatrino di mastro Pietro, il pubblico non sopporta di vedere il male trionfare, e interviene. Al mattino, le due marionette rotte (Otello e Jago, Totò e Ninetto) verranno raccolte dallo spazzino e gettate in discarica: lì finalmente vedranno il cielo, e le nuvole. Le nuvole, che non avevano mai visto e che faticano a riconoscere, ma sono così belle...
Il film è fedelissimo al testo di Shakespeare, e seguendolo scena per scena, avendo davanti il libro, l’ammirazione per il lavoro fatto da Pasolini è grandissima. Non mancano, come è giusto che sia, le battute di spirito un po’ grossolano: il teatro era uno spettacolo popolare, ed è una cosa che non andrebbe mai dimenticata. Perciò ben vengano le battute e i doppi sensi sul nome Cassio, se a farli è un grande artista come Totò, e non uno scalzacani qualsiasi; e ben venga anche la reazione violenta del pubblico, se questo serve a ridare vita al teatro. Perché la rappresentazione dell’Otello non finisce, viene interrotta dall’intervento del pubblico; e qui, oltre a fatti veri successi quando il teatro era teatro e non una polverosa occasione di incontro per borghesi annoiati, viene in mente l’invettiva che un altro grande attore del passato, Tino Buazzelli, lanciò un giorno contro gli abbonati, che venivano a vedere a tutto anche se non erano interessati: “se non vi interessa, statevene a casa!” disse a chiare lettere Buazzelli, che se lo poteva permettere.
Molto belle, e si meriteranno un post a parte, le parti scritte appositamente per il film. La marionetta di Otello, cioè Ninetto Davoli con la faccia pitturata di nero, che all’inizio è felice perché è stata appena fabbricata, nuova: essendo appena nato, tutto gli sembra bello e piacevole. Andando avanti nella rappresentazione, cioè nella vita, si troverà davanti a cose che non si aspettava; egli stesso si troverà a compiere azioni e ad avere pensieri che non si aspettava di avere. Tra le quinte, si confiderà con Iago (Totò, vestito di nero e con la faccia dipinta di verde) e chiederà spiegazioni al burattinaio (lo scrittore Francesco Leonetti): come mai succede tutto questo, perché deve andare così, chi vuole che vada così?

La panoramica finale sulle marionette superstiti, l’angoscia e la tristezza sul loro volto dopo la scomparsa di due di loro, è una riflessione che ci tocca profondamente. Forse, anche noi siamo solo marionette; forse, anche noi crediamo di essere liberi nei nostri movimenti e invece solide corde ci tengono obbligati a recitare un dramma già scritto che però non conosciamo e che spesso non condividiamo neppure. Ma così è la vita.

Il finale però è sorridente, Pasolini era tutt’altro che una persona angosciata: non di suo certamente, l’angoscia caso mai veniva dal di fuori, ed è una fortuna per lui non essere qui oggi a vedere quel che è successo al nostro mondo.
La prima domanda della marionetta appena nata, del giovane e ingenuo Otello, è una curiosità per quell’uomo che canta felice e che pure fa un lavoro ingrato, porta via le cose morte e l’immondizia (lo interpreta Domenico Modugno): chi è quell’uomo? “E’ lo spazzino”, gli risponde Totò con naturalezza, come se ci fosse poco altro da aggiungere; ed è parte una riflessione non diversa da quella di Ingmar Bergman nel “Settimo sigillo”, dove il giocatore di scacchi non dà risposte e non si pone domande, ma si limita ad eseguire un compito, un lavoro.
Terminato il suo carico, lo spazzino sale sul suo camion; e come tutti i camionisti che si rispettino (quelli di una volta, almeno) ha dietro di sè una la fotografia di una donna nuda. Ma, se la si guarda bene, non è soltanto una donna nuda: è la Venere di Velazquez, intenta a guardarsi allo specchio. E con Velazquez era iniziato il film, del grande pittore del Seicento sono i manifesti che propagandano i film che vediamo all’inizio.
Per ogni ruolo, la scelta fatta da Pasolini è sempre perfetta per lo scopo che si era prefisso: Desdemona è Laura Betti, bella e bionda ma anche poco affidabile; Cassio è Franco Franchi, che non fa nessuna fatica a muoversi da marionetta o da pupo siciliano (era una delle sue gags migliori) e che è anche molto serio ed espressivo quando serve; Roderigo è Ciccio Ingrassia. Bianca è Adriana Asti, grande attrice di teatro; Carlo Pisacane (altro volto famosissimo di quegli anni, dopo il grande successo dei “Soliti ignoti” ne 1958) si merita qualche inquadratura e un nome altisonante in locandina: Brabanzio, padre di Desdemona. Mi mancano i nomi dei due suonatori di mandolino, che si direbbero marito e moglie; il marionettista è Francesco Leonetti, scrittore e critico letterario. E lo spazzino è Domenico Modugno, uno spazzino felice che lavora senza pensieri e che canta allegro un motivo da cantastorie che fa così: “Il derubato che sorride ruba qualcosa al ladro”, e sono proprio parole di Shakespeare: «The robbed that smiles steals something from the thief », come dice il Doge a Brabanzio invitandolo a prendere atto di ciò che è successo. (William Shakespeare’s Othello: atto primo, scena terza.).

