sabato 18 giugno 2011

L'occhio del diavolo ( II )

L’occhio del diavolo (Djävulens öga, 1960). Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia: Gunnar Fischer. Musica: Domenico Scarlatti, Sonata in mi maggiore Kk380. Musiche originali: Erik Nordgren. Scenografia: P.A. Lundgren. Montaggio: Oscar Rosander. Costumi: Mago. Interpreti: Gunnar Björnstrand (il narratore), Stig Järrel (Satana), Jarl Kulle (Don Giovanni), Nils Poppe (il pastore protestante), Gertrud Fridh (Renata, la moglie del pastore), Bibi Andersson (Britt Marie, figlia del pastore), Axel Düberg (Jonas, il suo fidanzato), Sture Lagerwall (Pablo), Gunnar Sjöberg (il Marchese), Georg Funqvist (il Conte), Allan Edwall (Orecchio), Törsten Winge (il pastorello), Kristina Adolphsson (la donna velata), Inga Gill (Sara), Ragnar Arvedsson (diavolo guardiano), John Melin, Börje Lundh, Sten Törsten Thuul, Anne Lindblad, Lenn Hjörtzberg, Svend Bunch, Tom Olsson. Durata originale: 87 minuti

Il narratore (Gunnar Björnstrand) nel suo secondo intervento, al minuto 15:
- Ci sono persone che ritengono che Dio sia morto, o forse mai esistito. Loro pensano che il cielo sia vuoto e irraggiungibile, e che il male esplichi verso il mondo la stessa funzione meccanica delle altre leggi naturali, mentre il bene è la più inspiegabile perversione dell’umanità.Una simile opinione servirebbe come sfondo a una tragedia, però la nostra è una commedia e quindi ci serve uno sfondo diverso. (spiega, usando gli occhiali da presbite a mo’ di linea orizzontale immaginaria) L’inferno si distende sottoterra, Dio e la sua corte di angeli popolano i sette cieli, e fra questi due regni c’è la terra degli uomini con tutto il suo splendore. (fine della spiegazione, accenno di sorriso ironico e ritorno al film vero e proprio) A questo mondo autunnale giungono Don Juan e Pablo: sbucano da uno di quei pozzi prosciugati che sprofondano verso l’inferno, arcani cunicoli di comunicazione. Accecati dalla luce e confusi, osservano il Paradiso Terrestre.
Guardando il film, e prendendo nota delle cose che più mi avevano colpito, ho pensato subito che, più che all’occhio del diavolo, ai problemi della vita di coppia, e alla virtù delle fanciulle, bisognava fare attenzione al diavolo nell’armadio: ed era infatti questa la scena che più mi era rimasta impressa, anche a distanza di vent’anni me la ricordavo benissimo. Chiudendo il diavolo nell’armadio, con la bottiglia di gin, annegandolo nell’alcool, il pastore pensa di essere al sicuro: ma così non è, la vita va avanti lo stesso, sua moglie e sua figlia sono insidiate proprio in quel momento ed è il diavolo stesso a farglielo presente, ridendo, dal chiuso di quell’armadio, dietro le antine chiuse a chiave. La chiave dell’armadio è saldamente nelle mani del sacerdote, ma non per questo i suoi affetti più cari e la sua stessa vita sono più al sicuro. Anzi, se fosse successo qualcosa ora sarebbe tardi per intervenire...
