domenica 25 dicembre 2011

Herzog, Lévi-Strauss, Conrad, Rousseau

Fitzcarraldo (idem, 1982) Scritto e diretto da Werner Herzog. Fotografia: Thomas Mauch. Musica di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Vincenzo Bellini, Richard Strauss. Musiche originali: Popol Vuh. Interpreti: Klaus Kinski, Claudia Cardinale, José Lewgoy, Miguel Angel Fuentes, Paul Hittscher, Huerequeque Enrique Bohorquez, Grande Otelo, Peter Berling, David Pérez Espinosa, Milton Nascimento, Ruy Polanah; tribù amazzoniche Ashininka-Campa del Rio Tambo e Machiguengas del Rio Camisea. Durata:158 minuti

“Se non mi avessero lasciato fare Fitzcarraldo sarei stato un uomo senza sogni”, dice Herzog alla fine del commento al film, sul dvd. Un sogno, non come lo intendiamo noi occidentali ma come per gli aborigeni australiani del film di Herzog immediatamente seguente a Fitzcarraldo: “Dove sognano le formiche verdi”.
Ma poi, ecco chi c’era ancora dietro Cuore di tenebra, ma anche Aguirre e Fitzcarraldo: Jean Jacques Rousseau, filosofo ginevrino.
Lévi-Strauss compie cento anni
di Antonio Gnoli, La Repubblica 23 maggio 2008
...Quando nel 1934 Claude Lévi-Strauss si imbarcò dal porto di Marsiglia, destinazione le foreste del Brasile, circolava un film che alla giungla aveva innalzato una monumentale metafora di tutte le paure che un mondo altro e arcaico suscitano nell'uomo occidentale. “King Kong” uscì nelle sale cinematografiche nel 1933 e, come tutti sanno, narra di un re spodestato dal suo regno e portato in catene nella scintillante New York. Lo scimmione è un sovrano sui generis che incute terrore tra gli indigeni dell'isola, fino a quando un manipolo di bianchi immaginano di ricavarne un grande spettacolo: tanto più pittoresco ed efficace quanto più l'immagine del grande gorilla risulterà teatralmente terrificante.
In fondo ciò che l'Occidente, nelle sue componenti più ciniche e affaristiche, ha sempre saputo gestire è la paura. Sia che si tratti di un sentimento nato da una finzione, sia che sgorghi dai segreti meandri della realtà, la paura - moneta che circola abbondantemente nei giorni nostri - è un motore formidabile che alimenta immaginario e potere, i loro lati oscuri, notturni, impenetrabili. Ma soprattutto disorientanti.
Lévi-Strauss trascorse diversi anni nelle foreste del Mato Grosso. Vi giunse nel 1935 e ripartì nel 1939. Su quell'esperienza lasciò per anni calare il silenzio. Non una parola che ricordasse le difficoltà, i rischi, i timori, che gli incontri con civiltà indigene, remote e incontaminate gli avevano procurato. Poi, quindici anni più tardi, decise di raccontare quello che aveva visto e vissuto. E ne venne fuori Tristi Tropici, un'opera unica. Assoluta, come possono esserlo quei libri senza precedenti veri. Nasceva con pochi ingredienti: lo sguardo rivolto al concreto, il rispetto per le cose viste e, soprattutto, il talento narrativo. Giacché alla fine quel libro che comparve la prima volta nel 1955 era soprattutto un grande romanzo.
Lévi-Strauss (il grande vecchio compirà cento anni a novembre, si sono tenuti convegni sulla sua figura e altre celebrazioni sono previste in Francia e in Italia) scrisse Tristi tropici in quattro mesi. Il libro nasceva da urgenze diverse: il divorzio dalla prima moglie, la bocciatura al Collège de France, il progetto - vago, seducente e poi abortito – di scrivere un romanzo che avesse come protagonista una specie di truffatore europeo che circuisce gli indigeni della foresta amazzonica.
Non so se davvero Lévi-Strauss si sentisse alla pari di un mestatore occidentale pronto a carpire la buona fede del selvaggio, di sicuro c'è che Tristi tropici è attraversato da un singolare senso di colpa, che lo spinge a raccontare, con nostalgia e realismo, un mondo che sarebbe sparito.
In certe pagine egli non esita a mettere sotto accusa il mestiere dell'etnologo, condizionato da
un'ambiguità che mina, almeno in parte, la legittimità scientifica della ricerca sul campo. Da un lato egli indaga le regole che governano le relazioni di parentela, la forza del mito, la logica del pensiero selvaggio; dall'altro è consapevole che ogni intervento, anche il più neutrale, può risultare devastante per la realtà che si intende indagare. E’ la ragione per cui odia viaggiare. Lo sconcertante: «Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni».
L'odio è un sentimento tagliente e pericoloso. Va maneggiato con cura. E le prime righe del libro sono rivelatrici di qualcosa che prima di allora si trova, in maniera così esplicita, solo in un altro autore: Jean Jacques Rousseau. Entrambi condividono lo stesso subbuglio psichico, il medesimo impeto e sdegno. Rousseau non odia i viaggi, ma odia tutto ciò che è civilizzazione. Il peso di quell'odio bilancia l'amore che nutre per l'innocenza perduta, per quello stato di natura che, con qualche sforzo di immaginazione, potremmo vedere abitato dalle tribù dei Bororo, dei Nambikwara, dai Tupi Kawahib che Lévi Strauss visita, fotografa, filma, racconta.
È uno sforzo immane quello a cui l'etnologo si sottopone in quegli anni, segnati da fatiche, privazioni, pericoli e dalla convinzione che un mondo opposto per stile e sostanza all'Occidente stia lentamente morendo. Ai suoi occhi il Brasile è un paradigma della storia mutevole, del passaggio dal fugace splendore di alcune città alla loro decadenza, dalla ricchezza della terra alla desolazione dei frutti. Quel mondo, che descrive con raro talento narrativo, è condannato alla sparizione. E il fatto di ricordarne così ossessivamente la decadenza, gli appare un modo sinistro di speculare sulle altrui miserie: di accelerarne la fine.
Considera Tristi Tropici un’opera di corruzione del lavoro dell’etnografo. Resta colpito dalle considerazioni che Baudelaire svolge sull'impressionismo e Manet in particolare. E le adatta alle proprie convinzioni.