Fiodor Dostoevskij, “I Fratelli Karamazov” (parte terza, libro VII, cap.3)
(...) La gelosia! « Otello non é un uomo geloso, è un uomo fiducioso », osservò Puskin, e questa osservazione testimonia da sola la straordinaria profondità di mente del nostro grande poeta.
Nel caso di Otello si tratta semplicemente di questo, che la sua anima si è spezzata e la sua visione del mondo si è offuscata perché il suo ideale é crollato. Ma Otello non si nasconde, non sta di guardia, non sta a spiare: egli ha fiducia. Anzi, fu necessario guidarlo, spingerlo, aizzarlo con sforzi enormi, solo perché arrivasse a dubitare del tradimento.
Il vero geloso non è così. Non ci si può neppure immaginare a quali vergogne e a quali bassezze morali è capace di adattarsi, senza nessun rimorso, l'uomo geloso. E non è che siano tutte anime basse e sporche. Al contrario, con un cuore elevato, con un amore puro e pieno di abnegazione, un uomo può lo stesso nascondersi sotto i tavoli, comprare la gente più abietta, spiare, origliare e adattarsi a tutto il sudiciume di una posizione simile.
Otello non si sarebbe mai potuto rassegnare a un tradimento, parlo di rassegnarsi non di perdonare, benché la sua anima fosse buona e innocente come quella di un bambino. Non così il vero geloso: è difficile immaginare a che cosa possano adattarsi e rassegnarsi certi uomini gelosi, che cosa possano perdonare!
Gli uomini gelosi perdonano prima degli altri, e questo lo sanno tutte le donne. Un uomo geloso è capace, per esempio, di perdonare straordinariamente presto (dopo una scenata, s'intende) un tradimento ormai quasi provato, di perdonare baci e abbracci visti con i propri occhi, se, per esempio, può convincersi in qualche modo nello stesso tempo che è stata « l'ultima volta» e che il suo rivale da quel momento sparirà, che se ne andrà in capo al mondo, oppure che lui stesso porterà via la sua donna, in qualche posto dove quel terribile rivale non arriverà mai. Si capisce che la riconciliazione dura solo un'ora, perché, anche se quel rivale sparisse per davvero, il giorno dopo lui se ne inventerebbe un altro, uno nuovo, e sarebbe geloso di quest'altro. Vien voglia di domandarsi che cosa rappresenti un amore al quale bisogna fare la guardia continuamente, e quanto valga questo amore se sono necessari tanti sforzi per trattenerlo. Ma è proprio questo che gli uomini gelosi non capiranno mai; eppure fra loro ci sono anche persone di cuore elevato, è la verità.
Un'altra cosa interessante è che questi stessi uomini, quando stanno in qualche bugigattolo a spiare e a origliare, per quanto con il loro « cuore elevato » comprendano bene tutta la vergogna nella quale sono scivolati volontariamente, pure, almeno in quel momento, finché stanno in quel bugigattolo, non provano nessun rimorso.
Mitja alla vista di Grùshenka dimenticava la sua gelosia, per un momento diventava un uomo nobile e fiducioso, si disprezzava anzi per i suoi brutti pensieri. Ma ciò significava soltanto che il suo amore per quella donna era molto più elevato di quanto egli stesso supponesse (...)
Fiodor Dostoevskij, “I Fratelli Karamazov” (parte terza, libro VII, cap.3)
(ed. Sansoni 1969, traduzione a cura di Ettore Lo Gatto)

