domenica 18 settembre 2011

Ken Loach ( III )

Sweet sixteen
- Lei definisce Liam come un esempio della generazione post Thatcher.
- Sono quei ragazzi cresciuti in un paese rovinato dalla politica del governo di Margaret Thatcher, con la chiusura delle industrie e l’enorme buco della disoccupazione che prima ha toccato i loro nonni e poi ha inghiottito i padri e le madri dei ragazzi come Liam. Liam è un disoccupato di terza generazione: sa di non avere speranze né prospettive, e cerca il modo di sopravvivere in un mondo fatto di rovine.
- Quali sono le differenze rispetto a un coetaneo francese o italiano?
- Sono più le similitudini (...) Questi ragazzi chiedono ciò che tutti i ragazzi vogliono: stabilità, sicurezza, far parte di una famiglia che li ami, avere una rete di affetti intorno, qualcuno che si prenda cura di loro, sapere che c’è qualcosa al mondo per cui loro possano servire, che non li faccia sentire inutili.
- (...) Che cosa l’ha colpita nell’incontro con questa realtà romana?
- Capire quanto il contesto sociale renda difficile a queste persone lavorare. Non c’è nessun aiuto per mettere su una comunità, c’è un problema vero nei trasporti. Mi ha colpito la determinazione con cui queste persone continuano a muoversi, malgrado l’ostilità di quello che hanno intorno (...)
(Ken Loach a Roma per la presentazione di “Sweet sixteen”, film di cui è protagonista il sedicenne Liam) (intervista di Arianna Finos dal Venerdì di Repubblica, febbraio 2003)
- ...ma poi chi parla del fondamentalismo cristiano? La verità è che Bush e Blair ci hanno trascinato in un’avventura assurda, spaccando la nostra società.
- Eppure, nei giorni scorsi, per la prima volta i leader delle comunità musulmana, cristiana ed ebraica di Londra hanno condannato insieme le bombe del 7 luglio.
- Vero. E hanno fatto benissimo. E’ quello che dovevano fare. Però vorrei chiedere: dove erano questi leader religiosi quando Falluja veniva bombardata? Chi ha esecrato il fondamentalismo di Bush e di Blair, in quell’occasione? Siamo continuamente davanti a una doppia morale, è questo che non mi piace. (...)
Ken Loach, intervista a L’Espresso del 21.07.2005, di M.Fortunato
In Italia dal 10 novembre “Il vento che accarezza l’erba”, Palma d’Oro a Cannes, che racconta l’Irlanda degli anni Venti
KEN LOACH: « ALTRO CHE SCUSE, RISCRIVIAMO LA STORIA»
di Maria Pia Fusco, Repubblica 1 novembre 2006
Irlanda, anni Venti. «Un periodo tragico che non compare nei libri scolastici», dice Ken Loach che, a quel periodo, ha dedicato Il vento che accarezza l'erba, il film scritto con Paul Laverty, Palma d'oro a Cannes 2006, assegnata all'unanimità malgrado le previsioni della vigilia a favore di Almodovar e del suo Volver. Il film - esce in Italia con la Bim il 10 novembre - racconta anni di scontri, di violenza e di morte attraverso la storia di Damien, che per amore del suo paese abbandona la tranquilla carriera di medico, e del fratello Teddy, che prima si uniscono all'esercito repubblicano costituito da volontari, soprattutto contadini, operai e studenti, per fronteggiare la repressione dei soldati inglesi, poi, dopo il trattato che pose fine al massacro, si divisero e si trovarono a combattere su fronti opposti nella lunga e sanguinosa guerra civile.
«Il film nasce dalla memoria della gente d'Irlanda. Abbiamo raccolto testimonianze nelle campagne, racconti di famiglia, gli anziani ci hanno mostrato i luoghi degli scontri tra i partigiani dell'esercito improvvisato e i soldati mandati da Churchill, le grotte in cui si nascondevano le case in cui si riunivano. Paul ed io abbiamo scoperto violenze e atrocità che ignoravamo. Non bastano le scuse di Gordon Brown di mesi fa per i crimini dell'impero britannico, ci vorrebbe una rilettura della Storia dalla parte dei paesi che, come l'Irlanda, hanno subito devastazioni e massacri».
- E’ veritiera anche la vicenda di due fratelli che diventano nemici?