Non è che gli impressionisti non sapessero dipingere, ma essi cercavano l'illusione di un'arte spontanea. La stessa illusione è convinto che si celi nella sua narrazione: ciò che vede è davvero dettato dallo sguardo dello scienziato o è puro colore di superficie?
Si è presi da una certa spossatezza nella prolungata lettura di Tristi tropici. Il lettore è sopraffatto dalla lussureggiante messe di dettagli, dalle esperienza improvvise, dalle imprevedibili deviazioni sull'India e le caste, sul buddhismo e l’islam. Ma ad uno sguardo più attento si avverte che sotto quel caos di emozioni e di avventure regna un ordine nascosto, un sapere che fa appello alle semplici regole dello strutturalismo.
Nonostante ciò egli considera Tristi tropici un libro impudente, scritto più con le passioni del cuore che con quelle della mente. Alla fine del libro ci si imbatte nell’omaggio a Rousseau che egli considera il più etnologo tra i filosofi. Frainteso, dileggiato, disprezzato, Rousseau è stato il modo in cui l'Occidente ha provato a leggere e capire il cuore dell'altro senza oltraggiarlo. Naturalmente, per il ginevrino quel cuore era la prova che l'Occidente si sarebbe potuto salvare solo a patto di lasciarselo trapiantare. Una tale prospettiva non era priva di equivoci e pericoli. Ovvero di tentazioni totalitarie, nate nel nome di una civiltà interamente trasparente.
Può mai esistere una società perfetta? Qui le strade di Rousseau e Lévi-Strauss divergono. Le culture, le civiltà, i mondi religiosi si possono confrontare ma non sovrapporre, men che meno sommare. Nessuna società agli occhi del grande antropologo è interamente bene o male. Possiamo prendere degli aspetti, amarne alcuni e detestarne altri. Non possiamo realizzarne una sintesi. Possiamo solo renderci conto della loro intrinseca caducità. Tristi tropici è soprattutto un grande libro sulla desolazione umana.
Colpiva a tal proposito un giudizio del filosofo Emmanuel Lévinas che per definire l'ateismo moderno si richiama al capolavoro levistraussiano: «L'ateismo moderno», scrive Lévinas, «non è la negazione di Dio, è l'indifferentismo assoluto di Tristi tropici. Penso che sia il libro più ateo che sia stato scritto nei nostri tempi, il libro più disorientato e disorientante». Che cos'è che colpiva in maniera così acuta il filosofo francese? Credo la mancanza di senso - sia della storia, sia del soggetto che in teoria dovrebbe esserne il portatore - che circola in Tristi tropici. Non a caso l'opera fu letta anche come un attacco all'esistenzialismo e in particolare a Jean Paul Sartre.
«Il mondo», si legge alla fine di Tristi tropici - «è cominciato senza l'uomo e finirà senza di lui». Siamo i privilegiati del pianeta. Solo perché l'arroganza, la forza, il gusto estremo della competizione ci hanno collocato in quel posto che ci illudiamo di poter difendere con lo scudo e la lancia della volontà di potenza.
Abbiamo detronizzato la natura, e le sue componenti. Costruito città e imperi. Viviamo in società sempre più complesse, sorrette da equilibri precari. «Quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso non esiste che in rapporto all'uomo e si confonderanno nel disordine quando egli sarà scomparso».
Dopotutto Lévinas non aveva torto nel cogliere la profonda e disorientante visione che Lévi Strauss coltiva della vita umana. Una visione che non ci appaga né ci consola. Ci fa sentire impotenti.
Ed è la medesima frustrazione provata nell'assistere alla caduta di King Kong dall'Empire State Building. Nella foresta ipermoderna di Manhattan non c'era più spazio per la natura e per il sacro. Tristi tropici ci racconta la stessa lancinante estromissione. Le nostre vite artificiali che Rousseau detestava in maniera profonda, immaginando improbabili alternative, Lévi-Strauss le coglie come il destino più intimo (...)
Il grande antropologo compie cent’anni il 28 novembre
UN POMERIGGIO CON IL PROFESSORE
di Bernardo Valli, repubblica 21 novembre 2008
Prima di raggiungere l'appartamento del Sedicesimo Arrondissement, a due passi dalla Senna e dalla Maison de la Radio, sfogliai Tristi Tropici, e ne rilessi alcuni passaggi. Non avevo detto a Claude Lévi-Strauss il motivo dell'incontro. Né lui si era dimostrato curioso. Era un puntuale collaboratore di Repubblica (era stato Pietro Citati a convincere lui e il medievalista Georges Duby a scrivere per le nostre pagine culturali), e con la redazione parigina, che faceva da tramite, aveva ormai un rapporto se non assiduo garbato. È dunque approfittando di questo modesto legame che quel giorno di dicembre andai a casa di Lévi-Strauss armato di numerose e ambiziose intenzioni.
Avrei voluto anzitutto che mi parlasse del romanzo che aveva cominciato a scrivere a Parigi, di ritorno dal Brasile nei mesi precedenti alla guerra del '39. Romanzo che avrebbe probabilmente avuto come titolo Tristi Tropici, lo stesso adottato quindici anni dopo per il saggio, in cui la magia della scrittura fa dimenticare facilmente che non si tratta di una fiction. Nelle prime pagine del romanzo abbandonato figurava la descrizione del tramonto («... ces cataclysmes surnaturels...») osservato dal ponte della nave diretta nell'America del Sud, descrizione poi recuperata, insieme al titolo, nel saggio pubblicato nel `55. Lévi-Strauss trovò che le prime pagine del romanzo erano «un pessimo Conrad» e abbandonò per sempre l'idea di lanciarsi nella narrativa pura. La trama immaginata e gettata nel cestino era la vicenda di un viaggiatore che in Oceania usa un grammofono per ingannare gli indigeni e farsi passare per un dio. Mi sarebbe piaciuto descrivere il «mancato Conrad» diventato uno dei grandi intellettuali del secolo. La prima domanda che mi proponevo di rivolgergli era dunque già pronta: «A trent'anni lei voleva usare i suoi viaggi tra gli indiani kaingang, caduveo e boroboro, come Conrad usò i suoi viaggi di mare nei romanzi? In questo caso, se avesse avuto successo come romanziere, il suo destino sarebbe radicalmente cambiato?». Mi affascinava appunto l'idea del mancato romanziere che per ripiego si dedica interamente all'etnologia, sia pur scrivendo, per nostra fortuna, anche di musica, di pittura, oltre che di letteratura. Qualche volta di poesia. Un Lévi-Strauss che ha rinunciato a inventare trame esotiche, ritenendo di non avere un talento adeguato, e che ha invece raccontato scientificamente civiltà «selvagge», traendone una morale irrinunciabile. Morale secondo la quale una società educata non può essere scusata per il solo crimine veramente inespiabile dell'uomo: peccato che consiste «nel credersi durevolmente o temporaneamente superiore e nel trattare degli uomini come oggetti: in nome della razza, della cultura, della conquista, della missione o semplicemente dell'espediente».