sabato 1 maggio 2010

Falegnami e carpentieri

Witness (Il testimone, 1985). Regia di Peter Weir. Scritto da William Kelley, Pamela Wallace, Earl W. Wallace. Fotografia di John Seale. Musica originale di Maurice Jarre. Canzoni: What a wonderful world (Cooke-Alpert-Adler), Shocking behaviour (Chiten-Sheridan), Party down (Brackett-Sherry). Girato in Pennsylvania (Philadelphia e Contea di Lancaster). Con Harrison Ford, Kelly McGillis, Lukas Haas (il bambino), Jan Rubes (Eli, il suocero), Alexander Godunov (Daniel Hochleitner), Brent Jennings (Carter), Josef Sommer, Danny Glover, Angus Mac Inness, Patti Lupone, Frederick Rolf, Viggo Mortensen. Durata 112 minuti
Nel film “Witness”, uscito nel 1985 con grande successo di pubblico, Harrison Ford interpreta un detective di Philadelphia costretto dalle circostanze a nascondersi in mezzo alla comunità Amish.
Del film per intero ho già parlato qualche tempo fa, questa volta voglio occuparmi di una sua scena molto particolare, che riguarda il mondo del lavoro.

Gli Amish sono una delle tante comunità religiose che nascono dopo la Riforma di Lutero. Come i Quaccheri, o i Mormoni, o i Mennoniti, trovarono rifugio in America dalle persecuzioni contro di loro che si tenevano in Europa, e che durarono per un lungo periodo. Ormai sono americani da parecchie generazioni, da prima della nascita degli USA: ma hanno conservato la loro lingua (un dialetto dell’ambito svizzero-tedesco) e hanno conservato usi e costumi dell’epoca della loro emigrazione, rifiutando l’elettricità e le automobili. Insomma, gli Amish vivono ancora come si viveva ai primi dell’Ottocento: non sono dei fanatici, ma preferiscono fare a meno delle nostre comodità che a loro sembrano eccessive. Sono contrari alla guerra e all’uso delle armi, e hanno accordi particolari con gli USA che ne preservano usi e costumi. Dalle grandi città come Philadelphia la distanza in chilometri è poca, ma entrando nella loro comunità è come se si facesse un salto all’indietro di duecento anni: ed è quello che capita a Harrison Ford nel film.

All’inizio, il detective John Book, che sta sfuggendo a dei colleghi corrotti e particolarmente spietati, vorrebbe solo riportare a casa la giovane vedova Rachel e suo figlio Samuel, un bambino che è stato testimone dell’omicidio di un poliziotto (che stava indagando proprio su quel caso di corruzione); ma è stato ferito e non può muoversi. Gli Amish lo soccorrono e lo nascondono tra di loro, anche perchè il piccolo Samuel correrebbe seri rischi se i poliziotti corrotti riuscissero a identificarlo.
La ferita non è gravissima, passati i primi due giorni ci si rende conto che lo straniero, cioè il detective (che si chiama John Book) ha una forte tempra e guarirà. Appena comincia a star bene, il vecchio Eli che lo ospita gli chiede se se la sente di dare una mano alla fattoria, e Book acconsente.
Più tardi scoprirà che Book è un bravo falegname, e si finirà per chiedergli se vuole dare una mano agli altri Amish per costruire un fienile. Ed eccolo qua, il nostro John Book- Harrison Ford, intento a lavorare al fienile.
Harrison Ford non è la sola star a lavorare sodo da falegname e carpentiere: il biondo accanto lui è un grande ballerino classico, stella del Bolscioi, il russo Alexander Godunov, che nel film interpreta uno degli Amish. A questo punto del film, sappiamo che i due potrebbero forse essere rivali in amore, e anche loro due lo sanno; ma sono persone serie e lavorano insieme da buoni compagni. Accanto a loro, in un piccolo ruolo, c'è un giovane attore destinato ad avere un futuro luminoso: Viggo Mortensen.

Alla fine della giornata, il fienile è pronto: Rachel (l’attrice è Kelly Mc Gillis) presenta a John Book la coppia di giovani, appena sposati, per i quali ha lavorato.
Due curiosità: la prima è che Harrison Ford è davvero un buon falegname, per suo hobby personale e perché questo era il suo lavoro prima di avere successo come attore. La seconda storia la racconta il regista Peter Weir nella breve intervista allegata al dvd: gli Amish veri non presero parte al film, anche se erano molto disponibili e ovviamente incuriositi; ma alla fine del film, visto che il fienile era stato costruito per davvero e non per finta, gli chiesero che fine avrebbe fatto e se avrebbero potuto comprarlo.