E’ un riflessione molto profonda, anche se inserita in un clima buffo, da commedia: Bergman sa sempre stupirci, e una volta di più siamo nelle mani del dottor Jung, “il diavolo chiuso nell’armadio”, l’evitare di affrontare i problemi, il pensare di aver risolto tutto ritenendo che il male sia una causa esterna. E’ il problema anche di gran parte della nostra politica, a pensarci bene.
Altri momenti interessanti:
- «Cosa sarebbe l’inferno senza il matrimonio?» dice il Conte al minuto 4
- Don Juan al minuto 5 appena risvegliato dice che si sente bene ma “il fisico è troppo gracile e ho l’impressione che il mio corpo si consumi e che la pelle sia un guscio intorno al vuoto”. E’ qualcosa che si racconta spesso, dei morti: qualcosa di simile lo raccontava Dacia Maraini in un sogno in cui le era apparso Pasolini, ma ne parla anche Fellini in “Otto e mezzo”, e penso che ognuno di noi potrebbe raccontare un aneddoto simile, riferito a uno dei nostri sogni notturni.
- al minuto 10, il diavolo dice a Don Juan che “nell’inferno c’è il libero arbitrio”, quindi sta a lui decidere se accettare o meno la sua proposta. Andare sulla terra non è un obbligo, è una proposta.
- La punizione di Don Juan all’inferno somiglia molto, per il modo con cui è girata, ai sogni di Isak Borg nel “Posto delle fragole”; si tratta però di una sequenza breve, non ripetuta, che è forse la più bella del film dal punto di vista cinematografico. Il personaggio di Don Giovanni è una variante del mito di Faust, la sua caratterizzazione principale è quella dello spagnolo Tirso de Molina (1584-1648), nel dramma “Il convitato di pietra” del 1630. Don Giovanni è stato ripreso infinite volte nei secoli successivi, i “Don Giovanni” più famosi dopo Tirso de Molina sono quelli di Molière e di Mozart, ovviamente ben presenti a Ingmar Bergman. La donna che vediamo in questa scena sarebbe una Donna Elvira magnifica, nell’opera di Mozart, ma non è Donna Elvira, è solo un’immagine che svanisce in un attimo per poi ritornare e ritornare, e far soffrire il dannato in eterno. Il fedele servitore di Don Giovanni, quasi un suo doppio e suo compagno d’avventure, si chiama Sganarello in Molière e Leporello in Mozart: in questo film si chiama più semplicemente Pablo (un nome che in Tirso de Molina non c'è).
- Divertenti i suggerimenti del Marchese e del Conte, in vista del ritorno sulla terra di Don Giovanni: gli spiegano che le donne nordiche hanno spesso i piedi freddi, d’inverno portano troppi vestiti, sono sensibilissime all’accento meridionale, e altre amenità piuttosto grossolane: probabilmente un altro ammicco di Bergman a qualche sua compagna di vita.
In questa scena, i due vengono vestiti come nel XX secolo, con abiti che non conoscono; Pablo non sa cosa fare della cravatta e se la butta su una spalla; l’attore che lo interpreta appare davanti alla macchina da presa sbucando da sotto, in un modo che ricorda molto gli ingressi nell’inquadratura che farà vent’anni dopo Klaus Kinski nei film di Herzog.
- al minuto 17, il diavolo-gatto provoca “uno di quegli eventi che gli uomini definiscono scioccamente come un capriccio della sorte” (cioè il guasto al motore dell’auto del sacerdote)