La mia ambizione si è sgonfiata in pochi secondi quando mi sono trovato davanti Lévi-Strauss, più che novantenne, ironico, forse divertito, del mio iniziale, prolungato silenzio, durante il quale valutavo l'opportunità di affrontare un tema tanto remoto e intimo. In definitiva gonfiato dalla mia immaginazione. Lasciai dunque cadere, saggiamente, il tema del mancato Conrad, e scivolai nel contrario: cioè nella stretta banale attualità.
Gli chiesi cosa pensasse della moneta unica europea che in quei giorni entrava o stava entrando in servizio. Rise. «Cosa c'entra un antropologo? Non sarebbe stato meglio rivolgersi a uno storico? Io mi occupo di selvaggi», si schernì. Per difendermi ricordai un vecchio testo di Merleau-Ponty, il filosofo amico di Lévi-Strauss, scritto in occasione della nomina di quest'ultimo al Collège de France. In quel testo si parlava di un'opera fondamentale per l'antropologia sociale: Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, di Marcel Mauss. Il tema ricorre ovviamente nelle opere di Lévi-Strauss. Perché non recuperare l'argomento e allacciarlo alla vita d'oggi?
Alla mia candida, ingenua reazione il padrone di casa venne in mio soccorso. Mi disse:
«Allo scoppio della guerra, nel ' 14, avevo sei anni e andai in banca a offrire le monetine che possedevo per la difesa della patria. I franchi erano allora d'oro». Per lui la svolta nel rapporto col denaro è avvenuta quando si è passati dalle monete metalliche a quelle di carta. Quella è stata la vera rottura. Quanto a una moneta indipendente dai governi nazionali, era a suo avviso una fortuna. Può darsi che tutto finisca in un disastro, ma non sarà un disastro peggiore di quello provocato puntualmente dai politici sul piano monetario.
«Vede - aggiunse - il mestiere di etnologo mi ha insegnato progressivamente a pensare non in termini di decenni, e neppure di secoli, ma di millenni, anzi di decine di millenni, dunque quando parlo di questo secolo penso che tra due o tremila anni non se ne saprà più nulla. Immagini tra venti o trentamila. Pensiamo a tante cose come importanti ma se le collochiamo nel tempo scompaiono. Ciò non toglie che mi interessino».
Gli chiesi allora cosa era stato fatto, ad esempio, di tanto importante decine di migliaia di anni fa da esserlo ancora oggi. Disse: «Certamente l'invenzione del vasellame, della ciotola per prima, e del tessuto che usiamo ancora. Sono cose più importanti di quelle che si scoprono adesso e di cui non sappiamo se resteranno tali, cioè importanti, nei millenni a venire». Neppure la bomba atomica con la quale l'uomo ha costruito qualcosa che può distruggere l'umanità? «Non sono sicuro che sia vero. Anche se si fanno esplodere tante atomiche insieme non sono certo che si distruggerebbe l'umanità intera». Non resteranno neppure le scoperte nella genetica? «Si, penso che resteranno. Ma via via che si faranno delle scoperte ci si accorgerà che è molto più complicato di quel che si immaginava. Il mondo, la vita sono assai più misteriosi oggi di quanto lo fossero uno o due secoli fa. Perché allora si pensava che fossero semplici».
E la cosiddetta globalizzazione, che rimpicciolisce il mondo, sul piano economico e su quello dell'informazione, diventata simultanea sull'intero pianeta?
«Non è una cosa che mi rallegra - mi disse Lévi-Strauss -. Penso che le differenze siano più interessanti. Quando era tutto molto diverso, il cinese poteva aspettarsi molte cose da noi, e noi da lui. Adesso che siamo quasi uguali possiamo aspettarci molto poco uno dall'altro. Immagino che tante differenze riaffioreranno. Presto».
Il mondo rimpicciolito dalla velocità delle comunicazioni, dei trasporti, ha ucciso, per lui, anche il viaggio esotico, come esisteva un tempo. Era già minacciato al tempo di Tristi Tropici.
UNA RIVOLUZIONARIA IDEA DI UOMO
di Marino Niola, Repubblica 21 novembre 2008
... a quei filosofi che lo accusano di avere abolito il significato dei miti e di averne ridotto lo studio a sintassi di un discorso che non dice niente, Lévi-Strauss, nelle ultime pagine de L'uomo nudo, riserva una risposta a dir poco tranchante. Le mitologie, egli afferma, non nascondono nessuna verità metafisica né ideologica ma in compenso ci insegnano, per un verso, molte cose sulle società che le tramandano e per l'altro verso ci offrono l'accesso a certe modalità operative dello spirito così stabili nel tempo e ricorrenti nello spazio da poterle considerare basilari. E conclude con una suprema sprezzatura: «lungi dall'averne abolito il senso, la mia analisi dei miti di un pugno di tribù americane ne ha tratto più significato di quanto se ne trovi nelle banalità e nei luoghi comuni a cui si riducono, da circa duemilacinquecento anni, le riflessioni dei filosofi sulla mitologia, a eccezione di quelle di Plutarco».