«La storia di Damien e Teddy è emblematica della realtà di tante famiglie divise su fronti opposti. Una guerra civile comporta scelte drammatiche e bisogna ricordare che spesso sono ragazzi di vent'anni a farle. E nei conflitti si svelano personalità diverse, Damien, il medico che sceglie gli ideali repubblicani, non accetta di dipendere ancora dagli Inglesi dopo i crimini ai quali, ha assistito e combatte per l'indipendenza totale, Teddy è un soldato che diventa politico, spera di conquistare la libertà senza più violenza. Personalmente non saprei dire da che parte avrei deciso di stare se, a vent'anni, mi fossi trovato davanti alla loro scelta».
- Che percorso ha avuto il film dopo Cannes?
«All'inizio ho avuto una serie di attacchi da parte della stampa. Sul Times per esempio un politico di destra che ha una sua rubrica mi ha paragonato a Leni Riefensthal come nemico dell'Inghilterra, su The sun il titolo era "fiancheggiatore dell'Ira". Poi è uscito il film, sono finiti gli attacchi, anzi sono uscite buone critiche un po' ovunque. In Irlanda c'è stata una risposta incredibile, il film è stato oggetto di incontri, per i giovani è stata una scoperta, per gli anziani l'occasione di raccontare storie sepolte nella memoria. Ma anche in Inghilterra è andato molto bene, forse è il mio maggior successo commerciale. E pensare che è stato il mio progetto più sofferto, ci sono voluti dieci anni per realizzarlo, nessuno ci credeva, è una storia scomoda, fastidiosa per gli Inglesi. Sono molto grato al festival di Cannes, il premio è stato utile a superare la diffidenza e gli ostacoli che in genere incontrano i miei film in patria».
- L'accusa di essere l'autore inglese più anti-British resiste...
«Viene da chi confonde il governo con il popolo. Io sono critico verso il potere britannico ma non ho nulla contro i miei concittadini e, per fortuna, ce ne sono molti che la pensano come me».
- Perché, dopo Hidden agenda, ha deciso di tornare in Irlanda?
«Hidden agenda era sull'Ira e sul terrorismo recente in Irlanda del Nord, la conoscenza di quello che è accaduto negli anni Venti aiuta a capire perché ci si è arrivati, tutto è cominciato da lì. E il tempo di raccontare le lotte contro eserciti invasori è sempre giusto, le invasioni accadono sempre anche oggi».
- Si riferisce all'Iraq?
«La mia opinione su quella guerra non e cambiata. Soldati americani e britannici hanno invaso un paese con una guerra ingiusta, illegale, basata su menzogne. La situazione è sempre più tragica, le cifre sui morti sono spaventose e il problema per Bush e per Blair è come uscirne. Lo sconcerto e il disagio si avvertono ogni giorno sulla stampa inglese. Giornali come The Guardian e The Indipendent, sempre contrari alla guerra, oggi dimostrano come la presenza dei soldati americani e inglesi rendano la situazione peggiore ogni giorno di più. I giornali di destra, sostenitori del conflitto, adesso scrivono che si deve "finire il lavoro" ma anche che bisogna andarsene il più presto possibile».
- “Il vento che accarezza la terra" è considerato il suo film più violento: è d'accordo?
«C'è sempre un rapporto tra gli ideali forti e la violenza, quando si crede in valori essenziali come la libertà la lotta per affermarli non può che essere cruenta, soprattutto quando dall'altra parte c'è un'oppressione che usa ogni mezzo, compresa la tortura. Ma nel film non ho cercato la spettacolarità della violenza, ho cercato di raccontarla come dolore e come tragedia inevitabile».
- Adesso cosa sta facendo?
«Sono alla seconda settimana di riprese di un film di cui ancora non ho il titolo. Sto girando a Londra nell'East End, nei quartieri abitati da comunità miste di diverse etnie».
- Toccherà la politica dell'immigrazione?
«Solo come sfondo di una storia privata. Oggi sull'immigrazione da noi c'è una grande ipocrisia, l'atteggiamento nei confronti di chi arriva dall'est europeo è più accomodante rispetto a chi arriva dall'Asia o da l'Africa. Il colore della pelle è diventato di nuovo un elemento di discriminazione».
Il regista inglese parla di «In questo mondo libero», in concorso a Venezia
KEN LOACH: « RACCONTO L’IMMIGRAZIONE VISTA DAI PADRONI»
di maria pia fusco, repubblica 24 agosto 2007
ROMA - L'ultima sfida di Ken Loach si chiama In questo mondo libero... Il tema è ancora quello dell'immigrazione, ma a differenza di Bread and roses in cui il punto di vista era quello dei messicani a Los Angeles o Un bacio appassionato sull'ultima generazione dei pakistani in Inghilterra, stavolta, per la prima volta, il racconto è dalla parte degli sfruttatori, dei «cattivi». Il film, sceneggiato come di consueto da Paul Laverty, è in concorso a Venezia e sarà distribuito in Italia dalla Bim.