- Questo dialogo fra Jarl Kulle (don Giovanni) e Bibi Andersson (la ragazza da sedurre), al minuto 35:
Don Juan: I mortali capaci di amare sono pochissimi, e la loro sofferenza è profonda. Pare che essi siano vicini a Dio, che siano il suo specchio e che riflettano la sua luce, e che rendano la vita sopportabile agli altri che brancolano nel buio. Forse sarà così, ma io non ne so niente. Io ho scelto un’altra strada, quella che si chiama disprezzo e indifferenza.
Bibi (serissima, molto tesa): Non capisco perché.
Don Juan: Non può capire.
Bibi: Questo non la rattrista?
Don Juan: Non sono mai triste.
Bibi: Lei non sogna mai?
Don Juan: No, mai.
Bibi: Allora lei è morto...
Don Juan: Sì. Da secoli.
Bibi: Da me cosa vuole? Farmi del male? Inaridirmi?
(ma qui arriva il fidanzato Jonas, su una seicento Fiat)

- al minuto 42 il finale del Don Giovanni e con l’apparizione del Convitato di pietra, una scena magnifica che ricorda molto l’apparizione della marionetta “di Dio” in “Fanny e Alexander”.

- al minuto 46 il pastore prega prima di addormentarsi: ringrazia velocemente il Signore, poi lo prega di fargli capire sua moglie, e infine se ne esce con questa strana preghiera: «Signore, fa’ che io veda e che comprenda le tenebre degli uomini e la causa delle sofferenze. Toglimi dal cuore la mia ingenuità, concedimi un’altra vista che sia acuta e chiara ma piena d’amore. Grazie, e amen.»
Gli attori: tutti bravi, e sembrano divertirsi tutti. In particolare, da non perdere l’apparizione finale di Allan Edwall nei panni del “diavolo dall’orecchio fine”: anche qui, il gusto di Bergman nello scrivere il dialogo non è finissimo, ma vale la pena di ascoltare l’originale perché Edwall è davvero bravissimo, ed è uno di quei ruoli (da cartone animato) che tutti gli attori degni di questo nome non solo farebbero gratis, ma pagherebbero per farlo. Mi è piaciuto molto l’interprete di Pablo, che si chiama Sture Lagerwall e che non ricordo in nessun altro film: all’inizio è piuttosto sgradevole, ma poi si rivela interprete finissimo, con le movenze e il volto a ricordare molto il gatto di Bulgakov, “Il maestro e Margherita”. Nils Poppe e Bibi Andersson qui sono padre e figlia, ma nel “Settimo sigillo” erano marito e moglie; Gunnar Sjöberg (il marchese) era uno dei protagonisti di “Il posto delle fragole”. Un altro accenno (oltre al magnifico gatto nero, pari per bellezza solo al gatto del vescovo in “Fanny e Alexander”) se lo merita Jonas, il fidanzato di Bibi Andersson: si chiama Axel Düberg ed era stato lo spietato assassino in “La fontana della vergine”; forse per questo, e per farsi perdonare per i due ruoli sgradevoli, Bergman gli regala un bacio appassionato da parte di Bibi Andersson.
Tino Ranieri, dal volume su Bergman del “Castoro cinema”:
L'idea viene da un vecchio adagio di derivazione, se non andiamo errati, irlandese anziché scandinava, cattolica anziché protestante: quello che afferma essere, la virtú di una fanciulla, « un orzaiolo nell'occhio del diavolo ». Si tratta di indurre in peccato una timorata ragazza figlia di un pastore. Nel settecentesco inferno che vediamo all'inizio del film il diavolo va a cercare per la bisogna addirittura Don Giovanni Tenorio, il quale sta espiando colà le sue colpe ed è quindi suo ospite. Lo invia sulla terra con un incarico preciso, ma una volta tanto l'esperto libertino fa cilecca. Si innamora anzi vergognosamente, nel modo piú romantico, della vittima designata, e ritorna indietro sconfitto. Ma proprio sconfitto? L'occhio del diavolo duole piú che mai, senonché la preclara pulzella va a nozze e subito instaura, senza bisogno di suggeritori e di consiglieri maligni, uno scaltro regime di menzogne. La moglie sconfesserà la verginella, e questo nemmeno il diavolo se l'aspettava. Nel nuovo decameroncino scandinavo di Bergman l'aneddoto, che sa di farsa villereccia o di proverbio raccomodato, ci sta a pennello, pur non vantando alcun requisito meraviglioso o sorprendente. Il merito risiede tutto nella raffinatezza dell'autore, che non scade mai nel grassoccio e tuttavia non dimentica di avere un vasto pubblico. 
Il Bergman scettico si riconosce bene in alcune sequenze, in cui la vittoria d'amore è presentata in opposizione alla sconfitta dell'istituto matrimoniale. Bergman, che qui - come tante altre volte - parla per bocca del prediletto Gunnar Björnstrand, piú levigato e ossificato del solito, è nel suo profondo, in cui probabilmente non ci sono sorrisi, cosi scettico da dubitare dello scetticismo stesso. È proprio questo che lo modera e che conferisce anche a questo film una patina di grande civiltà. L'autocritica del resto è, non da oggi, possibile forma di umorismo.
Poco dopo “L'occhio del diavolo” Bergman comincia un film destinato a rimanere incompiuto: Tapeten (Tappezzeria). Dovrebbe essere il suo primo film a colori, ma l'esperimento è rimandato. Solo dopo i film «del silenzio», nel 1964, egli vestirà di rosa e d'azzurro “A proposito di tutte queste ... signore”. Intanto collabora alla sceneggiatura di “Lustgarden”, diretto da un suo ex attore dei tempi di “Spasimo”: Alf Kjellin. Le sue regie teatrali dello stesso periodo sono ancora piú svarianti: Il gabbiano di Cechov e La carriera del libertino di Stravinskij. Dove va Bergman?
Va verso la prima delle sue isole della disperazione: si accinge a girare “Come in uno specchio”.
(Tino Ranieri, dal volume su Bergman del “Castoro cinema”)