Molti hanno rimproverato allo strutturalismo un atteggiamento antistorico, ma in realtà LéviStrauss ha sempre tenuto a distinguere nettamente la storia, alla quale attribuisce un'importanza straordinaria, dalla filosofia della storia “à la Sartre”, una pseudo-storia che, in ogni sua versione, laica o confessionale, evoluzionista o storicista, costituisce un tentativo di sopprimere i problemi posti dalla diversità delle culture pur fingendo di riconoscerli in pieno. Tale filosofia della storia - che appare a Lévi-Strauss della medesima natura del mito - deriva dalla fede biblica in un compimento futuro e finisce con la secolarizzazione del suo modello escatologico che si muta in teoria del progresso. Il vizio costitutivo di tale filosofia, che rivolge verso il futuro il concetto classico di istorein e trasforma il racconto del passato in previsione del futuro, un futuro oggetto di un'attesa fideistica. In questo senso Lévi-Strauss non si limita a respingere l'accusa di antistoricismo ma, quel che più conta, rivendica all'antropologia un modo tutto proprio di interrogare i materiali storici, con quell'attenzione ai fatti minuti della vita quotidiana che fa degli etnologi gli «straccivendoli» della storia, quelli che rimestano nelle sue pattumiere.
E una vera e propria eterologia quella messa in opera da Claude Lévi-Strauss, in grado di farci cogliere quanto di noi stessi c'è nell'altro e quanto di altro si trova in fondo a noi stessi. Quel fondo che ci fa tutti parenti perché tutti differenti e che qualcuno continua a chiamare umanità.
Sul Venerdì di Repubblica 4.7.2008 trovo un servizio sul “furto di semi e piante in Brasile” dove si riporta la storia di Henry Wickham, un inglese che prese settantamila semi di caucciù e li portò nella colonia malese, dove la pianta crebbe molto bene. Era il 1876, Manaus era in pieno rigoglio ma da questo punto cominciò il suo declino, anche per la deforestazione. Wickham fu fatto sir, e oggi il Brasile importa caucciù dalla Malesia. L’articolo, a firma Alberto Riva, dice che con le leggi attuali il comportamento di Wickham sarebbe perseguibile.

martedì 20 dicembre 2011

Rintocchi dal profondo

RINTOCCHI DAL PROFONDO (Glocken aus der Tiefe. Glaube und Aberglaube in Russland/ - Bells From the Deep. Faith and Superstition in Russia, 1993) Regia, sceneggiatura e commento: Werner Herzog Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein Riprese: Repubblica di Tuva Musica: G. Luovsky: Kyrie Eleison, Coro dell'Accademia Spirituale di San Pietroburgo - Anonimo: Oh Holy God, Coro del monastero di Zagorsk - Inni mariani: a) Oh Du gepriesene Mutter, Akathistos; b) Halleluja, Coro del monastero di Zagorsk (Coro dei Monaci della Trinità Sergius-Lawria, ora: Sergje Posad) - Grosse Litanei (Würdig ist...), Akathistos, Coro del monastero di Zagorsk (Coro della sezione pubblica del Patriarcato di Mosca) - Registrazione originale di canzoni popolari Tuvine: Oorzak Chunashtaar-ool; Mongusch Mergen, Ondar-Mónghún-ool. Durata originale: 60'

“Rintocchi dal profondo” è uno dei più bei documentari realizzati da Herzog, e direi anche uno dei suoi film più belli in assoluto. Non credo che sia mai stato distribuito in Italia, e mi pare che non sia mai nemmeno passato in tv; lo si può trovare però sul dvd di “Dove sognano le formiche verdi”, dove anch’io l’ho visto per la prima volta.
Il titolo viene da uno dei luoghi di pellegrinaggio della Russia più profonda: un lago (lo Svetloyàr) dove secondo la leggenda è nascosta la città di Kitezh, sprofondata sott’acqua per intervento divino, per proteggere gli abitanti dall’incursione dei tartari. Dalle profondità del lago, dicono i pellegrini e gli abitanti della zona, si sentono ancora provenire rintocchi di campane (ma nella zona non ci sono campane) e canti religiosi. Il sottotitolo, “Fede e superstizione in Russia”, rende bene l’idea di quello che ci apprestiamo a vedere nell’intera ora (sessanta minuti esatti) del documentario.
Il film è diviso in dieci parti: 1) Fede e superstizione 2) Siberia 3) Il redentore 4) L’acqua consacrata 5) Il guaritore 6) L’esorcista 7) Il campanaro 8) La città sommersa 9) La cattedrale di Zagorsk e la tomba di San Sergio. 10) Alla ricerca della città di Kìtezh.
L’episodio più bello e toccante, uno dei vertici dell’intera opera di Werner Herzog, è quello del campanaro, alla metà esatta del film: poco più di cinque minuti, molto semplice, ma indimenticabile. Al campanaro Yuri Yurevic, come si vede, ho deciso di dedicare tutte le immagini di questo post.
Si comincia in Siberia, a Tuva (“upper course of the Yenisei River”), con il canto bello e sorprendente di un uomo, che può stupire chi ancora non conosce questa tecnica di fonazione, che si avvicina molto a quella dei monaci tibetani. Poi ci si sposta in una casa molto semplice e dignitosa, di legno, dove uno sciamano sta svolgendo un rito antico, a base di fumo e di incenso. Non ci si deve aspettare qualcosa di strano o di sconvolgente: le persone hanno tutte della facce belle e aperte, serene, da contadini o da montanari; e il rito che viene svolto assomiglia molto alla nostra comunione, il fumo dell’incenso è sempre quello, e anche la devozione che si vede è identica a quella, assorta e partecipe, che avevano i nostri vecchi in chiesa. Fa parte del rito anche un gesto che molti di noi fanno ancora, ma per superstizione: gettare dietro le spalle una manciata di sale. Qui invece vediamo lo sciamano (il sacerdote) gettare dietro di sè qualche cucchiaio di cibo da una ciotola, che poi verrà divisa con i presenti. Si allontanano gli spiriti maligni, spiega la padrona di casa, una donna dal volto gentile: «Volevamo sapere con certezza in quale direzione dovevamo muoverci, e se fosse il caso di metterci in viaggio.» Sorride, e con lei sorride un uomo che è probabilmente suo marito: vedrai che anche il tuo film andrà bene, dice a Herzog.