«Negli anni Novanta è cominciata la crisi della sicurezza nel lavoro, si sono diffuse le agenzie di occupazione temporanea che usano sempre più lavoratori stranieri. E nell'indifferenza generale lo sfruttamento degli immigrati in Inghilterra è uno scandalo. Nel film ci sono le motivazioni che spingono uomini e donne a venire qui in cerca di lavoro, ma la protagonista è Angie, colei che li sfrutta», dice il regista.
- Perché ha scelto una donna?
«Angie è una trentenne con un figlio, ha subìto qualche sopruso, ha dei problemi ad andare avanti. Finché decide che deve fare qualcosa prima che sia troppo tardi, non vuole il futuro modesto dei suoi genitori e usa le sua capacità per organizzare in prima persona il commercio degli immigrati. È un personaggio «normale», più simile a tanti di noi, meno prevedibile di un tipico capitalista. E’ accattivante, simpatica, vivace, piena di energie e di determinazione. Fa parte di una cultura, é il prodotto della politica della Thatcher, che esaltava il senso degli affari e le capacità imprenditoriali. Naturalmente nella competizione si indurisce, non può permettersi storie d'amore. Nel sesso il comportamento è maschile, è lei che sceglie il partner da portare a letto, come in genere fanno gli uomini».
- Ma è anche spietata. C'è una i violenza sottile nel film, i personaggi sono quasi tutti negativi...
«C'è un personaggio positivo ed è quello del padre, legato ai valori dell'integrità e dell'onestà. Lui non accetta la giustificazione della figlia «lo fanno tutti». Però il film non giudica Angie, bensì il sistema nel quale una persona come lei può prosperare, ed è un sistema accettato ovunque nel mondo occidentale, non credo solo in Gran Bretagna».
- Oltre alla Polonia e all'Ucraina, il film è ambientato a Londra: c'è una ragione?
«Londra è il cuore dell'Inghilterra, il centro dell'economia, e con circa due milioni di immigrati che lavorano in condizioni illegali, lo sfruttamento è un elemento centrale, non un fatto che accade solo ai margini dell'economia ufficiale. Con tutte le contraddizioni: da una parte si riconosce che l'economia non sopravviverebbe senza la forza lavoro degli immigrati, dall'altra la destra ne vorrebbe l'espulsione».
- E’ vero che nel film lei e Laverty avete voluto evitare situazioni assai più dure di quelle mostrate?
«Abbiamo fatto una ricerca prima di scrivere il film e abbiamo sentito storie incredibili. Di norma gli immigrati pagano cifre altissime ad associazioni mafiose per entrare nel paese (per un cinese ad esempio la cifra è di 25 mila dollari, un debito che pagherà a vita ) e senza garanzie, cominciano a lavorare in un cantiere poi vengono lasciati per strada, incidenti sul lavoro e morti tragiche tenute nascoste, turni massacranti, quelli che vengono dal Bangladesh ad esempio lavorano ogni giorno per 14 ore per due pence l'ora. Ma nel film, d'accordo con Paul, ho cercato di alleggerire la realtà, vorrei evitare l'accusa del "solito estremista provocatore"».
- Pensa che con il passaggio da Tony Blair a Gordon Brown la politica sull'immigrazione potrebbe cambiare?
«Non certo in meglio. Brown ha solo un'immagine diversa da Blair, più accattivante, più simpatico, ma la sostanza è la stessa».
- Lei sembra più pessimista del solito...
«Niente affatto. Se continuo a fare film come questo, significa che non sono disperato, credo ancora che qualcosa si possa fare. E non solo nel mio paese».
- Che reazioni spera di avere?
«So benissimo che da parte del potere non avrò applausi, anzi sarò accusato di provocazione. Ma lo scopo non è quello di provocare o di sconvolgere la gente con immagini o storie estreme. Del resto la realtà della sfruttamento non è una novità, tutti, nella nostra vita di ogni giorno, lo sfioriamo, basta entrare in un supermercato, nelle cucine dei ristoranti, nei piani bassi di un albergo. Il film, se mai, è una sfida alle certezze consolidate che la spregiudicatezza imprenditoriale e il profitto ad ogni costo siano ormai essenziali all'economia e al progresso, che la competizione spietata sia un valore, che tutto, anche gli esseri umani siamo merce di scambio nel mercato mondiale. Non penso che sia questo l'unico modo di vivere possibile, e se il film riuscirà a far riflettere qualcuno sulla possibilità di trovare strade diverse e una comunicazione più umana avrò raggiunto lo scopo».
(continua)

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