mercoledì 8 giugno 2011

Bergman, Passione ( I )

PASSIONE (En Passion, t.l. “Una passione, 1968). Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (colori) - Scenografia: P.A. Lundgren. Interpreti: Max von Sydow (Andreas Winkelmann), Liv Ullmann (Anna Fromm), Bibi Andersson (Eva Vergérus), Erland Josephson (Elis Vergérus), Erik Hell (Johan Andersson); e poi Sigge Fürst (Verner), Svea Holst (sua moglie), Annika Kronberg (Katarina), Hjördis Pettersson (sorella di Johan), Lars-Owe Carlberg e Brian Wikström (poliziotti), Barbro Hiort af Ornäs, Malin Ek, Britta Brunius, Brita Oberg, Marianne Karlbeck (donne nella sequenza del sogno), Ingmar Bergman (voce fuori campo) Durata: 101 minuti

“Passione” è il film gemello di “La vergogna”, girato negli stessi luoghi, con gli stessi attori, e realizzato di seguito, quasi senza interruzione. “Passione” e “La vergogna” sono in effetti due film che si somigliano molto, è facile confonderli nel ricordo, e devo dire che fino a poco tempo fa, prima di rivederli entrambi, li consideravo l’uno la variante dell’altro; e del resto anche il commento di Bergman tende ad accomunarli. Però adesso ho un’impressione diversa, che è questa: più guardo “Passione” e più trovo che somiglia a “Persona”, girato due anni prima.
“Passione” ha una struttura strana, forse unica, a più livelli di lettura, comprese le interviste ai quattro attori protagonisti che interrompono l’azione, o forse la incorniciano. Un primo livello è sicuramente quello delle immagini, girate a colori (siamo già nel 1969, ma è soltanto il secondo film a colori di Bergman); un altro è quello dei rapporti di coppia, un terzo – forse il principale – è quello della violenza e della sua negazione. Appare stranamente simile a “Persona”, più che a “La vergogna”, proprio per questo studio continuo sui primissimi piani e soprattutto per il tema della violenza, fisica e psichica, che percorre tutto il film dando una sensazione di disagio e di inquietudine, che però è contraddetta dall’atmosfera tutto sommato quieta e amichevole in cui si muovono i protagonisti, e dai colori caldi e confortevoli scelti da Bergman e da Nykvyst. Il disagio c’è, ma è altrove, è sotterraneo, è nei filmati della tv e nelle misteriose violenze sugli animali; però il film inizia in modo del tutto tranquillo, con Max von Sydow che ripara il tetto della sua casa, con il buon rapporto di amicizia coi vicini, niente a che vedere – in apparenza – con la guerra che invade le vite dei protagonisti di “La vergogna” e che è un elemento reale, è la violenza che irrompe dall’esterno.
Le immagini che vediamo nel film sembrano avere spesso valore narrativo in se stesse, un valore simbolico, quasi figure di tarocchi o di santi, le figure allegoriche che vediamo nelle cattedrali romaniche e nelle incisioni medievali, dipinti sacri, metafore, archetipi, segni e sogni: la donna che zoppica, il cagnolino appeso, il vecchio col carretto, la donna addormentata in auto, sulla strada; il carretto impantanato (Karna nel Mahabharata?), il gioco degli scacchi, la morte dell’uccellino e la sua sepoltura, il fuoco (in primissimo piano e in più occasioni), il sangue delle pecore e quello dell’uccellino, eccetera.
La storia in sè è quasi un Hitchcock, magari “Il sospetto” o “Delitto perfetto”: devo dire che a me sembra poco interessante, quasi un pretesto, un’impalcatura per parlare d’altro, di questioni più profonde. Farei molta più attenzione ai dettagli, che non sembrano messi lì per caso ma sembrano quasi simboli, elementi mitici, archetipi, dettagli ricorrenti nei sogni: la scrittura sulla macchina da scrivere, passata in primissimo piano in sequenze lunghe e insistite (due volte), la lettera “dimenticata” per farla leggere come in “Persona”, le gonne sopra il ginocchio, gli interni accuratissimi, il secchio col cemento che continua a ribaltarsi, il cappello rosso di Liv nell’intervista, il fazzoletto rosso nella scena con la scure, e molto altro ancora.