Ancora musica: due giovani, un ragazzo e una ragazza, lui con una piccola chitarra a tre corde, lei ad emettere gli stessi suoni “di pancia” che avevamo ascoltato dall’uomo anziano all’inizio del film. La musica è piacevole, ma vedere questa ragazza giovane e bella emettere questi suoni così gravi e profondi fa davvero una strana impressione.
 La cinepresa si sposta sul fiume ghiacciato, dove c’è gente che sta pescando seduta sul ghiaccio.
Segue l’episodio 3, “Il redentore”: in Russia, e in Siberia particolarmente, ci sono molti uomini che si dicono l’incarnazione di Cristo, si vestono e si atteggiano come nelle immagini tradizionali di Cristo, e hanno molto seguito. Herzog ne intervista alcuni, e anche se l’impressione non è del tutto negativa direi che si tratta della parte del film che ho visto meno volentieri.
Werner Herzog, dal booklet del dvd:
- Come hai saputo di questa schiera di strani personaggi lì in Siberia?
- Ho ingaggiato alcuni collaboratori russi e ho chiesto loro di scovare in Siberia il miglior Gesù Cristo che si potesse trovare, e finalmente hanno trovato Vissarion. È un ex poliziotto che all'improvviso ha compreso di essere, appunto, Gesù. A quel tempo, la Siberia pullulava di circa 110 sedicenti Cristi, e Vissarion aveva anche un agente a Mosca. Questo fatto però non mi ha fatto cambiare idea su di lui, perché avevo il presentimento che fosse realmente una persona speciale, dotata di una grande spiritualità; inoltre conduceva una vita effettivamente ascetica in un minuscolo appartamento a Krasnojarsk in Siberia. Il guaritore del film, Alan Chumack, era un volto noto agli spettatori della televisione russa, dove ricostruiva i rapimenti degli alieni e cose del genere. Un giorno, sfruttando la sua notorietà, ha dichiarato di possedere particolari poteri psichici, cosa che gli ha fatto incrementare di dieci volte i guadagni.
[Rintocchi dal profondo] da “Herzog on Herzog”, a cura di Paul Cronin. Faber and Faber, Londra 2002; pp.: 206-208
Qui Herzog comincia una piccola serie sui guaritori russi: cose simili questa volta esistono anche da noi, ci sono programmi televisivi che “ci campano” da anni. E’ comunque una scelta interessante, che comprende gli episodi 4-6. Il punto di partenza è l’acqua consacrata di una fonte, che vediamo raccogliere da donne anziane ma anche giovani, contadine e di città: bei volti, e probabilmente anche belle persone, in una scena molto simile a quelle che si vedono a Lourdes. La sequenza si chiude su una lunga serie di bottiglie e di flaconi, di ogni genere, di plastica, di vetro, di metallo, boccali, bottiglie della pepsi e dei succhi di frutta, ogni recipiente disponibile viene riempito con l’acqua della fonte consacrata.
Il primo guaritore si chiama Alan Chumack, è vestito elegantemente in giacca e cravatta, abito scuro e camicia bianca; davanti a una sala strapiena (soprattutto donne) parla di “trasmissione di energia cosmica” e fa intonare un coro che dirige di persona, e che si direbbe preso dalla liturgia ortodossa. Si passa quindi a un altro guaritore, stavolta più inquietante: Yuri Tarassov, mago ed esorcista. Anche qui siamo in un teatro, le donne sono numerose, alcune di loro sono sul palcoscenico e si vedono veri e propri riti di esorcismo, scene isteriche e imposizioni delle mani, come abbiamo visto fare molte volte al cinema e nei filmati sensazionalistici di alcune trasmissioni tv di casa nostra. Torna brevemente un altro imitatore di Cristo, e siamo arrivati a metà del film.
Qui è il momento del campanaro, sul quale cedo la parola a Herzog:
Werner Herzog, dal booklet del dvd:
- Che dici di Yuri Yurevitch?
- E’ un uomo incredibile. Quando lo hanno trovato da bambino e gli hanno chiesto quale fosse il suo nome, nome e cognome, tutto quello che ha detto, è "Yuri". Per me questo uomo è un vero musicista; il modo in cui lega le funi nel campanile è incredibile. Il suono che ottiene nel suonare le campane è così profondo. A dire il vero avevo progettato di iniziare il film in un monastero con un solo monaco che suona una sola campana e volevo mostrare da ogni parte tripudi di campane suonanti sempre più grandi; Yuri sarebbe comparso da qualche parte nel centro. Ho anche perso del tempo per cercare un eremita. Di certo, per un eremita non è molto utile farsi pubblicità ma alla fine ne ho trovato uno. In realtà, non era un eremita vero e proprio, bensì una persona condannata a una reclusione a vita per omicidio, in una enorme prigione coloniale nei pressi di San Pietroburgo. Dentro il grande stabilimento vicino al campo di calcio, si è costruito da solo un piccolo monastero e lì conduce una vita monastica. Ho cercato tanto un eremita puro ed ho persino ingaggiato delle persone informate per trovarlo ma credo non ce ne siano più. O forse sono molto pochi e molto ben nascosti.
[Rintocchi dal profondo] da “Herzog on Herzog”, a cura di Paul Cronin. Faber and Faber, Londra 2002; pp.: 206-208
Dal minuto 32 si comincia a parlare della “Leggenda della città invisibile di Kitezh”, che io conoscevo da tempo grazie ad un’opera lirica (molto bella) di Nikolaj Rimskij-Korsakov. Siamo in una casa di legno, con due persone anziane, un uomo e una donna. E’ la donna a parlare: dice che qui c’erano tre monasteri, l’Elevazione della Croce, l’Assunzione di Maria, la Transustanziazione del Signore. Ma quando vennero i tartari per distruggerli, al loro posto trovarono tre colline, e al posto della città c’era un lago. Un lago senza fondo, così profondo che i pesci che vi venivano immessi ne fuggivano subito, dirigendosi verso il fiume. La donna canta quindi un inno al Signore.
Un pope ci spiega nel dettaglio la leggenda: siamo sul Lago Svetloyàr, sotto il quale secondo la leggenda c’è la città di Kìtesz. Il generale mongolo che tentò di conquistarla si chiamava Batyi Khan; il luogo è ancora oggi meta assidua di pellegrinaggi. “La nostra anima continuerà sempre a cercare la città sommersa” dice ancora il pope, chiudendo in questa frase il significato spirituale dell’antica leggenda.
La donna (si chiama Maria Pàvlovna) racconta ancora di leggende e di apparizioni legate a questo posto: tra le cose che ha visto di persona ci sono purtroppo demoni, come una bestia simile a un bue che getta fiamme apparsa nella casa del parroco; o un maiale che si è improvvisamente rivoltato furiosamente contro di lei e una vicina, e l’ha morsa ad una mano. E un albero sacro, che fu tagliato da un uomo e che per questo morì; il ceppo c’è ancora, ce lo indica, ed è anch’esso meta di pellegrinaggi. Ma ci sono anche apparizioni angeliche: una Cattedrale che appare, piena di fedeli che cantano, “dedicata a 14mila bambini uccisi a Gerusalemme”; e un’intera visione della stessa Maria Pavlovna che inizia con un canto meraviglioso intonato da undici spiriti. Maria li segue, gli spiriti ogni tanto si fermano e pregano; anche lei si ferma e prega, dietro di loro, negli stessi posti. Quando gli spiriti svaniscono, ormai lontana da casa, rimane l’odore delle candele; poi sorge dal profondo un rintocco di campane, e non ci sono campane nella zona. Le campane suonano sempre più forte, Maria Pavlovna ascolta estasiata un’intera cerimonia, con canti e liturgia, che proviene dal profondo del lago.
Intanto l’uomo e la donna continuano il loro pellegrinaggio, che si svolge gattonando, ginocchia a terra, così come avviene ancora in molti dei nostri Santuari. Queste scene sono state girate in una stagione differente dal resto del film, non c’è ghiaccio, il posto in cui siamo è verde ed è molto bello, chiaro e sereno. Le cupole d’oro di una Cattedrale annunciano il finale del film: siamo a Zagorsk, alla Tomba di San Sergio, della quale vediamo gli interni e nella quale assistiamo a un pellegrinaggio e a un rito religioso che, come sempre nelle chiese ortodosse, è molto toccante e profondo.
Nelle ultime sequenze, il lago è ghiacciato e i pellegrini strisciano rimanendo con la pancia sul ghiaccio, come se cercassero di vedere la città sul fondo. Uno degli “imitatori di Cristo” recita brani dal Vangelo e ci benedisce; il film termina con una panoramica della gente sul ghiaccio, tra gente che prega, gente che pesca, gente di passaggio, e due giovani pattinatori che filano via veloci ed eleganti sulla superficie ghiacciata.
Qui concludo anch’io, con due osservazioni forse necessarie: 1) Come ho imparato da una sua intervista, Herzog è cattolico: si tratta di una sua scelta precisa, fatta da giovane. Benché bavarese, nessuno della sua famiglia era infatti cattolico, e molti erano e sono atei. Difficile da immaginare ripensando ai suoi film, ma così è; e verrebbe da chiedersi che tipo di cattolico, se va a Messa, eccetera; ma Herzog più in là di questa dichiarazione non credo che sia mai andato. 2) Anche da noi oggi vediamo sempre più spesso persone intente e appassionate su qualcosa, ma non è un oggetto sacro. O forse sì, lo è: ormai dovremmo considerare il telefonino, o l’ipad, o lo smart phone, a magari l’automobile o la moto, come la vera religione del nostro tempo. Temo che sia così, ormai, anche in gran parte della Russia (il film è del 1993).
- Quale parte del film è inventata?
Il film inizia nella Repubblica autonoma di Tuva, esattamente a nord-ovest della Mongolia. Un vecchio con una particolare voce di gola canta la bellezza della montagna. Successivamente nel film ci sono due ragazzi - uno di 12, l'altro di 14 anni - che con la stessa tecnica intonano una canzone d'amore. Cosa ha a che fare tutto ciò con un film sulla fede? Eppure vi appartiene; la ripetizione dei suoni alla fine diventa un inno religioso. Poi vediamo delle persone colte in un momento di preghiera. Eravamo en route verso una delle location, quando ho fermato l'autobus perché avevo visto in lontananza un lago ghiacciato dove centinaia di persone avevano fatto dei buchi per pescare. Dato che era molto freddo, tutti stavano accovacciati con le spalle controvento. Tutti guardavano nella stessa direzione come se stessero in piena meditazione. Così il film in qualche modo li trasforma in dei pellegrini in preghiera. Perché dobbiamo tener presente che Rintocchi dal Profondo non è certo un film che riferisce semplicemente i fatti, come farebbe un documentario etnografico. È come se leggendo una poesia di Hölderlin dove si descrive una tempesta sulle Alpi, si dicesse: "Ah, ecco un bollettino meteorologico del 1802".
- La leggenda della Città Perduta di Kitezh è vera o è una tua immaginazione?
- Ho sentito parlare di questo mito quando ero lì. Si tratta di una credenza popolare. La leggenda narra di come la città sia stata sistematicamente saccheggiata e demolita per centinaia di anni a seguito di invasioni dei Tartari e degli Unni. Gli abitanti hanno invocato Dio per redimerli ed Egli ha mandato un arcangelo, che ha lanciato la città in un lago senza fondo dove la gente vive in beatitudine, cantando inni e rintoccando le campane. Durante l'estate trovi i pellegrini sulle ginocchia trascinarsi intorno al lago e recitare le loro preghiere. lo però sono stato lì in inverno quando c'era uno strato molto sottile di ghiaccio che copriva il lago. Volevo riprendere i pellegrini che si trascinavano qua e là sul ghiaccio, cercando la visione della città perduta, ma siccome non c'erano pellegrini intorno, ho assunto due ubriachi della città vicino e li ho messi sul ghiaccio. Uno di loro ha la faccia dritta sulla superficie gelata e guarda come se fosse in uno stato di meditazione profonda. La pura verità è che era completamente ubriaco e si è addormentato, lo abbiamo dovuto svegliare a fine riprese.
- Cosa rispondi a chi ti dice che questo genere di film è ingannevole?