Si tratta comunque di un 4+1, per usare uno dei modelli proposti tempo fa da Umberto Eco ragionando sui romanzi e sulle storie: un 3+1 è Dumas nei “Tre moschettieri”, ma anche “Il rito” di Bergman, il film che verrà girato subito dopo “Passione”. Qui abbiamo invece due coppie di protagonisti, che si intrecciano fra di loro, più il quinto protagonista che è l’anziano vicino, amico di Max von Sydow, interpretato da Erik Hell (che sarò il giudice nel “Rito”). Ci sono anche delle ombre, in questa storia, che agiscono dal passato: il marito del personaggio interpretato da Liv Ullmann (che vediamo in una fotografia), morto in un incidente stradale insieme a loro figlio, e la giovane moglie del personaggio di Max von Sydow, che vediamo nel finale in una breve sequenza molto bella, nel ricordo, della quale però non veniamo sapere a molto. Una cosa che sappiamo è invece questa: il marito del personaggio interpretato da Liv Ullmann si chiamava Andreas, cioè lo stesso nome del personaggio interpretato da Max von Sydow.
Dovendo scegliere un tema di partenza che riassuma tutto il film partirei proprio dalla scena più estrema e violenta, quella dove la violenza è più esplicita: la scena dell’accetta, degna antenata di quella analoga in “Shining” di Kubrick, che sarebbe arrivata dodici anni dopo. Una scena molto dura e molto impressionante, che Bergman e Nykvyst girano da maestri e che Liv Ullmann e Max von Sydow interpretano in maniera sorprendentemente vera. Per fortuna, è una scena che dura pochi minuti: fosse stata più lunga, sarebbe stata intollerabile.
Si tratta probabilmente della violenza, fisica e psichica, che irrompe nella nostra realtà quando noi cerchiamo di negare le nostre colpe (quelle individuali ma anche quelle collettive, le guerre, i profughi e le morti in mare...) o di addossarle ad altri, o quando neghiamo (con violenza, ma anche con sarcasmo e disprezzo) colpe e responsabilità che sono soltanto nostre.
In particolare, mi ha colpito in questa scena lo sguardo iniziale di Liv Ullmann, le espressioni di scherno appena accennato, un accenno alla mancanza di stima verso l’uomo, che indica già la fine della relazione. Lo scatto d’ira che segue ha la sua origine proprio da questo sguardo, da questo atteggiamento di disprezzo appena accennato, che Liv Ullmann rende in maniera straordinaria (le basta un breve istante) e che ha il suo precedente nel sorriso soddisfatto con il quale rovescia le pedine sulla scacchiera in una sequenza precedente, sempre nell’ambito della vita di coppia. Un sorriso infantile, un distruggere senza rimorsi, quasi una manifestazione di potenza che è però una manifestazione infantile, qualcosa che non porta a nulla e che serve solo a far provare dispiacere ai genitori, alle persone amate, e a riconfermare la propria importanza. E’ questo sorriso, questa espressione di scherno, che verrà a portare a galla la verità, nel finale: come in un film di Hitchcock, per l’appunto, si scoprirà che era lei a volere, più o meno consciamente, la morte dei suoi cari.
Questo sorriso di scherno, questa mancanza di vero calore dietro l’apparente quiete della loro relazione, è causa di dolore nel personaggio di Max von Sydow: che rivede (in una sequenza che ho trovato quasi magica) le sembianze della giovane compagna, e gli pare di poterla toccare. L’illusione di poter ricominciare quella relazione con un’altra donna è ormai finita, ed è la verifica finale di un fallimento che finora era rimasto nascosto, ma che adesso è venuto tragicamente alla luce in tutta la sua intensità. E’ da qui, dal riconoscimento del proprio fallimento, che nasce la violenza: molto più facile nascondersi, vivere da soli, che mettersi allo scoperto in una nuova relazione affettiva.
Il film che mi è venuto subito in mente, a parte Hitchcock (“Il sospetto” e “Delitto perfetto”, come dicevo più sopra) è “Images” di Altman (1972, pochi anni dopo), ma soprattutto direi che non si può evitare almeno un accenno a “Il pianeta proibito” (1956, regia di F. MacLeod Wilcox): un film di fantascienza dove la violenza si scatena, inarrestabile ed estrema, attraverso i “mostri dell’ID”.
(continua)