- Potrebbe sembrare un inganno, ma non lo è. Rintocchi dal profondo è uno degli esempi più chiari di cosa intendo affermando che solo attraverso l'invenzione, la creatività e l'esperienza si può raggiungere un più profondo livello di verità. lo sono partito da un dato di fatto - per molta gente questo lago è ciò che resta della città perduta - e ho giocato con questa verità per giungere ad una comprensione poetica. Noi reagiamo con maggior fervore e passione alla poesia piuttosto che al mero reportage televisivo, è per questo motivo, per esempio, che Apocalisse nel deserto raggiunge una grande intensità. Sappiamo da tempo che i poeti sono in grado di articolare una verità, meglio di chiunque altro. Ma per certe oscure ragioni i cineasti - in particolare coloro che hanno a che fare con il "dato di fatto" - non sono consapevoli di ciò e continuano a propinarci i loro anacronistici "dati".
- Il film vuole essere rappresentativo di un modo di sentire diffuso oggi in Russia?
- Sono sposato con una russa siberiana, questo popolo esprime la fede e le superstizione in modo estatico. Credo che per loro la linea di demarcazione tra fede e superstizione sia labile. La domanda è: come riuscire a cogliere lo spirito di una nazione in un film di un'ora e mezza? In un certo senso la scena dei pellegrini ubriachi è l'immagine più profonda che si può avere della Russia. L'affannosa ricerca della città perduta rappresenta l'anima di un'intera comunità. Credo che la scena colga il destino e lo spirito della Russia, e chi conosce questa nazione e suoi abitanti sostiene che questa sia la scena più bella del film. Anche quando svelo che non si tratta di pellegrini ma di comparse, continuano ad amare quella scena perché racchiude una sorta di verità estatica.
Werner Herzog, dal booklet del dvd [Rintocchi dal profondo] da “Herzog on Herzog”, a cura di Paul Cronin. Faber and Faber, Londra 2002; pp.: 249-253.

Herzog e i bambini

L’enigma di Kaspar Hauser (Jeder für sich und Gott gegen alle, 1974) Regia di Werner Herzog Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein, Klaus Wyborny. Scenografia: Henning von Gierke. Costumi: Gisela Storch, Ann Poppel. Musica: Pachelbel, Albinoni, Mozart, Orlando di Lasso. Interpreti: Bruno S., Walter Ladengast, Brigitte Mira, Hans Musäus, Volker Prechtel, Willy Semmelrogge, Florian Fricke, Enno Patalas, Clemens Scheitz, Alfred Edel, Markus Weller, Dorothea Kraft, Durata 110 minuti

Werner Herzog è il regista delle imprese impossibili. Ha fatto recitare attori dilettanti, improvvisati e difficili da gestire; ha fatto un film tutto con attori sotto ipnosi (“Cuore di vetro”, 1975) e un altro con attori tutti di piccola statura (“Anche i nani hanno cominciato da piccoli”, 1970); si è arrampicato sui vulcani in eruzione e ha fatto scalare una collina ad una nave, per di più in Amazzonia; e oltretutto siamo abituati ad associare i suoi film al ghigno terrificante di Klaus Kinski (cinque film girati insieme, tutti quelli più famosi di Herzog). Quindi parlare di bambini nel cinema pensando a Werner Herzog può sembrare ancora più strano che farlo parlando di Stanley Kubrick; ma non è così, né per l’uno né per l’altro.
Herzog può essere preso per duro, magari per matto (mi permetto di dirlo solo perché anche lui ci ride sopra, ogni tanto: vedi “Il mio miglior nemico”, il suo bellissimo documentario in memoria di Kinski), amante delle imprese estreme, ma è un autore di rara delicatezza. Se ha lavorato con questi attori, e nelle condizioni che vediamo in quei film, è perché sa come prendere le persone, nutre un vero affetto per il suo prossimo (soprattutto per i meno fortunati), e sa come lavorare anche nelle condizioni peggiori.
Herzog è attento ai fenomeni naturali, è capace di aspettare giorni e giorni pur di riprendere una luce particolare o un cigno che nuota in un fiume, o di coltivare un giardino in un dato modo perché immagina che un anno dopo dovrà fare una determinata scena da inserire in quel determinato film. Nei suoi film, sono frequenti gli attori con handicap fisici o psichici: e se la cavano benissimo, da attori consumati, come ad esempio il barista poliomielitico che non fugge davanti al terribile bandito, all’inizio di “Cobra Verde”. Figuriamoci se si spaventa davanti ai bambini.
Dei tanti bambini di Herzog ne porto qui due che mi sono particolarmente cari, e che vengono entrambi da “L’enigma di Kaspar Hauser”, un film del 1974 (le immagini qui sopra sono però da "Woyzeck"). Già il protagonista di questo film, sia pur quarantenne, appare come un grosso bambino: Kaspar Hauser è un personaggio autentico, un giovane apparso misteriosamente nella piazza di un paese presso Norimberga, nel 1828. Nessuno riesce a spiegarsi da dove venga, corrono voci strane e straordinarie sul suo conto, e le cronache dell’epoca sono piene di resoconti e di incontri con il misterioso giovane. Il vero trovatello era un ragazzo, ma Herzog sceglie di lavorare con Bruno S., di professione musicista di strada, che ha avuto un’infanzia di abbandono simile a quella del vero Kaspar; ed è una scelta particolarmente felice, che dà senso a tutto quanto il film.
Ci sono due bambini, all’inizio del film, che cercano di aiutare Kaspar ad inserirsi nel mondo. Uno è il figlio del carceriere (la prima mossa delle autorità è stata di rinchiudere il trovatello nel carcere, per accertarsi che non fosse pericoloso), l’altra è una bambina che cerca di insegnare una filastrocca a Kaspar, ma la filastrocca del gattino è troppo difficile da ricordare per il buon trovatello, che pure ci si impegna.
Il bambino è di una gentilezza e di una dolcezza che non si possono dimenticare. Suo padre è interpretato da un vero attore, ma il bambino è un bambino, eppure recita le sue scene con un’attenzione che le fa sembrare delle riprese autentiche, si ha l’impressione di assistere a un fatto vero. Kaspar all’inizio non sa nemmeno star seduto a tavola, ma il buon carceriere se lo prende in casa e il bambino lo tratta come se fosse suo fratello, e lo aiuta con grande affetto e sensibilità. Ma poi non può trattenersi dal ridere – un riso da bambino - quando Kaspar tenta di insegnare ad un gatto le cose che sono state insegnate a lui; e quando la sua amica insiste a ripetere, compita e premurosa, la sua filastrocca, è lui che le spiega, da lontano, che ricordarsi tutte quelle parole per Kaspar non è facile...