Bergman, Passione ( II )

PASSIONE (En Passion, t.l. “Una passione, 1968). Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (colori) - Scenografia: P.A. Lundgren. Interpreti: Max von Sydow (Andreas Winkelmann), Liv Ullmann (Anna Fromm), Bibi Andersson (Eva Vergérus), Erland Josephson (Elis Vergérus), Erik Hell (Johan Andersson); e poi Sigge Fürst (Verner), Svea Holst (sua moglie), Annika Kronberg (Katarina), Hjördis Pettersson (sorella di Johan), Lars-Owe Carlberg e Brian Wikström (poliziotti), Barbro Hiort af Ornäs, Malin Ek, Britta Brunius, Brita Oberg, Marianne Karlbeck (donne nella sequenza del sogno), Ingmar Bergman (voce fuori campo) Durata: 101 minuti

“Passione” comincia con le pecore, e con Max von Sydow che ripara le tegole del tetto, con la pipa in bocca, presentato da una voce fuori campo (nell’originale è la voce di Bergman), sui panorami dell’isola svedese di Farö. Molto belli i colori, caldi e naturali, a ricreare la luce naturale.
Il secondo personaggio è Johan, un vecchio che tira un carretto a mano: sul carretto ha caricato la legna che ha appena raccolto. Johan (interpretato da Erik Hell, il giudice di “Il rito”) è un vicino di casa del protagonista, col quale è in ottimi rapporti; entrambi vivono da soli.
Il terzo personaggio ad entrare in scena (l’interprete è Liv Ullmann) è una donna sui trent’anni che avanza sostenendosi ad una stampella. Ha bisogno di telefonare, e chiede ad Andreas (Max von Sydow) se può aiutarla. Andreas sospende per un attimo i suoi lavori, e la invita ad entrare; la donna è molto attraente e quasi suo malgrado l’uomo si incuriosisce e si ferma ad ascoltare la conversazione, fingendo però di uscire. Nell’andarsene, la donna dimentica la sua borsetta.
Qui c’è la prima delle interviste agli attori protagoniste, quattro interviste volute da Bergman e inserite nella struttura del film con la funzione quasi di pausa o di cornice. In queste interviste, precedute da un ciak, gli attori (struccati e in abiti quotidiani) parlano dei loro personaggi: il primo è per l’appunto Max von Sydow, che parla di Andreas ed esprime il suo pensiero in proposito.
La mia impressione è che queste interviste non dicano molto, e abbiano l’unica funzione di spezzare il racconto, qualcosa come un estraniamento, un raccontare in terza persona per non sentirsi troppo coinvolti; però è difficile dire qualcosa in proposito, i livelli di lettura di “Passione” sono molti e tutt’altro che facili.
L’azione prosegue con Andreas (Max von Sydow) che apre la borsetta e legge una lettera che vi è contenuta: la scena ricorda molto quella analoga di “Persona”, dove è Bibi Andersson a leggere una lettera lasciata aperta da Liv Ullmann. Dopo averla letta, Andreas ripone la lettera nella borsetta e va a riportare il tutto alla sua legittima proprietaria: lo vediamo alla sera mentre entra nella villa dove abitano tre persone, un architetto famoso che si chiama Elis Vergerus (interpretato da Erland Josephson) con sua moglie Eva (Bibi Andersson), più la proprietaria della borsa, che si chiama Anna ed è interpretata da Liv Ullmann, come avevamo già visto.
Andreas fa amicizia con queste persone e lo vediamo invitato a cena, un tavolo per quattro persone che è quasi identico a quello di “Scene da un matrimonio” (1973): l’unica differenza è Max von Sydow che verrà sostituito da Jan Malmsjö, futuro interprete dal vescovo in “Fanny e Alexander”. Si può far notare che anche quel vescovo si chiama Vergérus: Vergerus è infatti il nome di molti “cattivi” bergmaniani. Questo Vergerus di “Passione” somiglia più a quello di “L’uovo del serpente” che al vescovo patrigno di Fanny e di Alexander, e lo dico pensando alla scena dell’archivio: non è un personaggio cattivo, ma ha comunque molti aspetti sgradevoli, inquisitori: l’atteggiamento di fondo è un “bonario disprezzo” (sono le parole che verranno usate in un monologo di Andreas, verso la fine del film) verso il suo prossimo, che è ben disposto ad aiutare ma rimanendo ben chiaro chi sta sopra e chi sta sotto.
A tavola (siamo al minuto 18) Bibi Andersson parla dell’esistenza di Dio, come in molti altri film di Bergman, ma lo fa in tono leggero e superficiale, da conversazione. E’ comunque un particolare che va sottolineato.
Di seguito, sempre a tavola, il personaggio di Erland Josephson (un celebre architetto) dice che deve partire per l’Italia dove gli hanno assegnato il progetto per un centro culturale. Le parole che dice, “Milano è una città interessante ma piena di gente mediocre e insulsa”, sono state tagliate nell’edizione italiana.
La mattina dopo, vediamo Andreas che salva un cagnolino che stava per finire impiccato: è il primo episodio di una serie di crudeltà verso gli animali compiuti da uno sconosciuto, attivamente ricercato dalla polizia. Episodi simili, molto cruenti e mostrati da Bergman con dettagli molto espliciti, sono successi di recente anche nell’arco alpino, da noi e in Svizzera, e quindi sono probabilmente tratti da episodi di cronaca di cui Bergman era venuto a conoscenza. Il cagnolino è un cucciolo di bassotto, come quello che avevamo visto far compagnia ad Harriet Andersson in “Una lezione d’amore” (1954).
Andreas accoglie il cucciolo in casa sua, poi va a completare il suo giro, e si trova davanti a Bibi Andersson che dorme in macchina, in aperta campagna, in una scena molto bella ma anche molto strana. Nella mitologia nordica, l’episodio rimanda a Sigfrido con Brunilde: ma il contesto è completamente diverso, il paragone è immediato e molto suggestivo, ma anche queste immagini meriterebbero un esame più approfondito.
(continua)

Bergman, Passione ( III )

PASSIONE (En Passion, t.l. “Una passione, 1968). Scritto e diretto da Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (colori) - Scenografia: P.A. Lundgren. Interpreti: Max von Sydow (Andreas Winkelmann), Liv Ullmann (Anna Fromm), Bibi Andersson (Eva Vergérus), Erland Josephson (Elis Vergérus), Erik Hell (Johan Andersson); e poi Sigge Fürst (Verner), Svea Holst (sua moglie), Annika Kronberg (Katarina), Hjördis Pettersson (sorella di Johan), Lars-Owe Carlberg e Brian Wikström (poliziotti), Barbro Hiort af Ornäs, Malin Ek, Britta Brunius, Brita Oberg, Marianne Karlbeck (donne nella sequenza del sogno), Ingmar Bergman (voce fuori campo) Durata: 101 minuti