(Le immagini vengono sia dal "Kaspar Hauser" che da "Woyzeck", due film di Herzog di cui ho già parlato diffusamente.)

lunedì 19 dicembre 2011

Herzog su "Woyzeck"

Woyzeck (1978). Regia di Werner Herzog. Dal dramma omonimo di Georg Büchner. Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein, Michael Gast Scenografia: Henning von Gierke Costumi: Gisela Storch Musica: Fiedelquartett Telč, Antonio Vivaldi, Alessandro Marcello. Interpreti: Klaus Kinski (Franz Woyzeck), Eva Mattes (Marie), Wolfgang Reichmann (Capitano), Willy Semmelrogge (Dottore), Josef Bierbichler (Tamburmaggiore), Paul Burian (Andres), Volker Prechtl (Apprendista), Dieter Augustin (Imbonitore), Irm Hermann (Margret), Wolfgang Bächler (L'ebreo), Rosy-Rosy Heinikel (Käthe), Herbert Fux (Sottufficiale), Thomas Mettke (Oste), Maria Mattke (Ostessa) Riprese: 13 luglio-3 agosto 1978 a Telč (Cecoslovacchia) Durata originale: 81'

Sul dvd del “Woyzeck” (Ripley’s Home Video), a differenza di quanto avviene negli altri dvd, Werner Herzog parla del film (con Laurens Straub) non come commento immagine per immagine, ma in un filmato a parte che si trova tra gli extra nell’intervista: la ragione sta nel fatto che il “Woyzeck” è uno dei grandi testi della letteratura tedesca, e nel film sono stati rispettati tutti i dialoghi originali; e dunque Herzog non ha voluto sovrapporsi ai dialoghi di Georg Büchner.
Nel commento si parla molto di alcuni collaboratori abituali di Herzog: soprattutto di Jörg Schmidt-Reitwein (direttore della fotografia) e dello scenografo Henning von Gierke. Henning von Gierke vinse l’Orso d’Argento a Berlino proprio per la scenografia del Woyzeck, ma ha realizzato autentici capolavori anche nel Nosferatu, nel Kaspar Hauser, e in altri film di Herzog. Henning von Gierke ha un suo sito internet molto bello, che vale la pena di visitare anche se non si conosce il tedesco: http://henningvongierke.de/
 Il Woyzeck fu girato subito dopo “Nosferatu”, di seguito, a pochi giorni di distanza uno dall’altra; come si vede nel film, Kinski ebbe appena il tempo di farsi ricrescere i capelli di qualche millimetro. Woyzeck fu girato in 17 giorni, aggirando la burocrazia e facendo credere che si girasse sempre “Nosferatu” per non dover rifare la trafila dei permessi, che è sempre molto complicata ma che lo era ancora di più nella Cecoslovacchia di allora, dove sono girati gli esterni di tutto il Woyzeck e di parte del film precedente.
- Sia in Nosferatu che in Woyzeck avevi al tuo fianco Kinski, Jörg Schmidt-Reitwein, Henning...
- ... Gisela Storch per i costumi, Henning von Gierke per la scenografia, e Ulrich Bergfelder che ci ha aiutati con la scenografia. Naturalmente, ad arredare i set era Henning von Gierke, che ha fatto un lavoro straordinario. Ulrich Bergfelder era il suo assistente, e in seguito ha lavorato come arredatore in molti film (...) La nostra era un’equipe consolidatasi nel corso degli anni (...) è un modo di lavorare che ho sempre ritenuto giusto. Di solito per la lavorazione di un film si mette insieme una troupe in fretta e furia, che poi però difficilmente lavora come intendo io. Avere un’equipe come questa significa avere qualcuno di cui ti fidi ciecamente, ognuno conosce i punti di forza e le debolezze dell’altro, e ci si compensa a vicenda. Tra l’altro, i nostri ruoli non erano mai rigidamente prestabiliti: per esempio anch’io ho contribuito alla scenografia.
(...)
- So che Jörg Schmidt-Reitwein fa anche l’insegnante, e che appena può porta i suoi allievi al museo per ammirare la grande pittura, i fiamminghi, e in particolare Vermeer. Che impronta ha dato ai tuoi film?
- A differenza di Thomas Mauch, che ha un vero e proprio istinto per l’evoluzione e il ritmo della scena, Jörg ha uno straordinario intuito per il ritmo delle immagini e per le luci. Se c’era da risolvere un problema con le luci (per esempio in Nosferatu, dove la luce, la penombra e il buio giocano un ruolo chiave), Jörg è sempre stato provvidenziale. Anche in Woyzeck è evidente la maestria nell’illuminazione degli interni, il calore che emana dal legno, la profondità che dà una finestra...
(citazione di Vermeer, per la scena con Marie e il bambino davanti alla finestra, con la tavola e dietro la luce che viene dalla piazza)
(...)
- A proposito di Henning von Gierke, in seguito lo hai portato anche a Bayreuth.
- Sì. Henning nasce come pittore, e film come Nosferatu, Woyzeck, Fitzcarraldo sono stati influenzati dalla sua sensibilità di pittore. Lo ringrazio molto per questo. Era chiaro che per la mia prima regia di un’opera a Bayreuth, il Lohengrin, (ci sono delle immagini sul dvd, nell’intervista al minuto 22) volessi un allestimento quasi pittorico del palcoscenico, anche se all’epoca quel palcoscenico si imponeva per la sua fisicità. Sul palco scorrevano 65 tonnellate d’acqua, che sotto forma di onde, di alta e bassa marea, sembravano riversarsi sul pubblico e poi scomparivano silenziosamente nel giro di 14 minuti. Era impossibile capire come l’acqua scomparisse tanto facilmente. Queste sono cose che trascendono la pittura ma che rimandano continuamente ad elementi plastici e pittorici. Per mia fortuna ho conosciuto Henning von Gierke, e ho potuto realizzare con lui cose meravigliose. Allo stesso modo sono stato fortunato a lavorare con una costumista come Gisela Storch (...)