Il personaggio interpretato da Erland Josephson si chiama Elis Vergerus e sembra preso da un film di Antonioni: è un architetto e fotografo di fama internazionale. La moglie (Bibi Andersson) lo ha già tradito diverse volte, ma lui sembra non dar peso alla cosa: non perché non gli importi, ma per cinismo e per mancanza di passione. L’architetto Vergerus non è una persona cattiva, a quanto si vede: forse gli interessa solamente di poter guardare tutti dall’alto in basso, ovviamente mostrando simpatia e con molta educazione. Come fotografo, ha una ricchissima collezione di ritratti: foto da lui stesso scattate, e catalogate con estrema cura. Siamo al minuto 23, il pensiero corre a “La città delle donne” di Fellini, dove si tratta di foto diverse ma è pur sempre una collezione di foto (di ricordi), tutte catalogate in modo da ritrovarle facilmente. I personaggi sono ovviamente diversi, ma il parallelo sorge da solo ed è un’impressione piuttosto curiosa. Sui metodi di catalogazione c’è anche una brevissima digressione, poi Vergerus chiede al nuovo amico di posare per lui, e Andreas accetta di buon grado.
Tra i ritratti di Vergerus c’è anche, naturalmente, il marito defunto di Anna: si chiamava anche lui Andreas. Anna (Liv Ullmann) ha avuto un incidente d’auto, ed è per questo che zoppica: nell’incidente sono morti suo marito e suo figlio, un bambino.
Tornato a casa, Andreas si siede ad un tornio che sembra quello di un laboratorio di vasaio, probabilmente lo stesso di “Una lezione d’amore” (1954): ma il tavolino del tornio è usato per riempire i bicchieri e svuotarli poi uno alla volta. Andreas è ubriaco, esce e si perde nel bosco, ma viene soccorso dall’anziano Johann che passava di lì con il suo carretto.
Qui c’è la seconda intervista: il ciak introduce Liv Ullmann, con un vistoso cappello rosso, roba da rivista di gran moda. Liv Ullmann ci parla del suo personaggio, Anna.
L’immagine di un fuoco acceso da Andreas (Max von Sydow) introduce alla visita di Bibi Andersson (che nel film è la moglie dell’architetto Vergerus). Il marito di lei è assente, la donna è molto bella e i due finiranno per passare la notte assieme. Quando la donna se ne va, la mattina seguente, Andreas le regala il cagnolino. In questa scena, al minuto 35, ascoltiamo un disco con musica molto piacevole, probabilmente un ballabile degli anni ‘30 che non sono riuscito a identificare. Anche il fuoco sembra rimandare al mito di Brunilde, ma esistono ovviamente altri significati e non vorrei esagerare con i rimandi alla mitologia nordica...
Al termine di questa lunga sequenza, ricca di primissimi piani, Andreas rimane da solo nella sua casa. Quando torniamo in esterni, vediamo molte pecore uccise e sgozzate, e c’è sangue dappertutto: una scena molto cruda. La polizia è sul posto e sta indagando, ma non ci sono indizi né piste da seguire. C’è chi sospetta dell’anziano Johann, ma ad Andreas che lo conosce bene la cosa pare piuttosto improbabile.
Intorno al minuto 50 vediamo Andreas nello studio di Vergerus, mentre posa per il ritratto. Vergerus ha diverse macchine fotografiche molto belle, da professionista (una Nikon, una Hasselblad) e scatta molte fotografie. La sequenza è interrotta dall’arrivo di Bibi Andersson (nel ruolo della moglie di Vergerus): l’architetto osserva e non dice nulla, ma intuisce che tra i due qualcosa c’è stato di sicuro.
Quando sua moglie si allontana, Vergerus (Erland Josephson) chiede bruscamente ad Andreas (Max von Sydow) se è stato in prigione; lui risponde di sì, che una volta era ubriaco e ha picchiato un poliziotto.
- E ora ti rintani come un cane frustato.
- Sono un cane frustato.
- Mordi?
- Dipende. A pensarci bene, no, non credo proprio.
La sequenza successiva ci presenta Andreas (Max von Sydow) e Anna (Liv Ullmann) insieme in una gita in barca. I due si sono finalmente messi insieme, così come ci si aspettava fin dall’inizio: ma Bergman sembra dare la cosa per scontata, ne parla appena e solo come voce fuori campo. La coppia sembra comunque felice, e da qui in avanti vedremo solo loro due, l’altra coppia non apparirà più nel film.
(continua)